venerdì 17 agosto 2012

La stanza di Roberto


RUM e PERA

             di
   Roberto Miano


Il Betulla ha quaranta anni e qualche forse di troppo. Vive solo da un relativo sempre, che in certi posti la relatività è assoluta, e al paese gli vogliono bene tutti, anche se tutti, più o meno, non per più di dieci minuti. Questione di ritmi, mica di scelta. A lui basta, ha una ventina di amici, quelli con la a di “a volte”, dieci minuti per ognuno gli garantiscono - ammesso cioè che li incontri tutti senza intersezioni multiple - un tempo di amicizia dialetticamente utile di circa duecento minuti che, fatte le dovute scremature (perché al bar ci sono sempre due e tre amici che si annodano insieme intorno al tuo attimo), gli garantisce ogni giorno un budget di circa centoquaranta minuti di “allegriamichevole”, quella con la a di “arrivederci”. A voler essere prudenti si tratta di due ore con tanto di supplementari, che se le spalmi su un giorno qualsiasi, come su una fetta di pane, ci arrivi sazio a fine giornata.
Il Betulla in realtà si chiama Bruno, ma quel nome lo ha messo da parte che era piccolo. Ha tenuto l’iniziale perché sul braccialetto d’oro che gli ha dato la mamma c’è scritto “al mio piccolo B. da M.” La mamma di Betulla é venuta a mancare non proprio improvvisamente. Ha iniziato a spegnersi semplicemente cliccando via progressivamente e pazientemente pezzettini di cervello.

La donna ogni giorno perdeva un pezzo, come se il suo puzzle Dio lo facesse al contrario. Per questo aveva deciso per tempo di lasciare un ricordo al suo piccolo Bruno. Aveva scelto un braccialetto di oro con una piastrina, di quelle che ci scrivi sopra. La mattina che andò per comprare il braccialetto, quando l’orefice con l’occhio monocolato le aveva chiesto “che ci devo scrivere?” lei rispose con entusiasmo, ma si accorse un attimo prima di dire che aveva perso molte lettere di quello che avrebbe voluto dire. Se lo era ripetuto ma aveva fatto l’errore di non scriverselo. Si ricordava la lettera Bi. Con amore al mio piccolo Bi, col punto. Mentre lei era qualcosa che suonava con la Emme. Decise quindi per emme maiuscola col punto. L’orefice la aveva fissata per qualche attimo, con l’occhio dilatato dalla lente del monocolo, poi, alzate le spalle, incise la frase che la donna gli aveva ripetuto. Sarebbe morta tempo dopo, qualche giorno di troppo dopo, perché poco prima di smettere di respirare guardò la mano del piccolo Betulla che stringeva la sua e gli fece questa domanda

“C’è un motivo per cui tu ragazzino mi stai tenendo la mano, tua madre sa che sei qui?”

Il piccolo sapeva bene che qualche altra lucciola si era spenta dentro la testa di sua madre, l’unica cosa che riuscì a dirle fu

“Be tu là… starai meglio!”

Lei sorrise. Poi chiuse gli occhi e non li riaprì più.
Il piccolo Bruno non pianse, semplicemente recitò un rosario monotono di “Be tu là starai meglio”. Quando la zia entrò nella stanza e si rese conto di cosa fosse successo, fece molta fatica a portarlo via, il piccolo non ne voleva sapere di lasciare la mano della mamma. Ripeteva quella cantilena, ossessivo, con respiri strani. Sembrava come se una lucciola fuggita da un pensiero dedicato della madre fosse entrata nella sua testa e avesse deciso di mettere in stallo qualche suo processo razionale. Da quel giorno non fu più lo stesso. Crebbe con la zia che però poi morì anche lei. Lui la salutò con un “Be tu là troverai la mamma, salutamela!”.
La scuola in qualche modo ebbe passione di lui che contraccambiò, il giovane stava alla poesia come l’introspezione alla gastroscopia, “ma…” diceva la maestra di italiano “ci sta…”. Bruno era poetico a modo suo, lo era per come pensava e per come vedeva le cose, unico problema è che ripeteva ossessivamente ed inesorabilmente quella frase, qualunque fosse il discorso in oggetto. Un incipit per ogni cosa dovesse dire.

“Be’ tu là…”

Un loop dal quale si distaccava con logica dialettica per andare a completare il senso del suo dire. Salvo poi iniziarlo come sempre. Dopo ogni punto.

Una volta cresciuto trovò lavoro come postino, consegnava le lettere a piedi. Quando suonava o bussava, a chi gli chiedesse “chi è?” lui rispondeva “Be’ tu là c’hai posta qua!”

Vogliono tutti bene a Bruno, ma è impossibile chiamarlo Bruno, questo perché quel nome è morto con la mamma e lui non vuole che nessuno lo chiami, non più, così.

Un giorno, Guccio il barista, dopo aver ascoltato l’ennesimo domino di incipit dialettici, rivolgendosi agli altri che nel locale avevano esaurito i dieci minuti da dedicare a Bruno, alzò il bicchiere e brindò all’amico con queste parole:
“Ma io il Be-tu-l-la qui lo voglio bene e lui è e sarà (tu sei e sarai) sempre mio ospite!”
Bruno sorrise, il Guccio lo aveva battezzato con alito e Gin. Allora guardò l’amico dietro il bancone e con un sorriso nuovo gli disse “Be’ tu là dammi un succo” .

Il Guccio gli preparò quello che poi sarebbe stato “un succo di Betulla”.

Quando Bruno lo beve, ogni volta, recita una smorfia che nessuno si ricorda di avergli mai visto in faccia, ogni volta una diversa. Poi dice “un altro” e Guccio sorridendo glie lo prepara. Lui lo manda giù, leccandosi i baffi, posando rumorosamente il bicchiere (sette once) di vetro sul bancone di legno. Allora gira intorno al bancone, ogni volta, si avvicina a Guccio e dopo averlo abbracciato gli dice nell’orecchio, perché gli altri non sentano

“Be’ tu là mi hai fatto sorridere la lingua”.

Guccio brinda all’amico con un gin tonic, come da sempre. Sette bello, così chiamato per la sua collezione inutilizzata di preservativi, più annoiato che interessato gli chiede, ogni volta.

“Si può sapere cosa cazzo ci metti in quel bicchiere?”
“Succo di betulla!”
“E cioè?”
“E cioè fatti i cazzi tuoi, tu mi hai mai detto perché hai una simile collezione inutilizzata di preservativi?”
“Perché sono un latin lover…”
“No perché sei un inguaribile ottimista, oltre che un probabile segaiolo!” È la sentenza che la Gina pronuncia dalla porta, chiudendola rumorosamente.
La-Gina è una ragazzina niente male, mora, con tutte le forme giuste al posto giusto e con due labbra che se ci baci uno ci tiri su l’anima facendola venire su da dovunque si sia nascosta. Perfetta nelle proporzioni, portatrice sana di armonia e di pensieri. Considerato che l’età media femminile nel paese è intorno ai sessantacinque anni, la giovane è praticamente titolare dell’ormonopolio maschile del circondario.
In realtà è soprattutto proprietaria unica del bazar erboristeria “LA-GINA”, in sostanza da lei ci trovi di tutto, un cd di musica classica e un fiore di bach, un martello e un chiodo di garofano, un litro di candeggina e una miscela speciale di “camomilla”, un sacchetto di segatura e un sacchetto di palline di naftalina, assorbenti igienici femminili e altri cazzi vari. Puoi azzardare di chiederle un etto di nebbia campanile e lei per non dartela vinta se la inventa. Ma soprattutto lei ti vende, e se non la compri, te la regala, la sua tisana di fiori di malva. È il suo biglietto da visita, e siccome nel paese c’è armonia lei si arroga da sempre il diritto di pensare che la sua tisana abbia ormai da tempo sotto controllo l’umore di tutti.
In realtà il paese sta morendo e la Gina non ha cuore di allontanarsi da lì anche perché è consapevole che lontano dal suo quadro, lontano dai suoi fiori e dal suo bazar, lei sarebbe una Gina qualsiasi. E poi non le piace l’idea che Settebello possa avere una chance di commentare il suo addio con una formula efficace per una serie di rasponi a venire “Va Gina, anche lei!” E giù una bestemmia a salutare l’unica fanciulla cui avrebbe potuto mostrare e dimostrare la sua condomitica collezione di preservativi.

No. La Gina è una che non lascerebbe mai il paese. I suoi fiori di malva, che crescono con insolenza sulle colline lì intorno, sono un buon motivo per non cambiare aria. Certo le manca un uomo e sebbene in un bazar come il suo non è introvabile un surrogato fantasioso della virilità mascolina, a lei però manca l’odore dell’anima, quello del sudore e le parole che vibrano. E le mancano quei baci che come dice il Liga non ne avrai sprecato neanche uno. L’universo maschile del paese è, oltre che prepotentemente sbilanciato sulla seconda metà dell’età media di un individuo, desolato. Non c’é nessuno che le interessi, non per un tempo che superi i dieci minuti, quei dieci minuti che per esempio regolano le candide empatie di Bruno. Ecco, Bruno forse può considerarlo interessante, è strano. Strano però nel senso che è l’unico che la guarda fissa in faccia, mai un occhiata sul seno, mai un’ipotesi sul culo, mai un commento anche se con quell’incipitare prevedibile e bislacco. Il problema di contro è che il Betulla parla poco e lei sta cercando qualcuno che abbia voglia di dire, a lei, qualsiasi cosa, purché dedicata. Certo anche i silenzi si dedicano, ma insomma la prospettiva non sarebbe delle migliori. E di cosa parli, ammesso che ci parli, con uno strano? Tante domande nella testa, nessuna risposta e poi alla fine una domanda secca.
“Allora bella, cosa prendi?”
Il Guccio la guarda fisso, dando colpi con il pollice su un bicchierone di vetro pieno di schiuma di birra. Ma non ha fretta, la incalza con la curiosità come per sbirciare nei suoi pensieri. La Gina coltiva nei suoi silenzi campanule rosse, curve come punti interrogativi, e attende la notte quando, nei suoi sogni più complicati, si schiudono, drizzandosi come punti esclamativi. Quasi mai però le è concesso di riportare nella veglia le risposte che i suoi amici le hanno rivelato, prima di inarcarsi retoricamente su se stessi.

“Prendo un chinotto, o una spuma, fai tu.”
“Faccio io. Bicchiere?”
“No, bevo dalla bottiglia.”

Portata la bottiglia sulle labbra tutti si fermano nel bar, accade come se si riesca a sentire i commenti pensati, ed è quasi fastidioso. Guccio tira un’occhiataccia a Settebello. La Gina non ci fa più caso. Finito di bere lascia sul bancone la bottiglia vuota ed un doblone. Saluta il Guccio e si volta con espressione severa, rompendo le righe degli sguardi messi in fila sui nervi (dei suoi pensieri) che dal suo collo scendono fin dentro la canottiera nera, richiamando quindi l’attenzione di tutti, complice un improvviso morbido sorriso, sulla pur esile taglia del suo dito medio che recita un efficace e monolitico “vaffanculo liberatutti”

Gina si muove con lo scooter, un honda esseacca. Quando torna al negozio, davanti alla porta di vetro, ad attendere c’è Bruno che sta ripetendo “Be’ tu là vai e torni subito”. Conta i sassi di un suo strano giro quadrattonito e non alza la testa quando lei lo saluta

“Ciao ...”
“Be’ tu là… ciao. Ho bisogno di carta igienica, di due lumini per mamma e di caffè decaffeinato ché sono un poco nervoso.”
“Vieni entra.”
“Be’ tu là dentro ci hai un mucchio di cose. Allora entro…”
“È la prima volta che vieni al bazar. Di solito mandi qualcun altro.”
“Be’ tu là da Guccio prendi un succo di Betulla e allora poi ti viene voglia di fare due passi. Che poi per venire qua i passi sono centottantasette, mica due. Sono mica scemo. Anche se qualche lucciola dentro non mi funziona…”
“E come è questo succo di betulla? Sono un’erborista, mi interessa.”
“Be’ tu là prendi il bicchiere e lo metti sulle labbra come se dovessi baciare una donna. Poi senti il sapore granuloso come di quando mamma ti grattugia la pera, che io mi chiamavo B. puntato. Poi però senti caldo sulla lingua, un caldo dolce che strilla, come quando nella musica classica il direttore di orchestra si incazza e agita la testa e fa volare i spartiti.”
“Gli spartiti… sì vai avanti…”
“Be’ tu là vedi volare i fogli, e sono spartiti dal caso. Il caso è l’anagramma del caos. E il caso strilla. Ma il succo di Betulla poi alla fine ti fa sentire allegro. La testa se pensa di meno, pesa di meno (quanto pesa una enne?). E la mia lucciola zoppa sembra dormire. Come se non avesse più paura del suo buio, che ci ha messo una coperta sopra e sfida il buio dello sgabuzzino. E infatti ho fatto due passi ed erano invece centottantasette. E sono qui. Be’ tu là che dici posso tornare a casa da me stesso?”
“Credo di sì. Basta contare al contrario i centottantasette passi.”
“Be’ tu là ci hai il diploma di conteggio alla rovescia, io no…”
“Facciamo così: ti riaccompagno io con lo scooter. Vuoi?”
“Be’ tu là non mi fai cadere però?”
“Certo che no. Prendi le tue cose. E prendi i fiori di malva. Questa è una tisana.”
“Be’ tu là credi che una bibita ti sana la testa anche se c’hai un coro di lucciole che singhiozzano stroboscorbutiche? La mia lucciola mica c’ha sete. È incazzata e fa lo sciopero della luce a singhiozzo. Io ho provato a spaventarla. Ma lei se ne frega. Rimane spenta. E alla fine lo spavento rimane solo mio… solo che nessuno si accorge che ho paura. Ché ho la testa sui piedi. Io. La mia testa pesa di confusione (ci sono due enne, infatti).”
“La tua testa non ha niente che non va. Siamo noi in questo stupido paese che non ci fermiamo abbastanza ad aspettarti.”
“Be’ tu là ce li hai già spesi dieci minuti con me. Se vuoi torno da solo. Seguo le nuvole. Ce ne sono sempre sopra il camino di casa mia (ma anche sopra il cammino verso casa mia).”
“Sei molto saggio. Ma ho un sacco di dieci minuti da spendere. Non immagini quanti.”
“Be’ tu là ti stai dimenticando i soldi. Quanto ti devo dare?”
“Metto in conto. Poi ci pensiamo. Ora andiamo. Ah, prendi questo. È un bagno schiuma al pino, lo metti nell’acqua calda. Metti un po’ di musica. Aspetti che si faccia la schiuma e ti ci addormenti dentro, come un luppolo nella birra. La musica deve essere rock, mi raccomando. O comunque… quella che preferisci. Rockeggiare significa fare quel che si vuole fare. Ascoltare la musica rock ti illude di poter fare quello che hai sempre desiderato fare.”
“Be’ tu là sai nuotare?”
“Certo, perché me lo domandi?”
“Perché ho paura di affogare. Non ho mai fatto il bagno da solo.”
“Ti accompagno a casa. Ti cucino qualcosa mentre tu fai il bagno e controllerò che non affogherai. Poi andiamo a fare un giro con lo scooter, se ti va.”
“Be’ tu là perché fai tutto questo per me? Io sono mica tutto scemo, ma mezzo sì. Guarda che gli altri poi ci scherzano. Io lo vedo che ti guardano. Be’ tu là sul culo c’hai gli occhi di tutti. Stronzi. Be’ tu là però c’hai un bel culo. Stronzi mica tanto.”
“Quindi anche i tuoi occhi ci finiscono ogni tanto?”
“Be’ tu là sei così veloce, con le parole, con i passi. Fuggi ed io non ti sto dietro, come ai miei pensieri. Allora io miei occhi ce li ho sempre su un sogno, piuttosto.”
“Ti va di raccontarmi il sogno?”

Bruno ci pensa su, non dice nulla. Si prende una pausa, come per raccogliere idee e chissà cos’altro. Guarda in alto, come quando cerchi un ciuffo di capelli che ti solletica un sopracciglio. Poi torna con lo sguardo su la Gina. Fa un’espressione del tipo “ok!”. Ma non dice nulla, si limita a tirar fuori cose dai suoi cassetti mentali. E sembra cambiare aspetto, come se invece che tirar fuori il sogno è il sogno che sta tirando dentro lui. Ora ha il volto tirato, ma chiaro, come se anche le espressioni siano prive di inciampi. E il suo silenzio è anch’esso un dire nuovo. Quindi, dopo essersi passato la lingua sulle labbra, inizia a dire.

“Sono al paese. Siamo sullo scooter, è come il tuo, ma più grande, più potente. Io sono dietro. Ho timore, non paura, mi stringo a lei. Sento il suo cuore. Stiamo correndo verso il mare. Saluto il campanile. Lui contraccambia allargando le braccia (mancano 15 minuti alle tre).”
“Un momento. Non c’è il mare qui vicino. Siamo in collina… e poi lei chi?”
“(Il mare è dove lo metti tu.) Dopo il campanile, superato il fienile di Geppetto, sorpassata la vasca di rame del Formaggiulio, arriviamo nella fontana delle vacche. Allora lei scende dallo scooter e senza voltarsi recita delle formule magiche. Sono strane, getta dei fiori color lavanda nell’acqua della vasca, poi mi dice di chiudere gli occhi, mi massaggia le tempie. Nel cielo c’è profumo di tramonto (arancia premuta sulle impressioni acute) e nella mia testa le lucciole stanno funzionando tutte, riesco quasi a contarle e a chiamarle per nome. Tutto è così bello ed eccitante che c’ho anche il “coso” dritto. Mi succede anche a me che sarò scemo ma anche maschio. Sento il profumo di lei, è forte e…”
“E … ?”
“E quando apro gli occhi la vasca delle vacche è diventata enorme, i bordi di pietra e cemento coperti da macchie di vellutello non si vedono più, è enorme, grande, come il mare. Mi guardo i piedi, sotto c’è la sabbia, ma è verde, come erba macinata. Fa il solletico, si scivola un po’ , lei mi tiene per mano e sta cantando una canzone.”
“Che canzone?”
“Non lo so il titolo, ma fa così:

I found her on a night of fire and noise wild bells rang in a wild sky I knew from that moment on I'll love her till the day that I died (...) on and endless night, silver star spangled. Do you love me? Like I love you? (...) I found God and all His devils inside her (...) So come find me, my darling one I'm down to the grounds (...) The moon in the sky is battered and mangled And the bells from the chapel go jingle-jangle (...) Do you love me? Like I love you? *

“Ma la sai a memoria?”
“Credo, non lo so, forse!”
“Ti sei accorto che da quando mi stai raccontando del tuo sogno … parli normale? Quante volte hai fatto questo sogno?”
“Lo sogno ogni venerdì notte, da molti anni.”
“E lei chi è?”
“Be’ tu là nel sogno sei tu! Be’ tu là nel sogno sei bella! Be’ tu là nel sogno mi dici che io sono … Be’ tu la nel sogno mi fai vedere la luna e io me ne frego perché mi fermo a guardare il tatuaggio che hai sul polpastrello del tuo dito indice.”
“Il mio gufo?”
“Be’ tu là sul dito c’hai un gufo piccolo. Sì.”
“E la luna?”
“Be’ tu là ci hai scritto qualche pensiero poi mi hai fatto una domanda…”
“E tu hai risposto?”
“Be’ tu là mi hai chiesto qualcosa di importante ed io mi sveglio che ancora te la devo dire …”
”E cosa mi devi ancora dire?”
“Be’ tu là mi sentiresti rispondere, ma qua non ricordo mica. Be’ tu là in riva al mare ce lo porteresti uno come me, anche di qua?”
“Ma ti ci ho portato nel sogno?”
“Be’ tu là nel sogno sì, ma non ci stanno spiagge con l’erba macinata, non ci stanno mica qui. I sogni sono troppo difficili da spiegare alle mie lucciole quando mi sveglio. E allora … be’ tu là ce lo porteresti Bruno, qua?”
“Hai detto Bruno?”
“Be’ tu là puoi chiamarmi Bruno e mi piacerebbe lo fai anche qua. Mamma mi chiamava così. Lei ti avrebbe trovata bella.”
“Sali dai …”
“Be’ tu là mi ci porti o no un giorno al mare qua?”
“Ti ci porto ora…”
“Be tu là…”
“Bruno… ora basta! Taci. Niente più tu là, ora solo noi qua. Andiamo al mare, ora. La fontana delle vacche non è lontana ed il tramonto ci aspetterà qualche minuto. Manca un quarto d’ora alle tre, il campanile ci saluterà accogliendo a braccia aperte le nostre intenzioni. Ho dei fiori di malva ed un cavaliere timido. Passiamo però prima da Guccio, prendiamo due succhi di Betulla e poi, dopo un vaffanculo liberatutti, vediamo che succede …”
“Be’ tu là”
“Sforzati…”
“Be’ tu…”
“Ce la puoi fare…”
“be’.. sì!”
“Metti il casco e stringiti a me.”


Essere rockoraggiosi vuol dire essere quello che si desidera essere, e quindi dire quel che si intende dire. E allora tu che ascolti musica rock sei forse un illuso? O forse più semplicemente sei consapevole che quello che senti dentro ha sempre una colonna sonora onesta…


* Nick Cave - Do you love me?
http://www.youtube.com/watch?v=Mly6c54T8xo&feature=related

(a proposito, il succo di betulla è semplicissimo succo di pera col rhum)

14 commenti:

  1. ciao Roberto
    bello stile, davvero
    la prima parte mi ha emozionato, molto, spero di leggerti ancora perché è un genere non comune
    bravo

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  2. Intanto benvenuto in questo blog!
    Ho letto con interesse il tuo racconto che sicuramente si fa notare per uno stile particolare; la scrittura è incalzante, una valanga di parole...direi... che a tratti sfiora il gioco (di parole) e fa perdere la testa al lettore, così da farlo rimanere in linea col protagonista Bruno;-)
    LA-GINA mi è stata subito molto simpatica!
    La parte iniziale relativa alla madre e alla sua malattia, compresa la scena della morte, l'ho trovata (pur nella sua "folle" narrazione) molto commovente.
    Insomma, bell'esordio qui dentro! Complimenti:-)

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  3. Si, una scrittura particolare la tua, a cominciare dall'intercalare del protagonista di azzeccata origine psicologica.
    Un racconto che si deve leggere lentamente, per assaporarne appieno tutte le sfumature.
    Bello e originale.
    Serenella

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  4. Il racconto è un fiume di parole che ora scorre lento, dove il paesaggio intorno è malinconico, per poi diventare allegro, pimpante e a cascatelle di battute e trovate anche geniali, arriva alla foce. L'acqua, cioè il climax, è di un azzurro triste. Insomma il sorriso che suscita è di quelli melanconici. Ottima prova. Spero sia soltanto il primo di una lunga serie.

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  5. Urca. Mi è piaciuto molto questo racconto. La descrizione di queste mosche da bar è davvero ottima e il racconto sta in piedi che è un piacere. Ottimo stile, ottimi dialoghi.
    Ciao, Uriah.

    (oddio franco come funziona? devo firmarmi con il mio nome? basta lo pseudo? vuoi il gruppo sanguigno? Ciao!)

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    1. Va bene così Uriah come hai fatto e io non ho bisogno di altro, a Roberto dico che sei un ottima penna e che ti conosco mascherina, anzi ti ringrazio per la visita. Non mi sorprende che ti piaccia lo stile di Roberto, indovina un po' perchè?

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  6. Benvenuto Roberto.
    Non conoscevo questo tuo racconto e nel leggerlo mi sono detta:
    accidenti il mio amico Roberto scrive veramente bene. Luigi dice che sei un fiume di parole è vero, per me un vulcano in eruzione. Ma adesso non essere timido, (lo sei lo so) fatti conoscere perché sarai una bellissima sorpresa per tutti.

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  7. Ciao a tutti,
    io scrivo di angoli distrattati. Così li chiamo.
    questo testo nasce per un gioco, una mica mi ha dato degli elementi come il succo di betulla, la canzone e la ragazza e su quelli ho costruito la storia.
    Mi piace giocare con le parole, vecchio omaggio a Benni, anche se sto imparando a dosare questo entusiasmo. Le parole mi piace usarle decontestualizzandole, e soprattutto mi piace verificare che tra le righe le persone percepiscano quello che ho visto io (non è facile, che ne sa una foto di un tramonto?). Le parole sono strumenti potenti e pericolosi, si può essere armati di retorica e portare in giro molte persone come un pifferaio magico, ovviamente confido nell'intelligenza delle persone e nella mia capacità di apparire genuino... quando le due cose coincidono c'è l'accordo e le sensazioni vibrano come diapason e quindi ci si sente meno soli in questo mondo che continuiamo ad osservare...

    un saluto caro a tutti

    ps. grazie per i complimenti... davvero


    Roberto

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  8. e dagli errori nascono giochi di parole divertenti

    una mica ovviamente era ed è una amica


    rob

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  9. Un racconto e uno stile semplicemente geniali. La freddezza si scalda, il calore si stempera. In una comodissima temperatura ambiente bilanciatissima eppure perennemente sopra le righe. Ci rimarresti in panciolle a continuare a leggere per ore!
    Non so perché ma mi ricorda qualcuno...
    StefaniaT

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  10. chi ti ricorda, Stefania?

    rob

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  11. Ciao Roberto,

    il tuo racconto è carico di ironia e tenerezza, personificati nel personaggio del "Betulla", un pò 'stonato', ma solo perchè ha bisogno di qualcuno che sappia seguire il 'suo' tempo.
    Gina è un soggetto talmente limpido, spontaneo e curioso che riesce a spiccare il volo più bello della sua vita nel finale, con fantasia, incoscienza e coraggio: e spesso, sono le cose meno pensate quelle meglio riuscite.

    Mi piace molto il tuo tipo di ispirazione poetica, originale ad ogni passo; non lascia il tempo di allentare l'attenzione perchè il tuo testo richiede quasi ad ogni rigo una presenza mentale completa.

    E' stato un vero piacere leggerti, complimenti.

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  12. Azz!!!
    Stile che non ha nulla da invidiare alla migliore tradizione emiliana, densità ubriacante di introspezioni, locuzione mai scontata, dialoghi, filosofia. 'Somma un grande veh.

    E quindi...
    troppo bravo per non evidenziare quel pochissimo che non mi ha convinto personalmente- (ahah):
    - il "che" prezzemolato onnisignificante lo renderei reato penale (ahah2) che venga da cantautori o chiunque altro;
    - il protagonista non solo non è stupido come lo si dipinge, ma è addirittura geniale.... Insomma l'autore stenta a smussare la sua indubbia intelligenza prima di metterla in bocca a persone evidentemente molto più semplici...

    Massima stima e risscpetto
    (minghia)

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  13. Roberto,Perdonami,ti ho letto solo stasera. Pupi Avati-Guccini-scrittori-registi-cantanti-musica musicale.Sei ,scusami di nuovo,come il Guareschi.Ciao,a presto.

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