martedì 11 settembre 2012

La stanza di Giulia



  Estate
 (30 agosto 2012) 
            di 
Giulia Sarli


Bussarono alla porta, caparbiamente, con la costanza del martello che batte sul chiodo. La vecchia vicina era venuta a lamentarsi per i rumori notturni che le guastavano il sonno: «Signor Stracci io non so che lavoro faccia e che cosa combini fino alle cinque del mattino, ma io abito proprio qui sotto e non riesco a chiudere occhio con lei che passeggia avanti e indietro sopra la mia testa e parla non si sa con chi.
Qui i muri sono sottili.. e insomma, provi a dormire a una cert’ora o, almeno, non faccia tutto questo rumore!». Le occhiaie sul viso magro dell’uomo ebbero un breve tremolio di rammarico e rassegnazione; quanto bastava perché l’anziana donna avvertisse il piacere inconfondibile del proprio potere. «Vedo che ci siamo intesi, bene. Si ricordi della riunione di domani, ci saranno tutti gli altri condomini. Mi raccomando! E su col morale, è sempre così cupo!». La porta si richiuse; e il corpo esile di Beppe Stracci rimase immobile, lo sguardo magnetizzato dall’occhio nero dello spioncino.
Era tornato il silenzio nel piccolo monolocale, e si poteva soltanto immaginare il faticoso trotto della cara signora Guglielmi, residente da quarant’anni nell’immobile, che trovava unica forma di godimento nell’andare a spiare le miserie altrui. La stanzetta era arredata sobriamente: i mobili bianchi acquistati all’ikea non davano adito a polemiche sul gusto. Sarebbe stata inoltre una camera luminosa, se le persiane della porta a vetri non fossero state costantemente abbassate, nascondendo il piccolo terrazzino affacciato sul traffico sempre arenato al semaforo.
Seguito dalla sua ombra, l’uomo si trascinò fino al letto per poi crollare tra le pieghe del lenzuolo come un tronco spezzato. Sollevò la testa e vide puntati nei suoi gli occhi del gatto, che lo fissava con l’apprensione di un amante fedele.
 «Neanche nella sua tana un coniglio può stare tranquillo. I cacciatori arrivano con i fucili carichi, i cani mostrano le loro zanne orribili e strappano gli occhi alla bestia tremante. Poi: bum-bum! E tutto finisce. Non pensi sia così, Micio?». Le zampette si stiravano adesso contro il petto dell’uomo e Micio trovò una cuccia comoda tra le braccia di Beppe. «Se ci vedesse un poeta, caro mio, ci troverebbe bellissimi. Ma sei tu che sei bello, mio piccolo amico. Io sono soltanto il tuo specchio felice». Il telefono sul comodino lampeggiò lasciando bagliori biancastri tra le ombre della stanza e un rapido gesto del braccio spodestò il re felino dal suo trono:
«Pronto, Ninì, sei tu? Sì hai ragione, ieri me ne sono andato senza salutarti. Avevo un gran mal di testa. No, non ti devi preoccupare, va così. Quando un luogo si fa chiuso sento che devo allontanarmi. Sai quanto mi piace camminare di notte. Hai ragione, la prossima volta ti avviso e ti porto con me. Va bene, mi vesto e vengo. Ci vediamo a casa tua, a più tardi».
Alzatosi con la lentezza svogliata di chi non ha dormito per tutta la notte, Beppe prese dall’armadio una borsa e andò in bagno, seguito da fusa assonnate e sguardi furtivi. Una mezz’ora più tardi uscì dall’appartamento una donna vestita da sera; il rumore dei tacchi risuonò cadenzato per i tre piani di scale.

Da quando, adolescente, aveva iniziato a scrivere, Beppe aveva subito sentito il desiderio di travestirsi, di divenire in tutto e per tutto simile ai suoi personaggi. E più la maschera da lui ideata era complessa, più egli si entusiasmava per la sua messa in opera. Era stato un bambino in gita scolastica, un rivoluzionario in esilio dal proprio paese, un’anziana in fuga da un ospizio. Era stato mille volti differenti, tutti indossati e condotti per la città tra lo stupore dei passanti. La figura femminile in cui Beppe si era ora mutato era Elsa, ragazza di provincia desiderosa di far conoscere i propri scritti e disegni ai gruppi di studenti che si riunivano ogni sera per le letture e da cui erano nate delle riviste indipendenti che, ogni tanto, mostravano i segni di una poesia autentica. Così vestito si sentiva felice: simile a una novella regina che, il giorno del suo matrimonio, salga gli scalini verso il trono e si volti ad ammirare la commozione dei suoi sudditi, Beppe camminava compiaciuto lungo il viale che conduceva alla casa di Ninì, vedendo il proprio splendore riflesso in ogni cosa.
 L’amica, che lo attendeva di fronte al portone, lo accolse con entusiasmo e consenso, pensando tra sé che a tale perfezione Beppe non era mai giunto prima. Andarono insieme dal fotografo e poi in copisteria, dove stamparono le copie della rivista di Beppe; in prima pagina erano pubblicate tre poesie, affiancate dal ritratto dell’autrice, una donna seducente e misteriosa. Subito dopo si lasciarono con l’accordo di vedersi più tardi e, mentre Beppe tornava a casa, Ninì andò a distribuire i giornali presso amici e conoscenti.

«Dolce Elsa, questa volta hai superato te stessa» disse Ninì raggiante non appena Beppe le aprì la porta del suo appartamento. «Ho già ricevuto tre telefonate. Guido dice di essersi innamorato perdutamente della misteriosa scrittrice comparsa sulla rivista di Beppe. Dovevi sentirlo al telefono, era così emozionato che quasi non riusciva a esprimersi, proprio lui! Tutti parlano di te, delle tue poesie e della fotografia con cui hai voluto accompagnarle. Provano solo il rammarico di non conoscere il tuo sguardo, a causa di quei grandi occhiali da sole che coprono metà buona del viso. Ma sono sicuri che nascosti da quello schermo ci sono due brillanti. Non vedo l’ora di assistere alla lettura domani, quando salirai sul palco e ti toglierai occhiali e parrucca! Chissà la reazione di Guido! Pensi ti dirà che “Nessuno è perfetto”?». «Sono troppo intelligenti per comprendere i miei scherzi. Non è certo la prima volta che pubblico sotto pseudonimo, ma loro si fanno sempre ingannare. Forse vogliono rendermi felice, magari fingono ogni volta la loro sorpresa. Non importa, comunque sia io mi diverto». Beppe si era tolto la parrucca e camminava per la sua stanza con il passo elegante di una nobildonna, ancheggiando e voltando il capo una volta a destra e una a sinistra. Poi si fermò d’improvviso di fronte a Ninì, che stava ancora vicino alla porta: «Mi devi proprio scusare».
Era diventato serio e così, in quella posa, con quell’abito e quegli occhiali da sole che ancora gravavano gli occhi, la sua figura aveva un che di tragico e insieme di grottesco. «Mi sento molto stanco, credo di aver bisogno di mettermi a letto. Ti va se ci vediamo più tardi?». Ninì sorrise, aveva capito: «Adesso sono io il luogo chiuso che devi lasciare. Ti chiamo quando so qualche cosa di nuovo». Bebbe Stracci fu di nuovo solo nel suo monolocale. Si tolse subito tutti i vestiti e si lavò il viso nel bagno. Poi si sedette per terra di fronte alla macchina da scrivere e cominciò a pigiare i tasti, producendo un picchiettìo regolare simile al ritmo di una canzonetta. Ora poteva essere Elsa fino in fondo: un’adolescente bellissima nella sua casa al mare, d’estate. Ogni giorno un ragazzo nuovo con cui giocare tra le lenzuola bianche; il vento caldo a svegliare i loro corpi al mattino. Ogni giorno una poesia d’amore divertito e la nostalgia dei colori che gli acquerelli fissavano nei ritratti ingenui di una vacanza. Sotto il letto sempre presente un gatto sornione aspettava tranquillo il momento di fare le fusa.

A volte si interrompeva e scoppiava a ridere per quello che aveva scritto; oppure si lanciava verso la finestra e spalancava le imposte al cielo rumoroso del pomeriggio. La vita arrancava regolare per le vie cittadine: Beppe lo sapeva anche senza guardarle. «Essere qualcun altro per essere felici. Scacciare il dolore dei giorni col sorriso di un solo minuto. Scuotere i capelli lunghi, grassi di sale e vento. Altro non serve». La telefonata di Ninì interruppe i pensieri. La lettura era stata anticipata ed Elsa avrebbe dovuto presentarsi entro poche ore a casa di Guido per leggere, di fronte a un gruppo di giovani scrittori eccitati, le proprie poesie d’esordio. Il viso proruppe in un riso trionfale. Si travestì nuovamente, ma con cura maggiore. Preparò lo sguardo allo specchio del bagno e con la sigaretta alla bocca salutò Micio che pigro beveva alla ciotola.

Ma Elsa non si presentò alla serata in suo onore. Raggiunse il palazzetto dove, nell’atmosfera rarefatta degli incontri letterari, in un appartamento all’ultimo piano, una calca curiosa l’attendeva e passò oltre. Percorse le strade rade di gente e di macchine, nella luce di carta vecchia che spioveva dai lampioni. Si sentiva come un’attrice di noir e rimpiangeva di non avere nascosta nella borsetta una pistola lucente. Si sedette in un locale a bere un punch con un’aria da donna perduta, come mai avrebbe pensato di poter fare, lanciando ogni tanto qualche sguardo intimidito ai clienti solitari seduti al bancone.

Quando fu di ritorno, da Guido avevano già capito che la donna sulla quale avevano fantasticato li aveva fottuti tutti quanti e che, ancora una volta, dietro la beffa subita si nascondeva Beppe Stracci. Ma rimasero ugualmente stupiti quando una lunga figura dall’incedere femmineo si fermò sotto al balcone dove alcuni erano usciti a fumare e si mise a mandare baci e a strizzar l’occhio in modo malizioso e un po’ sguaiato. Ninì scese di corsa e, tra gli applausi divertiti e i fischi da scolaresca, cinse il collo a quella donna stravagante e si strusciò al suo corpo, le rapì la bocca con la sua e, rivolta agli altri, disse che quella era la donna della sua vita. Elsa la prese per mano e corse con lei saltellando sui tacchi. La portò nella sua stanza e la spogliò. Fecero l’amore, gettando in terra il nascondiglio ricciuto in cui si era rifugiato uno scrittore.

Beppe si svegliò che era ancora notte. Sentì sopra il petto il calore di un corpo e pensò che erano come tutte le altre coppie che si amano e poi sono sole nel letto. Si alzò con la cautela maggiore che gli fu possibile e Ninì rimase nell’incoscienza del sonno. Si sedette sul suo terrazzino sospeso come un’altalena ciondolante su tre piani di oscurità, e afferrò la bottiglia di birra già aperta, poggiata in un angolo del balcone da due notti. Sorseggiò la birra e chiuse gli occhi per un istante: il buio e il silenzio si mischiarono alle immagini fissate nei fogli durante il giorno. Scrisse sulle mattonelle rosse dei versi, correggendo e variando le parole che la prima luce dell’alba gli suggeriva. Si mise poi a gattoni e lesse e rilesse, quando un gatto vero si intrufolò tra le sue gambe e si sdraiò sopra la bella poesia, zampettando felice contro la fresca maglietta del suo padrone. Beppe se lo strinse contro e si distese, senza sapere se lui fosse quello che accudiva o quello accudito. Si svegliò solamente all’odore del caffè che Ninì gli porgeva, divertita dalla sua condizione di intrusa, mentre Micio tagliava con gli occhi il sorriso della sua rivale.

7 commenti:

  1. Bè guarda, giusto ieri sera mi è capitato di vedere il film “Il ladro di orchidee” dove lo sceneggiatore, preda delle sue stesse turbe creative, sogna di fare l’amore con la scrittrice del romanzo che sta adattando per un film. E l’ossessione dello scrittore che si cala nella parte dei suoi personaggi in questo tuo racconto è ben descritta. Per uno scrittore, anche senza arrivare agli eccessi del tuo protagonista, scrivere è sempre un’occasione per un viaggio nel proprio animo; Complimenti.
    Beppe

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  2. Appartamenti, inquilini, silenzio, ombre... un'atmosfera molto noir, che rende alla perfezione l'isolamento del protagonista, e resa grazie a una narrazione precisa, capace di approfondire i meccanismi psicologici che lo portano a impersonare i suoi personaggi. Quasi in un capovolgimento del classico tema pirandelliano, questa volta non sono i personaggi a cercare l'autore, ma l'esatto contrario. Vederli prendere vita (anche attraverso una trasposizione cinematografica), per uno scrittore, dev'essere un'emozione senza pari. Un po' lo invidio, il tuo Beppe, per il coraggio dimostrato nel rendersi parte della narrazione, trasportando nella vita vera il mondo immaginario creato dalla sua penna. Un'ottima lettura, e piena di spunti interessanti. Complimenti!

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  3. Benvenuta, Giulia:-)
    Ho letto con interesse il tuo racconto: certo che 'sti scrittori sono proprio strambi;-)
    E cmq non è necessario travestirsi per portare una maschera;-)in qualsiasi senso si voglia intendere la maschera.
    Ben scritto, con alcuni passaggi interessanti. Complimenti e vieni a trovarmi nelle mie stanze;-)

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  4. Una scrittura spigliata, molto giovanile. Anche la spinta di Beppe a beffare, oltre ad appagare la sua voglia di sentirsi altro, ha un sapore goliardico.
    Un protagonista che, come Fernando Pessoa, si può definire l'uomo dai cento volti, anche se ho la sensazione che in in questo caso non sia per un disagio esistenziale.
    Ciao e benvenuta.
    Serenella

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  5. E' splendido Giulia. Qui si respira letteratura. Difatti mi ha riportato al racconto capolavoro della letteratura moderna che è Sarrasine di Balzac che forse tu conoscerai (credo di sì..). Un abbraccio, Patti

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  6. È vero: scrivere è come recitare, calarsi in una parte ed essere qualcun altro per essere felici. Scacciare il dolore dei giorni col sorriso di un solo minuto.
    La tua è una scrittura elegante che tesse un racconto strano. Dà vita a un bell'ossimoro. StefaniaT

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  7. Appena avrö una taastiera decente ...tti dirö. IppolitA.

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