domenica 9 settembre 2012

La stanza di Stefania T.


Lenti colorate e qualche strass

di Stefania Tolari




«Salve. In cosa posso aiutarla?». 
            Tituba...
            «Deve farsi la visita ottometrica o audiometrica?».
            Mi segnala gli occhiali da sole che ha indosso.
            «Le si sono rotti? Le cascano? Vuole che li aggiusti? Che li stringa? Ha perso una vite? Ha sotto le lenti a contatto? Le pizzicano? Ne ha persa una? Problemi di tensione oculare?...».
            «...».
            «Ma che vuole sapere? Santiddio! Se sono carini? Non lo vede quanta gente c'è? Ho da fare! Mi stanno aspettando su al piano di sopra...!»


            «Come scusi?»
            «...».
            «Ah! No spanish, insn't it? I'm sorry Madam?»
            «…».
            «What? No english!?».
            «O maremma cane! ».
            «Italian? French? Portuguese?».
            «Nulla! 'Un se ne fa di nulla, dici eh! E come se ne esce, allora?». Rido. 
            «¿Cómo?»
            «... ».
            «Ah! Sti cazzi! Russo? Eh no! Al russo non ci arrivo. Che dici, pretenderai un po' troppo? Sarai anche un po' te che ti dovrai adattare, o no? Turista sei! Mica Putin in visita ufficiale!».
            Dico un «...BÈ!» usando solo il corpo. (Quello gestuale è un linguaggio internazionale, no?). E mi posiziono, in una posa da Gesù, con le palme rivolte in su e il collo incassato: «Niente Russian, mi dispiace». 
            Allora loro, la coppia in colbacco, rispondono con un dito che segnala la vetrina degli occhiali da sole. Al che io reagisco con l'imitazione di due occhialini tondi intorno agli occhi, con indice e pollice uniti nell' “Ohm”. Come a chiedere se gli occhiali da sole li vogliono graduare o no.
            Creo lo scompiglio. Li mando in tilt. Non mi seguono. E il dito di lei indica con più insistenza la vetrina.
            «Ok, ok. Ho capito. È che qui, sai com'è... di solito, si vendono occhiali con graduazione; comunque: andiamo alla vetrina. Aspè che piglio le chiavi. Un momento doña Chari, ora sono da Lei. Torni su e si sieda dove stava, intanto cerco nel computer la lente che usava, va bene? Porti pazienza!». 
            «Questi?» chiedo indicando l'oggetto in questione e disegnando punti interrogativi con le sopracciglia.
            «Sì» fa la russa abbassando il mento.
            «E provali!» ribatto io alzando il mio, con aria da mafiosa.
            «Fa vedere? ...Mmm. Non mi pare ti stiano bene. Non ti appoggiano a modo sul naso»... e mi tocco il mio... «Sono troppo larghi»... mani in parallelo da vigile urbano... «e ti premono sulle guance»... mi tocco gli zigomi... «Ti si appanneranno “tempo-due”. E poi le lenti sono troppo chiare per gli occhi azzurri che hai, slavatina!».
            Lei domanda consensi e pareri facendo “Sisssssi” ripetuti con la testa.
            «Nooone! Non mi garbano, t'ho detto!» le ribadisco io, scodinzolando la coda del mio dito indice in un “Nonnnno” di contro-risposta.
            Lei si stizzisce. Chissà perché... Dopotutto sono stata sincera! Professionale, altro che?! Figurati che me ne può fregare, a me, se questa si compra o no gli occhiali. Ci sono cose ben più importanti nella mia vita che star dietro a gente che nemmeno conosco, per soddisfar loro esigenze del tutto futili!».
            Comunque, lei insiste, spalleggiata dal marito. Il quale, dal canto suo, assentisce e gesticola incomprensibilmente. 'Sti russi! Non hanno nemmeno i gesti uguali!
            «Insomma che è che vuoi?» cerco di farle capire. Anche se velatamente: con solo un sorrisone esagerato sulla bocca e uno sguardo interrogativo. Mentre, il mio piedino spazientito batte il tempo con la punta in un ticchettio accelerato dalla pressione sovrastante della doña Chari in attesa di consigli e consulenze ottiche, nonché di posteriore audiometria. Il tutto in tempo record prima che suoni l'anelata campanella della “ricreazione” pausa-pranzo: anche oggi gli straordinari no!!!!! Ve ne prego!!!! Ma perché venite tutti all'ultimo stramaledetto momento!
            Lei non mi caga di striscio e si specchia con disinvoltura ostentando lo schifoso, pacchiano e pomposo Occhiale.
            «Sì, sì. Sei bellina, vai!» penso. Ma le sorrido, falsa, assistendo buona-buona al suo spettacolino da sfilata idiota.
            Poi, lei estrae dalla fondina il pollice alzato col segno dell'OK. Come a dire che lo vuole, l'Occhiale.
            «Lo vuole?! Ma davvero?!». Rimango basita.
            Però prima deve contrattare. E sfodera, allora, di seguito, il segno universale dei “quattrini”, come se chiamasse un gatto: «miciomiciomicio...?!».
            «Fammi vedere»... E sbircio nella stanghetta destra. Niente prezzo. 'Sti fancazzisti dei miei colleghi. La solita disorganizzazione!».
            «Un momento!» faccio segno con una mano alzata; la palma rivolta a loro. E poi digito sul computer il codice stampato sull'altra stanghetta, in chiaro-chiaro.
            La Macchina Onniscente pensa... SAP sta processando... Loading... Rotellina... Poi spara: 440 euro.
            «Ccccche???? 440? C'è un errore!».
            Ri-digito. Ri-INTRO.
            ...Rotellina... Loading... Pensando...
            E di nuovo, spiattellato con uno stonfo: 440 euro.
            Guardo, dubbiosa, in faccia i due... Non so se glielo dico...
            Lei, però, “impelle”. Aspetta... E non demorde: lo vuole sapere.
            «440» faccio, lampeggiando due volte un quattro con quasi tutte le dita della mano destra e attaccando poi uno zero galleggiante con l'indice e il pollice della sinistra.
            Lei pare non aver capito. Sposta in avanti il collo, interrogativa.
            Allora prendo un foglietto e scrivo: 440. In numero.
            Lei rigira il foglietto dal bancone. Legge il numero. Lo mette a fuoco... E afferra, stavolta.  Afferra... e non si scompone. Anzi! Addirittura, sfrontata, torna ad estrarre il fottuto segno dell'OK, con disinvoltura.
            «Cccccche? Cómo? Pardonne? No, signora! Lei non può spendere 440 euro per un maledetto e schifoso occhiale... da sole! Come perché? Perché io mi oppongo! Se ha proprio voglia di fare beneficenza, i 440 euro li dia a me che ci pago l'affitto di questo mese, sennò, meglio ancora, vada qui in piazza e li doni a Save the Children o alla ricerca contro il cancro». E le segnalo Plaza de la Encarnación, in tutto il suo splendore.
            Lei non capisce. Mi guarda dubbiosa. Il marito, anche lui, sta per spazientirsi. Vogliono il benedetto occhiale. Without prescripcion. Vogliono mettersi addosso una cosa di plastica e qualche strass che vale dice la bellezza, spropositata e priva di qualunque collegamento col reale, di 440 euro...! Ma come fanno a non capire il non-sense? Che razza di valore danno alle cose? Quali saranno le loro priorità?
            ...E li studio, con occhio bieco, senza proferir parola, per una buona frazione di secondo.
            Finché... lei mi riporta alla realtà: l'occhiale.
            «No» affermo. «Questo»... e lo indico con una mano sorreggendolo con l'altra... «non è in vendita», sbotto. E apro di netto una croce con entrambe le braccia. Categorica. «Questo»... e lo torno ad indicare... «è solo un oggetto da vetrina»... e la segnalo, ancora aperta. «Non te lo darò l'occhiale, brutta demente! Impara il valore delle cose e a non farti fregare, già che ci sei. Poi, semmai, ne riparliamo. E ora vatti a fare un giretto e visita Siviglia, che è bellissima, invece di comprare occhiali a casaccio nel primo negozio che ti piglia per la via. Se vuoi ti posso dare qualche dritta su cosa vedere. Questo lo faccio anche volentieri».
            «O cazzo! Speriamo non m'abbia visto nessuno!». E mi guardo, timorosa, intorno... «Se mi becca il Jose, mi licenzia in tronco!» penso.
            Mentre nel frattempo, lei e lui, i russi che non han fatto la rivoluzione, mi guardano. Non vogliono capire, forse non vogliono accettare, che quello che desiderano, ormai così intensamente, io, una semplice sbarbatella, non glielo darò! Perché, che piaccia loro o meno, io ho questo potere! Forse è il primo diniego che ricevono nella loro stra-schifosa vita da figli di papà. Probabilmente hanno chiesto e ricevuto, sempre, come “l'uomo che non deve chiedere...mai!” Ma stavolta se lo possono scordare...». E queste considerazioni aumentano la mia voglia di dar loro una lezione (nel senso della Montessori). Anche se per una scemenza, ce li ho in pugno. Ora sono io che comando. Il loro presunto “status”, con me, non serve. Non attacca.
            E infatti resto irremovibile, ferma sulla mia assurda posizione. Limitandomi a ripetere i gesti del drastico «NO» che mi era venuto così bene; quello che loro hanno fatto finta di non capire.
            Allora, loro se ne escono indignati. Due russi “indignati in Spagna”. Un bel paradosso...! Usciti dalla loro flemmatica, spocchiosa, irriverente, assoluta certezza nell'incrollabile immutabilità delle cose e nello strapotere del Denaro. «Una minchia: l'immutabilità, il denaro e tutti i vostri paradigmi!».
            E io, invece, “Indignada” cronica, soddisfatta di me stessa, pur nell'inutilità del vano-gesto che ho appena compiuto, anche se non so spiegare perché, mi sento bene! Ho contribuito a salvare il mondo, per oggi.
            ...La platea sorride sotto i baffi, guardando l'attrice con aria di commiserazione. 





11 commenti:

  1. Benvenuta, omonima collega;-)
    ho letto il tuo racconto che ho trovato molto carino, frizzante e originale, con una sua morale.
    Il toscano, maremma & C., mi ha fatto sentire a casa essendo per metà di quella Terra.
    La tua scrittura corre via senza intoppi, molto vivacemente. Insomma, come esordio in questo blog, niente male davvero!

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  2. Il racconto si srotola solo apparentemente tra dialoghi, ma in realtà è un lungo monologo, dove non si nota la differenza di linguaggio tra il pensiero e il parlato. Uno pensa come parla e viceversa? Me lo sono domandato sovente anch'io, a ogni buon conto è un particolare irrilevante. Io la commessa la licenziavo in tronco, e anche come cittadino del mondo, di fare la morale ai nuovi ricchi, non me la sento. E' una ruota che gira, un tempo eravamo anche noi considerati dei miserabili e oggi quando approdiamo in certi paesi veniamo scambiati per denaro contate e niente più. Tuttavia inutile discutere, non credo sia morelaggente il tuo finale, interessante la reazione spontanea della commessa stressata, secondo me, più che saggia. Per il resto trovo che il racconto sia scritto bene, e si lasci leggere con il sorriso negli occhi.
    Ciao

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  3. Un racconto che, di questi tempi, calza proprio a pennello. Fa molta simpatia la venditrice di occhiali, baluardo di quella società bisognosa e bistrattata che, con quella cifra, ci farebbe meraviglie. Altro che occhiali!
    Uno sfondo morale, quindi, che ho particolarmente apprezzato insieme al tono ironico presente in tutto il testo e a una forma che scorre piacevolmente.

    Ciao

    Daniela

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  4. Ciao Stefania, il mondo è piccolo.
    Ci ritroviamo oggi vicini di stanza,ma noi siamo vicine da tempo, vicinissime, io addirittura cammino con in borsa i tuoi fogli su di me nella borsa.
    Ti porto a spasso e agli inte lle ttuali di qui dico:- Stefania Tolari è una grande!- Non solo perchè ti piaccio io, no, ma perché sai leggere oltre oltre lo scritto, sai vedere e spiegare e appassionarti con leggerezza e serietà
    La dote dei grandi...di un De Sanctis...di un Luporini meglio di Russo ahahah
    vero è ma mi fermo altrimenti mi mandi al diavolo...ma io sono immune dalla piaggeria
    e te lo scrivo veramente consapevole. Un bacio, vicina di stanza, che vuoi che ti mandi? Dimmi Leggiti la mia favoletta sulla gabbietta...nel mio blog...per addormentarti meglio, stasera. Ippolita

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  5. Uno spigliato monologo, quasi surreale in un negozio che, nonostante il dire della protagonista pare, invece, deserto. Bella l'interpretazione della commessa, così vera ma poco reale, tanto che non convince neanche la platea. Però, che soddisfazione immaginare la cosa come reale e fattibile: un no secco, a ridare ordine alle cose, in questo disordine spesso futile e confuso che ci avvolge, nostro malgrado, nel suo vortice.
    Una bella presentazione. Piacere... e benvenuta
    Serenella

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  6. L'anarchia romantica del personaggio principale emerge bene da questo monologo senza fronzoli, sempre teso, sempre frizzante, sempre coinvolgente, Un racconto che si legge al galoppo, senza cali d'attenzione.

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  7. Cavoli che commenti! Franco, poi non venirmi a dire che non fai le selezioni naturali. Hai fatto le audizioni, altro che! Li hai sottoposti a prove durissime, a digiuno, sotto il sol leone, per vedere chi sopravviveva e riusciva a commentare sagacemente e intelligentemente anche allo stremo delle forze! Dì la verità.
    Ecco. Ora mi viene subito l'ansia da prestazione e mi incarto nel rispondere. Lo so.
    Facciamo così: intanto provo a redigere un riassunto collettivo che funga da risposta generale-globale. Poi si vede...
    L'interpretazione scenica della commessa, baluardo del bistratto, essere monologan-pensante nella stessa misura, per quanto schietta è, come sottolinea Serenella, effettivamente poco realista; e forse, da qui viene il surreale che lei intravede (e che a me piace tanto! ), del personaggio e probabilmente della storia; questo riflette, anche, l'“anarchia romantica” di cui è impregnata (bellissima la definizione!). La sua soddisfazione e sfogo risiedono proprio nell'immaginare QUEL reale e quel NO, utopico e forse assurdo, come possibili per ridare ordine alle cose così per come secondo lei dovrebbero andare.
    Niente morale, quindi. Solo sogno o caricatura, che dia un po' di spessore e sostanzi con qualche ideuccia il generalizzato tono ironico e “leggero” dell'intero testo, insieme al lavoro puramente formale sui gesti/dialoghi/monologhi che, qui, cercavo di sperimentare.
    Se poi dite che, per di più: frizza, galoppa, scorre, spiglia e dribla... Yuhuuu! Mi posso ritenere più che soddisfatta. Infatti, quasi quasi, dopo questo colpo di culo, con tutti questi bei commenti in saccoccia, smetto di scrivere e mi ritiro felice dalla porta grande. Mi sa che è meglio! Arrivederci. È stato un piacere.
    Grazie a tutti, davvero. Belli e brutti. Grandi e piccini. Conosciuti e non. Ci vediamo in giardino stasera che vi offro un canapè.
    Stefania

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  8. Ma che fa, non segue le leggi di mercato? Non si adegua? Correre a imparare russo e cinese! Al volo!
    Me lo ricordo bene questo tuo, divertentissimo. Per quanto, questa commessa, non durerebbe un giorno..
    Surreali sì, ma dialoghi centrati.
    ciao Stè!

    Ps. scopro ora cosa sia un canapè, pensavo fosse un tipo di divano.
    proprio vero, non si finisce mai..
    U'

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  9. Infatti ti informo che è stata licenziata, ma che ora sa russo, cinese mandarino, arabo saudita e una variante dello swizzero in dialetto Cantone Chiasso. Ah! E brasilo-portoghese! Peccato che non ha tempo di scrivere cose nuove e ripropina le matusalemmiche perché è sempre a mandare curriculum in giro per il mondo eppur nulla trova. Anche questa è la legge del mercato... odierno. (Dai, dillo! <>. <>.
    Canapè, a quanto pare, dovrebbe essere entrambe le cose; l'ho scoperto oggi (a me mancava il divano). “Quindindi” per cui, dico io, mangiare un canapè sdraiati su un canapè, matematicamente sarebbe un canapeare al quadrato. Goduria pura! Hehehe.
    <>.
    Cia'U! Felice di aver centrato i dialoghi.
    O Tolarinho.

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  10. eheh...ora ho capito perché la Spagna è fallita...(leverei l'ultima frase).

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  11. Paradossale, mi ha dato una certa ansia durante la lettura, sarà perchè sono sempre così ligia ;-)
    Leggendo il finale mi sono rilassata "ah ecco non è mica una roba vera" eh eh eh
    Molto brava!

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