venerdì 17 agosto 2012

La stanza di Roberto


RUM e PERA

             di
   Roberto Miano


Il Betulla ha quaranta anni e qualche forse di troppo. Vive solo da un relativo sempre, che in certi posti la relatività è assoluta, e al paese gli vogliono bene tutti, anche se tutti, più o meno, non per più di dieci minuti. Questione di ritmi, mica di scelta. A lui basta, ha una ventina di amici, quelli con la a di “a volte”, dieci minuti per ognuno gli garantiscono - ammesso cioè che li incontri tutti senza intersezioni multiple - un tempo di amicizia dialetticamente utile di circa duecento minuti che, fatte le dovute scremature (perché al bar ci sono sempre due e tre amici che si annodano insieme intorno al tuo attimo), gli garantisce ogni giorno un budget di circa centoquaranta minuti di “allegriamichevole”, quella con la a di “arrivederci”. A voler essere prudenti si tratta di due ore con tanto di supplementari, che se le spalmi su un giorno qualsiasi, come su una fetta di pane, ci arrivi sazio a fine giornata.

La stanza di Matteo

AL MERCATO

                  di
Matteo Vajani


Era un sabato mattina.
Uscendo di casa, quel giorno, sapevo che qualcosa sarebbe successo.
Non era per qualcosa che avevo sentito, o letto, o visto; non era nemmeno una sensazione. Era piuttosto una certezza, una consapevolezza di tragedia imminente — quell’emozione che si dilata nel petto come le ombre delle stoppie nel campo cupreo e riarso di fine estate, sotto il sole che si inchina davanti a una nube temporalesca.

La stanza di Serenella


Il mondo a metà
di
Serenella Tozzi

 Tieni duro dunque, cuore. Così almeno vivi. (Derek Alton Walcott)



Amilcare rallentò il passo, pensieroso: "La verità... la verità è l'interpretazione personale di ciascuno di noi! Mah! Chissà se esiste davvero una verità assoluta".
Dopo aver dato un calcio ad un sasso, che se ne andò rotolando poco lontano dai suoi piedi, si strinse nelle spalle e ricominciò a camminare risoluto.

giovedì 16 agosto 2012

La stanza di Alberto


Una domenica da buttare

                          di
       Alberto jelmini

Domenica senza gusto,
se passata alla kermesse in città bassa:
poche coppie a ballare un lento
trascinate da fisarmoniche stanche,
illuminate da riverberi grigi delle pozze
vicino alle tende un poco sollevate.
Nel vuoto, le risa
delle famigliole con bambini,
interrotta la passeggiata domenicale,
contrastavano la malinconia
delle donne allacciate
a danzatori taciturni,
sospinte pigramente in lenti cerchi.
Qualcosa parve attivarsi
all’attacco del tango,
suonato senza passione,
ma capace a un tratto,
nel ruotare di una coppia isolata
di bloccarmi in una morsa il cuore:
la ragazzina trovata ogni mattino
davanti al negozio di fiori
intenta a pulire con cura l’entrata
si lasciava trascinare da un uomo attempato
che l’abbracciava premendole il seno.
Nessun gesto, nessuna parola,
mentre i suoi occhi azzurri
vagavano sopra le teste degli astanti,
stanchi, senza la luce
riflessa dal sole del mattino.
Raggiunte le amiche
confidò qualcosa alla vicina
che rapida guardò dalla mia parte
gettandomi in tormentoso dubbio:
invitarla, o assecondare la paura
di non saperle dire una parola,
la lingua bloccata da strana angoscia.
Così restai seduto per traverso
sulla panchina ruvida umidiccia
ruminando l’eterno avvilimento
di una domenica senza gusto.


“le poesie di Alberto Jelmini di distinguono per la loro eleganza  (si illuminano di impercettibili riflessi/segreti messaggeri d’azzurro, da: Sirena) e sobrietà, anche quando tratta argomenti legati alla sfera sentimentale (sarai la mia ape regina/che mi trascina oltre la cima/le soldanelle ritte sullo stelo, da: L’Ape Regina). Quel soppesare ogni parola come fosse l’ultima e la più definitiva ti porta al convincimento che non potevano essercene altre (“e allora, come la mettiamo con la frammentazione? “ Esorta nella bella poesia dedicata a Fabio Pusterla). Soffia il venticello dei grandi poeti del ‘900 e impercettibilmente impasta la sua poetica, che però risulta personale, attuale e moderna. Difatti la poesia di Alberto Jelmini prende la sua precisa strada, e la incontri dietro gli angoli, quelli meno affollati, dove ti riconcilia con ogni cosa viva, vera e odorosa (come nell’espressiva “Viaggio sul bus” oppure in “Roma”). Lirica di alto livello, nitida, brillante, mai ripiegata su se stessa, ma generosa verso il mondo che viene osservato con umana partecipazione, piena di gentilezza e delicatezza. Tra le tante qualità ritrovabili nella poetica di questo autore sicuramente la più insostituibile e preziosa: l’autenticità. Un vero piacere alla lettura, dunque. “


martedì 14 agosto 2012

La stanza di Francesco

 Non mi avrai alla tua corte

di
Francesco Meccariello

No, questa volta non mi avrai alla tua corte. Stasera non sarò del tuo seguito di cicisbei. Probabilmente non te ne sei mai accorta, ma ho una dignità, io. Non mi confonderò con il numero degli ingenui che verranno a mendicare i tuoi sorrisi, i tuoi sguardi da civetta amministrati con malizia. Arrivo nel parcheggio del solito locale, già pieno di macchine. Trovo un posto. Fisso lo sguardo nello specchietto interno dell’automobile, dal quale due occhi mi guardano con fierezza: stasera capirà chi sono. Scendo dalla macchina, mi avvio all’ingresso, salutando con un cenno alcune persone. 

sabato 11 agosto 2012

L'Amuri Pazzu - Lucia Ognissanti



L'amuri pazzu

chiuri l’occhi e veni ccu mia.
avemu n’ notti china d’amuri,
ccu vucca duci ti rigalu
passiuni e puisia
e ‘stu cori to’ ‘mciamma.

n’ ciatari ascuta:
‘ u senti comu curri ‘u vento,
a peri scausi ti passu attàgghiu,
t’ arrifiliu, ti voto e ti rivoto.
‘u senti comu vampa u suli,
avvampa ‘ntr’ ‘o mezzu ‘u cori
un focu ranni.
‘u senti comu chiovi
e ‘na timpesta di carezzi supra lu to’ cori.

quannu l’unna junci furiosa
soro soro mi vasi l’occhi e li capiddi,
e ccu st’amuri pazzu t’nni fui.

Sergio Boldini - Spoglio 14 - narrativa - racconto


SPOGLIO 14
di
Sergio Boldini



Dedicato a Regina

Era arrivato la mattina presto con quella macchina d’argento che sembrava disegnata apposta per un grande personaggio. L’aveva parcheggiata sulla strada, proprio davanti al banco dei Colapietro che i due fratelli usavano nei giorni di festa per la vendita del cocomero. Lui, lo straniero, era sceso e senza guardare in faccia alcuno si era diretto al bar Nicola, all’angolo con la via Spalmato.

PattyS - Curriculum Vitae - racconto

 

Curriculum Vitae

di

Patty S


Si sa, gli opposti si attraggono, si rincorrono. Come la vita e la morte. Il bene e il male.  Può succedere, a un certo punto, che per un’inspiegabile fascinazione, gli estremi si congiungano, a volte per un attimo, a volte per sempre.
 Prendete dapprima un giudice. 
Bello, alto, capelli neri, occhio di un verde che si dilata al brillare del sole. Fa innamorare le donne.
È distinto, educato, cresciuto all’interno della classica buona famiglia borghese. Figlio di un giudice. Vissuto in una tranquilla periferia immersa nel verde ma a poche ore da città come Milano, Zurigo, Londra. Ha viaggiato parecchio, sin da giovane. Parla correntemente quattro lingue. È inoltre appassionato di bungee jumping ed è pure un discreto raccontatore di barzellette.

La stanza di Matteo

 
QUANDO GIACOMO TORNA A LODI
di
Matteo Vajani

Quando Giacomo torna a Lodi è sempre una gran festa.
La villa in viale Rimembranze si riempie, vengono i parenti, gli amici e alcuni vecchi compagni di scuola — di quelli che a stento mi riconoscono per strada. È una villa grande, nascosta tra pini e castagni, che in assenza del padrone è gestita dal custode Arturo e da sua moglie Aurora, la domestica. Da fuori si vedono le finestre illuminate, le ombre degli invitati, si sentono le risate e i cori giubilanti.

venerdì 10 agosto 2012

frame - Pisciasotto - racconto

 Pisciasotto



 Mio padre dorme sull’ottomana, mentre io leggo Tex Willer sdraiato sotto il tavolo, il posto più fresco di tutta la casa. Ascolto lo sbuffo che emette con la bocca ogni tre secondi; mi ricorda lo sfiato del pallone di plastica finito sopra il cactus, l’unica pianta grassa dell’aiuola in cortile. 
Me l’aveva comprato proprio lui alla festa della Madonna del Bosco, era il primo calcio che gli tiravo. Da allora non ho più avuto un pallone nuovo tutto mio, gioco con quello degli altri. Anche la bicicletta non è nuova e non è soltanto mia. Usa quella di tua madre, ha detto un giorno per farmi contento, adesso sei grande. Lo divento tutte le volte che gli fa comodo, poi ritorno per magia troppo piccolo anche per aprire bocca a tavola o per restare sveglio dopo il Carosello.


giovedì 9 agosto 2012

racconti in soffitta - La palude...- Lovecraft


La palude della luna

( racconto di H.P. Lovecraft)

In quale remota e terrificante dimensione Denys Barry sia finito, non so dire. Ero con lui l'ultima notte che visse tra gli uomini, e l'ho sentito urlare orrendamente quando la cosa gli accadde, ma nè i contadini nè la polizia della contea di Meath sono riusciti a trovarlo. Nessuno c'è riuscito, malgrado tutte le ricerche. Ora rabbrividisco, quando sento le rane gracidare nelle paludi, o vedo la luna in luoghi solitari.