venerdì 17 agosto 2012

La stanza di Matteo

AL MERCATO

                  di
Matteo Vajani


Era un sabato mattina.
Uscendo di casa, quel giorno, sapevo che qualcosa sarebbe successo.
Non era per qualcosa che avevo sentito, o letto, o visto; non era nemmeno una sensazione. Era piuttosto una certezza, una consapevolezza di tragedia imminente — quell’emozione che si dilata nel petto come le ombre delle stoppie nel campo cupreo e riarso di fine estate, sotto il sole che si inchina davanti a una nube temporalesca.

Vestito di tutto punto — come per un’occasione speciale —, chiusi a chiave il portone e mi incamminai sul vialetto di porfido. Il gracchio di una gazza, da un ramo del larice antistante la veranda, giungeva forte e squillante come il lamento disperato di una donna. Il cielo era duro e vicino, basso sui tetti delle case; l’aria tiepida, leggera come il canto di Gloria, la vicina — già alle prese con le prove del suo spettacolo. Il profumo dell’erba fluttuava sulle note della melodia e saturava i polmoni. La natura parlava di nuovo e fresco e rinasceva dalle ceneri colme di ricordi sopiti della stagione morta.
Le campane della chiesa rintoccarono nove volte prima che mi decidessi a imboccare il cancellino e allontanarmi lungo la via costeggiata dai tigli, diretto verso il centro della città.
Passi svelti, ritmati, meccanici, che mi condussero in un labirinto di pensieri ed emozioni contrastanti. La vergogna per ciò che stavo facendo, per la mia debolezza inconfessabile, mi colorava le guance di vermiglio. Venni inghiottito dalle strade e mi smarrii nel fiume di gente e palazzi e voci e manifesti che mi sfrecciavano accanto, con il petto gonfio d’angoscia e le gambe molli, il fiato strozzato dalla tensione.
Arrivai in piazza e la trovai gremita. Era giorno di mercato e un esercito di venditori e consumatori affollava l’accampamento e lo animava come alla vigilia di un attacco. Dalla rosticceria ambulante si levavano fiammate e nuvole di fumo denso, in un inferno di imprecazioni e grasso gocciolante. L’odore della carne bruciata si mescolava a quello umido dell’acciottolato appena sveglio, disseminato di ciuffetti d’erba e mozziconi di sigaretta.
Un gruppo compatto di vegliarde era assembrato davanti al banco del fruttivendolo. Sgomitavano e cincischiavano, piccole e ricurve e infagottate come in pieno inverno, senza guardare più in là della propria permanente.
Allungai il collo sopra le loro teste e, come ogni sabato, la cercai. Il mio conforto, il mio dolce rimpianto — la chioma dorata che mi privava del sonno e dell’appetito, le labbra carnose che hanno il colore del peccato.
Era un appuntamento, il nostro, che non esigeva parole. Un accordo tacito, una promessa nell’aria. Un incontro fugace di solitudini che mi restituiva il respiro — un sorso di gioia irrinunciabile. Due mesi, tre mesi, una vita intera… Da quanto la conoscevo? Da mai. Non era che una pallida visione nella nebbia della monotonia. Una necessità, ormai — un segreto, tra noi due soltanto.
Tra bancarelle e casse — nel verde tinto di rosso, giallo e viola delle ceste di verdura —, tra le tende cerate chiazzate di sporco, nel silenzio assordante dei miei pensieri, bramavo il suo volto, il suo sguardo, la luce vivace dei suoi occhi.
Sono qui, dove sei? Perché ti nascondi?
Era tutto sbagliato. Non dovevo. Eppure continuai a cercarla, disperato, addentrandomi sempre più nel deserto di umanità indifferente, nei refrain storpiati da accenti stranieri.
Mentre la febbre dell’attesa mi rodeva dall’interno — e io lottavo contro me stesso per trattenermi, nella vana speranza di rivederla —, sentii che qualcosa in me stava morendo… poco a poco… nella follia della solitudine… nel terrore dell’abbandono.
Come ti chiami?
Qual era il suo nome? Se l’avessi saputo, l’avrei gridato a squarciagola!
Rincorsi gli anfratti e le persone, facendomi strada fra le spalle dure come pilastri; mi aggrappai ai visi muti, alle frasi a metà, e infine mi arresi.
Non potevo rimanere.
Troppo tardi, l’avevo persa. Lei non c’era. Non era venuta.
Mi districai dall’ingorgo come da un rovo irto di spine — lacerato e fiaccato — e ritornai sui miei passi con il capo chino, rasente l’asfalto.
Camminai, camminai fino a quando i piedi si fecero pesanti e li sentii affondare, incatenati, nel limo scuro dei doveri — della morale che non riconoscevo più. Ero giovane, non avevo ancora compiuto trent’anni. Come poteva la vita essere già così distante?
Fiancheggiai i giardini inondati di primavera e lasciai il cuore a pascolare sulle aiuole fiorite.
Poi, a un tratto, la vidi.
Era lei — il mio sogno, la mia visione, la mia promessa.
Sorrideva, adagiata sul manto d’erba, nel tepore della luce croccante. Con una mano accarezzava le pagine di un libro aperto, con l’altra i capelli di un ragazzo. Lui le cingeva i fianchi con un braccio e naso contro naso apparivano un tutt’uno, un’ombra lontana, un miraggio di felicità negata.
E io, fuori, li osservavo come dalla teca di un acquario, inerme, sospinto lontano dallo stesso vento che lambiva loro con dolcezza — ma con me non era altrettanto clemente.
«Don Luigi?»
Trasalii e mi voltai di soprassalto. La signora Bertoldi — il volto tracciato da una pista di rughe — mi guardava allibita.
«Cosa ci fa qui?» domandò, aggrottando le sopracciglia. «È in vacanza?»
Ancora indifeso, colto alla sprovvista, tentai di farfugliare una scusa — sebbene a lei non ne dovessi alcuna. Alzai lo sguardo al campanile — austero sopra il cotto dei tetti, stagliato nel cielo terso — e mi accorsi che aveva ragione — erano quasi le undici e facevo tardi per la messa.
«Andiamo,» dissi, rassegnato, sorridendole con imbarazzo.
La presi sottobraccio e mi incamminai con lei verso la chiesa.


Lodi, 11 marzo 2012

10 commenti:

  1. Ciao Matteo
    questa l'avevo letta ed è fra quelle tue che preferisco.
    senti, però, a quel Don Luigi io direi:la vita è un brivido che vola via - come dice il grande Vasco Rossi!
    a presto

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  2. Perbacco, volevo essere il primo a commentarti... invece arrivo due.
    Questo racconto è nello stile tuo classico. Non ti sei risparmiato come nel precedente e hai dato corda al tuo estro, dimostrando una sensibiltà e una padronanza della lingua notevoli. La dimostrazione che l'età a volte non centra, è una questione di "comprendonio", lo dico sempre io.
    Ciao

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  3. Dai commenti fatti presumo una mano giovane.
    Io sono dell'idea che con questo dono uno nasce, poi si raffinano le armi!
    Piacevole. Racconto o novella?
    Ciao
    Piperita patty

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  4. Ciao Matteo :-)
    il pregio di questo racconto, secondo me, è quello di riuscire a mantenere fino in fondo la suspance e di non far capire prima delle battute finali che i desideri (proibiti) siano quelli di un prete.
    La scrittura è senza sbavature, pulita e ricca di pennellate ad hoc per descrivere personaggi e scene, suoni e profumi.
    Sei molto abile con le parole:-)
    Complimenti di nuovo!

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  5. Questo racconto è senz'altro una conferma delle tue capacità di scrittore.
    Il senso del mistero, del perché una semplice andata al mercato possa estrinsecarsi in una tragedia, avvince fin dall'inizio, lasciandoti in attesa dell'epilogo. E che epilogo! Fantastico nella sua semplicità.
    Bravo.
    Serenella

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  6. Eccomi Matteo, eccomi nel tuo racconto.
    Che dire, è davvero un piacere leggerti, hai uno stile così scorrevole, pulito e semplice.Il modo di approcciare le situazioni e farle girare all'interno della gradevolissima scrittura, tanto che ne gode l'occhio e la mente.E che dire dell'epilogo,(chi legge non sa fino alla fine della lettura), lascia chi legge con la bocca aperta.
    Bravo veramente.

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  7. Uno sguardo pieno, vorace, la capacità di osservare e di descrivere le cose, i colori, le persone, propria di chi scrive. Certo, poi ci vuole estro nel raccontare, non basta il ricordo della visione. E qui l'estro non manca, anzi, è la forza che riesce a coinvolgere il lettore e come se non bastasse, c'è pure la sorpresa, bella e inaspettata. Complimenti.
    Un saluto, Sergio.

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  8. Ops.. il commento sopra a Sergio e il mio
    Lucia

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  9. Ciao Matteo,

    il tuo racconto è delicato e ben scritto, dall'inizio solletica la curiosità di sapere cosa farà il tuo protagonista, mentre leggevo, pensavo a diverse ipotesi, ma poi ad un tratto, davvero a sorpresa, ecco la risposta!!!
    Non avevo certo pensato a 'chi' potesse essere ma solo a 'cosa' potesse fare; e qui, tu hai saputo giocare con intelligente fantasia la carta migliore della tua partita.

    Complimenti, il tuo testo scorre fluido e senza dispersione alcuna.

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  10. Ciao Matteo.

    Di questo racconto ho molto apprezzato le descrizioni e l'atmosfera: sembrava di esserci al mercato! E l'ansia del protagonista diventa anche quella del lettore che brama di arrivare alla fine per capire cosa succederà... Colpo di scena finale: il solito prete. Dico solito, perché quella del prete è un'idea già ampiamente sfruttata, ma tu sei stato bravo a creare suspance e a non far capire fino alla fine chi fosse il protagonista.

    Dunque, promosso a pieni voti.

    Daniela

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