sabato 29 settembre 2012

la stanza di Daniela



Analisi estrema

                 di
    Daniela Fontana


DOSTY

Sento i suoi occhi puntati su di me come zavorra, come punteruoli che scavano fino alle ossa.
Non lo vedo eppure saprei dire con esattezza quale espressione aleggia sul suo volto e con quale sguardo mi osserva dall’alto della sua poltrona in vera pelle, di quelle che solo uno studio importante può avere.
Incombe alle mie spalle come un gufo sul giorno e come l’alba sulla notte; il suo respiro al biancospino tuona in questa stanza di pochi metri quadri e la sua voce è calda e forte come un caffè ristretto.
L’età non saprei dirla: l’aspetto giovanile urta con la sua aria da uomo vissuto. Quarant’anni di certo e forse una moglie nevrotica, da curare anche lei con le sue sedute. Figli, chissà… ma se ne avesse, sarebbero sicuramente di quelli da complesso edipico perché con una madre nevrotica non ti puoi aspettare altro e in aggiunta, poverini, soffrirebbero di anaffettività paterna. 


Non so perché ma lui, malgrado il lavoro che esercita, ha l’aria furbetta di chi considera la propria famiglia solo un peso, di chi dopo il lavoro si eclissa in improbabili hotel o di chi guarda alla notte con occhio famelico.
‒ Allora Manu, ci sei andata o no ieri a quella festa?
‒ Certo che ci sono andata!
‒ E hai fumato…
Ma sì, dai. Due, tre canne. Cosa vuoi che siano?
Ti rammento che sei qui anche per toglierti questo, ehmmmm… chiamiamolo, vizietto?
‒ Sì, non aver paura Dosty, puoi chiamarlo con il suo nome: vizio, droga, dipendenza. Ma cosa credi che dopo appena tre sedute, saresti stato già in grado di santificarmi? Anzi, a dirtela tutta mi sono fatta anche di coca ieri. Fantastico! Non potevo mica rinunciare a quella polvere invitante e tagliata alla perfezione. Roba buona, me l’ha assicurato il mio ragazzo che se ne intende. E poi, tutto GRA-TIS. Che credi?

Mi piace chiamarlo Dosty, è confidenziale e mi dà l’impressione di essere sempre un gradino sopra di lui, io che di analisi non ne avrei mai voluto sapere, io che ci sono stata trascinata per i capelli dallo strizzacervelli.
Vi chiederete perché Dosty. Semplicemente perché durante la prima seduta che serviva a conoscerci, affrontando l’argomento lettura è venuta fuori la sua passione per i “russi”, in particolare per Dostojevsky.

‒ Dovresti leggerlo, sai? - mi disse - Ti aiuterebbe ad affrontare la realtà in maniera diversa. Ti insegnerebbe che la vita va presa con coraggio, anche quando non lo meriterebbe perché magari pensiamo che non sia stata poi tanto tenera con noi. E perché no? Talvolta va presa anche per i fondelli. C’è più gusto e non si rischia di restare fregati.
‒ Due palle! Io leggo solo fumetti. Adoro Dylan Dog. Non mi perdo un’uscita da anni. Ma, per favore, non parlarmi di letteratura, di romanzi e di scrittori sfigati…
‒ Punti di vista - mi rispose lui- con un mezzo sorriso e guardandomi fisso negli occhi, così fissamente da crearmi disagio, da farmi volgere per un attimo lo sguardo altrove. A me poi, che sono una gran faccia tosta. È stato lì che ho capito che quell’uomo poteva procurarmi solo guai. M’è piaciuto subito, che posso fare? Nonostante i nostri vent’anni di differenza lo trovo affascinante, di quel fascino inquietante, però, e forse è proprio per questo che ne vado matta.





MIA MADRE


Bene bene! Dunque, dicevi che ieri sera ti sei data ai bagordi come sempre. Ma dimmi… cos’è che ti spinge a provare emozioni forti, così forti che a volte potrebbero prendersi gioco della tua stessa vita. Ci hai mai pensato a questo?
E che mi frega! Si vive una volta sola e io voglio godermela come meglio credo, e poi prima o dopo tutti dobbiamo morire.
‒ Già, ma non pensi che ritardare quel momento dipende anche da noi e che sarebbe bello se quel momento arrivasse il più tardi possibile? E inoltre, pensi davvero che tutto “quello” sia il meglio per te?
‒ Certo! In quei momenti dimentico tutto. La fogna da cui sono circondata e me stessa che dalla fogna sono venuta e che nella fogna devo restarci.
‒ Parlami di tua madre.
Mia madre… Posso solo dirti che all’età di sei anni l’ho trovata a letto con quello che io chiamavo zio Armando, il migliore amico di mio padre. Ero entrata nella sua stanza senza bussare perché avevo la febbre alta e avvertivo il bisogno di stare abbracciata a lei, di sentire il suo contatto e di respirare il suo profumo. Sai come sono i bambini: stomachevolmente sentimentali e bisognosi d’affetto, quell’affetto che mia madre non ha mai saputo darmi.
Quando si accorse di me che come un’ebete stavo affacciata alla porta a cercare di capire cosa fossero quei sospiri e quei movimenti, chi fosse quell’animale che le stava addosso, perché quell’animale rispondeva al nome del migliore amico di mio padre, perché, perché, perché… lei s’avvolse nel lenzuolo e con quello sguardo che conoscevo bene e che m’incuteva ansia e paura, si diresse verso di me riportandomi, a strattoni, di peso nella mia stanza e mi ordinò di non mettere il naso fuori fino a nuove disposizioni. Non si curò dei pianti e nemmeno delle mie urla che la chiamavano e che pretendevano la sua presenza. Perché avevo la febbre, avevo la febbre.

A queste parole mi si riempiono gli occhi di lacrime e mio malgrado mi s’incrina la voce. Ho le mani fredde, anzi freddissime e sporgo la destra col palmo in su, come una dolce richiesta di contatto. E lui me la concede la sua mano. È calda, forte, possente. Come quella di mio padre. È grande, voluttuosa, potente. Come quella di un amante.
Dura solo un istante quella stretta, troppo poco per conservare quell’energia, ma devo continuare il mio racconto e infilo la mano in tasca illudendomi che quel calore provenga da lui.
‒Passarono due ore, ma forse anche cinque o sei. Ricordo solo che quando lei rientrò nella mia stanza, fuori era ormai buio da un po’ e dentro di me il nero… più nero della notte.
Si accomodò sul letto e sdraiandosi al mio fianco mi disse di non preoccuparmi, che lei avrebbe sistemato tutto, che, come sempre, mi avrebbe curato amorevolmente e che, passata la febbre, avrei smesso anche di ansimare. Io non osavo parlare, l’unica cosa che riuscì a dirle fu: “Mamma, allora anche lo zio Armando ha la febbre!”.



MIO PADRE

Oggi mi sento più sballata degli altri giorni. Da quando ho poggiato i piedi per terra mi è parso di sprofondare in un abisso senza fine. Sarà perché ieri ho abusato con l’alcool… e col sesso.
Mi sono trascinata a fatica nel bagno e piegata in due, con la faccia nel water, ho vomitato anche l’anima. Tutto mi è sembrato in bianco e nero, anche la voce di mio padre che dall’altro capo del telefono mi ha spiegato che è dovuto partire all’improvviso. Uno dei suoi soliti viaggi d’affari.
Guardo l’orologio. Sono già le tre del pomeriggio. Devo essermi di nuovo addormentata.
Mancano appena due ore all’appuntamento con lui. Mi alzo e mi preparo con cura. Voglio essere perfetta. E il pensiero di stendermi su quel lettino mi dà un senso di benessere misto a un vuoto nello stomaco.
‒ Ciao Manu. Posso offrirti un bitter?
Istintivamente poggio una mano sul ventre e trattengo l’urto di vomito. Lui se ne accorge. Sì, se n’è accorto! Lo capisco dal suo sguardo che mi entra negli occhi e più giù e voglio naufragare, annegare e sprofondare in quello sguardo, severo e seducente.
‒ No, grazie. Proprio non mi va.
Lui, con un mezzo sorriso sarcastico di chi ha capito tutto, mi fa cenno di sdraiarmi e io lo faccio. So che questa volta riuscirò a turbarlo. Ho indossato una minigonna nera con autoreggenti, nere anche loro. Farò in modo che le autoreggenti escano dalla minigonna. La camicetta bianca, da cui traspare il reggiseno in pizzo bianco sapientemente aperta fino al decolté, farà il resto.
‒ Oggi vorrei mi parlassi di tuo padre.
Sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Sapevo che prima o poi mi avrebbe chiesto di lui.
‒ È alto, o almeno alto quanto basta per essere considerato un uomo di una certa presenza.
Scuro di capelli e gli occhi sono castano chiaro, molto chiaro come le foglie ingiallite d’autunno.
Non t’ho chiesto di farmi la sua descrizione fisica. Ti ho chiesto di parlarmi di lui. Che rapporto hai o, se preferisci, puoi raccontarmi anche qualche aneddoto.
‒ Quando ero molto piccola lo vedevo come un idolo. Aspettavo zitta e buona il suo ritorno dietro i vetri. Non m’importava se l’umidità delle finestre mi entrava nelle ossa. Alle otto in punto io ero lì, dietro la finestra ad aspettare che i fari della sua macchina illuminassero il viale. Quando entrava gli saltavo al collo ed ero felice di cenare con lui. Quello era l’unico momento in cui lo sentivo veramente mio. Ma più diventavo grande, più lo sentivo distante e anche la parentesi della cena ormai rappresentava il momento giusto per i rimproveri. Già, perché lui, come tutti i padri, non sopportava il mio diventare donna. La cura che mettevo nel vestirmi, nel truccarmi, nel trattenermi davanti allo specchio lo facevano diventare pazzo, pazzo di gelosia. E mi maltrattava, con le parole e con gli schiaffi.
Come il giorno del mio sedicesimo compleanno.
Mia madre, quel giorno, il giorno del mio sedicesimo compleanno, era a uno dei suoi soliti ricevimenti detti di beneficenza, ma in cui si va per tanti altri motivi fuorché per il fine primario di fare beneficenza.
Io, però, ero ugualmente felice quel giorno. Avevo invitato un bel gruppo di amici e tra questi c’era lui, il mio primo amore. Emozionata e raggiante trascorsi una delle serate più belle della mia vita. Ricordo che io e Massi, il mio ragazzo, passammo tutto il tempo occhi negli occhi e mano nella mano, sbaciucchiandoci senza curarci di chi ci stava a guardare, persi nel nostro tenero amore. Non immaginavo che mio padre da un angolo della casa osservasse con occhio inquieto e morboso ogni nostro gesto. Solo alla fine della serata, salutati tutti gli amici, attardandomi con Massi davanti alla porta a scambiarci le ultime effusioni, d’un tratto lo vidi in cima alle scale che, con sguardo nervoso e furtivo, non riusciva a staccarci gli occhi di dosso.
Adesso vai. È davvero molto tardi e non voglio che tornando a casa possa accaderti qualcosa di spiacevole.- Massi sorrise con aria sicura, mi diede un ultimo bacio tranquillizzandomi che con lui neanche un branco di lupi sarebbe riuscito ad avere la meglio.
Chiusa la porta mi ritrovai faccia a faccia con mio padre e il suo volto era strano, tirato, non lo avevo mai visto così.
‒ Papà, tutto bene? - gli chiesi e lui per tutta risposta mi mollò un ceffone, uno di quei ceffoni che ti prendono tutta la guancia, di quelli che, proprio perché non te li aspetti, fanno ancora più male. Altre volte mi aveva picchiata, ma mai con tale violenza. A quel punto rimasi bloccata lì, di fronte a lui e non sapevo se piangere o urlare. Lui non disse una sola parola, ma continuò a guardarmi, prima dritto negli occhi, poi facendo scivolare il suo sguardo su tutta la mia persona. Mi prese per i fianchi e cominciò ad accarezzarmi in modo strano, così strano che io sentii, finalmente, il bisogno di staccarmi con forza da lui e di correre nella mia stanza per chiudermi a doppia mandata.
Da quella maledetta sera io e mio padre ci parliamo solo se necessario e, se possibile, evitiamo anche di mangiare alla stessa ora. Non puoi immaginare come sia triste e frustrante tornare tutte le sere in una casa che non senti tua e fare attenzione a non scordarti mai, mai di chiuderti a chiave.

NOI

Ora, in questa stanza, è sceso il silenzio. Sento solo il suo respiro al biancospino e il suo sguardo, lo so, puntato su di me, sulle mie gambe, su quel reggicalze, dentro la mia camicetta.
La voglia di essere sua prevale sulla voglia che ho di autodistruggermi, di farla finita con la mia vita di merda. Mi alzo dal lettino, mi dirigo verso di lui seduto sulla sua poltrona in vera pelle e come se fosse la cosa più naturale del mondo, mi alzo la gonna e allargando le gambe mi siedo su di lui.
I nostri respiri diventano uno solo e lui, ormai completamente sotto il mio dominio, si lascia baciare sulle labbra e dentro e più giù, fino a farsi mancare il fiato. Poi è lui a tirarmi su e ad aprirmi la camicetta. È lui a farmi mancare il respiro…
Siamo due folli, due poveri folli persi nel mare della perversione medico-paziente. Lo sappiamo, ma soprattutto lo sa quanto sia condannabile e vergognosa la sua condotta, ma non gliene frega un accidente. In questo momento gli interesso solo io, il mio corpo giovane e arrendevole, seducente e peccaminoso.
Un urlo improvviso risuona nella stanza. Un urlo di dolore e il sangue rosso, rosso come la colpa, gli scende dall’orecchio fino al collo, fino alla camicia. Nemmeno il tempo di chiedermi se sono impazzita, o se il mio è solo un gioco perverso e si ritrova a terra, lui e la sua poltrona in vera pelle, con le gambe all’aria e la faccia incredula. È bastata la forza di una sola delle mie gambe e del mio piede avvolto dalla scarpa rigorosamente fornita di tacco a spillo, per mandarlo giù e renderlo ridicolo.
E io gli volto le spalle e mi dirigo verso la porta lasciandolo lì, ridicolo…
Povero, misero, ridicolo uomo.



15 commenti:

  1. Nel difficile e complesso rapporto che si instaura tra paziente e il suo analista, la letteratura e il cinema hanno attinto a piene mani per trovare spunti interessanti. Il caso clinico che ci presenti però ha un motivo valido per essere raccontato, e qui mi fermo per non rovinare la festa ai prossimi lettori. Alcune riflessioni, riportate nei dialoghi appaiono un po' troppo classiche, insomma rispettano un copione già noto. Questo giusto per non smentirmi e per cercare il classico pelo nell'uovo, ma per il resto mi sembra davvero un ottimo lavoro. Si legge bene per la scrittura fluida e puntuale come sempre del resto. Complimenti

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  2. Lei ha ucciso il padre,la madre, e lei stessa bambina,uccidendo un desiderio reale... quello di essere accettata, una volta soltanto, per la sua individualità.
    Poi, ci si gira e rigira,anche su un desiderio sessuale,ma il primo e vero desiderio che abbiamo tutti è essere visti, accettati e presi per mano.
    Ben arrivata
    Ippolita

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  3. Lei è, ovviamente, la protagonista del racconto,non l'autrice ,all'autrice darò del tu
    Ci diamo tutti del tu
    anche se
    anche se,scherzo eh, io sono una aristocratica...
    Ippolita

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  4. Trovo molto efficace la trama di questo racconto, Daniela, con il meccanismo del trasfert al quale fai riferimento.
    Freud affermava come fossero in particolare le fantasie infantili e i conflitti sessuali con i genitori, i contenuti relazionali che i pazienti trasferivano sul proprio analista, e lui stesso lo aveva chiamato "transfert".
    E, sì, in ogni relazione interpersonale nella quale possiamo trovarci impegnati risentiamo, in qualche misura, delle nostre relazioni con le figure significative del nostro passato.
    Il filosofo francese Henri Bergson diceva che "Il nostro passato ci segue e s'ingrossa senza posa col presente che raccoglie lungo la strada".
    Una buona scrittura la tua che si fa leggere con piacere.

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  5. Scusa, Dany, se non sono ancora passata, ma non sono riuscita a trovare il tempo giusto per leggere con calma e tranquillità il tuo racconto che, comunque, so già che mi piacerà;-) Arrivo presto! :-*

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  6. Racconto ben sviluppato e scritto senza arzigogolamenti, ma in modo lucido, fluido e veritiero. Sì, se vogliamo la situazione paziente-analista è di quelle classiche, ma la conclusione è stata una vera sorpresa. Letto molto volentieri.
    Ciao

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  7. Eccomi, finalmente tranquilla... Il tuo racconto mi ha trasmesso un bel po' di inquietudine, segno che sei riuscita a scrivere qualcosa che coinvolge il lettore in questa storia drammatica... Sarà la luna piena, anzi, da oggi entrata nella fase calante, che mi rende più sensibile del solito (che guaio), ma ho letto con difficoltà alcune parti, proprio per i temi trattati.
    Ben scritto, come tu sai fare; si percepisce, rispetto al precedente racconto proposto in questo blog, il percorso fatto nella scrittura.
    Un racconto duro, un finale che mi aspettavo in parte, ma mi ha sorpresa nelle ultime righe, uno sviluppo equilibratissimo, grazie anche alla suddivisione in minicapitoli, tecnica che ho usato anch'io negli ultimi racconti che ho scritto.
    Insomma, ecco la Dany che conosco, sempre più brava, sempre più profonda.
    Ora però mi devo rilassare: scrivi un racconto "leggero" tanto per stemperare gli stress della giornata?;-)

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  8. Lo so Stefy che preferisci temi più soft. Cercherò di accontentarti quanto prima.
    Intanto ringrazio te, Franco, Ippolita, Serenella e Beppe per l'attenzione e approfitto per augurare a tutti una splendida giornata.

    A presto Dany

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  9. Ma no, Dany, amo tutti i temi, dipende da come sono trattati e tu potresti scrivere anche la lista della spesa e la troverei interessante e ben scritta;-); hai letto qualche racconto della mia raccolta e sai che a volte vado giù pesante come temi affrontati... Però in questi giorni ho voglia di leggere cose "leggere" per alleggerire lo stress da esami vari e da sovraccarico di impegni:-) Per esempio, mi sembra di ricordare un tuo racconto che per certi versi mi aveva ricordato alcuni episodi della mia vita;-) e aveva una seconda parte molto rassicurante:-) non ricordo il titolo, però:-((

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    1. Allora cara Daniela, visto che i racconti si possono ordinare anche dal blog, io in questi giorni ho un po' il male d'autunno, mi sento svogliato e inappetente, pertanto mi dovresti scrivere un raccontino che mi stimolasse la fame e mi ristorasse anche nell'umore, tieni conto però che ho un leggero mal di schiena, pertanto tra un dialogo e l'altro infilaci dentro qualche consiglio per la salute. Ah, un'ultima cosa, alla fine non dimenticare di salutare mia zia, sai lei ci tiene così tanto...
      Mi raccomando neh:-)
      Grazie

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  10. Io vorrei un racconto sulle castagne....si sa, sono un tipo originale. Però, se permettete, ho trovato questo racconto un po' scollato dalla realtà (a parte in alcuni passaggi), ma mi è piaciuta moltissimo l'idea della suddivisione in mini-capitoli (un po' alla Von Trier)

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  11. Oh, come siete spiritosini... Mi trovate divertente? Beh, è una bella dote riuscire a far ridere.

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  12. Sono sicura che Dany ha capito che intendevo, e non certo un racconto su ordinazione, ma precisavo che non è che io ami solo temi soft e non temi come quello affrontato da lei, ma vado a momenti, come credo tutti noi: a volte si ha voglia o bisogno di leggerezza anche nelle letture.
    Sono inoltre contenta che Patty sia rimasta ben impressionata dalla suddivisione in capitoletti; essendo una tecnica che ho adottato nei miei ultimi racconti, mi rassicura che una persona competente come lei trovi questa soluzione di suo gradimento.

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  13. Vi ringrazio ragazzi per avermi dato nuovi spunti per i miei prossimi racconti, anche se, caro Franco, non amo particolarmente la cucina, ma i sapori... quelli sì e magari potrei partire da lì. Però le castagne di Patti m'hanno intrigato parecchio.
    Stefy, tranquilla, certo che ho capito cosa intendevi! Dipende anche dal nostro stato d'animo quello che in un determinato momento gradiamo leggere.
    E mi sembra anche di ricordare a quali racconti fai riferimento.
    Buona giornata a tutti e... a presto!

    Daniela

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  14. Fin dalle prime battute, quel tuo Dosty si presenta come un analista ben poco professionale... e ben venga il finale!
    Bel racconto Dany, bella la suddivisione per temi e bello il linguaggio.
    Molto molto intrigante.

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