venerdì 10 agosto 2012

frame - Pisciasotto - racconto

 Pisciasotto



 Mio padre dorme sull’ottomana, mentre io leggo Tex Willer sdraiato sotto il tavolo, il posto più fresco di tutta la casa. Ascolto lo sbuffo che emette con la bocca ogni tre secondi; mi ricorda lo sfiato del pallone di plastica finito sopra il cactus, l’unica pianta grassa dell’aiuola in cortile. 
Me l’aveva comprato proprio lui alla festa della Madonna del Bosco, era il primo calcio che gli tiravo. Da allora non ho più avuto un pallone nuovo tutto mio, gioco con quello degli altri. Anche la bicicletta non è nuova e non è soltanto mia. Usa quella di tua madre, ha detto un giorno per farmi contento, adesso sei grande. Lo divento tutte le volte che gli fa comodo, poi ritorno per magia troppo piccolo anche per aprire bocca a tavola o per restare sveglio dopo il Carosello.


«Dobbiamo andare! Presto… non c’è tempo da perdere: Piccolo Falco è in pericolo.»Tiger Jack è il primo a balzare in sella al suo mustang, seguito da Aquila della notte. «Speriamo che non sia successo nulla di grave a Lilith.»

È a quel punto della storia che arriva il fischio di Roberto. Lo sente anche mia madre che lava i piatti in cucina.
«Dove vai a quest’ora?» grida, ancora prima che mi sia mosso. «Mettiti il cappello e non uscire dal cortile.» aggiunge mentre scanso la tenda.
Per lei sono sempre piccolo, sono il suo fiulìn , e per il mio amico che aspetta sotto il portico sono addirittura un pisciasotto.
«Vai a prendere la bicicletta!»
«Perché?»
«Andiamo al fiume.»
Ecco che sono di nuovo grande. Se dico che non posso, perché mia madre non vuole e che se lo scopre mio padre mi riempie di botte, lui mi da anche del cacasotto.
Provo con una scusa a fargli cambiare idea, gli dico che ha le ruote a terra, mi risponde che se non mi sbrigo mi gonfia lui, sì, ma di botte.
«Ti aspetto fuori dal portone.»
Inutile discutere con Roberto. Lui è il mio capo, lui è Tex Willer, Toro Seduto, Cocis, Robin Hood, Maciste, Sansone ed Ercole messi insieme. Ho più paura di lui, anche se non mi ha mai toccato neppure con un dito, che delle botte di mio padre e alla fine faccio sempre quello che mi dice.

Io pedalo in piedi e lui sta sulla sella a gambe larghe e si aggrappa alle mie spalle. Finge di essere a cavallo e mi frusta con il cappello.
«Vai cavallino, vai… non ti fermare… vai…»
Ogni tanto sbandiamo, cerco di evitare le buche sulla strada bianca e più di una volta rischiamo di finire nel fosso. Lui ride, è contento, ha solo due anni più di me e il padrone gli ha già detto che lo mette sul trattore quando ha finito le medie. Dice che studiare è tempo sprecato e che Renato, suo fratello grande, quello che non si vede mai, ha fatto solo la terza elementare e adesso ha una macelleria tutta sua.
«Forse farò il macellaio, sì, come lui…» dice qualche volta, anzi, sempre. «Magari vado in fabbrica a Milano, ma a scuola ci vai tu, pisciasotto.»
Ti accorgi che sei vicino al fiume, anche se non lo vedi, quando la strada si disperde sotto i pioppi e a un certo punto scompare del tutto tra ciuffi di gramigna e le ruote sprofondano nella sabbia. L’ultimo tratto lo facciamo a piedi e poi lasciamo la bicicletta al solito posto vicino a quelle degli altri che sono già arrivati. Ci sono le due biciclette rosse con il cambio Campagnolo: sono identiche e appartengono ai gemelli Carioni. Il loro papà ha la segheria e sono ricchi, uno parla sempre mentre l’altro invece non dice mai nulla. Fa sempre segno di sì con la testa, ma solo quando parla suo fratello. Lui è il più grande dei due, anche se è uscito per ultimo dalla pancia della mamma. Roberto dice che è un po’ così perché è rimasto troppo tempo da solo nella pancia e si è spaventato. Non voleva più uscire e l’hanno dovuto tirare fuori per i piedi, tant’è vero che dei due è il più alto. Poi c’è la nera di Luigi che è uguale alla mia ma da uomo, con la canna. La più piccola è quella di Angelo, e poi altre ancora che non conosco.

«Non ti muovere di qui.» mi dice Roberto. «Fai la guardia alle biciclette e non ti allontanare da quel pescatore.»
Sono contento di non dover fare il bagno, non so ancora nuotare, l’acqua è sempre fredda e poi mi piace guardare quelli che pescano. Questo tipo poi ha una canna lunghissima e tutta l’aria di uno che prende tanti pesci.
Guardo ancora un’ultima volta Roberto mentre si allontana a piedi nudi sui ciottoli infuocati del greto e poi mi siedo sulla riva della morta. Quello mi guarda un po’ di traverso ma io lo so che devo stare buono senza fare casino. Dopo un tempo lunghissimo mi distraggo a guardare una lucertola e quando ritorno con lo sguardo sul galleggiante, la cima sottile della canna e tutta piegata in avanti. Non è la prima volta e lo capisco da me che il pesce sott’acqua deve essere grosso.
«Passami il retino!» grida il pescatore. Non c’è nessun altro intorno, quindi sono quasi sicuro che parli con me.
«Quello lì!» strilla, allungando il collo. «Dai muoviti… dammelo che non ci arrivo… sei sordo?»
Non l’avevo mai visto un retino così, ma non potevo sbagliare. Glielo metto in mano per il manico e lui subito dopo si piega verso l’acqua e fa scivolare dentro la rete un pesce molto grosso.
«Che pesce è?»
«Un cavedano… bràu fiö, te se stà bràv.» mi fa l’occhiolino mentre infila un altro cagnotto sull’amo.
Mi domanda come mi chiamo, io gli rispondo ma non sente perché qualcuno sull’altra sponda sta gridando. Altre voci provengono dal greto del fiume e si vede tanta gente correre nella stessa direzione.
Qualcuno grida aiuto. Non ho ancora capito ma sono spaventato e vado di corsa verso le biciclette.
«Andèm, andèm…» ripetono sottovoce i primi che arrivano con la faccia smorta.
«Cos’è successo?» Domando a Roberto che arriva di corsa per ultimo, «Taci e monta sulla sella, questa volta pedalo io.»
I gemelli sono già avanti di molto, poi ci sono Luciano e Adriano appaiati che parlano fitto e ogni tanto gridano, come se stessero litigando. Angelo con suo fratello Gianni, prendono un’altra strada e dietro di noi non c’è più nessuno.
Roberto pedala senza fare fatica, non sbanda e se lui non parla anch’io sto zitto. Faccio sempre quello che fa lui e niente domande, tanto l’ho capito perché piange, e anche se non me lo dice, io lo so di chi è la bicicletta nera da uomo che è rimasta là, sotto i pioppi.









7 commenti:

  1. Sono appena entrata nella tua stanza, Franco: sei vestito? ;-)
    A parte gli scherzi, questo tuo racconto non lo conoscevo e come sempre ritrovo il tuo talento. Mi è sembrata una pagina di "Aspetta primavera, Bandini" del mitico John Fante.
    Sei un grande :-)Arricchisci la tua stanza dei tuoi racconti, non essere pigro! ;-)

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  2. Non conoscevo questo racconto, leggerti Frame, piacere assoluto.Stefania scrive arricchisci la tua stanza dei tuoi racconti è vero, ma leggendoti arricchisci anche noi.

    In cantina si trova del vino, io ho trovato vino d'annata.
    Con in mano un bicchiere pieno, mi siedo in quella panca di legno che intravedo e inizio il viaggio.
    Viaggiare con le tue storie, che siano reali o non, permettono alla mia mente
    di girovagare e annotare le emozioni che trasmettono.
    (sono sobria )

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  3. L'ombra di una tragedia che chiude un racconto che si presentava in un ambiente di pace adolescenziale.
    Veramente ben scritto, che si snoda in una presentazione di caratteri di bimbi che, forse, in quel pomeriggio, perderanno un po' della loro tranquilla spensieratezza.
    La tragedia è appena accennata: non se ne conosce né l'origine, né lo svolgimento ma, forse, è proprio quest'alone di mistero che lo rende più affascinante (anche se ad una prima lettura avevo avuto l'impressione che un maggior approfondimento avrebbe giovato al racconto).
    Insomma, un'ottima lettura, che ti fa assaporare la pace che si respira fra le luci e le ombre di quel fiume (figura del pescatore compresa, ad aggiungere il tocco perfezionista).
    Serenella
    Serenella

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  4. Molto bello questo quadro a cui sei riuscito a dare le sfumature del tempo, quello dei ricordi, della campagna, del fiume e dei personaggi. Un'escursione che si avvale di una sapiente pennellata, qualche parola in dialetto, gli amici, le birichinate e poi la tragedia appena sfiorata con la penna ma intensa di dolore e di commozione. Piaciuto.
    Un caro saluto, Sergio.

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  5. Ed adesso me ne sto appiccicata al tuo blog
    a leggere dalla cantina ... poi saltello per i piani
    e giro di qua e di là
    mia sorella intanto chiama al telefono, al cellulare
    -Ti vuoi sbrigare?- mi dice
    -ma cosa fai?-

    -leggo-rispondo io

    Ippolita

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  6. La fine a porta spalancata su un abisso di dubbi e sul rimbombo di un boato che è giunto improvviso quando meno te l'aspettavi. Si precipita, sempre, anche qui, anche di qua.
    Il mio solito straniamento me lo sono beccato anche stavolta. E va bè. Ci si farà l'abitudine.
    I ricordi sono vividi e i dettagli si sprecano per portarci nel tuo passato. La scrittura infantile è riuscitissima. Sembra di sentir parlare un bimbo. Tra il monologo e il racconto delle vicende la storia si srotola pian pianino e poi, di colpo, tracolla. Bello bello! Stef

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  7. Fluido e insieme asciutto, ottimo per come non indulge, non indora, per come illumina e s'illumina, delineando, a flash.
    Molto ma molto apprezzato.

    Franco

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