mercoledì 26 settembre 2012

in soffitta:


I giorni perduti

di Dino Buzzati


 Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernest Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta e caricava la cassa su di un camion.


Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.

 Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel dirupo che era colmo di migliaia e migliaia di altre cassi uguali.

 Si avvicinò all’uomo e gli chiese: –Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?

 Quello lo guardò è sorrise: –Ne ho ancora sul camion, da buttare. Non sai? Sono i giorni.

 –Che giorni?

 –I giorni tuoi.

 –I miei giorni?

 –i tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?

 Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.

 C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se n’andava per sempre. E lui neppure la chiamava.

 Ne aprì un secondo e c’era dentro una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari.

 Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk, il fedele mastino, che lo aspettava da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare.

 Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava dritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.

 –Signore! – gridò Kazirra. –Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.

 Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.

4 commenti:

  1. Un sogno come tutti iracConti di Buzzati fra veglia e dormiveglia.Indistinguibile il reale dal sogno ...ma la vita sogno è...fantasia

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  2. "Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa..." così inizia il racconto.
    "E l’ombra della notte scendeva". Così finisce il racconto,
    ...e in mezzo una vita.
    Una vita vuota d'affetti, perché accantonati per far soldi.
    Anche in questo breve brano, come in molti altri sui racconti, il mistero della vita viene rappresentato in una forma fantastica ed allusiva, ma come sa efficacemente renderne il significato.

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  3. Ho amato il Deserto dei Tartari sino alla follia. Questa, ha quel sapore moralistico un po' mediorientale.

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  4. Dopo aver riletto questo stralcio che fa parte del racconto "Le solitudini" dalle Notti Difficili; questo credo sia dovuto per chi vorrebbe sapere di più di Dino Buzzati.
    Dicevo, dopo aver riletto I giorni perduti, ho preso la via del giardino e seduto vicino al vecchio gatto ho pensato ai miei giorni perduti e a tutti i giorni perduti degli altri che viaggiano nell'incuria del tempo.
    Lo scrittore sapeva scavare nel suo inconscio per regalare al lettore non una evasione, ma dei problemi in più.
    Grande!
    Da porgere ai giovani con umiltà.
    piperita patty

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