venerdì 14 settembre 2012

La stanza di Beppe


          Catrame

                     di
          Beppe C.


Stendo catrame sulla strada tutto il giorno. Sono asfaltista. Questa è la mia qualifica di operaio precario da molti anni, ormai.
Se mi chiedono del lavoro che faccio, rispondo che mi occupo del manto stradale. Mi piace la parola manto. È regale. Mi ricorda il velo di una sposa, lo strascico di una regina, le storie che mi raccontava la nonna: Biancaneve, Cenerentola e il Principe Azzurro. Anche lui portava sulle spalle un mantello, se non ricordo male. Amo il suono di quella parola e quando la pronuncio, sembra che la gente mi guardi in modo diverso.
Asfaltista invece non mi piace. La odio. Assomiglia e fa rima con terrorista, disfattista, e tante altre brutte parole. Mia sorella, quella che ha fatto il liceo, dice che non capisco nulla. Sostiene che sono un fissato perché “ista” non è un suffisso peggiorativo.  Trasforma giornalaio in giornalista, tanto per fare un esempio. E poi che c’entra, mi dice ancora, anche il farmacista è un bel mestiere.
Il suo forse sì, ma io faccio un altro lavoro; riempio le buche sulla strada, talvolta le rifaccio nuove. Non vendo supposte, aspirina e cerotti… non sto tutto il giorno con il camice bianco a consigliare il collutorio alla menta, la crema abbronzante, il sapone neutro, lo sciroppo per la tosse… Niente di tutto questo, io spalo catrame!
La massa vischiosa e nera, prima di solidificare, ha una temperatura di duecento gradi e quando si appiccica sotto la suola delle scarpe e i piedi diventano roventi, poco importa che sopra di te splenda il sole o piova.
Spalo catrame tutto il giorno e aspetto soltanto che arrivi sera!
Mentre lavoro respiro con la bocca chiusa. Tanto non ho niente da dire e ho l’impressione di non ingoiare tutto quel fumo che brucia la gola, che fa piangere gli occhi, che toglie la fame e che mi entra sotto la pelle. Potrei stare delle ore sotto la doccia bollente sino a scorticarmi… ma niente! Non c’è nulla da fare, me lo sento addosso e dentro le ossa. Ce l’ho anche sulla coscienza e mi domando talvolta se mi abbia imbrattato anche quella. 
Spalmo catrame e non mangio! Mangio soltanto le unghie perché sono grasse e nere; anche per rabbia e per il rimpianto di non sapere fare altro che questo mestiere.
Intanto non mangio ma ingrasso lo stesso perché bevo. Bevo qualunque cosa mi capiti tra le mani e mi gonfio. Mi gonfio e sudo. Sudo e bevo. Lavoro, spalmo catrame e non penso.
Quando arriva una macchina, mentre riempio una buca, e sento il motore alle spalle che impaziente sale di giri, che romba, che scalpita, ebbene, in quel caso al volante c’è sempre uno che sta a venti gradi in camicia e cravatta. Mi guarda e capisco che non vorrebbe vedermi lì. Seduta al suo fianco c’è sempre una che dietro le lenti scure dei suoi occhiali firmati non mi vede nemmeno. Per lei non esisto, sono soltanto un nulla. Sono un paracarro caduto dal cielo e sto di traverso sulla strada.
Se la sosta si prolunga, forse si accorge di me, ma a quel punto sono soltanto un ostacolo. Sempre qualcosa, meglio di niente, ma dopo qualche minuto ritorno a essere nulla.
Spalmo catrame e non penso!
Solo quando prendo l’automobile e guido di notte, mi capita di pensare.
Mi piace ritornare sulle strade che ho rifatto, quando queste sono deserte. Sotto la luce fendente dei miei fari, il serpente nero si snoda, si contorce e disegna figure che riconosco a memoria. Metro dopo metro, curva dopo curva, guardo il lavoro che ho fatto.
Qui si poteva rastremare meglio, penso, là, prima del dosso la strada si avvalla e più avanti, dall’altra parte, ha fatto la gobba.
Guido sulla strada che ho fatto e penso.
Penso al lavoro che ho fatto, e mi sento leggero, quasi contento. E così dimentico tutto il catrame che ingoio per lei… e non penso a lei, che non si lascia più toccare dalle mie mani.

12 commenti:

  1. Mi piace questo racconto, in ogni paragrafo trovo qualcosa su cui soffermarsi e più lo leggo e più mi piace.
    L'ironia sottile sul mestiere del farmacista, poi, la trovo una succosa coloratura.
    Complimenti.
    Serenella

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  2. Un po' come dire spazzino o operatore ecologico, il secondo suona meglio...
    Beh, caro Beppe, questo racconto è uno dei più belli qui dentro, direi forse l'unico che è riuscito davvero a procurarmi un'emozione inaspettata durante la lettura.
    Per come la penso io, coloro che svolgono lavori pesanti di questo tipo, dovrebbero essere pagati come un chirurgo, ma si sa... sono le ingiustizie della nostra società.
    E bisognerebbe sempre ricordarsi che i cosiddetti lavori umili sono quelli che ci permettono di vivere in una strada pulita dove i cestini sono svuotati, dove l'asfalto è regolare e ci permette di guidare senza scossoni etc etc.
    Personalmente ho un profondo rispetto per chi svolge questi lavori perché penso alla fatica mal retribuita e credo siano quasi degli eroi di questa nostra società così "avanzata"...
    Un bellissimo racconto; una scrittura semplice, diretta e penetrante, un tema che fa riflettere in tutte le sue sfaccettature; un finale profondamente amaro.
    Bravo!

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  3. Ciao Beppe,benvenuto (io sono quella del fine settimana)
    e il giorno che posso prendere e sfogliare un libro dal scaffale della casa di Frame.

    Complimenti Beppe un bel raccontare il tuo.
    Vita nella tua scrittura, vita vera, con una chiusa che lascia spiazzati.
    Piaciuto molto

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  4. carino, semplice e scritto bene. con quel tanto di riflessione che non ci fa mai male. Curiosa di leggerti ancora. Patti

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  5. Grazie a tutti per la lettura e per i commenti lusinghieri.

    Beppe

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  6. Ciao Beppe, un ottimo esordio sul blog! Il racconto è decisamente originale, credo di non aver mai letto niente sugli asfaltisti o "operatori del manto stradale"... e per di più è narrato in modo tanto coinvolgente, e sentito, da far pensare che chi l'ha scritto abbia qualche esperienza a riguardo. Non so se sia vero, ma in caso contrario, la tua è una grandissima prova di immedesimazione. Sono i particolari a fare la differenza, a distinguere il "sentito dire" o "letto" dal "vissuto", e nelle tue parole si ritrova tutta la vita di questo povero asfaltista, ignorato dal mondo e perfino dalla donna che ama (la moglie?). I miei più sinceri complimenti, spero di avere presto il piacere di rileggerti! Ciao!

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  7. Ciao Beppe, ho letto attentamente il racconto, non è nelle mie corde anche se riconosco uno stile originale, troppo drammatico per i miei gusti (anche se la realtà a volte è anche peggiore) - "ce l'ho anche sulla coscienza" - beh, per me decisamente troppo Beppe, però mi fa piacere che invece gli altri inquilini abbiano colto la tua geniale capacità di scrivere.
    non me ne volere, sai che comunque ti apprezzo tantissimo
    buona vendemmia

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    1. Dici che gli altri inquilini hanno colto la mia geniale capacità di scrivere? Bè, questo mi preoccupa molto.

      Non discuto mai sui gusti, ma ti ringrazio per averli fatti conoscere.

      Beppe.

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  8. Per la verità, l’asfaltista ormai è un operaio specializzato e non mi sembra una figura così “tapina”. Ovviamente, però, questo non c’entra, perché nel racconto il personaggio assume un valore simbolico: un uomo deluso, ignorato dagli altri se non in quanto ostacolo, condannato a un’esistenza grama da cui non trova vie di uscita. Inaspettato, però, giunge un finale positivo, in cui il protagonista, ammirando gli effetti della sua opera, riesce ad attribuire un orizzonte di senso alla sua vita e ai suoi sacrifici, sottraendoli a quella condizione da inconcludente “fatica di Sisifo”.
    Piaciuto anche per la sua scorrevolezza.

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    1. In effetti è come dici tu, nonostante la fatica prova una certa soddisfazione nel lavoro fatto, sottraendosi alla spiacevole sensazione di lavorare per nulla. Poi questo asfaltista aveva anche problemi suoi... chiaro no.
      Ciao

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  9. Su questo racconto è stato già detto tutto, mi pare.
    Posso dirti che è piaciuto molto anche a me. In particolare per lo sguardo disincantato del protagonista che racconta il suo mestiere con realismo ma senza piangersi addosso. Bello anche il finale: per lo meno c'è la gratificazione a lavoro finito e la possibilità di non pensare... a lei.

    Daniela

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  10. Vado per punti. Uno. Mi piacciono i monologhi che mettono a nudo un personaggio. Due. Trovo originale il personaggio che hai scelto perché rappresenta il noi che parla e pensa in modo più schietto e diretto e, tre, credo che tu abbia azzeccato il modo di farlo dialogare con la “sala”, una cosa, in questo genere, fondamentale. Quattro: mi è piaciuta particolarmente la parte che sviscera i suffissi e gioca con le parole. A rileggerti. StefaniaT

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