giovedì 16 agosto 2012

La stanza di Alberto


Una domenica da buttare

                          di
       Alberto jelmini

Domenica senza gusto,
se passata alla kermesse in città bassa:
poche coppie a ballare un lento
trascinate da fisarmoniche stanche,
illuminate da riverberi grigi delle pozze
vicino alle tende un poco sollevate.
Nel vuoto, le risa
delle famigliole con bambini,
interrotta la passeggiata domenicale,
contrastavano la malinconia
delle donne allacciate
a danzatori taciturni,
sospinte pigramente in lenti cerchi.
Qualcosa parve attivarsi
all’attacco del tango,
suonato senza passione,
ma capace a un tratto,
nel ruotare di una coppia isolata
di bloccarmi in una morsa il cuore:
la ragazzina trovata ogni mattino
davanti al negozio di fiori
intenta a pulire con cura l’entrata
si lasciava trascinare da un uomo attempato
che l’abbracciava premendole il seno.
Nessun gesto, nessuna parola,
mentre i suoi occhi azzurri
vagavano sopra le teste degli astanti,
stanchi, senza la luce
riflessa dal sole del mattino.
Raggiunte le amiche
confidò qualcosa alla vicina
che rapida guardò dalla mia parte
gettandomi in tormentoso dubbio:
invitarla, o assecondare la paura
di non saperle dire una parola,
la lingua bloccata da strana angoscia.
Così restai seduto per traverso
sulla panchina ruvida umidiccia
ruminando l’eterno avvilimento
di una domenica senza gusto.


“le poesie di Alberto Jelmini di distinguono per la loro eleganza  (si illuminano di impercettibili riflessi/segreti messaggeri d’azzurro, da: Sirena) e sobrietà, anche quando tratta argomenti legati alla sfera sentimentale (sarai la mia ape regina/che mi trascina oltre la cima/le soldanelle ritte sullo stelo, da: L’Ape Regina). Quel soppesare ogni parola come fosse l’ultima e la più definitiva ti porta al convincimento che non potevano essercene altre (“e allora, come la mettiamo con la frammentazione? “ Esorta nella bella poesia dedicata a Fabio Pusterla). Soffia il venticello dei grandi poeti del ‘900 e impercettibilmente impasta la sua poetica, che però risulta personale, attuale e moderna. Difatti la poesia di Alberto Jelmini prende la sua precisa strada, e la incontri dietro gli angoli, quelli meno affollati, dove ti riconcilia con ogni cosa viva, vera e odorosa (come nell’espressiva “Viaggio sul bus” oppure in “Roma”). Lirica di alto livello, nitida, brillante, mai ripiegata su se stessa, ma generosa verso il mondo che viene osservato con umana partecipazione, piena di gentilezza e delicatezza. Tra le tante qualità ritrovabili nella poetica di questo autore sicuramente la più insostituibile e preziosa: l’autenticità. Un vero piacere alla lettura, dunque. “




Sul car dal fègn

Un gran trüss
cu fa dundè scè e lè tütt u car
um fa capì che l tratór
l’à ciapó sü pa la strèda du bosc’,
tütt drizz in un valunét
pien det böcc
cu pèr fècc fò da la büza.

Nüi düi, sprafundé in u fégn,
par mía véss sbauzé fò
i sém taché vügn a l’áutra
bégn cuntént da sentíss arénta,
cui béi cavì lóngh
a fam ascru in i öcc;
ma na man scapèda vía sul murasín
l’è sübat méssa a pòst
cun cri e ghignèt
cu sentìva enc’a l ziu.
E alóra u paréva cu faséss a pòsta
a dèi sótt gass
e nüi düi a balè da n cò a l’autru
che par truvè l’equilibriu
e mía finì sótt i ròt
i évum da stréisgiass sü bégn bégn;
ma ruduló sóra da léi,
cun tücc i fòrz
la catava da dastacass,
quand che un böcc piónda gröss di áutri
um mandava a gamba a l’aria,
da manéra da fam vidé,
propi gnö d nanzü di öcc,
su dó bèi gamb tütt biénc’
la sòca crudè sgiü fign ai fiénc’.
E alóra i évan cri da sparzè i urécc
e un ghignè sul cöl, süfucó dal fégn.
L’éva davantèda, par finì
na dópia guèra:
par mía crudè sgiù dal car
e par sbrassas sü cun la scüsa da tacass.
Léi la gudéva tüta a fam ni matt,
a scapam vía mé l’argént viuv
e pö, da cólpu, a tiram na gamba
faséndo finta da bütam sgiù,
intánt che l parfüm du fégn
uss masc’ava int
cun la lavanda di sö cavì.

Pö, da cólpu,
u tratór l’à ralantó,
e l car u scuréva via lingér
sénza na scòssa,
tant da rasciuín finalmént
a stréisgiala scè,
ma pròpi in chél mumént,
dòpu un ültim stratón,
u rastava tütt blocó..
Senza ch’iss nacursgéssum
i sévum ruvé in la córt
décurèda cui sfilz det tabách
infiré l dì prima,
saté sgiü vügn arénta a l’autra,
ma cun in facia la zia
ch la m lassava mía un átim,
parché, föia dòpu föia,
cèrti ögèt e la finta da carpinass
i lassavan capì
andó che la gügia la s’infirava.
Dal car un bòtt férmu
i sém sguaré sgiü vügn dòpu l’autra
e da bráu cusín i l’ò iütèda
a tuchè tèra,
piéna d biám e cu la sòca strapèda.
Intant u ziu u ghignava sótt,
ma faséndo finta da véss séri:
“Vét a scéna adéss” um diséva,
“chi n’ét bé fècc asbach sul car”!




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Sul carro del fieno

Un gran colpo
che fa oscillare tutto il carro
ci fa capire che il trattore
ha preso la strada del bosco,
su, tutto diritto, per un valloncello
che sembra procurato dalla buzza.
Noi due, sprofondati nel fieno,
per non essere sbalzati fuori
ci siamo afferrati l’uno all’altra,
ben contenti di sentirci vicini,
coi bei capelli lunghi
a solleticarmi gli occhi;
ma una mano allungata sul morbidino
è subito rimessa al suo posto
con grida e risate
che sentiva anche lo zio.
E allora pareva che facesse apposta
a darci sotto col gas,
e noi due a ballare da un canto all’altro,
al punto che per trovare l’equilibrio
e non finire sotto le ruote
dovevamo stringerci ben bene;
ma rotolatole addosso,
con tutte le sue forze
cercava di staccarsi,
quando una buca più grossa delle altre
ci mandava a gambe all’aria,
in modo di lasciarmi intravedere
proprio davanti agli occhi,
su due belle gambe tutte bianche,
la gonna ricaderle fin sui fianchi.
In quel momento erano strilli da forare i timpani,
e un ridere sul collo, soffocato dal fieno.
Era diventata, per finire,
una doppia guerra:
per non cadere dal carro
e per abbracciarci con la scusa di attaccarci.
Lei godeva tutta a farmi impazzire,
a sfuggirmi via come l’argento vivo,
e poi, di colpo, a tirarmi una gamba
facendo finta di buttarmi giù,
mentre il profumo del fieno
si mescolava
con la lavanda dei suoi capelli.

Ma poi il trattore
ha rallentato,
e il carro scorreva leggero
senza una scossa,
tanto da riuscire finalmente a stringerla a me,
ma proprio in quel momento,
dopo un ultimo strattone,
tutto restava bloccato...
Senza che ce ne fossimo accorti
eravamo arrivato nella corte
decorata con le filze di tabacco
infilate il giorno prima,
seduti ben vicino,
ma con in faccia la zia
che non ci lasciava un attimo,
perché, foglia dopo foglia,
certe occhiate e la finta di litigare
lasciavano capire
dove l’ago si infilava.
Dal carro finalmente fermo
siamo scivolati giù uno dopo l’altra
e da bravo cugino l’ho aiutata
a toccar terra,
piena di fieno e con la gonna strappata.
Intanto lo zio sogghignava,
ma facendo finta di esser serio:
“Andate a cena, ora” - ci diceva -
“che ne avete fatte abbastanza sul carro!”

10 commenti:

  1. Una bella poesia sul filo dei ricordi. Mi hai fatto venire alla mente il film "Novecento" di Bernardo Bertolucci.
    Sensazioni intense, un misto di pulsioni giovanili e di ingenua sfrenata allegria esaltate dalle bucoliche visioni e dai profumi nell'aria aperta di campagna; sensazioni difficilmente ritrovabili ai nostri giorni.
    Serenella

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    1. Grazie per le tue parole e, in modo misterioso, per quell'accenno al film "Novecento", che ho amato tantissimo e al suo autore Bertolucci (Bernardo); sottolineo Bernardo, perché una sera, a cena in Piazza Grande a Locarno, un amico, professore universitario, parlando della mia poesia, fece il nome del padre, Attilio Bertolucci.
      Lontana da me ogni idea di confronti: mi ha colpito questo "avvicinamento" e penso che devi essere molto preparata e soprattutto molto sensibile alla poesia. Di nuovo grazie, Alberto

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  2. Se ci incontrassimo per strada, maestro, potremmo parlare nel nostro linguaggio nativo e ci capiremmo senza grandi difficoltà. Non conosco la situazione in Ticino, ma non credo sia molto diversa da tutte le altre parti d’Italia, dove basta spostarsi di qualche chilometro per sentire un'altra parlata. Le difficoltà di scrivere in dialetto sono note soltanto a coloro che si sono cimentati, anche una volta soltanto, a comporre versi in una lingua che non ha regole riconosciute da tutti, dove solo l’articolo “il” pone problemi, perché a Milano diventa “el” in altre parti è “al” e dalle tue si dice “ul”.
    Senza contare le difficoltà nell’uso dei dittonghi, le dieresi, e tradurre in segni suoni gutturali e quelli aspirati… insòma l’è un bel mistè.
    Noto che hai superato anche il classico sonetto tanto caro ai romani e hai lasciato ad altri (Franco Loi, tanto per fare un esempio) i legacci dell’endecasillabo rigoroso.
    Il tuo è un discorrere lieve e dolce che mi riporta alla “pastogia” di antica memoria. Con assonanze che rendono piacevole la lettura. Me la sono gustata per bene anche nella traduzione in italiano, indispensabile secondo me e superflua per altri che capisen nagòt. Sono contento di averti come ospite. E fa minga cumplimènt!

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    1. Con Patty come amica ti puoi trovare d'un tratto, senza che te l'aspetti, in una strana stanza, dove ti trovi un paio di tue poesie e dei commenti lusinghieri ma sinceri, in perfetta sintonia col mio sentire. È un luogo gradevole, dove si respira aria pulita, e soprattutto il vero interesse e la vera passione per la poesia. Ci tornerò volentieri!
      Intanto grazie per avermi ospitato, Alberto

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  3. Amo i dialetti, ho cercato(te lo giuro) di leggerla nel tuo dialetto ma non sono stata capace.Sono riuscita a gustarla in lingua italiana, si a gustarla come un frutto maturo e riuscire a percepire le sensazioni e gli odori che hanno trasmesso i tuoi versi.
    Benvenuto nel condominio del Signor. Frame

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    1. Sono contento di trovarmi in questo condominio. Quanto al dialetto ho notato una cosa strana: d'accordo, è difficilissimo, ma quando leggo mie poesie dialettali, anche in luoghi che hanno una parlata diversissima, ho l'impressione di essere capito. Una sera, dopo una lettura, un amico siciliano mi disse: non ho capito niente, ma ti seguivo come se ascoltassi della musica Non so se meritato, ma che bel complimento per un "poeta"! Mi permetto di suggerirti una cosa: se inserisci in Google "Alberto Jelmini" dovresti trovare il link in cui leggo la poesia (Cul jip). Sarei curioso di sapere "che effetto ti fa". Intanto grazie per le tue parole, Alberto

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  4. Questa stupenda poesia ha anche un tragico epilogo purtroppo, poiché la bella cugina di Alberto morirà pochi anni dopo appena ventenne per un tumore. Il poeta vero che resiste alla tentazione della pornografica esposizione dei sentimenti. Complimenti.

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  5. scusate, sempre io: Patti

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  6. Hai ragione, ma se scorro le mie poesie, ne trovo almeno cinque o sei che parlano di lei; anche se non mi è mai successo di farlo in modo "voluto": è un ricordo che resiste... (posso dirlo?) dopo più di cinquant'anni.
    Intanto grazie per avermi introdotto in questa bella stanza, Alberto

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  7. Alberto,felice di leggerti...andrò su google per sentirti.Ciao

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