venerdì 7 settembre 2012

Sergio Boldini - Montecristo - narrativa - racconto

MONTECRISTO

                 di


Sergio Boldini


Una vacanza all’isola d’Elba.
La cinquecento carica come una scatola di sardine, Silvio con i piedi sul cruscotto e il gomito fuori dal finestrino, Leo sul sedile posteriore, pallido, piegato in due, come cercasse di nascondersi tra le valigie e i sacchetti di nylon colorati.
Tre ore di coda ad aspettare di sventrare la pancia di un traghetto bianco e azzurro. Odore di metallo e di olio bruciato. Lo sguardo oltre il parapetto di ferro sulle increspature bianche di schiuma. Il vento a pungerti il viso e i pensieri a rincorrere il volo dei gabbiani, appena al di là di quel braccio di mare.
Portoferraio non lo vedi neppure, hai fretta di arrivare e spingi la macchina sui tornanti che attraversano l’isola. L’ultimo pezzo di strada sembra un nastro che si attorciglia alle rocce di una scogliera.
Porto Azzurro ti arriva addosso come uno schiaffo.
Pare sbucare da una cartolina a colori, tra le foglie dei platani, le case che si affacciano sulla piazza del porticciolo e le rocce che si arrampicano fino alla costruzione grigia e secolare del carcere.
La camera in affitto è al primo piano di una casa con la facciata tinta di rosso e la nicchia della Madonna protetta da una lastra di vetro. L’unica finestra raccoglie i rumori dei tre vicoli che si intrecciano a una trentina di metri formando una striscia di terra protetta da una siepe di mirto.
Neppure il tempo di una passeggiata.
L’incontro fortunato con due ragazzi al tavolo di un bar per la colazione è la chiave giusta per entrare in una compagnia composta da una trentina di persone.
Alcuni sono nativi del posto, altri nipoti o parenti di contadini proprietari di vecchi cascinali sperduti tra i vigneti bassi e rossi di uve non ancora mature. Altri ancora sono semplici villeggianti, abitudinari, romantici e sognatori. Romani, pisani, livornesi, fiorentini. Gente allegra, simpatica, viva. Gente d’estate, con il profumo di mare sulla pelle e la voglia di vivere dipinta sul viso, come i colori di un’avventura appena consumata.
Giovanna, Armando, Luca, Carlo, Francesca… nomi e facce da ricordare. Francesca in particolare. Capelli lunghi, biondi, occhi verdi, labbra carnose, efelidi ai lati del naso come spruzzi maliziosi sul viso che già trovavo di una bellezza fresca e aristocratica.
Girammo in lungo e in largo per giorni e giorni. Carovane di macchine in fila indiana lungo sentieri scoscesi a sollevare nuvole bianche di polvere che si perdevano leggere nel vento, tra profumi secchi di sale, di terra e di vigna. E all’improvviso la sabbia di cento spiagge ancora imbevute di purezza, i dirupi dell’Enfola, i litorali morbidi di Marina di Campo, poi la Biodola, Fetovaia, Cavoli, Procchio. Oppure l’ombra della boscaglia ai piedi del monte Capanne, la villa di Napoleone, la pozza del diavolo.
La felicità perdurava nei nostri occhi, negli sguardi bianchi di luce, sui corpi denudati macchiati di sole e di vento. Fino a sera, nel dirompere capriccioso dei cori, delle chitarre e il crepitio del fuoco acceso sulla sabbia.
Le notti poi correvano via come voli di gabbiani, si spegnevano nei chiaroscuri delle sagome dondolanti delle barche ancorate nel porto. Noi rimanevamo seduti sui muraglioni bassi di cemento o rannicchiati sulle sedie del bar Roma, gli occhi gonfi di fumo e di sonno, la voglia di addormentarsi sotto lenzuola odorose appena spiegate. Canzoni e parole bisbigliate fino all’alba, attenti a raccogliere il profumo dei primi bomboloni sfornati nel vicolo di Sotto.
A Bahia mangiammo cozze grosse come il pugno di una mano. Sul grande terrazzo, sotto l’ombra frastagliata del pergolato, guardavo Francesca e non osavo parlare per paura di interrompere il tepore di mille pensieri zeppi di lei. E lei mi sorrideva e sembrava che mi lanciasse un segnale, una specie di incoraggiamento a spingermi più in là, a compiere l’ultimo passo e poi il balzo nel vuoto, nel sogno di una notte calda di stelle.


Partimmo alle quattro del mattino.
La brezza che arrivava dal mare increspava l’acqua sbattendola dolcemente contro le barriere grigie del porticciolo. Le barche dondolavano e i lunghi pennoni sembravano sfiorarsi come tante spade incrociate. Le corde d’acciaio mandavano tintinnii rugginosi a disperdersi nell’aria odorosa di nafta e di iodio. Le case del paese si appiattivano contro la macchia scura della collina.
Il barcone era verde, basso, scuro, con una cabina che copriva i tre quarti del ponte e sembrava incollata ai legni ricurvi del pianale. Ario l’aveva preso in affitto per tutto il giorno con il marinaio: ottantacinque mila lire per ventidue persone, con Valerio e Florisa che si erano presentati all’ultimo momento, le maschere, le mute, i fucili subacquei, le provviste e tre chitarre.
Il motore sputacchiava fumo nero dai piccoli sfiatatoi sopra le due eliche, l’odore acre si spandeva nell’aria e sembrava voler sfidare ogni altro profumo. Al di là dei moli il mare pareva volesse dimostrare la sua forza perché le onde, lunghe e alte, sollevavano la prua della barca e la schiacciavano nel risucchio con la continuità di un moto perpetuo; era come cavalcare un puledro selvaggio e tenersi dentro la paura di essere disarcionati. Il cuore in gola per un sobbalzo più marcato, quasi che la barca, sospesa tra il cielo e il mare, volesse provare a volare.
E a ogni inabissarsi del fasciame nel gorgo spumeggiante di un’onda, gli spruzzi scoppiavano nell’aria e si perdevano in gocce salate che colpivano i nostri volti assonnati.
Chissà come ci trovammo uno accanto all’altra. Francesca era riuscita a stendere le gambe incrociandole tra le altre che si allungavano sopra al cassone bollente del motore. Appoggiava la schiena al mio petto e il suo profumo mi confondeva i pensieri.
Porto Azzurro si allontanava lentamente alle nostre spalle, tutta l’isola cominciò a rimpicciolire e divenne una lunga nebbia scura a ridosso del mare. All’orizzonte una palla color arancio sbucò prepotente spingendo una nuvola sottile che arrossì e rimase immobile, quasi come una macchia incollata.
Dal fondo una chitarra mandò i suoi lamenti a confondersi con il brontolio del motore e piano, piano, le parole di una canzone cominciarono a raccogliere il consenso di altre voci. Il mare ribolliva attorno mentre il marinaio, seduto sul bordo di poppa, la mano stretta sulla barra del timone, fumava e scrutava la sua ciurma con gli occhi scavati e arrossati. Forse pensava a sua moglie, ai figli, alla profondità del mare, alla barca che chissà se avrebbe retto.
L’isola di Montecristo imitò il sole crescendo a vista d’occhio. La montagna sembrava un vulcano solitario pronto a eruttare lava. L’acqua intorno era scura e il vento la increspava e la spingeva contro le rocce spigolose.
Buttammo l’ancora che erano le nove passate.
«E’ orribile… spettrale.»
Francesca fissava la sommità del monte Fortezza, il vento le scompigliava i capelli che le ricadevano sulle spalle e le carezzavano la pelle del viso abbronzato.
Le scogliere che scendevano a picco e si immergevano nel mare erano punteggiate di bianco; piccoli cristalli di quarzo mandavano strani bagliori, fuoriuscivano dalla pietra come fossero stati impastati a forza. La superficie era rugosa, striata orizzontalmente da lunghi gradini più chiari. Nessun cespuglio, nessun colore diverso dal grigio. La parete del picco centrale saliva ripida e paurosa tra piccole e grosse caverne naturali difficili da raggiungere. Una nebbia azzurra avvolgeva le ultime creste e le sbiadiva. Tra quei cespugli di roccia si annidavano le vipere.
Salimmo sulla sommità pianeggiante di una roccia enorme, sistemammo le provviste all’ombra di un masso e allungammo gli asciugamani a tappeto. Sotto di noi l’acqua si lasciava trapassare facilmente scoprendo un fondale di massi e di pietre coperto a tratti da isole verdi di alghe fluttuanti.
Gli occhi di Francesca sgranati.
«No, non vengo… ho paura.»
La lasciai nel sole a bruciacchiarsi la pelle con gli altri. Quando raggiunsi la barca Silvio e Ario erano già in acqua. C’erano correnti forti e fredde e bisognava costeggiare le pareti di roccia per non farsi risucchiare. Dal mio fucile esplosero centinaia di bollicine bianche d’aria, la fiocina colpì la pancia di una pietra e rotolò con grazia tre metri più sotto.
Quando uscii dall’acqua vidi Roberto che stava schiacciando la testa di una murena con una pietra grossa e rugosa. L’aria era mossa dallo sciacquio delle onde contro le rocce e dalle voci che incalzavano e si confondevano in un ritornello che non conoscevo. Gli occhi di lei mi ferirono più di una lama appuntita e il suo sorriso mi scaldò e mi fece arrossire.
Verso le tre del pomeriggio il sole gironzolò dietro un banco di nubi e il grigio delle rocce divenne ancora più triste. L’ancora pesava, la issammo oltre la sponda del barcone attorcigliando la cima bagnata sul ponte.
Aggirammo l’isola cavalcando le onde che in quel punto ribollivano nere e minacciose. Il barcone si tuffava oltre la schiena delle onde e la prua si inabissava in profondità alzando frammenti di vetro bianco che sembravano volersi aggrappare al legno ricurvo, quasi cercassero un altro mondo, un’altra vita. Il natante pareva si dovesse capovolgere da un momento all’altro, invece no, continuò a galleggiare e a starnutire fumo di nafta dalla poppa che andava a perdersi nell’aria colma d’azzurro.
Francesca si stringeva al mio braccio e io mi sentivo felice. Forse quella sera ci saremmo baciati.
Aspettammo che il sole andasse a morire un’altra volta. L’ultimo raggio si ammalò di nostalgia e gocciolò sangue sul velluto ricurvo che lentamente si confondeva con il cielo già scurito. In lontananza, appena percettibili contro il grigiore spruzzato dell’Elba, le luci del piccolo porto brillavano bianche nel tremolio di un’immagine abbozzata.
Sulla piazzetta Francesca mi baciò sulla guancia. Mi strinse forte la mano lasciandomi un pezzo di carta ripiegato.
«Parto domani. Ci siamo conosciuti troppo tardi. Però tu sarai per sempre il mio conte e quell’isola non mi farà più paura.»
I giorni volarono via con il bruciore del sole sulla pelle. La compagnia cominciò a restringersi, perse volti arrossati, carpì le lacrime di cento saluti. I giochi sulla sabbia si diradavano come i teli variopinti distesi sotto gli ombrelloni aperti lungo i litorali. Restavano le grida tra gli spruzzi improvvisi, i tramonti, il volo basso dei gabbiani, il suono pizzicato delle chitarre e le voci intestardite nel vento. Restava anche un biglietto di carta ripiegata e un numero di telefono scritto di fretta.
Agosto si spegneva lentamente nel riflesso purpureo di un sogno, un pensiero lungo un anno: un viaggio e un’altra estate da ricominciare.

6 commenti:

  1. Ciao Sergio, lo aspettavo si.
    Letto prima di andare a lavoro,per essere avvolta tutta la giornata dalla tua srittura. Questa sera lo gusterò di nuovo e poi ti lascierò il mio commento.
    Volevo,ora, essere la prima a inserire il mio passaggio.
    Lucia

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  2. Splendide descrizioni, anche molto poetiche. Passando dall'entusiasmo dell'inizio vacanza, con molta cura ci hai fatto scivolare pian piano alla malinconia degli addii.
    Bello, mi è piaciuto il tuo racconto, e grazie per la splendida giornata che mi hai fatto passare sull'isola di Montecristo; la conserverò fra i miei ricordi.
    Serenella

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  3. Ah... come ha ragione Serenella!
    Un classico direi, sia il soggetto che la scrittura, eppure sempre fresca e godibile.
    Ciao Franco

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  4. Ciao Sergio:-)il tuo racconto mi ha riportata indietro di qualche anno, mi ha ricordato un vecchio amore che abitava proprio all'Elba e che fu il pretesto per visitare l'isola; quindi tutte le tue descrizioni dei paesaggi, le spiagge che hai nominato (ma quella del Sansone non l'hai vista?), gli odori, i colori, i sapori, sono riapparsi nella mia mente.
    Solitamente non amo le descrizioni eccessivamente minuziose, ma le tue mi sono piaciute molto e non le ho trovate noiose: sarà che sei proprio bravo? ;-)
    L'isola di Montecristo mi ha intimorita e non mi ha fatto venire voglia di visitarla;-) forse anche per la perfetta descrizione del viaggio di andata col mare mosso che fa venire voglia di ancorarsi al porto;-)
    La storia d'amore, di amicizie estive, di chitarre e falò mi ha fatto venire in mente un film degli anni '60 dove tutto era più bello, più pulito e, diciamolo, credo più gioioso e spensierato.
    Insomma, un racconto che ha smosso tanti angolini della memoria, portando forse un po' di malinconia perché vecchi ricordi e quindi subito dopo ci si rende conto del tempo che è passato, dolentissima nota...
    Sei riuscito nell'intento che, secondo me, dovrebbe essere la motivazione di ogni scrittore e cioè e.m.o.z.i.o.n.a.r.e.
    Dunque non mi resta da dire altro che BRAVO!

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  5. Rieccomi.
    Preciso che non conosco l'isola di Montecristo( oggi si)e debbo dire grazie a te.
    Della tua abilità di narratore non mi stupirò più, sai come tenere alta l'attenzione del lettore e coinvolgerlo nelle atmosfere da te create.
    Qualcuno che mi conosce sa che questo è il genere che mi piace.
    E poi per comprendere se mi piace o no, ho un metodo tutto mio. Sai, io sono matta come persona e lo sono anche quando leggo.
    Leggo danzando con gli occhi qua e là, alle volte dalla fine per arrivare al principio e in questo modo comprendo se è la mia lettura. Se è così, la scrittura che ho davanti, diventa mia in ogni sua parte, ogni sillaba viene da me frantumata ed io prendo vita in quella scrittura.
    Il tuo racconto è riuscito a far questo.
    Complimenti e come scrive Stefania uno scritto che emoziona.

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  6. Croce e delizia di questo racconto sono certamente le descrizioni che, da una parte, riescono a far immergere il lettore in quei luoghi suscitando emozione e voglia quasi di esserci, dall'altra sono forse troppe e penalizzano lo svolgersi di una storia vera e propria. Che c'è, è chiaro, ma risulta schiacciata dall'imponenza delle descrizioni, appunto.
    Un saluto e alla prossima

    Daniela

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