sabato 11 agosto 2012

Sergio Boldini - Spoglio 14 - narrativa - racconto


SPOGLIO 14
di
Sergio Boldini



Dedicato a Regina

Era arrivato la mattina presto con quella macchina d’argento che sembrava disegnata apposta per un grande personaggio. L’aveva parcheggiata sulla strada, proprio davanti al banco dei Colapietro che i due fratelli usavano nei giorni di festa per la vendita del cocomero. Lui, lo straniero, era sceso e senza guardare in faccia alcuno si era diretto al bar Nicola, all’angolo con la via Spalmato.
Non era un bell’uomo, aveva sì un portamento austero, elegante nel suo vestito di lino bianco che contrastava con il colore della pelle decisamente scura, forse abbronzata da qualche lampada di una di quelle sale dove il sole lo fabbricano a comando. Un po’ zoppicava dalla parte sinistra, quasi avesse un difetto nell’appoggiare il piede che si notava appena ma comunque si vedeva.
Dietro al bancone del bar, Nicola Scopece l’aveva visto parcheggiare e dirigersi verso il suo locale. Aveva preso lo straccio pulito che teneva infilato sotto la vecchia Pavoni da tre tazzine e che adoperava per le grandi occasioni, si era lisciato i baffi e se l’era sistemato sul braccio.
Lo straniero era entrato, si era guardato attorno, poi si era diretto dritto dritto al banco.
«Un caffè, prego.»
Aveva fissato Nicola negli occhi, si era acceso una sigaretta mericana soffiando il fumo in alto e si era espresso.
«Scusi, avrei bisogno di un’informazione.»
«Per servirla.»
«Cerco il signor Serracace… Vincenzo Serracace.»
«Vincenzo, Serra… ah, sì, lo smilzo…scusi sa ma qui in paese abbiamo tutti un soprannome e ci conosciamo così.»
«Lo smilzo… non mi hanno dato questo dettaglio.»
«Vincenzo Serracace è morto una dozzina di anni fa, il Vincenzo di cui stiamo parlando invece è il cugino. Porta lo stesso nome dello zio ma è magrissimo. L’hanno chiamato smilzo da quando è dovuto passare attraverso le sbarre del cancello del cimitero. Lo aveva chiuso dentro lo sterrino che non si era accorto della sua presenza e se n’era andato a casa chiudendo a chiave il cancello.»
«E dove lo trovo questo smilzo?»
«Abita dall’altra parte della piazza… deve prendere la via a sinistra… è una via stretta, un po’ in salita… lì tutti lo conoscono, anche i bambini.»
Fuori faceva già caldo. L’uomo s’incamminò tenendosi a ridosso dei muri per ripararsi dai raggi del sole.
La piazza era un semicerchio e i lastroni irregolari di pietra che formavano la pavimentazione erano lucidi come se qualcuno li avesse strofinati con un panno imbevuto di cera.
Oltrepassò la scalinata della chiesa e si fermò, si volse a guardare il portale, l’arco romanico e la mente corse via.


Erano da poco suonate le undici e lui, Ermanno Filicuri, anni quindici, faccia pulita, efelidi sul naso e sotto gli occhi, capelli castani tagliati corti, occhi neri e un sorriso largo che incantava, era pronto. Passò ancora una volta davanti allo specchio, si aggiustò il colletto della camicia, fece una smorfia con la bocca e uscì di casa.
La via era stretta, leggermente in discesa fino alla piazza. I vecchi stavano già seduti sulle sedie impagliate. Fissavano il vuoto. Caricavano le pipe.
I banchi della chiesa erano gremiti, come accadeva tutte le domeniche alla messa delle undici e trenta. I ragazzi stavano raggruppati davanti alle panche che aggiravano la parte posteriore dell’altare. Lui si era messo al limite estremo per poter osservare le ragazze che cercavano di mettersi in mostra occupando le prime file dei banchi, confuse tra gli scialli e gli abiti neri delle donne. A volte gli sguardi erano così intensi da provocare rossori evidenti e imbarazzanti da entrambe le parti.
Lei stava in mezzo al secondo banco, tra una signora con un grosso neo sulla guancia che s’incontrava qualche volta per la via e un’altra, ancora attraente, vestita di grigio, cappellino verde scuro con veletta sul viso a rimarcare un tocco malizioso di civetteria: la madre.
E lui, Ermanno, non aveva occhi per nessun altro, nemmeno per suo padre, alto, magro, i capelli tagliati cortissimi, la camicia sbottonata sotto la giacca di velluto. Anche d’agosto. Sua madre invece stava rannicchiata in fondo alla chiesa, sempre in ginocchio, sempre con le mani incrociate, i capelli grigi raccolti a crocchia, senza trucco, senza colore.
Guardava don Mariano celebrare la messa e annusava l’aria che sapeva d’incenso e del profumo dei fiori stretti nei vasi di metallo con il collo allungato. E quando girava la testa per guardare lei, i suoi occhi erano già nei suoi e il cuore gli batteva nel petto così forte da costringerlo ad abbassare lo sguardo e cercare distrazioni difficili da seguire.
Si chiamava Marcella ed era la figlia del colonnello venuto dal nord e dislocato al comando della caserma Masserana. Bionda, occhi azzurri, labbra sensuali. Bella che la Madonna di Roccabruna non reggeva il confronto. L’aveva vista la prima volta in piazza, parlare e ridere con la madre e entrare nella bottega di Mezzodito. Aveva aspettato che uscisse e si erano guardati. Un solo sguardo, lungo, intenso, profondo. Il cuore a battere contro, a gonfiare il petto e le vene. Un’emozione forte e calda. Da uscire pazzi. Così, in mezzo alla piazza, sotto un sole di pietra.
La sera aveva mangiato di fretta, non era neppure sceso in cortile, si era ritirato in camera sua a pensare. Non riusciva neppure a prendere sonno. Quegli occhi continuavano a martoriargli la mente.


Anche adesso la piazza si stava popolando. La gente, ancora insonnolita, camminava lenta o spedita, interessata all’architettura delle case o distratta. Insomma, una moltitudine di turisti e gente del posto che non si era mai vista. Era cambiato tutto. Anche il cielo. Meno azzurro.
Non si vedeva più il cerimonioso passeggiare della domenica mattina lungo la piazza gremita. La moglie o il marito sotto braccio, l’andatura sempre eretta e lo sguardo pronto a raccogliere il minimo cenno di saluto, da destra o da sinistra che venisse. E le ragazze a buttare gli occhi qua e là, attente a inquadrare lo sguardo giusto, a muovere i fianchi con quel fare quasi imbarazzato a cui corrispondeva una sola emozione: l’eccitazione.
Riconobbe alcune case, un balcone con la testa di un leone sulle colonne di confine, la farmacia del dottor Galluso, l’odore del mare.
Si accorse che qualcuno lo guardava con una particolare attenzione. Non voleva perdere tempo a spiegare, magari a far finta di non ricordare. Percorse di fretta l’ultimo tratto della piazza e imboccò il vicolo che saliva verso il poggio.
Una signora anziana stava sferruzzando. Era seduta sul gradino di casa, il nero come un mantello dipinto.
«Scusi, sa indicarmi la casa dello smilzo?»
L’aveva guardato con lo sguardo evanescente di una persona presa alla sprovvista.
«Salire deve… fino alla cima. La casa sta proprio sotto la rocca dei Barberini, è l’unica che ha il tetto di pietra.»
Già, la rocca dei Barberini, pensò.


Il 23 luglio era santa Brigida, la patrona del paese.
La processione partiva dalla piazza e avrebbe aggirato tutto il paese, passando per la Rocca dei Barberini e poi giù fino al mare, proprio davanti ai massi della sirena. Lui doveva portare il cero e camminare al fianco della statua alta sei metri e portata a spalle da dodici portatori.
Glielo aveva detto don Mariano all’improvviso, lasciandolo a bocca aperta per la sorpresa. Portare i ceri alla processione era di per se un compito da sballo, un onore, un’ambizione. I vecchi del paese c’erano passati tutti.
Così, preso dall’agitazione, dalla gente e dalla confusione che stava diventando insostenibile, non si era accorto della sua vicinanza.
«Come lo devo tenere questo cero per essere sicura che non si spenga?»
Lui si era girato di scatto, l’aveva guardata ed era rimasto con la bocca spalancata dallo stupore. Lei era lì, a due passi da lui. Indossava una veste bianca con una fascia gialla che le stringeva la vita e la testa coperta da un velo di organza. Santa Brigida… quant’era bella.
«Non… non c’è un modo, voglio dire… devi… devi fare attenzione, devi tenerlo perpendicolare, altrimenti la cera ti cola sulle braccia e ti potresti bruciare.»
«Posso starti vicina? Così se sbaglio… »
«No, non puoi, devi stare dalla parte opposta, con le donne. Però se ti metti alla mia altezza ti posso controllare.»
«Mi controlli solo?»
«No… certo che no.»
«E cosa fai allora, oltre a controllarmi?»
«Ma, non so… ti… ti guardo.»
«Perché, ti piaccio?»
«Sì, mi… mi piaci molto.»
«Più della mia amica Matilde?»
«Matilde… quella con i capelli lunghi che sta alla chiesetta?»
«Proprio lei, sì… dicono che… »
«Cos’è che dicono?»
«Non hai risposto… ti piaccio di più o no?»
«Sì, tu mi piaci tanto… per me le altre spariscono.»
«Allora vieni domani pomeriggio alle cinque dietro al muro del torrione.»
«Dietro al muro… alle cinque… ma… »
«Ciao, a domani.»
Il torrione era una parte di muro che confluiva in quella che una volta era stata una torre. Forse l’angolo di una fortificazione, una vedetta, il rudere di un maniero, chissà. Adesso era un semplice punto di riferimento, un pezzo di storia su una cartolina, un posto appartato per gli innamorati.
Lui, Ermanno, era arrivato un quarto d’ora in anticipo, si era seduto su una pietra che sporgeva dal muro e fissava il sentiero che spariva dietro le foglie grasse dei fichi d’india che quasi macchiavano le ultime case del paese.
Lei, Marcella, era arrivata in bicicletta. Indossava una gonna gialla con dei fiori ricamati e una camicetta verde con le maniche corte. Era bella.
«Ciao… ho poco tempo, devo andare a ripetizione di latino… è tanto che aspetti?»
«No, sono arrivato da poco.»
«Che gentile che sei.»
«Gentile… perché?»
«A dire che sei qui da poco.»
«Beh, a dire la verità… non vedevo l’ora che arrivassi.»
«E quando mi hai vista là in fondo, il cuore ti batteva forte?»
«Non forte, fortissimo!»
«Me lo dai un bacio?»
«Un… un bacio?»
«Sì, sai cosa sono?»
«Sì.»
«Ecco, me ne dai uno?»
«Sì, certo… »
«Mmmh… non sulla guancia, sulla bocca.»
«Sulla bocca?»
«Dio, quanto sei bello… vieni qui… »
Gli occhi di lei sembravano petali di fiordaliso ghiacciati.
«Non sei molto bravo, eh?»
«No… veramente, io… »
«Dai, dammene un altro.»
Durò a lungo. Persino troppo a lungo.
«Mamma mia… impari subito. Va bene, domani alla stessa ora? Avrò una sorpresa, una bella sorpresa.»
Non aveva dormito neppure un’ora. Aveva pensato tutta la notte a lei, a Marcella, a quel bacio che l’aveva ubriacato. Il suo profumo. La sua voce. Persino il sapore non riusciva a togliersi dalla bocca. E lo eccitava da morire.
Poi c’era quell’altra cosa, c’era la sorpresa. Una bella sorpresa, aveva detto. Magari un regalo, un braccialettino di cuoio, un cuoricino da portare al collo, una lettera d’amore. Qualunque cosa fosse non riusciva a pensare ad altro. Non ce la faceva proprio, neppure se si prendeva la testa tra le mani e cercava di mettere a fuoco l’ultimo goal che aveva fatto contro la terza B.
Ancora un’attesa seduto sulla stessa pietra, l’emozione ad arrossargli le guance e quel modo di fare che stupisce e stordisce.
Il gioco di un cielo senza nuvole che si perde nei suoi occhi.
«Mi piace baciarti.»
«Sì, anche a me… io… »
«Io?»
«Niente… una cosa che non… »
«Cos’è che vuoi dirmi?»
«Ti ho… ti ho pensata tutta la notte e ho ancora il tuo sapore in bocca. Non mi era mai successo di pensare così intensamente qualcuno.»
«Non montarti la testa ma a me succede la stessa cosa.»
«Mi piacerebbe vederti di più.»
«Baciami ancora… ancora, ancora.»
All’improvviso lei si era staccata, aveva preso la bicicletta, si era seduta sul sellino, l’aveva guardato e poi sorriso.
«Ah, la sorpresa. Ti… ti piacerebbe vedermi nuda?»
«Scusa… non ho capito.»
«Non fare il cretino, hai capito benissimo.»
«Vuoi dire… nuda… nuda?»
«Ho detto proprio così. Allora, ti piacerebbe?»
«Che domanda, certo che mi piacerebbe… può darsi che… Dio, tu mi fai impazzire.»
«Domenica, verso le tre. Andiamo al mare. Abbiamo l’ultima cabina, la numero 14. Ha un buco che ci passa un dito. Fatti trovare dietro quel buco.»
«Tutte le cabine sono bucate ma i buchi vengono tappati dall’interno con un asciugamano appeso, un indumento, qualunque cosa che impedisca la visuale.»
«Le ragazze lo sanno, anche le signore. Non siamo stupide e qualcuna, anzi, parecchie, l’asciugamano lo tolgono apposta o non lo appendono proprio. Comunque tu fatti trovare lì. Ah, dimenticavo, dovrai pagare pegno naturalmente.»
«Cosa significa?»
«Che dovrai fare qualcosa per me.»
«E cosa vuoi che faccia?»
«Lo saprai al momento giusto.»


La strada saliva di brutto. L’ultimo pezzo bisognava farlo con la schiena piegata. Poi iniziava lentamente a scendere.
La casa a un piano con il tetto di pietra era a una cinquantina di metri, sulla destra, appoggiata a una costruzione che aveva l’aria di essere stata la palazzina di una famiglia di nobili.
Due colpi sul battente impolverato. Di lato la persiana di una finestra si aprì a metà. Il suono della voce pareva lontano, il tono era rauco.
«Chi cerca?»
«Buongiorno, cerco Vincenzo Serracace… mi hanno detto che abita qui.»
«Sì, sono io.»
«Avrei bisogno di un favore… pagando naturalmente.»
«Allora non è un favore… spinga forte, la porta è aperta.»
La stanza era buia, fresca, per via delle pareti che erano di pietra. C’era un tavolo con quattro sedie, una credenza, una stufa.
«Lei è forestiero?»
«Vengo da Torino ma sono nato qui.»
«Nato qui?»
«Mi chiamo Filicuri, Ermanno Filicuri.»
«Filicuri, Fili… il figlio di Rocco?»
«Esatto.»
«Madonna… e chi t’avrebbe riconosciuto.»
«Infatti, non mi ha riconosciuto nessuno, neanche il prete. Il paese invece è rimasto tale e quale. A parte qualche casa ristrutturata, gli alberghi prima del boschetto, i bagni, il molo… »
«Siediti, ti offro qualcosa? Un caffè, un bicchiere di vino, una cedrata.»
«Grazie, un caffè se possibile.»
«Certo e mentre lo preparo mi racconti… cos’è che sei tornato a fare in questo posto?»
«La storia è lunga ma io vorrei… vorrei comprare un ricordo.»
«Toh, vorresti comprare un ricordo. Io però non vendo questo tipo di oggetti, forse li puoi trovare sulle bancarelle del lungomare… »
«No, no, non intendevo quel tipo di ricordo. Quello di cui parlo è un ricordo romantico, un’avventura che… »
«Ah, questa è davvero bella. Sono vecchio abbastanza ma una cosa così non l’avevo mai sentita. E quale sarebbe questo ricordo? E cosa c’entro io con il tuo ricordo?»
«Beh, il ricordo è troppo personale, non posso raccontarlo ma voi c’entrate, c’entrate indirettamente perché siete l’unico parente di Vincenzo, quello che se n’è andato una quindicina d’anni fa.»
«Mio cugino, pace all’anima sua. Era lui l’artefice del ricordo?»
«Lui no, quello che possedeva sì.»
«Va bene, per adesso tieniti il ricordo e gustiamoci il caffè. Sai, qui non viene mai nessuno a chiacchierare, i vecchi amici sono morti e io… io non me la sento più di scendere in piazza.»
Il caffè era leggero. Dalla finestra un raggio di sole entrava come da una fessura. Era facile correre dietro al tempo.


Si era appartato dietro le dune. Sperava che non venissero gli amici . Al campo sportivo la Masseranese giocava contro il Castelbuono. L’intero paese si sarebbe radunato ai bordi del campo a urlare e fare il tifo. Persino don Mariano si era raccomandato di non mancare. L’aveva detto dal pulpito, alla fine dell’omelia del mattino. La partita finiva alle quattro. Forse il tempo bastava.
Pensava a lei, ai suoi occhi, ai baci, ai seni premuti contro che gli avevano forzato il cuore più di una carezza a piene mani. Pensava al suo corpo che avrebbe potuto ammirare puntando l’occhio contro quel benedetto buco. Quanto si sarebbe fatta guardare? E come? Forse qualche secondo, il tempo di spogliarsi e infilarsi il costume. Forse di più. Magari si sarebbe girata di schiena e poi avrebbe fatto un mezzo giro veloce, con le mani chiuse a coppa sui seni, come gli avevano raccontato gli amici spiando alcune ragazze. Tonio poi, aveva visto anche due signore. Si erano spogliate insieme. Era stato appiccicato al buco della cabina numero sette per un quarto d’ora e alla fine aveva dovuto correre in acqua con una mano a nascondere l’imbarazzo e l’eccitazione.
Erano sbucati dalla strada, oltre le dune.
Il colonnello davanti, impettito come un palo della luce, poi la moglie con le provviste e la biancheria. Lei, Marcella, stava un po’ staccata, indietro. Guardava dalla sua parte ma non poteva vederlo.
La carta stagnola della cioccolata che aveva infilato sulla punta di una stecca piantata nella sabbia però l’aveva vista di sicuro. Era il segnale per farle sapere che c’era.
Si era tenuto nascosto fino a quando l’aveva sentita tossire. Allora si era portato fin dietro la cabina, trascinandosi nella sabbia, forzando con i gomiti, come un soldato che si avvicina a una fortificazione nemica.
Sentì la porta che si apriva, lei che entrava e la richiudeva. Si avvicinò, appoggiò la faccia alla parete di legno e appiccicò l’occhio sinistro al buco.
Subito ebbe difficoltà a individuare le immagini. Poi, lentamente, lei gli apparve chiara e nitida come se tra loro non ci fossero pareti. E il cuore cominciò ad avvertire l’emozione.
Lei si muoveva con una certa lentezza, sicura di essere spiata ed eccitata da quella stessa consapevolezza. Si era tolta la camicetta, sfilata la gonna ed era rimasta in mutandine e reggiseno, entrambi bianchi. Le sue guance si erano arrossate e il sorriso che la rendeva bella si stava trasformando in una smorfia sensuale e seducente. Si slacciò il reggiseno, lo lasciò cadere ai suoi piedi e si girò di schiena. Poi, con le movenze e la lentezza di chi vuol stupire, cominciò a sfilarsi le mutandine.
Lui ebbe una specie di mancamento. Non riusciva a respirare e aveva la fronte madida di sudore. Negli occhi le natiche tonde e bianche di lei lo obbligarono a deglutire la poca saliva che gli rimaneva in bocca. Era come se l’era immaginata, bella, bella da togliere il fiato. Continuava a guardarla e lei a lasciarsi guardare. Sembrava quasi che entrambi sentissero l’una il desiderio dell’altro, la voglia di entrare per sempre in un ricordo che non si sarebbe mai più cancellato dalla mente.
Era talmente preso da quello che vedeva da non sentire il vento, l’odore del mare, quello più acre della vernice. Pareva che il tempo avesse trovato un pezzo d’ombra da sfruttare e si fosse fermato.
E poi lei si voltò. E il cuore di tutti e due zompò via.
Rimasero entrambi a godere di un’emozione che li soffocava. Lui la bellezza di un corpo che avrebbe voluto toccare, accarezzare, baciare. Lei il calore dello sguardo di lui che la confondeva e la soggiogava come se fosse tra le sue braccia e se lo stringesse contro.


«Allora, cosa posso fare per te?»
Ermanno Filicuri fissò il vecchio che aspettava una risposta.
«Te l’ho detto… dovresti vendermi un ricordo.»
«Allora dimmi qual è questo ricordo che ti dovrei vendere.»
«Lo Spoglio 14.»
«Lo spo… ah, ora ho capito. Vuoi comprare una vecchia cabina che faceva parte dei bagni di mio cugino, quelle che lui aveva battezzato le Spoglio perché, diceva, la gente le usa per spogliarsi.»
«Sì, proprio quelle… ma io voglio la 14.»
«Ma non so neppure se sono ancora intere. Sono state abbandonate anni fa dietro le dune, le avranno smontate o adoperate come dormitorio per gli sbandati; forse le hanno bruciate per scaldarsi, saranno quattro anni che non ci butto gli occhi.»
«Ho controllato io e la 14 è rimasta integra.»
«Ma cosa te ne fai di una vecchia cabina?»
«Non voglio tutta la cabina, voglio solo una delle assicelle della parte posteriore.»
«Tutto qui?»
«Sì, una piccola parte, un pezzo bucato.»
«Un pezzo di legno bucato… non ci capisco nulla ma se è così prenditi l’assicella, prenditi tutta la cabina, io non ho ricordi che si leghino a quella cabina, non so proprio che farmene.»
«Grazie, vedi, adesso anche tu rimani legato al mio ricordo.»
«Sì, e… mi raccomando, tienimi stretto.»
Si salutarono. Lui, Ermanno Filicuri, adesso aveva l’aria più distesa, come quella di una persona felice, contenta. Uscì dalla casa e fu investito da una vampata di calore. Si sbottonò la camicia e prese la strada che portava alla piazza. Pensò ancora a quella cabina, pensò a lei e a quell’ultimo bagno d’agosto.


«Dai, buttati… l’acqua è calda.»
«Sto arrivando… »
Il mare era calmo. L’acqua limpida. Nuotavano vicini, affondavano le mani con forza davanti alla testa con lo stesso ritmo, la stessa potenza, un braccio dopo l’altro, una boccata d’aria da una parte, una dall’altra. Dalla spiaggia sembravano una persona sola.
D’improvviso lei aveva smesso di nuotare. Si era fermata.
«Basta, qui va bene.»
«Veramente non riesco a capire come posso pagare pegno in mezzo al mare. Sei un po’ strana ma… sei bellissima.»
«Sei pronto?»
«A fare cosa?»
«A pagare pegno.»
«Sentiamo.»
«Togliti il costume, io vado sotto a guardarti.»

14 commenti:

  1. Adesso, non per dire, ma come ospite della casa non mi dovrei sbilanciare troppo, ma se questo non è un racconto con i controfiocchi, vuol dire che la dieta a cui mi sono sottosposto recentemente, mi ha annebbiato il cervello. Siccome oggi ho fatto la visita e il dottore mi ha trovato in splendida forma, mi sento di affermarlo e ribadirlo con cognizione di causa.

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    1. Grazie per i controfiocchi, termine molto suggestivo e gratificante. Approfitto anche per augurare a questa casa un ottimo proseguimento, cosa che, a quanto mi è dato vedere, si sta verificando.
      Un caro saluto, Sergio.

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  2. Stefania alias zabetta di Monza21 agosto 2012 14:24

    Tranquillo, Franco, la dieta non ti ha rintronato il cervello: questo racconto è davvero bello sotto vari punti di vista. E' scritto molto bene; i personaggi sono descritti in maniera perfetta; la storia intreccia ambienti, tempi diversi, con quel tenero "pepe rosa" del primo amore, in modo eccellente... E cosa c'è di più romantico dell'andare a recuperare un "ricordo" e poi, che ricordo!
    Per niente scontato questo racconto, concordo con Franco (la dieta fa bene;-)...)
    Complimenti all'autore.

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    1. Grazie per il commento davvero esaustivo e gradito. In effetti si tratta di una storia vera, almeno per quanto riguarda la cabina, il resto è frutto della fantasia.
      Un saluto, Sergio

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  3. Anch'io lo trovo un bellissimo racconto, con descrizioni minuziose, molto precise a riportare l'atmosfera, in particolare l'ambiente dentro la chiesa e la descrizione degli stati d'animo dei ragazzi.
    Un racconto davvero interessante che tiene desta l'attenzione fino alla fine. E, poi, si rimane in attesa del seguito, come chi, dopo aver gustato un ottimo primo piatto aspetta di assaporare la seconda portata.
    Serenella

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    1. Cara Serenella, le descrizioni che riguardano la chiesa sono frutto di ricordi personali, ecco perché sono riuscito a trasmetterne i colori e le sensazioni. L'età, a volte e quando si ha la mano ancora ferma, regala schegge di vita che vale la pena fare rivivere. Ti ringrazio per le belle parole.
      Un saluto, Sergio.

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  4. Caro Sergio, ma che piacere ritrovarti qui a casa del nostro amico comune! Ed è anche un piacere ritrovare la tua penna elegante, che più di una volta ho avuto modo di ammirare in passato. Il tuo racconto ha un respiro ampio, è delicato e incisivo nei punti giusti e soprattutto, come ha fatto notare Serenella, tiene incollati dalla prima all'ultima parola. Il romanticismo dei primi incontri, l'emozione delle prime esperienze, tutto emerge in modo così nitido e lascia il sapore dei bei ricordi. Alla fine, sembra quasi di esserci stati, dietro il buco della cabina, nascosti dalla duna di sabbia. Un voyeurismo che non ha nulla di sfrontato, e anzi è tenero come sa esserlo solo il primo amore. Leggere una prosa come la tua è davvero una goduria. Complimenti e a presto!

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    1. Caro Matteo, fa piacere anche a me trovare qui e là amici conosciuti sul web, magari su un altro sito ma con le stesse passioni. Il tuo commento è davvero gratificante, anche centrato sul romanticismo dei primi incontri. È vero, in certi racconti si finisce sempre per metterci dentro un po' di quel che resta delle emozioni provate da ragazzo, una specie di autobiografia presa a pizzichi da un contenitore che lascia passare solo due dita della mano. Se sei parco te ne rimane sempre abbastanza per impreziosire altre pagine.
      Un caro saluto, Sergio.

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  5. Io sono senza parole, vorrei lasciare un commento con i fiocchi ma sono muta. Il silenzio alle volte parla e il mio sta gridando.
    Io posso solo alzarmi in piedi e applaudire.
    Complimenti per tutto.
    Ciao io sono Lucia

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    1. Cara Lucia, a dire il vero sono io che sono senza parole. Un commento come il tuo confesso di non averlo nemmeno mai sognato. Mi hai lasciato a bocca aperta, stupito e incredulo. Purtroppo ho visto che sei una poetessa e io preferisco esimermi dal commentare poesie perchè le ritengo espressione dell'anima, quindi inopportuno andare a scandagliarne gli umori. Però non mancherò di leggerle, magari ti lascerò un pensiero. Ancora grazie per le bellissime parole.
      Un saluto, Sergio.

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  6. Anch’io mi associo ai complimenti: ho apprezzato il racconto, in cui mi sembra di cogliere qualcosa di pirandelliano. La lettura è piacevole, sia per la trama originale, resa coinvolgente anche dall’intreccio dei piani temporali, sia per la scorrevolezza della prosa.

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    1. È gratificante provocare nel lettore un accostamento a Pirandello. Anche se solo una parvenza, un profumo. Se poi a scriverlo è un autore che si fa apprezzare per la sua capacità narrativa, beh, il ringraziamento ha un valore maggiore.
      Un saluto, Sergio.

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  7. Secondo me è un po' forzata l'idea della cornice del ricordo da comprare e il dialogo col vecchio. Bellissime, invece, le atmosfere che crei e lo sfondo dell'ambientazione in cui ci sai immergere. Genuino il ricordo, descritto con esperienza e perizia, pochi ed efficaci i dialoghi, veritieri come appena scaturiti dalla bocca di due adolescenti. L'estate fa da sfondo temporale adattissimo al color giallo che emana dal paesaggio, al caldo che pare di sentire e che fa da specchio alla temperatura che sale per l'eccitazione, al suono delle cicale e delle onde, alla brezza che a volte si leva quando i ricordi riaffiorano, come un vento a lambire i parapetti del paesello a strapiombo sul mare. Scrivi bene! (E si sapeva... già! Hehehe), perché dipingi a olio e conduci per mano il lettore in slalom tra emozioni diverse, sempre ben bilanciate, come in una suonata di piano.
    Ciao, Sergio. Stefania (T) (le Stefania siamo siamo un sacco, qui dal Franco!).

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    1. Cara Stefania, non so se l'idea del ricordo è forzata, personalmente mi piace ammettere che se fosse capitato a me un fatto analogo, beh, magari non proprio un quadro ma quel pezzo di tavola bucata mi avrebbe fatto piacere conservarla. Detto questo, come ho già avuto modo di dire, questo fatto mi è stato raccontato, io ho solo cercato di... colorarlo, ecco. Le tinte che ho usato sono quelle che ho sentito immedesimandomi nei personaggi e in certi ricordi che ho da ragazzo.
      Ti ringrazio molto per le belle parole che mi hai dedicato.
      Un caro saluto, Sergio.

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