martedì 18 settembre 2012

La stanza di Francesco


nasino alla francese


ALGEBRE D’AMORE

                di
Francesco Meccariello


Avvertenza. Mi scuso in anticipo con le signore che dovessero ravvisare un taglio larvatamente maschilista: è del tutto involontario.


Dritta + dritto = relazione
stupida + dritto = avventura
dritta + stupido = matrimonio
stupida + stupido = gravidanza
(proverbio)



Ah, come dimenticare quel nasino! Non che fosse piccolo, anzi! Era diritto, certo, abbastanza sottile, ma  non l’avresti detto corto: era “eminente”, come si tramanda del naso di Giulio Cesare. Piazzato al centro di quel visino, lo affilava, ne snelliva i contorni, ne svelava un verso di lettura. Sì, perché quei nasetti piccoli e spanciati, che galleggiano anonimi sulle facce femminili, lasciano che lo sguardo anneghi nel viluppo vorticoso dei lineamenti, privandolo di un appiglio, di un riferimento stabile. Un naso importante, del resto, rende il volto della donna più espressivo. Fate caso ai suoi lievi, quasi impercettibili movimenti: partecipa al discorso, accompagna le parole meglio ancora del gesticolare delle mani. Ora si dilata perché lei è contenta, si drizza perché è diffidente, per poi puntare verso il basso nel momento grave dell’indignazione. Fate conto di trovarvi con una ragazza al primo appuntamento: vestita quasi da cerimonia, addirittura con i tacchi; dovendo decidere dove andare, proponete “sei mai stata da Peppe ‘a porchetta?”. Osservate il naso, s’incurva a metà del dorso, la punta si solleva e guarda verso l’alto, mentre lei dice “vuoi andare là?”…

Il visino era snello, di forma allungata, sprovvisto di spigoli e bombature, il mento arrotondato. Gli occhi spiccavano scuri, di taglio obliquo, profondi anzichenò. I capelli… castani, penso. Il fatto è che con i capelli mi confondo, soprattutto a distanza di tempo, ma erano lunghi.

I lettori più esperti delle cose del mondo, quelli che guardano la femmina con occhio pratico, simili al vaccaro che pesa la vaccina con un colpo solo dello sguardo e con l’approssimazione massima di mezzo chilo, ora s’aspetteranno che il percorso della descrizione imbocchi la via del collo per poi veleggiare gagliardo sempre più in basso. Costoro rimarranno delusi: si era al tempo dell’adolescenza, quando, di fronte a una donna, se ne ammirava soprattutto il viso. Devo aggiungere, oltretutto, che lei sedeva nella fila di destra, per cui, trovandomi io nei banchi di sinistra, la vedevo sempre di fianco e la ricordo essenzialmente di profilo: il profilo sinistro, per essere precisi.

Non ci scambiavamo confidenze soverchie: era una di quelle persone con cui, senza alcun motivo apparente, per quell’inesplicabile dinamica che governa la rete di relazioni tra compagni di classe, non avevo mai legato. Non c’erano mai stati dissapori: semplicemente era mancato quel qualcosa per cui i rispettivi mondi, all’interno della classe, trovassero una qualunque intersezione.
Quel giorno, però, mi si accostò, quasi con indifferenza, chiedendomi se nel pomeriggio potevamo ripassare insieme la matematica. Si sa, le donne non amano questa materia. Non è affatto strano: con la matematica non si può avere l’ultima parola! Il risultato di un’ equazione è già lì, predeterminato, dimora nelle vie astratte di un mondo platonico delle idee: bisogna accedere a questo mondo e coglierlo così com’è, senza poter pretendere che sia diverso, che si pieghi ai desideri del momento, che cambi almeno in parte. Una donna difficilmente può accettarlo!

Così, il sole pomeridiano di quel famoso giorno vide me che mi recavo a casa sua per un ripasso. Giunto a destinazione, ci accomodammo entrambi dietro un tavolo di forma circolare. A questo punto, un grande scrittore descriverebbe la stanza, elencherebbe i mobili, scandirebbe i colori, inquadrerebbe le fonti luminose e via dicendo. Non essendo io un grande scrittore, posso risparmiarvi il fastidio.
Mentre ripassavamo gli esercizi di matematica, mi accordò quella simpatia che non immaginavo potesse riservarmi. In precedenza, mi sembrava inverosimile anche semplicemente che, aperta la porta, potesse accorgersi di me e farmi entrare. Ora, invece, sorrideva, mi ascoltava, faceva battute, addirittura insistette per offrirmi la merenda.

Il fatto che adesso mi concedesse tutta questa confidenza m’inorgogliva. È sempre così: quando una donna ignora un uomo, quando assume un atteggiamento ritroso e sostenuto, “se la tira”, come dicono i giovani, quest’uomo si convincerà di apparire poco importante, incapace di suscitare interesse. Se poi, a un tratto, la donna comincia a dargli corda, ecco che il pecorone si lascia irretire, convincendosi di aver conquistato, finalmente, la giusta considerazione a cui ha diritto e che intende salvaguardare a qualunque prezzo.

Mi convinsi, alla fine, che lei avesse un debole per me.
La notte faticai ad addormentarmi. L’euforia impediva all’immaginazione di separarsi dalle strategie per i giorni a venire, dalla pianificazione degli approcci, dalle previsioni delle sue risposte…
Il breve sonno fu come sempre interrotto dal sopraggiungere della mattina. Nel grandioso abbrivio della “Recherche”, Proust descrive il risveglio con finezza mirabile: nel buio attenuato dalla lama di luce che trapela da sotto la porta, le forme si svelano gradualmente alla percezione, consentendo un lento accordo tra sensi e coscienza e un progressivo orientamento spazio-temporale.
Io non avrei mai potuto scrivere la “Recherche”! Già, perché la mattina ero svegliato dall’imperioso richiamo di mia madre: “Cì!”, vocativo di “Ciccio”, “è tardi!”, mentre si spalancava la porta e la luce inondava la stanza. Il mondo della veglia s’imponeva brusco e tutto insieme, inesorabile e perentorio. Sia detto per inciso, mia madre s’incaricava lei di svegliarmi la mattina e non capirò mai perché mi chiamava sistematicamente quando riteneva fosse già tardi. Tuttavia, non ho mai affrontato il discorso con lei: è un po’ come la questione delle donne con la matematica, non avrebbe mai accettato di avere torto.

Arrivai a scuola ansioso e trepidante. Avvicinandomi all’ingresso, riepilogai mentalmente le strategie elaborate nottetempo, con le quali avrei conseguito quella conquista ormai evidentemente scontata. Entrato in classe, avviandomi al mio posto, sbirciai con noncuranza verso il suo banco. Era lì, presa a chiacchierare con le compagne. Sembrava che tutto fosse come prima, eppure non era così: ero stato a casa sua, lei si era mostrata gentile, sorridente, contenta della mia presenza, si era istaurato un rapporto nuovo, stretto, speciale…
Certo è che le tattiche pensate quando si è soli, quando lei non è lì in carne e ossa, ma è solo un’immagine evocata dalla fantasia, sembrano più difficili da applicare nella pratica. In realtà a cambiare, rispetto a quanto previsto, non sono le sue reazioni: a cambiare siamo noi. Le frasi che ci siamo preparati non appaiono più così facili da pronunciare, magari cominciano anche a sembrare fuori luogo, innaturali. Comunque, non dovevo avere esitazioni. Semplicemente, era opportuno attaccare un discorso quando non c’erano altri, perché un intruso avrebbe costituito una specie di variabile algebrica capace di modificare il risultato.

Aspettai, dunque, un paio di giorni e, finalmente, durante la ricreazione, la scorsi da sola, in piedi. Bandii ogni riluttanza e mi avviai verso di lei, senza guardarla direttamente, come se imboccassi quella direzione per altri motivi. Nei due giorni di attesa avevo ulteriormente meditato su quello che avrei detto, ampliato il ventaglio di risposte che lei avrebbe potuto dare, articolando le possibili diramazioni del nostro discorso. Avevo preparato quel momento con il rigore adamantino di un matematico e l’acribia di un orologiaio: non potevo fallire, le avrei lasciato intendere che tra noi poteva esserci qualcosa di speciale. Quando le fui giunto vicino, lei si accorse della mia presenza, io la guardai, lei mi guardò. “Ué, ciao”, le dissi, e continuai a camminare, uscendo dall’aula e raggiungendo i compagni nel corridoio.

Non tentai altri approcci. Continuammo a non scambiarci particolare confidenza, come era sempre stato e come fu fino alla fine dell’anno scolastico.
Quell’episodio venne da me presto dimenticato, annegando in fretta nelle pieghe della memoria, tanto elastica ai tempi dell’adolescenza.
  
Solo ricordo che, a distanza di qualche tempo, mi trovai in uno dei tipici conciliaboli tra compagni maschi, in cui si commentava l’aspetto delle compagne. Erano sempre condotti con la delicatezza che, si sa, generalmente non appartiene ai simmetrici conciliaboli in cui le compagne giudicano i maschi. A un certo punto si arrivò a parlare di lei. Quando fu il mio turno e qualcuno sollecitò il mio parere: “Francé, e tu che ne pensi?”, ricordo che dopo una pausa, tenuta con forzata espressione di distacco, commentai: “mah, insomma, ha il naso un po’ troppo lungo”…



7 commenti:

  1. Francesco che parla d'amore??? (Infatti oggi piove!)
    Un romanticone in erba che fa il duro, ma è un tenerone alla prima delusione amorosa: il tuo personaggio mi ha fatto un sacco di tenerezza:-)
    Come sempre, il tuo modo di raccontare è pieno di ironia e devo dire che mi sono fatta anche qualche bella risata quando si parla di nasi e di Peppe 'a porchetta o quando parla del risveglio passando da Proust a una mamma troppo "premurosa" :-D
    Appartiene al tuo stile questo modo di alleggerire attraverso l'ironia narrazioni che potrebbero prendere una piega più romantica o struggente come le prime cotte non andate a buon fine.
    E come sempre infili sempre riflessioni profonde come, per esempio, quel "a cambiare siamo noi" che porta con sè tutta una gamma di osservazioni che potrebbero far scaturire un dibattito.
    Comunque si spera che l'episodio della ragazzina che si è filata il ragazzo solo quando le serviva (è la cruda realtà:-\ ) non abbia creato un maschio che da grande sia diventato cattivello con le donne;-) Però a giudicare dallo schemino iniziale, qualche segno l'ha lasciato...;-)
    Caro Francesco, hai scritto un bel racconto, certo se ci infilavi la storia d'amore o, che ne so, un primo bacio, mi sarebbe piaciuto di più, neh!;-) Sarà per la prossima volta, vorrei proprio vedere come te la potresti cavare con un racconto dove parli d'amore spingendoti un po' oltre;-)
    Per quanto riguarda la tua scrittura, parafrasando il commento della nostra amica Patty al tuo racconto precedente: "Uno che legge Proust non ha bisogno di consigli tecnici."
    La tua amica del cùore, Stefi :-D

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  2. Bello, ben scritto, Francesco, questo tuo racconto.
    Mi trovo spiazzata a commentarti dopo Stefania, lei ha già detto tutto. Ah, su una cosa non sono d'accordo: hai fatto bene a non infilarci una storia d'amore, va bene così, con le considerazioni adolescenziali condite dai suoi timori e dagli atteggiamenti tipici dell'età ne hai fatto una storia molto realistica - "annegando in fretta nelle pieghe della memoria, tanto elastica ai tempi dell’adolescenza".
    Anche la chiusa è perfettamente attinente: la storia della volpe e l'uva si tramanda dal tempo andato.
    Serenella

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  3. Eh sì, chi disprezza compra o ama. E magari aveva pure i gomiti troppo appuntiti. Eh sì Francè, è stato meglio così, in fondo che ci facevi con una che aveva il naso lungo e i gomiti appuntiti?
    Maronna come scrive bene Francè, va bè ma non lo scopro ora, si sapeva. :-)
    Ciao

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  4. Ho letto sorridendo e ridacchiando
    Ilare il tuo racconto
    veramente carino e fresco.
    Va tutto bene ,anche il commento finale!
    Ma dove ti superi e mi superi ahahahah
    è quando descrivi il naso parlante!!!
    Per una vita mi sono sentita dire che il mio naso parlava troppo
    e faceva ghigni terribili e paralizzanti.
    Io???
    Ma se sono un angelo!
    BRAVO
    IPPOLITA

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  5. "Ogni campanile sta bene sulla propria piazza" e se ne potrebbero dire a iosa sul naso. Era proprio così a scuola un po' per tutti. Tanta ironia in questo racconto che si legge davvero con piacere.
    ciao

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  6. eheh...se avessi scritto: "è del tutto volontario" ti saresti accaparrato la mia simpatia...mi sembra un po' simile a quell'altro, questo racconto...insomma sempre un po'sulla falsa riga di Esopo.
    Qui, "A questo punto, un grande scrittore descriverebbe la stanza, elencherebbe i mobili, scandirebbe i colori, inquadrerebbe le fonti luminose e via dicendo" spero nel forte senso ironico di questa affermazione (non ti conosco abbastanza), ma spero che anche tu non sia della cricca: più è lungo, più descrivo e più sono scrittore...(due p.....e!)
    Ti leggo con piacere e questa non è una critica negativa (ho solo evidenziato dei punti). Ciao!

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  7. Francesco, sono sempre io.
    HO molta simpatia per i tuoi racconti, freschi, spumeggianti, mossi,e non sei un prosecco!
    La battuta non è mia, ma di un altro gradevolissimo umorista, Andrea, che scrive col sorriso e con la sferza.
    Tu sei più giocherellone, di lui, naturalmente, ma tu non lo conosci ed io ti metto il link
    http://www.neteditor.it/content/201506/gatti-e-burraco
    giuro che non mi ha pagato
    ma mi piace quanto mi piaci tu
    Ippolita

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