lunedì 31 dicembre 2012

Album di poesie

Raccolta di poesie famose
da:
l'Angolo della poesia






Wislawa Szymborska

Foglietto illustrativo

 Sono un tranquillante,
 Agisco in casa,
 funziono in ufficio,
 affronto gli esami,
 mi presento all'udienza,
 incollo con cura le tazze rotte -
 devi solo prendermi,
 farmi sciogliere sotto la lingua,
 devi solo mandarmi giù
 con un sorso d'acqua.
 So come trattare l'infelicità,
 come sopportare una cattiva notizia,
 ridurre l'ingiustizia,
 rischiarare l'assenza di Dio,
 scegliere un bel cappellino da lutto.
 Che cosa aspetti -
 fidati della pietà chimica.
 Sei un uomo (una donna) ancora giovane,
 dovresti sistemarti in qualche modo.
 Chi ha detto che la vita va vissuta con coraggio?
 Consegnami il tuo abisso -
 lo imbottirò di sonno.
 Mi sarai grato (grata) per la caduta in piedi.
 Vendimi la tua anima.
 Un altro acquirente non capiterà.
 Un altro diavolo non c'è più.


Il gatto in un appartamento vuoto

 Morire - questo a un gatto non si fa.
 Perché cosa può fare un gatto
 in un appartamento vuoto?
 Arrampicarsi sulle pareti.
 Strofinarsi tra i mobili.
 Qui niente sembra cambiato,
 eppure tutto è mutato.
 Niente sembra spostato,
 eppure tutto è fuori posto.
 E la sera la lampada non brilla più.

 Si sentono passi sulle scale,
 ma non sono quelli.
 Anche la mano che mette il pesce nel piattino
 non è quella di prima.

 Qualcosa qui non comincia
 alla solita ora.
 Qualcosa qui non accade
 come dovrebbe.
 Qui c'era qualcuno, c'era
 poi d'un tratto è scomparso
 e si ostina a non esserci.

 In ogni armadio si è guardato.
 Sui ripiani si è corso.
 Sotto il tappeto si è controllato.
 Si è perfino infranto il divieto
 di sparpagliare le carte.
 Che altro si può fare.
 Aspettare e dormire.

 Che lui provi solo a tornare,
 che si faccia vedere.
 Imparerà allora
 che con un gatto così non si fa.
 Gli si andrà incontro
 come se proprio non se ne avesse voglia,
 pian pianino,
 su zampe molto offese.
 E all'inizio niente salti né squittii.
***

Charles Bukowsky
E così vorresti fare lo scrittore

E così vorresti fare lo scrittore?
 Se non ti esplode dentro
 a dispetto di tutto,
 non farlo
 a meno che non ti venga dritto
 dal cuore e dalla mente e dalla bocca
 e dalle viscere,
 non farlo.

 se devi startene seduto per ore
 a fissare lo schermo del computer
 o curvo sulla macchina da scrivere
 alla ricerca delle parole,
 non farlo.

 se lo fai solo per soldi o per fama,
 non farlo
 se lo fai perchè vuoi
 delle donne nel letto,
 non farlo.

 Se devi startene lì a
 scrivere e riscrivere,
 non farlo.
 se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
 non farlo.
 se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
 lascia perdere.

 se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
 allora aspetta pazientemente.
 se non ti esce mai come un ruggito,
 fai qualcos'altro
 se prima devi leggerlo a tua moglie
 o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
 o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
 non sei pronto.

 non essere come tanti scrittori,
 non essere come tutte quelle migliaia di
 persone che si definiscono scrittori,
 non essere monotono o noioso e
 pretenzioso, non farti consumare dall'autocompiacimento

 le biblioteche del mondo
 hanno sbadigliato
 fino ad addormentarsi per tipi come te
 non aggiungerti a loro
 non farlo
 a meno che non ti esca
 dall'anima come un razzo,
 a meno che lo star fermo
 non ti porti alla follia o
 al suicidio o all'omicidio,
 non farlo
 a meno che il sole dentro di te stia
 bruciandoti le viscere,
 non farlo.
 quando sarà veramente il momento,
 e se sei predestinato,
 si farà da sè e continuerà finchè tu morirai o morirà in te.

 non c'è altro modo
 e non c'è mai stato.
***

Emily.Dickinson

Sarei forse più sola

Sarei forse più sola
 Senza la mia solitudine.
 Sono abituata al mio destino.
 Forse l’altra-la pace-
 Potrebbe spezzare il buio
 E riempire la stanza-
 Troppo stretta per contenere
 Il suo sacramento.
 La speranza non mi è amica-
 Come un’intrusa potrebbe
 Profanare questo luogo di dolore-
 Con la sua dolce corte.
 Potrebbe essere più facile
 Affondare - in vista della terra-
 Che giungere alla mia limpida penisola
 Per morire di piacere.
***

Franco Fortini

A Vittorio Sereni

Come ci siamo allontanati.
 Che cosa tetra e bella.
 Una volta mi dicesti che ero un destino.
 Ma siamo due destini.
 Uno condanna l’altro.
 Uno giustifica l’altro.
 Ma chi sarà a condannare
 o a giustificare
 noi due?
***

Baudelaire

L’anima del vino

 Dentro le bottiglie cantava una sera l'anima del vino:
 << Uomo, caro diseredato, eccoti un canto pieno
 di luce e di fraternità da questa prigione
 di vetro e da sotto le vermiglie ceralacche!

 So quanta pena, quanto sudore e quanto sole
 cocente servono, sulla collina ardente,
 per mettermi al mondo e donarmi l'anima;
 ma non sarò ingrato nè malefico,

 perchè sento una gioia immensa quando scendo
 giù per la gola d'un uomo affranto di fatica,
 e il suo caldo petto è una dolce tomba
 dove sto meglio che nelle mie fredde cantine.

 Senti come echeggiano i ritornelli delle domeniche?
 Senti come bisbiglia la speranza nel mio seno palpitante?
 Vedrai come mi esalterai e sarai contento
 coi gomiti sul tavolo e le maniche rimboccate!

 Come accenderò lo sguardo della tua donna rapita!
 Come ridarò a tuo figlio la sua forza e i suoi colori!
 Come sarò per quell'esile atleta della vita
 l'olio che tempra i muscoli dei lottatori!

 Cadrò in te, ambrosia vegetale,
 prezioso grano sparso dal Seminatore eterno,
 perchè dal nostro amore nasca la poesia
 che come un raro fiore s'alzerà verso Dio!>>
***

Umberto Saba

L’addio

 Senz’addii m’hai lasciato e senza pianti;
 devo di ciò accorarmi?
 Tu non piangevi perché avevi tanti,
 tanti baci da darmi.

 Durano sì certe amorose intese
 quanto una vita e più.
 Io so un amore che ha durato un mese,
 e vero amore fu.

Amai 

 Amai trite parole che non uno
 osava. M'incantò la rima fiore
 amore,
 la più antica difficile del mondo.

 Amai la verità che giace al fondo,
 quasi un sogno obliato, che il dolore
 riscopre amica. Con paura il cuore
 le si accosta, che più non l'abbandona.

 Amo te che mi ascolti e la mia buona
 carta lasciata al fine del mio gioco.

Donna

 Quand'eri
 giovinetta pungevi
 come una mora di macchia. Anche il piede
 t'era un'arma, o selvaggia.
 Eri difficile a prendere.
 Ancora
 giovane, ancora
 sei bella. I segni
 degli anni, quelli del dolore, legano
 l'anime nostre, una ne fanno. E dietro
 i capelli nerissimi che avvolgo
 alle mie dita, più non temo il piccolo
 bianco puntuto orecchio demoniaco

Neve

 Neve che turbini in alto ed avvolgi
 le cose di un tacito manto,
 una creatura di pianto
 vedo per te sorridere, un baleno
 di allegrezza che il mesto viso illumini,
 e agli occhi miei come un tesoro scopri.
 Neve che cadi dll'alto e noi copri
 coprici ancora, all'infinito. Imbianca
 la città con le case e con le chiese,
 il porto con le navi, le distese
 fei prati, i mari agghiaccia; della terra
 fa' -tu augusta e pudica- un astro spento,
 una gran pace di morte. E che tale
 essa rimanga un tempo indeterminato
 un lungo volgere d'evi.
                                          Il risveglio,
 pensa il risveglio, noi due soli, in tanto
 squallore.
                       In cielo
 gli angeli con le trombe, in cuore acute
 dilaceranti nostalgie, ridesti
 vaghi ricordi, e piangere d'amore.

La Capra

 Ho parlato a una capra.
 Era sola sul prato, era legata.
 Sazia d'erba, bagnata
 dalla pioggia, belava.

 Quell'uguale belato era fraterno
 al mio dolore. Ed io risposi, prima
 per celia, poi perché il dolore è eterno,
 ha una voce e non varia.
 Questa voce sentiva
 gemere in una capra solitaria.

 In una capra dal viso semita
 sentiva querelarsi ogni altro male,
 ogni altra vita.
***

Robert Forst

“Il Cammino non battuto”

 Mi sono trovato davanti a due
 Sentieri che divergevano in un bosco,
 non potendo percorrerli entrambi mi sono fermato
 e ho guardato tanto lontano quanto potei,
 fino a dove consentiva la sterpaglia.

 Scelsi uno dei due sentieri,
 fu la scelta migliore
 perché il mio sentiero è coperto di erba
 e pareva voler essere calpestato

 entrambi i sentieri quella mattina erano
 pieni di erba e nessun passo li aveva percorsi.
 Ho mantenuto la via per un altro giorno
 anche sapendo che cammino porta cammino,
 ho dubitato qualche volta di aver sbagliato sentiero.

 Vi dico ciò con un sospiro.
 In qualche posto, nei secoli dei secoli,
 due cammini s’incrociarono in un bosco, e io …
 io presi il meno battuto …
 e questo ha fatto la differenza.
***

Giorgio Caproni
Perch'io

 ... perch’io, che nella notte abito solo
 anch’io, di notte, strusciando un cerino
 sul muro, accendo cauto una candela
 e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
 bianca nella mia mente –apro una vela
 timida nella tenebra, e il pennino
 che mi bagna la mente...
 strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo.


Spiaggia di sera

 Così sbiadito a quest'ora
 lo sguardo del mare,
 che pare negli occhi
 (macchie d'indaco appena
 celesti)
 del bagnino che tira in secco

Le barche.

 Come una randa cade
 l'ultimo lembo di sole.

 Di tante risa di donne,
 un pigro schiumare
 bianco sull'alghe, e un fresco
 vento che sala il viso
 rimane.
***

Costantino Kavafis
Alba

 Amore mio, nei vapori d'un bar
 all'alba, amore mio che inverno
 lungo e che brivido attenderti ! Qua
 dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
 di rifresco anche l'occhio, ora nell'ermo
 rumore oltre la brina io quale tram
 sento, che apre e richiude in eterno
 le deserte sue porte? ... Amore, io ho fermo
 il polso: e se il bicchiere entro il fragore
 sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse
 di tali ruote un'eco. Ma tu, amore,
 non dirmi, ora che in vece tua già il sole
 sgorga, non dirmi che da quelle porte
 qui, col tuo passo, già attendo la morte!


Torna

 Torna sovente e prendimi,
 torna e prendimi amata sensazione
 - quando il ricordo del corpo si ridesta
 e trascorre nel sangue il desiderio antico;
 quando labbra e pelle rammentano,
 e alle mani pare di nuovo di toccare.

 Torna sovente e prendimi, la notte,
 quando labbra e pelle rammentano...
***

Jean Cocteau

Begli amanti intrecciate i vostri nomi

 Begli amanti intrecciate i vostri nomi sulla sabbia
 incideteli nella corteccia o sul gesso dei muri
 testimoniate begli amanti l'inesauribile
 fonte calda che corre verso coppie future.

 Fate come i re che per rendersi eterni
 scelgono l'orgoglio del marmo
 se l'inchiostro sfuma e i marmi si spezzano
 ci resterà la traccia di un bacio.

 Intrecciate i vostri nomi come le vostre membra
 scrivete non importa dove la gloria del momento
 e il solitario sulla carta da parati delle camere
 decifri il furore dei vostri accoppiamenti.
***

Edna St. Vincent Millay
Io non ti do' il mio amore

 Io non ti dò il mio amore come fanno
 le altre ragazze, in uno scrigno freddo
 d'argento e perle, né ricco di gemme
 rosse e turchesi, chiuso, senza chiave;
 né in un nodo, e nemmeno in un anello
 lavorato alla moda, con la scritta
 "semper fidelis", dove si nasconde
 un'insidia che ottenebra il cervello.
 L'amore a mano aperta, questo solo,
 senza diademi, chiaro, inoffensivo:
 come se ti portassi in un cappello
 primule smosse, o mele nella gonna,
 e ti chiamassi al modo dei bambini:
 "Guarda che cos'ho qui! Tutto per te".
***

Eugenio Montale
La vita in prosa

Il fatto è che la vita non si spiega
né con la biologia
né con la teologia.
La vita è molto lunga
anche quando è corta
come quella della farfalla -
la vita è sempre prodiga
anche quando la terra non produce nulla.
Furibonda è la lotta che si fa
per renderla inutile e impossibile.
Non resta che il pescaggio nell'inconscio
l'ultima farsa del nostro moribondo teatro.
Manderei ai lavori forzati o alla forca
chi la professa o la subisce. È chiaro che l'ignaro
è più che sufficiente per abbuiare il buio.

Ho sceso, dandoti il braccio

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
***

Cesare Pavese

Il vino è triste

La fatica è sedersi senza farsi notare.
Tutto il resto poi viene da sè. Tre sorsate
e ritorna la voglia di pensarci da solo.
Si spalanca uno sfondo di lontani ronzii,
ogni cosa si sperde, e diventa un miracolo
esser nato e guardare il bicchiere. Il lavoro
(l'uomo solo non può non pensare al lavoro)
ridiventa l'antico destino che è bello soffrire
per poterci pensare. Poi gli occhi si fissano
a mezz'aria, dolenti, come fossero ciechi.

Se quest'uomo si rialza e va a casa a dormire,
pare un cieco che ha perso la strada. Chiunque
può sbucare da un angolo e pestarlo di colpi.
Può sbucare una donna e distendersi in strada,
bella e giovane, sotto un altr'uomo, gemendo
come un tempo una donna gemeva con lui.
Ma quest'uomo non vede. Va a casa a dormire
e la vita non è che un ronzio di silenzio.

A spogliarlo, quest’uomo, si trovano membra sfinite
 e del pelo brutale, qua e là. Chi direbbe
 che in quest’uomo trascorrono tiepide vene
 dove un tempo la vita bruciava? Nessuno
 crederebbe che un tempo una donna abbia fatto carezze
 su quel corpo e baciato quel corpo, che trema,
 e bagnato di lacrime, adesso che l’uomo
 giunto a casa a dormire, non riesce, ma geme.
***

Alda Merini

Sono nata il 21 a primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera.


No, non chiudermi ancora nel tuo abbraccio

No, non chiudermi ancora nel tuo abbraccio,
atterreresti in me questa alta vena
che mi inebria dall'oggi e mi matura.
Lasciamo alzare le mie forze al sole,
lascia che mi appassioni dei miei frutti,
lasciami lentamente delirare
e poi coglimi solo e primo e sempre
nelle notti invocato e nei tuoi lacci
amorosi tu atterrami sovente
come si prende una sventata agnella.


Non voglio dimenticarti, amore

Non voglio dimenticarti, amore,
né accendere altre poesie:
ecco, lucciola arguta, dal risguardo dolce,
la poesia ti domanda
e bastava una inutile carezza
a capovolgere il mondo.
La strega segreta che ci ha guardato
ha carpito la nudità del terrore,
quella che prende tutti gli amanti
raccolti dentro un'ascia di ricordi.


I poeti lavorano di notte

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.
***

Mark Strand

Mare nero

Una notte chiara, mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fino al tetto della casa e sotto un cielo
fitto di stelle ho scrutato il mare, la sua distesa,
il moto delle sue creste spazzate dal vento, divenire
come pezzi di trina gettati in aria. Sono rimasto nella lunga
notte piena di sussurri, aspettando qualcosa, un segno, l'avvicinarsi
di una luce lontana, e ho immaginato che tu venivi vicino,
le onde scure dei tuoi capelli mescolarsi col mare,
e l'oscurità è divenuta desiderio, e desiderio la luce che approssimava.
La vicinanza, il calore momentaneo di te mentre rimanevo
su quell'altezza solitaria guardando il lento gonfiarsi del mare
rompersi sulla riva e in breve mutare in vetro e scomparire...
Perché ho creduto che saresti venuta uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti venuta solo perché io ero qui?

Dal lungo party triste
(da "The Late Hour")

Qualcuno stava dicendo
qualcosa riguardo ombre che coprono il campo, riguardo
lo scorrere dell'esistenza, di come ci si addormenti verso il mattino
ed il mattino passi.

Qualcuno stava dicendo
di come il vento muoia ma poi ritorni,
di come le conchiglie siano le bare del vento
ma il tempo continui.

Era una lunga notte
e qualcuno disse qualcosa riguardo a come la luna perdeva il suo
bianco
sul freddo campo, come non ci fosse nulla davanti a noi
oltre le solite cose.

Qualcuno menzionò
una citta in cui era stato prima della guerra, una stanza con due
candele
contro un muro, qualcuno che danzava, qualcuno che guardava.
Cominciammo a credere
che la notte non avrebbe avuto termine.
Qualcuno stava dicendo che la musica era finita e nessuno
se n'era accorto.
Allora qualcuno disse qualcosa riguardo i pianeti, riguardo le
stelle, di quanto fossero piccole, quanto fossero lontane.


Luna

Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, sempre la luna, ancora appare

lì tra due nuvole, muovendosi piano, così piano che sembrerà
siano trascorse ore prima che possa voltare alla pagina seguente

lì dove la luna, più luminosa ora, fa approdare un sentiero
che ti conduca via da ciò che hai appreso

dentro i luoghi in cui tutto quello che avevi sperato si avvera,
la sua sillaba solitaria come un bisbiglio penzoloni

al margine del senso, ad aspettare che sia tu a pronunziarne il nome
ancora una volta staccando lo sguardo dalla pagina

chiudendo il libro, ancora sentendolo così com’era
quel sospendersi nella sua luce, quell’inatteso paradiso del suono.
***

Attilio Bertolucci

    Portami con te

        
Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l'occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l'amore,

sono gli ultimi giorni dell'inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,

ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione
se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,
sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.
***

Raimond Carver

La finestra

Stanotte è arrivato un temporale e ha fatto saltare
l'elettricità. Quando ho guardato fuori
dalla finestra, gli alberi erano traslucidi.
Curvi e ricoperti di brina. Una calma enorme
s'estendeva sull'intera campagna.
Pur sapendo che non era vero, in quel momento
avevo la sensazione di non aver mai fatto, in vita
mia, una falsa promessa né d'aver mai commesso
neanche un atto impuro. I miei pensieri
erano pieni di virtù. Più tardi, nella mattinata,
naturalmente, hanno riattaccato l'elettricità.
Il sole è uscito da dietro le nuvole
e ha sciolto la brinata.
E tutto è tornato come prima.
***

Shakespeare

sonetto 116

Non è amore quell'amore che muta
quando scopre mutamenti.
Non sarà al matrimonio di animi costanti
io ponga impedimenti: non è amore quell'amore
che muta quando scopre mutamenti
o tende a ritirarsi se l'altro si ritira.
Oh no, esso è un faro per sempre fisso
che guarda alle tempeste.
E mai è scosso:
è la stella polare per ogni nave errante,
e il suo valore resta ignoto,
anche se l'altezza ne sia presa.
L'amore non è lo zimbello del tempo,
anche se rosee labbra e guance
cadono nel compasso
della sua falce ricurva;
l'amore non muta
con le sue brevi ore e settimane,
ma resiste fino all'orlo del Giudizio.
Se questo è errore e mi sia provato,
io non ho mai scritto,
e nessuno ha mai amato.
***

Fernando Pessoa

Segui la tua sorte…

Segui la tua sorte,
annaffia le tue piante,
ama le tue rose.
Il resto è l'ombra
d'alberi stranieri.

La realtà
è sempre di più o di meno
di quello che vogliamo.
Solo noi siamo sempre
uguali a noi stessi.

Dolce è vivere solo.
Grande e nobile è sempre
vivere con semplicità.
Lascia il dolore sulle are
come offerta agli dei.

Guarda la vita da lontano,
e non interrogarla mai.
Nulla essa può
dirti. La risposta
è al di là degli dei.

Ma serenamente
imita l'Olimpo
nel segreto del tuo cuore.
Gli dei sono dei
perché non si pensano.
***

Martha Medeiros

Lentamente Muore

“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e chi non cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero sul bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno.

Lentamente muore chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi
ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità“.

***

Mario Benedetti, da Umana Gloria:


  Come dire che due ragazzi camminano
sulla breve salita
e la notte cammina
in quel breve salire,
e in questo poco tempo noi siamo vivi,
erba, fiume laggiù
che mormori a tutto il vuoto e a me
l’eco del salire dei corpi?


Per un fratello

Nel viale penso che guardiamo insieme
ancora una volta dopo nostra madre i fiori.

Il tuo bambino è nato.
Alla distanza del telefono cellulare
hai la sua voce, tra la natura delle macchine
ripiegata nel poco universo, nel poco correre,
con gli uomini nei sedili a imitarla.

Obliquamente, dopo un tetto uno alto
Con la fronte di luce dietro,
del sole incendiato sul parco, come un’origine,
uno squillo a parlare ancora in confidenza.

Mentre ci sentiamo come dopo,

con i piedi impacciati, la presenza stralunata. A brevi scatti
si fa sera e densa come fosse una nuova cosa
dove le nostre voci, la nostra, gioia, i nostri corpi…

E’ settembre questa luce, vale tanto dirlo
Nel pomeriggio che non è stato di nessuno, senza sosta caldo.

Il giorno che si apriva ad aiutare,
il vino che si dava, come qualcosa del giorno per farlo di più.

Ma tante cose che non riempiono la strada
Sono nascoste da qualche parte come a soffrire.

Vorrei fino a dicembre conservare il taccuino del babbo,
con le cinquecento lire di carta,
tenerlo il venerdì tra i tanti soldi del mercato e tutta quella frutta.

Vorrei dire ancora la tosse e il freddo in quella camera larga,
e la piccola sedia vicino alla cucina economica,
la piccola sedia sotto il corpo del babbo.



 Lasciano il tempo e li guardiamo dormire,
si decompongono e il cielo e la terra li disperdono.

Non abbiamo creduto che fosse così:
ogni cosa e il suo posto,
le alopecie sui crani, l’assottigliarsi, avere male,
sempre un posto da vivi.

Ma questo dissolversi no, e lasciare dolore
Su ogni cosa guardata, toccata.

Qui durano i libri.
Qui ho lo sguardo che ama il qualunque viso,
le erbe, i mari, le città.
Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi.

***



Poesie di Amelia Rosselli, da Documento 1966-1973:

La notte era una splendida canna di giunco
i suoi provvisori accecamenti erano di giunco
i suoi averi scappavano dalle mie mani
le sue filantropie erano di giunco.
Oh potessi avere la leggerezza della prosa
o di quel inverno che fu così ben racchiuso
fra i tetti impiantati: questa strada d'inverno
è come se qualcuno l'avesse saccheggiata.
Oh potessi realizzare le rissa degli angioli
indovinati fra le colonne vertebrate, così
come la strada precipita senza segno, senso
per un vuoto putiferio per un mistico
soliloquio.


Ossigeno nelle mie tende, sei tu, a
graffiare la mia porta d’entrata, a
guarire il mio misterioso non andare
non potere andare in alcun modo con
gli altri. Come fai? Mi sorvegli e
nel passo che ci congiunge v’è soprattutto
quintessenza di Dio; il suo farneticare
se non proprio amore qualcosa di più
grande: il tuo corpo la tua mente e
i tuoi muscoli tutti affaticati: da
un messaggio che restò lì nel vuoto
come se ad ombra non portasse messaggio
augurale l’inquilino che sono io: tua
figlia, in una foresta pietrificata.

Un mare blu blu blu blu blu, anche verde
Sottile lampo e il verde s’accende a
volte e v’è giallo il muro di biscotto
e v’è una duna per i tuoi piedi.

Biondo il muro i tuoi occhi
e non v’è quasi furberia rimasta nel lasciarsi
perdere nel vento acuto che smorza l’incesto
in causa.

E causa è, e causa non è non v’è terreno
dove non passi l’ottusa mente stancata.

Tua presenza è chiodo infisso e valanghe
di giuramenti non ti tengono a posto:
ruote libere hanno danneggiato il meccanismo
della mia libertà.

***
Federico García Lorca

Io pronuncio il tuo nome

Io pronuncio il tuo nome
 nelle notti oscure,
 quando giungono gli astri
 a bere nella luna,
 e dormono i rami
 delle fronde occulte.
 Ed io mi sento vuoto
 di passione e di musica.
 Folle orologio che canta
 antiche ore defunte

Io pronuncio il tuo nome
 in questa notte oscura,
 e il tuo nome mi suona
 più lontano che mai.
 Più lontano di tutte le stelle
 e più dolente della mite pioggia.

Ti amerò come allora
 qualche volta? Che colpa
 ha commesso il mio cuore?
 Se la nebbia si scioglie
 quale nuova passione mi aspetta?
 Sarà tranquilla e pura?
 Se potessi sfogliare
 con le dita la luna!!

***

LIRICHE CINESI


Ballata di Magnolia 

Tsi-tsi davanti alla porta Magnolia tesse;
a un tratto cessa il rumore della spoletta.
Non s’odono più che i sospiri della fanciulla;
gli chiedono: “A che pensi? Di che ti sovvieni?”
“Non penso a nessuno; non mi sovvengo di nulla;
Ier sera ho letto il comunicato ufficiale.
C’era la grande chiamata alle armi del Khan:
Il nome del babbo appariva dodici volte.
Il babbo non ha figli maschi in età di partire;
E io non ho fratelli più grandi di me.
Voglio comperare un cavallo e una bardatura,
e voglio andare al posto del babbo alla guerra”.
Al mercato dell’Est compera un buon cavallo
Al mercato dell’Ovest si prende una lucida sella,
morsi, briglie e testiera alla fiera del Sud,
e alla fiera del Nord acquista un lungo frustino.
Quella mattina lascia i suoi genitori,
la sera si ferma alla riva del Fiume Giallo.
Non ode più la madre e il padre che chiamano
Ma solo le onde del fiume che frusciano e passano.
L’indomani mattina riprende il lungo viaggio,
al tramonto arriva alla grande Montagna Nera.
Là pur la voce dei suoi non la può raggiugere,
e solamente il cavalli degli Unni nitriscono
malinconici ai piedi del monte Yen.
Fa mille miglia per arrivare al Comando;
i monti e i forti sfilano come in volo.
Risuona la verga metallica delle guardie
nell’aria fredda del Nord,
sull’armatura di mille e mille soldati
i raggi glaciali si specchiano…

Il generale morì dopo cento battaglie;
ma l’eroina ritornò trionfante
dopo d’aver passato dieci anni sul campo.
Tornata, stette dinanzi all’Imperatore
che l’attendeva nella Sala d’Udienza
per comprendere tutte le sue prodezze
si sarebbe dovuto promuoverla dodici gradi.
E per pagarla cento, mille lingotti
E anche più non sarebbero bastevoli.
Allora il Khan le chiede il suo desiderio:
Magnolia non vuole diventare Ministro;
“Ma spero mi darete un forte cammello
per ritornare al mio paese natale”.
Quando seppero che arrivava la figlia
I genitori felici, l’un contro l’altro
appoggiati attendevano fuori città.
La sorella maggiore si adorna vezzosamente,
il fratello minore uccide il porco e il montone
per festeggiare il ritorno della sorella.
“Riapro la porta del piano di Levante,
mi siedo sul letto della mia stanza a Ponente;
e disfo finalmente la mia armatura,
e i rimetto il mio vestito d’un tempo”.
Alla finestra stringe i capelli in un nodo
Denso come una nuvola  - innanzi allo specchio
si aggiusta il fiorellino artificiale
e si tinge la fronte lievemente di giallo.
Poi esce a vedere i suoi compagni di guerra:
costoro gridano tutti insieme stupiti –
“Per dodici anni abbiamo vissuto insieme
senza sapere che Magnolia fosse fanciulla!

Il coniglio maschio s’acquatta trattando in terra,
la coniglia si guarda attorno con occhi vaghi;
ma quando entrambi corrono a fior di terra
chi sa distinguere tra la coniglia e il coniglio?


Questo poemetto è una composizione anonima risalente il VI secolo d.C.
Magnolia (Mou-lan) visse realmente, pare, nello Sciantung, verso il VI secolo. Probabilmente tartara di origine, divenne nella leggenda una specie di Giovanna d’Arco cinese.


Il vento della valle

Vivendo ritirato di là dal mondo,
godendomi in silenzio l’isolamento,
stringo di più la corda della mia porta,
tappo la mia finestra con bulbi e felci.
L’animo mio si intona alla primavera,
al finire dell’anno ho l’autunno in cuore.
Così, copiando i mutamenti cosmici
la mia casa diventa un Universo.

Lu Yun è vissuto nel IV secolo d. C. in quella che viene definita “età di transizione” (220-618 d.C.) perché caratterizzata da innumerevoli dinastie di breve durata.


Il quindicesimo volume

(Avendo completato il quindicesimo volume delle sue opere il poeta Po Chu-i, 772-846 d.C., lo manda agli amici Yuan Chen e Li Chien con questo poema scherzoso di introduzione)

Il mio lungo poema Eterno Pianto
            e’ un lavoro assai bello e commuovente;
le mie dieci Canzoni Di Schen-si
            sono veri modelli d’armonia.
Io non posso impedire al vecchio Yuan
            di rubare le mie rime migliori,
ma prego tanto il mio piccolo Li
            di rispettare i canti e le ballate.
Finché vivo gli onori e le ricchezze
            non faran parte mai del mio destino;
ma so bene che quando sarò morto
            la fama dei miei libri durerà.
Queste parole oziose e questi frivoli
            vanti, amici, per oggi perdonatemi:
ho aggiunto ora il volume quindicesimo
            alla fila che porta il nome mio.


La caratteristica della poesia di Po Chu-i è la sua semplicità. Pare che avesse l’abitudine di leggere le sue poesie a una vecchia contadina, alterando tutte le espressioni che costei non riusciva a capire. Le sue idee sull’arte erano quelle di Confucio, e criticava molte poesie dei suoi predecessori perché mancanti di feng e di ya. Feng significa “critica dei governanti” e ya “guida morale del popolo”, due compiti fondamentali dell’arte secondo Confucio.


Per la nascita del suo bambino

Ogni famiglia, quando nasce un bimbo
lo vuole intelligente;
io coll’intelligenza
ho rovinato tutta la mia vita;
spero solo che il bimbo si dimostri
stupido e ignorante;
coronerà così una vita placida
diventando Ministro.

Sou Che visse sotto i Sung (960-1278 d.C.). Erano molto in voga il tzu o piccolo poema musicale squisitamente cesellato. I toni (inflessioni della voce che sono una specialità della lingua cinese) vi son disposti in tal modo che anche recitati e senza accompagnamento questi poemetti hanno un suono musicale.


Materiale tratto da:
Liriche Cinesi
(1753 a.C. – 1278 d.C.)
a cura di Giorgia Valensin
Prefazione di Eugenio Montale.

***

Patrizia Cavalli

 da: “Sempre Aperto Teatro”

 Se ora tu bussassi alla mia porta
 e ti togliessi gli occhiali
 e io togliessi i miei che sono uguali
 e poi tu entrassi dentro la mia bocca
 senza temere baci disuguali
 e mi dicessi: «Amore mio,
 ma che è successo? », sarebbe un pezzo
 di teatro di successo.

 ***

 L’amore non è certo un sentimento
 ma è quell’ossessivo ragionare
 sul mistero del nostro apprendimento.
 Apprendo la tua faccia e la mantengo
 ma poi la perdo in un istante e la riprendo,
 aggiungo e tolgo, mi accorgo
 di ogni cambiamento, funambolo pensiero
 sempre sul punto di cadere
 -amore non sostiene.

 Perché sia fermo il tempo
 sciupando ogni mia forza
 mi attardo al firmamento
 e lo conservo, in quella grande volta
 mi raccolgo, nerissima stella lontana
 fissa qui nel mio grembo sempre
 io per averla mi sogno miliardaria.

 La notte mi ha lasciato un batticuore,
 comincia il mio spettacolo: oggi sarà paura
 e tempo lungo, il pendolo del sangue fa le doppie.

 Come morta, meno che morta,
 più che morta. Vivente
 a due passi, scomparsa
 ai miei occhi. Dio degli incontri,
 ritornami amico!

***

Emily Dickinson


Sono più miti le mattine

 Sono più miti le mattine
 E più scure diventano le noci
 E le bacche hanno un viso più rotondo,
 La rosa non è più nella città.

 L'acero indossa una sciarpa più gaia,
 E la campagna una gonna scarlatta.
 Ed anch'io, per non essere antiquata,
 Mi metterò un gioiello.


Quando conto i semi

 Quando conto i semi
 Sparsi sotto terra
 Che poi fioriranno ‒

 Quando penso a tanti
 Che giacciono là sotto
 E che saranno accolti in alto ‒

 E quando credo nel giardino
 Che i mortali non vedono,
 Quando colgo i suoi fiori con la fede
 E ne scanso le api,
 So allora rinunziare a quest'estate
 Senza rimpianto.

***

Giorgio Manganelli


"Scrivi, scrivi"

I
Scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
Se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.

II

Usa le allucinazioni: un
ectoplasma serve ad illuminare
un cerchio del tavolo di legno
quanto basta per scrivere una cosa egregia -
usa le elettriche fulgurazioni
di una mente malata
cuoci il tuo cibo sul fuoco del tuo cuore
insaporiscilo della tua anima piagata
l’insalata, il tuo vino
rosso come sangue, o bianco
come la linfa d’una pianta tagliata e moribonda.

III

Usa la tua morte: la gentilezza
grafica gotica dei tuoi vermi,
le pause elette del nulla
che scandiscono le tue parole
rantolanti e cerimoniose;
usa il sudario, usa i candelabri,
e delle litanie puoi fare
un bordone alla melodia - improbabile -
delle sfere.

IV

Usa il tuo inferno totale:
scalda i moncherini del tuo nulla;
gela i tuoi ardori genitali;
con l’unghia scrivi sul tuo nulla:
a capo.

***

Aldo Palazzeschi


Chi sono?

Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell'anima mia:
"follia".
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell'anima mia:
"malinconia".
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c'è che una nota
nella tastiera dell'anima mia:
"nostalgia".
Son dunque... che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell'anima mia.


Rio Bo

Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però...
c'è sempre disopra una stella,
una grande magnifica stella,
che a un dipresso...
occheggia con la punta del cipresso
di Rio Bo.
Una stella innamorata?
Chi sa
se nemmeno ce l'ha
una grande città.
***

Eugenio Montale

Arsenio

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l'ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.

È il segno d'un'altra orbita: tu seguilo.
Discendi all'orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d'essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi
il viluppo dell'alghe: quell'istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d'una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d'immobilità...

Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch'è prossima: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s'arrosa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso

Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva, -
e fuori, dove un'ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l'acetilene -
                 finchè goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che t'abbevera,
tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un fruscio immenso rade
la terra, giù s'afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.

Cosí sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sè trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell'onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell'ora che si scioglie, il cenno d'una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.

(da Ossi di seppia)
***

Paul Eluard


La curva dei tuoi occhi intorno al cuore

 La curva dei tuoi occhi intorno al cuore
 ruota un moto di danza e di dolcezza,
 aureola di tempo, arca notturna e fida
 e se non so più quello che ho vissuto
 è perchè non sempre i tuoi occhi mi hanno visto.

 Foglie di luce e spuma di rugiada
 canne del vento, risa profumate,
 ali che il mondo coprono di luce,
 navi che il cielo recano ed il mare,
 caccia dei suoni e fonti dei colori,

 profumi schiusi da una cova di aurore
 sempre posata su paglia degli astri,
 come il giorno vive di innocenza,
 così il mondo vive dei tuoi occhi puri
 e va tutto il mio sangue in quegli sguardi.
***

Gianni D'Elia

Per una ballata italiana
 da "Notte Privata"

O questa mostra gente
 che tutto sa di niente,
 questa grandeur abbiente
 abominevolmente...

 O quelli che dai mattoni
 edificano le teste,
 e con le televisioni, palloni
 le idiotizzano in resse...

 O questa nuova gente
 in ascesa da oscuri
 poteri innominati, spuri
 dello spreco affluente...



"No Woman No Cry"
 da "Notte Privata"


 Oh, non più di te ricordare, del tuo
 tepore di inganni morti, gridando
 guidato fino alla inconscia casa,
 di cui dette notizia una rea strada...

 Se era una della specie, per cui uno
 stesso della specie si perde come tutti
 disperammo il nostro essere una volta
 nella vita traditi in altro cuore...

 E quell'andare strappato, sulla picca
 di un cancello scavalcato fu il dolore,
 se non deve poi chiudersi ogni ardore
 per vedere nell'amore quanto male...
***

Alfonso Gatto

Natale al caffè Florian
 La nebbia rosa
 e l'aria dei freddi vapori
 arrugginiti con la sera

 il fischio del battello che sparve
 nel largo delle campane.
 Un triste davanzale,
 Venezia che abbruna le rose
 sul grande canale.

 Cadute le stelle, cadute le rose
 nel vento che porta il Natale.



Inverno a Roma

 I bambini che pensano negli occhi
 hanno l' inverno, il lungo inverno. Soli
 s' appoggiano ai ginocchi per vedere
 dentro lo sguardo illuminarsi il sole.
 Di là da sé, nel cielo, le bambine
 ai fili luminosi della pioggia
 si toccano i capelli, vanno sole
 ridendo con le labbra screpolate.
 Son passate nei secoli parole
 d' amore e di pietà, ma le bambine
 stringendo lo scialletto vanno sole
 sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto
 gocciola sugli uccelli della gronda.
***

Mario Luzi

 La notte lava la mente.

 Poco dopo si è qui come sai bene,
 file d'anime lungo la cornice,
 chi pronto al balzo, chi quasi in catene.

 Qualcuno sulla pagina del mare
 traccia un segno di vita, figge un punto.
 Raramente qualche gabbiano appare.

 Quando mi parli al telefono

 Quando mi parli al telefono
 e mi s'aprono
 d'incanto i paradisi
 della vocalità -
 gli accordi
 e i tocchi d'arpa
 soffici
 appena subsquillanti
 di quella voce dai precordi sono
 tuoi, sì, ma intanto
 è il calmo pelago
 della muliebrità
 che entra
 festosamente ruscellando
 nel mattino della stanza
 e mi dilava da me,
 si porta via la mia nascita,
 mi cancella dalla mia morte
 lasciandomi sospeso...
 è o non è
 chi? me stesso
 ed il mio ascolto - le dicono da tempo
 i suoi interlocutori
 uomini o angeli.
***

Franco Loi


Forsi û tremâ cume de giass fa i stèll

 Forsi û tremâ cume de giass fa i stèll,
 no per el frègg, no per la pagüra,
 no del dulur, legriâss o la speransa,
 ma de quel nient che passa per i ciel
 e fiada sü la tèra che rengrassia…
 Forsi l’è stâ cume che trèma el cör,
 a tí, quan’ne la nott va via la lüna,
 o vegn matina e par che ‘l ciar se mör
 e l’è la vita che la returna vita…
 Forsi l’è stâ cume se trèma insèm,
 inscí, sensa savèl, cume Diu vör…

Forse ho tremato come di ghiaccio fanno le stelle

Forse ho tremato come di ghiaccio fanno le stelle,
 no per il freddo, no per la paura,
 no del dolore, del rallegrarsi o per la speranza,
 ma di quel niente che passa per i cieli
 e fiata sulla terra che ringrazia...
 Forse è stato come trema il cuore,
 a te, quando nella notte va via la luna,
 o viene mattina e pare che il chiarore si muoia
 ed è la vita che ritorna vita...
 Forse è stato come si trema insieme,
 così, senza saperlo, come Dio vuole...

***


Me piasaríss de mí desmentegâss
da "Lünn" (1982)

 Me piasaríss de mí desmentegâss,
 e camenà, e respirà per tí,
 vèss cume i fjö che quand je branca el sû
 se làssen sumenà due el vör lü,
 e mai truâss, e pü capí de mí,
 ma vèss giuius de l’aria che me tira
 due che la vita la se pensa vîv.

Mi piacerebbe di me dimenticarmi

Mi piacerebbe di me dimenticarmi,
 e camminare, e respirare per te,
 essere come i ragazzi che quando li prende il sole
 si lasciano seminare dove lui vuole,
 e mai ritrovarsi, e non più capire di me stesso,
 ma essere gioioso dell'aria che mi attira
 là dove la vita si pensa vivere.

***


Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
 forsi memoria sèm, un buff de l’aria,
 umbría di òmm che passa, i noster gent,
 forsi ‘l record d’una quaj vita spersa,
 un tron che de luntan el ghe reciàma,
 la furma che sarà d’un’altra gent…
 Ma cume fèm pietâ, quanta cicoria,
 e quanta vita se porta el vent!
 Andèm sensa savè, cantand i gloria,
 e a nüm de quèl che serum resta nient.

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente

 Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
 forse memoria siamo, un soffio d'aria,
 ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
 forse il ricordo d'una qualche vita perduta,
 un tuono che da lontano ci richiama,
 la forma che sarà di altra progenie...
 Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
 e quanta vita se la porta il vento!
 Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
 e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.
***

WISLAWA SZYMBORSKA

 Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
 che un sentimento improvviso li unì.
 È bella una tale certezza
 ma l'incertezza è più bella.

 Non conoscendosi, credono
 che non sia mai successo nulla fra loro.
 Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
 dove da tempo potevano incrociarsi?

 Vorrei chiedere loro
 se non ricordano -
 una volta un faccia a faccia
 in qualche porta girevole?
 uno "scusi" nella ressa?
 un "ha sbagliato numero" nella cornetta?
 - ma conosco la risposta.
 No, non ricordano.

 Li stupirebbe molto sapere
 che già da parecchio tempo
 il caso giocava con loro.

 Non ancora pronto del tutto
 a mutarsi per loro in destino,
 li avvicinava, li allontanava,
 gli tagliava la strada
 e soffocando una risata
 con un salto si scansava.

 Vi furono segni, segnali,
 che importa se indecifrabili.
 Forse tre anni fa
 o lo scorso martedì
 una fogliolina volò via
 da una spalla a un'altra?
 Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
 Chissà, forse già la palla
 tra i cespugli dell'infanzia?

 Vi furono maniglie e campanelli
 su cui anzitempo
 un tocco si posava su un tocco.
 Valigie accostate nel deposito bagagli.
 Una notte, forse, lo stesso sogno,
 subito confuso al risveglio.

 Ogni inizio infatti
 è solo un seguito
 e il libro degli eventi
 è sempre aperto a metà.

(da La fine e l'inizio, 1993)
***


Salvatore Toma


Quando sarò morto
che non vi venga in mente
di mettere manifesti:
morto serenamente
o dopo lunga sofferenza
o peggio ancora in grazia di dio.
Io sono morto
per la vostra presenza

( Canzoniere della Morte)     


Fiaba logica

C’era una volta una ragazza
che si chiamava Cenerentola
e andava raccontando
che oggigiorno per sposarsi
non occorreva denaro e corredo
e tantomeno innamorarsi:
bastava perdere una scarpa!
Maria la volle imitare
e di scarpe ne perse una
(lo fece apposta)
ne perse due tre quattro cento
mille paia
ma di maschi nemmeno l’ombra!
Così pensò
di essere stata imbrogliata
presa in giro e non uscì più di casa
perché in paese di lei si rideva.
Ma Cenerentola diceva la verità
…se solo fossi stata capita!
Cara Maria
Se solo ti fossi adeguata ai tempi
e fatto meno domande cretine!
se invece di perdere le scarpe
avessi perso le mutande…

Il poeta è uno scienziato

coi piedi sulla terra,
sulla luna c’è andato
da appena nato.

Il poeta è un uomo
un poco morto
e conosce cose orrende
chissà come
per questo ride di voi
di tutti voi.
E non morire mai
***

Boris Ryzhy

Una nave smaltata

L'oblò, il comodino, il letto.
Vivere è difficile e scomodo,
però è comodo morire.

Stò disteso e penso:
forse queste lenzuola bianche
hanno avvolto colui che oggi
se n'è andato all'altro mondo

Il rubinetto gocciola piano.
La vita scarmigliata come una puttana
appare dalla nebbia e vede
il letto, il comodino

Io cerco di sollevarmi un pò
Voglio guardarla negli occhi
Guardarla, mettermi a piangere
e non morire mai


Portami lungo viali vuoti...

Portami lungo viali vuoti,
parlami di qualche sciocchezza,
pronuncia vagamente un nome.
I lampioni piangono l'estate.

Due lampioni piangono l'estate.
Cespugli di sorbo. Una panchina umida.
Amore mio, resta con me fino all'alba,
poi lasciami.

Rimasto come un'ombra offuscata,
vagherò qui ancora un po',ricorderò tutto,
la luce accecante, il buio infernale,
io stesso fra cinque minuti sparirò.


Non ho camminato nei tuoi sogni...

Non ho camminato nei tuoi sogni,
nè mi sono mostrato in mezzo alla folla,
non sono apparso nel cortile
dove pioveva o meglio cominciava
a piovere (questo verso
lo cancello e non lo sostituirò),
era allettante credere, come uno stupido,
che ti avrei incontrato presto,
eri tu che mi apparivi in sogno
(e mi prendeva una dolce tenerezza),
mi sistemavi i capelli sulle tempie.

Quell'autunno perfino le poesie
in parte mi riuscivano bene
(però mancava sempre un verso o una rima
per essere felice).
***

Aldo Palazzeschi


E lasciatemi divertire

Tri, tri tri
Fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu, ihu.

Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.

Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto....

Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!

Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche,
Sono la mia passione.

Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!

Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la... spazzatura
delle altre poesie,

Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!

Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?

Bilobilobiobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!


Chi sono?

Chi sono?
Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell'anima mia:
«follìa».
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non à che un colore
la tavolozza dell'anima mia:
«malinconia».
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c'è che una nota
nella tastiera dell'anima mia:
«nostalgia».
Son dunque... che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell'anima mia.
***

Jacques Prévert


In estate come in inverno

In estate come in inverno
nel fango nella polvere
sdraiato su vecchi giornali
l’uomo che ha l’acqua nelle scarpe
guarda le barche lontane.

Accanto a lui un imbecille
un signore che ne ha
tristemente pesca con la lenza

Egli non sa perché
vedendo passare una chiatta
la nostalgia lo afferra

Anch’egli vorrebbe partire
lontano lontano sull’acqua
e vivere una nuova vita
con un po’ di pancia in meno.

In estate come in inverno
nel fango nella polvere
sdraiato su vecchi giornali
l’uomo che ha l’acqua nelle scarpe
guarda le barche lontane.

Il bravo pescatore con la lenza
torna a casa senza un sol pesce

Apre una scatoletta di sardine
e poi si mette a piangere

Capisce che dovrà morire
e che non ha mai amato

Sua moglie lo compatisce
con un sorriso ironico

È una ignobile megera
una ranocchia d’acquasantiera.

In estate come in inverno
nel fango nella polvere
sdraiato su vecchi giornali
l’uomo che ha l’acqua nelle scarpe
guarda le barche lontane.

Sa bene che i battelli
son grandi topaie sul mare
e che per i bassi salari
le belle barcaiole
e i loro poveri battellieri
portano a spasso sui fiumi
una carrettata di figli
soffocati dalla miseria
in estate come in inverno
con non importa qual tempo.
***

Neruda


Mi piaci quando taci

Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.
Sembra che gli occhi ti sian volati via
e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.

Poiché tutte le cose son piene della mia anima
emergi dalle cose, piene dell'anima mia.
Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima,
e rassomigli alla parola malinconia.

Mi piaci quando taci e sei come distante.
E stai come lamentandoti, farfalla turbante.
E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge:
lascia che io taccia col tuo silenzio.

Lascia che ti parli pure col tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e costellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così.

1 commento:

  1. Come è bello camminare in questo bosco di sentimenti diversamente trasmessi.

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