sabato 11 agosto 2012

La stanza di Matteo

 
QUANDO GIACOMO TORNA A LODI
di
Matteo Vajani

Quando Giacomo torna a Lodi è sempre una gran festa.
La villa in viale Rimembranze si riempie, vengono i parenti, gli amici e alcuni vecchi compagni di scuola — di quelli che a stento mi riconoscono per strada. È una villa grande, nascosta tra pini e castagni, che in assenza del padrone è gestita dal custode Arturo e da sua moglie Aurora, la domestica. Da fuori si vedono le finestre illuminate, le ombre degli invitati, si sentono le risate e i cori giubilanti.

Giacomo si fa vedere due volte l’anno: una a Natale e l’altra in estate. Nella bella stagione organizza aperitivi in veranda, e grigliate — partecipano anche i vicini con la famiglia, bambini compresi. Io ci vado solo — non avendo chi portare —, ma mi piace così. Me ne sto in disparte e osservo, giro tra i gruppetti, scherzo e saluto sempre di fretta, come fossi atteso altrove — per poi spostarmi al gruppo dopo e riprendere il gioco da capo.
Difficile che Giacomo mi noti, preso com’è dalla catena di abbracci e pacche sulle spalle e lunghe conferenze per rispondere a chi gli chiede come va e come non va, cosa si combina di bello nella capitale. Mi diverte vederlo così a suo agio nei panni del grand’uomo, del padrone della baracca — sono contento per lui.
Se mi nota — quando mi nota —, mi strizza l’occhio e dice con te parliamo dopo. Basta questo a farmi contento: mi fa capire che con me non gli interessa spendere quattro parole facili, di convenienza, ma preferisce rimandare a dopo un discorso serio, indisturbato, per leggermi bene in faccia e capire come sto.
Quasi sempre il dopo non c’è. E allora, dopo l’ultimo giro tra i tavoli sono il primo ad andar via.
Quando torna in città, Giacomo non si ferma molto — giusto il giro di due grigliate e qualche aperitivo. La sua famiglia è a Roma e gli spiace lasciarli soli a lungo — già con il lavoro che fa è più all’estero che in Italia, quindi recupera dove può.
Prima di andarsene, però, se gli resta tempo — e si ricorda — mi dedica una serata e si va a cenare in qualche posticino di paese che fa ancora le rane fritte o le frittate con l’ortica. Le frittate per lui sono importanti, perché gli ricordano i fossi e la nonna che li girava in lungo e in largo strappando l’ortica e mettendola nel grembiule rivoltato. Paga lui, ogni volta, forse solo per il gusto di tirar fuori la carta Platinum. E come dargli torto? Avessi la Platinum, lo farei anch’io. Ma anche senza, ci provo lo stesso a farmi sotto e gareggiare alla cassa — tanto più che il conto non è mai salato —, ma alla fine la spunta sempre lui.
Anche il posto lo sceglie lui — dice di avere le conoscenze. Io gli credo, perché quando ci si arriva c’è il padrone pronto ad aspettarlo e a chiedergli come va e com’è stato il viaggio. Però a volte mi domando se non sia lui a telefonare prima per farsi accogliere così, solo per farmi buona impressione e dimostrare a tutti i costi di avercela fatta — che lo conoscono ovunque ed è uno che conta.
Ma a parte questo, con me è leggero e alla buona, come a dieci, quindici anni. Sa che lo conosco e alla fine abbassa la guardia. Ci tiene che non lo pensi un fanfarone e un arricchito, e a farmi capire che non è cambiato. Mi chiede sempre un parere, anche su cose che non capisco come la borsa e il cinema, e io sono felice di dirgli la mia e mettermi nei suoi panni — almeno per finta. Poi però dice che la faccio facile e che sbaglio, allora gli rispondo che è lui il produttore e che se la sbrighi lui, come faceva da ragazzo.
Se ci penso, sembra ieri che si andava insieme a spargere letame per i campi — io che tenevo il cavallo e lui dietro a spalare, con le gambe affondate fino al ginocchio. Oppure quando prendeva l’Alfa del padre e da Cornegliani in corso Roma compravamo la pizzetta calda per merenda. Sempre io e lui soli, sulla panchina di piazza Castello a ciarlare di ragazze e del tale di Spino che aveva roncolato quell’altro per gelosia, o del Nino che pisciava sui muri della chiesa per far dispetto al prevosto. Giacomo ne sapeva sempre una e a contar storie era il più bravo, le faceva grandi come mongolfiere e io gli dicevo che erano da film.
Proprio vero, da film…
Quel letame, alla fin fine, ha fruttato più a lui che a me. Ma si capiva, lo vedevi nel suo muso duro che non si sarebbe accontentato. Aveva la faccia di chi non si lascia far fesso e vuol fare tutto lui, capire le cose da solo, arrivare in fondo ai lavori cominciati. Cosa fatta capo ha, diceva.

Questa volta ha scelto una trattoria poco fuori Lodi, non lontano dalla cascina dove un tempo aveva lavorato con suo padre e i suoi zii e cugini — e che ora se ne sta sola e diroccata in mezzo ai campi, poggiata su una spalla a prender l’edera. È la prima volta che ci andiamo, e ci si arriva seguendo un serpente di sterrato tra la melga, che al calare della sera butta fuori l’umido e un odore denso e spugnoso di erba cotta al sole. Chi ci vive o ci ha vissuto, quest’odore ce l’ha nel sangue e nelle budella.
L’auto va piano e le ruote scricchiolano sulla ghiaia. Al volante c’è Giacomo, che tiene giù il finestrino e respira l’aria di casa sua fino a intasarsi i polmoni. Io sorrido e non dico niente.
È lui a parlare. Mi dice che il locale è rustico come piace a lui e che se va bene ci fanno un po’ di sconto.
La trattoria dà su un cortile nudo e polveroso. Parcheggiamo davanti al recinto delle capre e lui si avvicina per accarezzarne una. Ce ne sono tre e ci fissano mute, con le pupille sdraiate come un divieto d’accesso. Una è affettuosa e si arrampica sulla rete in cerca di moine. Dico a Giacomo di non toccarla, che sarà piena di zecche, ma lui fa spallucce e la strapazza ben bene fino in cima alle corna.
«Che facciamo, entriamo?»
«Certo che sono delle belle bestie,» mi fa lui. «Un giorno o l’altro metto su una cascina.»
«La vedo dura.»
«Tu non ci credi ma lo faccio. Vedi vedi,» sorride e si strofina le mani. «’Ndiamo và, che ho una fame da lupi.»
L’interno è rustico: è tutto legno, ovunque si guardi. Un salone più lungo che largo ospita decine di tavoli e sedie che sembrano fatti a mano — squadrati, robusti come quelli che fabbricava il vecchio falegname del Borgo Adda.
Il proprietario, Pino, si fa subito avanti con i soliti salamelecchi e gli dice che è sempre un piacere averlo a cena. A queste scene sono abituato e non ci faccio più caso, mentre Giacomo sembra non averne mai abbastanza. Pino ci accompagna al tavolo e dice che ci manda subito la figlia con i menu. Scandisce bene menu, e la parola mi suona strana e fuori contesto nel tono generale dell’ambiente.
Aspettiamo pochi minuti. Giacomo si guarda attorno e mi indica una vecchia pompa a mano per il prelievo dell’acqua dal pozzo — ora è in disuso ed è lì per bellezza. Ci sono anche teste di cervo e cinghiale alle pareti, souvenir vari di caccia e trofei di gare a cavallo. È un posto accogliente e mi chiedo come possa essere d’inverno, con la neve sui vetri e il vento che fischia dagli spifferi. Forse lo scoprirò tornando per conto mio.
Non c’è nessuno e chiedo a Giacomo che bisogno c’era di prenotare.
«Così si ricordavano di me,» risponde, e la mia teoria trova conferma.
Poi arriva la figlia di Pino, e ci giriamo entrambi a guardarla.
Avrà sui venti venticinque anni, la metà dei nostri. È secca secca e sembra un maschiaccio — i capelli corti e bruni, il faccino spigoloso e i pantaloni stretti che mettono in bella mostra le gambe ad aquilone da cavallerizza —, eppure, chissà com’è, mi fa subito ribollire la pancia. Sarà la fame, mi dico. Ma non riesco a non fissarla, e quando ci chiede cosa vogliamo da bere mi imbarazzo e tuffo gli occhi sul tovagliolo.
Il menu non c’è ed è lei a farci l’elenco delle vivande. Ordiniamo — io un po’ a fatica, tanto che non scelgo il secondo — e Giacomo è tutto un sorriso, non le stacca gli occhi di dosso e fa il simpatico. Le chiede se i trofei sono suoi e le fa i complimenti.
«Come ti chiami?»
«Sara» risponde lei, e arrossisce. «Allora vado.»
La vediamo sgambettare fino in cucina. Giacomo batte una mano sul tavolo e dice carina, e sospira. Io annuisco. Mi chiede se non è carina, e gli dico che sì, lo è, molto.
«E allora perché non ci hai parlato?»
«Perché ci parlavi tu.»
«Farai mica l’offeso?»
Cambio argomento e gli scappa un risolino, ma mi dice di non badargli.
Pino ci porta due birre e va via.
«E la scuola come va?» mi chiede Giacomo.
«Quando dici così mi fai tornare ragazzo.»
Gli racconto le mie battaglie per la cattedra, con i colleghi, con gli alunni, e mentre parlo lui mi guarda e sorride. È attento, ma si vede che negli occhi ha un altro mondo. Sembra studiarmi, affascinato, come si fa con l’aborigeno di qualche terra esotica.
Intanto arrivano dei vecchi, sei o sette, e si siedono al tavolo di fronte al bancone. Si danno di gomito, scherzano a voce alta e sono paonazzi — le pance gonfie come otri. A guardarli bene, mi accorgo che poi tanto vecchi non sono e che avranno al massimo dieci anni più di noi — ma ne dimostrano almeno settanta.
Ordinano da bere e tirano fuori le carte. Per il momento non le usano e le lasciano lì in un angolino, come monito per chi dovrà pagare il giro. Il più grosso del gruppo trinca vino come fosse acqua sorgiva. Non hanno l’ombra di un cruccio, si danno grandi pacche e hanno la faccia disegnata a festa.
«A fare quella vita campano cent’anni,» mi fa Giacomo. «Fuori tutte le sere, senza rotture di maroni. Bevono… lontani dalle mogli. Ma chi li ammazza più?»
«Vero.»
«Ma tu piuttosto. La tua donna come sta?»
«Sta che non c’è.»
«Ancora? E cosa aspetti?»
«Aspetto la voglia. E il tempo…»
«Ma il tempo mica sta ad aspettare te…»
Torna Sara, la vedo e mi volto di scatto.
«… E la voglia ce l’hai,» finisce Giacomo.
La ragazza è arrivata con i primi. Lascia il risotto davanti a lui, poi si china su di me e nel farlo mi appoggia un seno alla spalla. Sento l’odore pulito dei suoi capelli e quello forte del deodorante — del suo corpo giovane. Giacomo se ne accorge e mi strizza l’occhio. La trattiene con una scusa e le chiede se è tanto che si allena, e come si chiama il suo cavallo.
«È una cavalla,» fa lei. «Si chiama Jenny.»
«È giovane?»
«Sei anni.»
«E tu?»
La invita a sedersi, lei dice che non può.
Io mi concentro sulla testa di cervo e li lascio fare. Certe cose mi mandano in bestia. Per Giacomo è sempre una sfida, ogni cosa. Non gli va giù che vinca io — e anche se a me ci tiene, e vuole vedermi felice, se non ha la meglio non è contento. È una cosa sua, che si porta dietro fin da ragazzo. Io non c’entro.
Mi chiedo come fa. È così sciolto, naturale. Nella sua voce non c’è sforzo. Quando parla è tutto fuori di sé, sicuro, forte, ha la grinta negli occhi e la mano ferma. Io no, non ci riesco. Io sono dentro, chiuso nelle mie paure, nelle mie incertezze — e quando guardo la ragazza non vedo lei, ma solo i miei difetti.
Sara mi chiede se ho pensato a un secondo. Le faccio ripetere perché ero distratto. Lei ripete e sorride e mi manda in confusione.
«No, grazie. Sono a posto così.»
«Allora buon appetito.»
La guardo andar via e mi si sgonfia il petto. Per un attimo la immagino nuda e sudata nel caldo d’agosto — risvegliarmi accanto a lei nelle lenzuola che sanno di bucato, e nell’odore di fieno e melga che viene su dal cortile, nel silenzio dei campi.
Quando Giacomo torna a Lodi, è come una scossa. Come accendere la luce e vedersi allo specchio, studiarsi bene, stropicciare gli occhi appannati dal sonno. Mi viene voglia di lottare, vincere — almeno una volta — la sfida che mi lancerà.
Si fa tardi ed è ora di andare. Facciamo a gara per chi paga — questa volta insisto e ce la metto tutta, ma la Platinum la spunta ancora.
Lo lascio andare al bancone e vado un attimo in bagno. Quando torno, lui e Sara sono alla cassa — Pino è al tavolo con i vecchi. Lei gli passa lo scontrino e si sporge in avanti, si stringe nelle spalle e sorride. Poi prende una penna e scarabocchia su un foglietto. Gli passa anche quello e lo saluta. Saluta anche me, da lontano.
Giacomo ringrazia e si gira, mi fa l’occhiolino, mi dice che facciamo, andiamo?
Lo seguo in cortile e saliamo in macchina. Saluta la capra e avvia il motore. Partiamo, sollevando un polverone.
«Hai visto che si mangia bene?» mi fa, soddisfatto.
«Vero,» rispondo. «Tornerò in inverno.»


Lodi, 8-9 agosto 2012


6 commenti:

  1. Tu Matteo parli la mia lingua e narri delle mie terre. Mi smuovi dentro qualcosa che credevo sepolto... riaccendi quella fiammella di nostalgia che pensavo spenta... e non smetterei mai di leggerti.

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  2. Eh beh, Matteo: ho sentito il profumo di scrittore vero.
    Complimenti!

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  3. Complimenti anche da parte mia. I profumi della tua terra si sono sparsi nell'aria e mi hanno condotta fino ai protagonisti... e mi sono incantata ad osservarli. Così precisa la descrizione dei caratteri che quasi mi pareva di vederne i gesti.
    Serenella

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  4. Beh, che dire, una pagina d'autore. Sai usare la penna e quello che racconti lo colori e lo plasmi a tuo piacere senza fronzoli nè forzature. Non perdi tempo e questo è il pregio di uno scrittore. Arrivi al punto descrivendo l'attorno che serve, senza dilungarti in sguardi che dicono poco sul web. Insomma una prosa che ondeggia tra dialoghi stretti e piccole emozioni. Compresa la tristezza del protagonista.
    Un caro saluto, Sergio.

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  5. Il quarto racconto che leggo oggi, prose diverse fra loro, ma prose scritte da imponenti penne.
    Si legge un attaccamento alla propria terra, un rievocare la bellezza del semplice e la grandezza delle persone. Profuma di vita il tuo bel racconto e la vita è storia.

    Benvenuto nella casa di Frame. Io sono Lucia

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  6. L'inizio, secondo me, arranca un po', stenta a prendere il volo. Quando poi lo fa, nella scena del ristorante, ti dici che basterebbe quella da sola a reggere l'intero racconto, le dinamiche amichevoli tra il protagonista e Giacomo, i dialoghi che vanno spediti, i gesti che delineano emozioni, intenti, sottintesi: un teatro! La fine giunge inattesa e poco preparata. Bella scrittura a fuoco d'artificio, si può dire? Va bé, io lo dico. StefaniaT

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