lunedì 17 settembre 2012

La stanza di Giancarlo





IL CAVALLO BIANCO DI GARIBALDI

 Pressato da Mario, alla fine ho ceduto. Voleva a tutti i costi portarmi a Caprera, a vedere la casa di Garibaldi, dove era stato in viaggio di nozze. Deve aver posto sotto assedio anche altra gente del campeggio, perché alla fine siamo partiti in due macchine. Due macchine che la mattina alle sette (tutto molto preciso ed organizzato, mancava solo di timbrare il cartellino, Mario è imbattibile in questo) hanno lasciato il parcheggio ballonzolando sul vialetto in terra battuta. Mario mi ha concesso l’onore di sedergli accanto, pregando la moglie di accomodarsi dietro. Abbiamo fatto sosta ad Olbia, a un bancomat, dove un tizio della seconda macchina, un vecchio vedovo dall’aria sconsolata, doveva rifornirsi di soldi.

Quindi di nuovo in viaggio, i chilometri scanditi dalle canzoni degli anni ’60: Il ragazzo della via Gluck, Sapore di sale ed altri prodotti d’epoca, false malinconie, false innocenze e falsi drammi, e Mario che ammiccava come se dovessi confermargli chissà quale intesa, il godimento di quel repertorio, immagino. Ma a me le canzoni degli anni ’60 non vanno giù. A Palau la nave era in partenza e la successiva era prevista per il pomeriggio. “Lasciamo qui le macchine, che ci possiamo imbarcare subito!” ha annunciato ad un certo punto Mario trionfante, compiacendosi palesemente per il colpo di genio. Così, il tempo di una coca cola, ed eravamo sul battello. Non c’è voluto molto nemmeno per approdare alla Maddalena. Appena scesi, abbiamo chiesto dell’autobus per Caprera, che sarebbe passato di lì a tre quarti d’ora, ci hanno detto. Dunque un negozio di articoli da pesca, una sbirciatina ai banchi di un mercato, dieci minuti in un bar. L’autobus è passato in perfetto orario. “Se fate presto - ci ha messo sull’avviso l’autista - trovate il museo ancora aperto”. Il museo era la nostra mèta: la casa di Garibaldi. Doveva essere a 200 metri dalla fermata, secondo Mario, che ricordava i posti come fosse ieri e cercava di ricordarli alla moglie, rispetto a lui più dubbiosa. Ma all’atto pratico è stato buono un chilometro e mezzo, percorso a passo di carica sotto il sole battente, salite e discese. Siamo arrivati un attimo prima che mettessero la catena ai cancelli. Un custode ci ha fatto fare il giro dell’edificio. Non era una guida - ci ha spiegato - ma qualche notizia avrebbe potuto darcela. Quanto bastava per meritarsi una mancia, era il retropensiero evidente. Ci ha accompagnato in una rapida galoppata attraverso le varie stanze. Aveva occhi belli e ridenti, una serenità da vecchio marinaio passato indenne per mille traversie e ormai vaccinato a tutto, ma il commento è stato assai raffazzonato: questa è la carrozzella di Garibaldi, questo il letto di morte di Garibaldi, questo il tavolo di Garibaldi, qui ha seppellito la cavalla, Garibaldi ha avuto tre mogli, svariate amanti e non so quanti figli. Il gruppo di visitatori (altra gente si era unita a noi, risucchiata da chissà dove) ridacchiava sul fatto che la stalla fosse più fresca della casa e che i letti fossero tutti matrimoniali, si vede che Garibaldi ne aveva uno per moglie, sì, e per ognuna delle altre, eh eh… Passando da stanza a stanza, Mario non ha mancato di riesumare la vecchia battuta “Di che colore era il cavallo bianco di Garibaldi?”, col tono astuto comunque di chi si rende conto di come si tratti di un gioco demente. E tutti erano molto soddisfatti di come stavano andando le cose, salvo ad ansimare per il ritmo della scorribanda. Qualcuno si è fatto la foto davanti alla barca (di Garibaldi, naturalmente) e altri vicino a un vecchio pino ritorto (dove Garibaldi è stato cremato). Poi sulla via del ritorno. Mancato un autobus, abbiamo aspettato un’ora al bordo della strada deserta per incrociare il successivo, ciondolando come larve sotto un sole impietoso senza parlare. Sembrava quasi che non ne potessimo più uno dell’altro. Quindi finalmente il colpo di clacson che annunciava la corsa, la nave e ancora i zzzt zzzzt delle fotocamere che registravano ricordi (squarci di mare e scogli). Sulla costa sarda, c’era chi non era ancora pago: si sarebbe potuto andare a Porto Cervo, è un posto rinomato, “almeno a fare qualche fotografia”. Detto fatto, solo per constatare che Porto Cervo è desolante. Nient’altro che villette e una selva di alberi maestri nel porticciolo. Siamo scappati con l’ansia di ritrovare zone alle quali dare un senso. Ma, dall’alto di un belvedere, ancora un’istantanea, prima di rientrare al campeggio accompagnati dal ragazzo della via Gluck.

Io pensavo alla vita di Garibaldi, alle mogli e agli amori di Garibaldi, alla sua cavalla, al tempo trascorso dall’eroe dei due mondi in quell’angolo del Mediterraneo, e allo scempio delle falangi che invadono i suoi luoghi.



7 commenti:

  1. Inconcludenti? Forse un po'per celia e forse per ironica provocazione, altrimenti non si spiega la scelta del titolo, se devo giudicare il resto in base a questo racconto, che tra l'altro ho apprezzato per la scrittura fresca e puntuale, per la sottile ironia e il modo disincatato di descrivere ciò che ti circonda.
    Ciao

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    1. Grazie, Franco. I miei racconti sono inconcludenti perché per di più si esauriscono in giri di pensieri che non approdano a nulla o non intaccano comunque la realtà dei fatti e delle cose...

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  2. Un diario di bordo, così pieno di minuzie e particolari, proposti, sì, concordo, in modo disincantato.
    Serenella

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    1. Minuzie e particolari spesso sono di troppo... avrai mica voluto dire questo?... boh... mi tengo il dubbio...

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  4. No, la tua scrittura è sempre perfetta. Hai sempre la giusta misura.

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  5. Grazie Patti, detto da te, ci credo anche di più

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