martedì 23 ottobre 2012

la stanza di Gibbì



IL BAR DI AUGUSTO
                 di
    Giuseppe Buscemi




Augusto s’è preso un bar.
Il bar di Augusto sta in mezzo a un panificio e a una cartoleria. Il panificio è del padre di Augusto, la cartoleria no.
 Il bar di Augusto non ha un nome, e neanche il panificio ce l’ha. La cartoleria ce l’ha, ma non me lo ricordo.
Il bar era già un bar prima che lo prendesse Augusto e a quanto si dice non andava molto bene. Augusto ci lavora con Cettina, la sorella più grande. Cettina sta alla cassa.

Le forniture gliele fa il fornitore che aveva il contratto col vecchio barista. Era nei patti. Finito il contratto, Augusto si metterà a vendere anche le cose del panificio di suo padre.
Nel panificio del padre di Augusto, i calzoni li faceva lui, Augusto. I suoi erano i calzoni più buoni del quartiere; ci metteva la mozzarella vera. Ora non ha più tempo.
Il padre è pure bravo a fare le cose, ma non usa la mozzarella vera. Fa uno sfincione lurido che mia madre compra sempre. Mi piace, lo sfincione lurido del padre di Augusto, ma forse mia madre esagera e non ne posso più, certe volte.
Nella cartoleria accanto al bar di Augusto lavora Silvana. Silvana non fa calzoni e manco sfincioni, però è seducente. Anche Augusto lo sostiene. Lui ci fa sopra dei pensieri molto carnali, dei discorsi approfonditi di fantasie erotiche dove io mi diverto anche se a volte mi dispiaccio.
Sono piccolo per Silvana. Augusto invece è grande e ha esperienza. Poi ha fatto il fornaio e sa, lui lo dice sempre, sa come si maneggia la pasta. Io, magari, sono abbastanza platonico.
Comunque Silvana è molto gentile ed educata quando vai a comprare un articolo di cancelleria, e anche ti dà dei buoni consigli. La penna che mi ha venduto il mese scorso scrive ancora benissimo. Ma forse è perché la uso poco. Me la voglio centellinare.

Ieri sono andato in cartoleria perché il portacellulare da cintura che mi aveva venduto Silvana era difettato. Lei me lo ha provato e abbiamo scoperto che non era difettato: era solo che non avevo capito come si montava. O forse non ci avevo messo tanto impegno. «Ecco, ti sta elegantissimo!» mi ha detto. Poi ha sorriso e mi ha chiesto se le andavo a prendere una gazzosa al bar, per favore. Sono scattato, fulmineo come un lampo. «Aspetta...!» ha fatto lei, «i soldi!» ma ero già lontanissimo. E offrivo io.
Al bar ho trovato trambusto. Un tale con la faccia tutta rossa e scellerata parlava dritto negli occhi di Augusto e pareva volesse azzannarlo. Aveva un caffè, davanti; l’ha assaggiato, poi sdegnoso ha lasciato cadere la tazzina nel lavello e col dorso della mano s’è asciugato le labbra. Quindi ha afferrato l’espositore delle chewing-gum e delle mentine e l’ha sbattuto per terra; quindi è uscito, ma subito c’ha ripensato: è tornato e ha pestato due calcioni sulla fiancata del frigo dei gelati. Quindi se n’è andato proprio.
Augusto e Cettina erano rimasti dietro il bancone come mummie defunte. Lo scellerato aveva fatto un porcile e loro due niente. Augusto è grande e grosso e di solito non si fa mettere i piedi in testa.
Mi ero appena chinato per raccogliere le chewing-gum e le mentine, quando due scarpe infarinate mi hanno quasi investito. Erano il padre di Augusto, sicché ho lasciato perdere le chewing-gum e le mentine e mi sono messo di lato. Il padre di Augusto ha cominciato a parlare, poi a urlare, a battere i pugni sul bancone; e intanto che urlava e batteva i pugni sul bancone, uno dopo l’altro calpestava i pacchetti di chewing-gum e di mentine. Non lo faceva apposta, però era preciso. Augusto gli rispondeva; Cettina era sempre mummia. Infine il padre è uscito e ha fatto: «Lo sapevo, io! Lo sapevo!»

Dormivo. Sognavo che lanciavo petardi nella villetta del signor Seminara: provavo a centrare, un tuono dopo l’altro, la cuccia del suo cane ringhioso e bavoso.
La puzza di bruciato arrivò fino a casa mia. Mi affacciai e vidi un fumo fitto fitto e dei riflessi rossi, però più sull’arancione, venire da dietro l’angolo.
Mentre qualcuno già scendeva a vedere cosa ci fosse, sirene altisonanti s’andavano avvicinando. Scesi anch’io, col pigiama e le pianelle. «Dove vai, incosciente!» strillò mia madre. Ma tanto lo sapeva che non l’ascoltavo.
Arrivai in strada che le sirene s’erano zittite. Girai l’angolo e vidi i pompieri sparare acqua sul bar di Augusto.
«Via! tornate a casa!» urlavano i carabinieri. E spingevano. «Non c’è niente da vedere. Indietro!»
Qualcosa scoppiettava. Donne, dai balconi, richiamavano figli e mariti. I ragazzini più piccoli, scansata la vigilanza dei brigadieri, si portavano a ridosso dell’incendio conquistandosi l’espulsione in gloria.
Le facce che vedevi girare erano le più diverse; dispiaciute, alcune, altre divertite, altre ancora impaurite, a parte quelle innervosite dei carabinieri e quelle concentrate dei pompieri.
Come il fuoco fu spento, il bar venne recintato.
Vidi Augusto sulla panchina lì di fronte e andai a sedermici accanto. Mi guardò: non sapevo che dire, che fare. Mi fece lui un sorriso scarso, poi mi diede un colpetto sul ginocchio, come a dire che tutto era a posto. Avrei voluto ricambiare. Eppure stetti.
Un po’ alla volta andarono via tutti, compreso il padre di Augusto. Non s’erano detti niente, Augusto e suo padre, forse neanche s’erano guardati.

Stamattina, andato al panificio, mi sono preso un calzone, uno di quelli di Augusto. C’era Cettina, a servire, e non s’è voluta pagare. Mi sono messo fuori, sulla panchina; mangiavo e guardavo dentro la cartoleria: cercavo Silvana, che però non si vedeva.
Davanti a me, una squadra di imbianchini era in pausa di mezzogiorno. Riconobbi Citrolo. Il nome vero non l’ho mai saputo; a scuola lo chiamavano Citrolo perché era alto e secco, e lo mettevano sempre in porta oppure difensore di riserva. Era un campione, Citrolo, ma delle bocciature. È contento del suo lavoro di imbianchino, tranne che deve alzarsi col buio. Mi ha detto che quelle pareti, per farle ritornare cristiane, c’è voluto un sacco di olio di gomito. Mi stava dicendo anche che lì verrà aperta una sala scommesse, ma poi l’hanno chiamato e mi ha dovuto lasciare.
Silvana continuava a non vedersi, così mi sono deciso a entrare in cartoleria.
La porta della cartoleria quando la apri fa una musichetta metallica: Silvana ci ha attaccato una scultura a sonagli, come la chiama lei.
Ho richiuso la porta a sonagli e subito dal camerino dietro le scaffalature è venuto fuori Augusto. E poco dopo Silvana.
«Ehilà, ragazzino!» mi ha detto lui sorridendo.
«Ciao» ho risposto.
«Sempre in gamba, eh!»
«Sì.»
«Vado. Torno al lavoro» ha aggiunto lui. «Il lavoro mi chiama, sapete: ‘Augusto!’ fa, ‘Augusto...!’ Lo sentite?»

Augusto è grande; ha esperienza. Fa il fornaio, e sa come si maneggia la pasta.
Io, magari, sono abbastanza platonico.

8 commenti:

  1. Spiazzante per forma e per contenuto.
    Fosse stato un compito in classe
    Avrei detto così, ma
    Ma
    Benvenuto
    Bentrovato bene bene
    Domandina~~~storia di pizzo? Intimidazione?
    Storia vista con occhi da infante?
    Poi mi spiegherai
    Un caro saluto
    Ippolita

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    1. Storia di pizzo? Ma quando mai a Palermo! Quello che ha rovesciato il distributore delle mentine era il rappresentante della Folletto, cara Ippolita. E siccome Augusto, l'aspiratore non lo voleva comprare, prima ha fatto un poco di casino e poi la notte magari gli ha dato fuoco al locale... così impara.

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  2. Una storia di pizzo, secondo me, Ippolita.
    Un racconto che tratteggia bene le situazioni che possono succedere.
    Uno stralcio di vita reale, ma sull'età del narrante sono perplessa: all'inizio avevo pensato anch'io ai fatti visti con occhi da infante, però, la frase "Io, magari, sono abbastanza platonico" mi ha fatto dubitare di questa interpretazione. Non la vedo in bocca ad un bambino.
    Potrebbe certamente giudicarsi spiazzante, però, durante la lettura si ha come l'impressione di assistere ad un film; un film dove nei titoli di coda capita di leggere: "Ogni riferimento a persone e avvenimenti della vita reale è puramente casuale". Questo per dire che, secondo me, il racconto è realisticamente ben espresso.

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  3. Sembra di sentire davvero la voce di un bambino che racconta la storia. Però quel platonico in effetti, adesso che Serenella lo ha sottolineato, fa riflettere.
    Bello però, complimenti.

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  4. Vi ringrazio, tutti, dell'attenzione. Quanto all'età del narrante, è nel mezzo fra bambino e ragazzo, nella mia idea. O meglio, è un ragazzino :D
    Quindi anche nel linguaggio è non definito, perché "prova" le parole, un po' a sproposito un po' no, anche lì nel mezzo. E' anche un tipo un po' fra le nuvole. Nel sentire pulsioni ancora non sa decifrarle completamente. Cioè - e poi mi fermo che già m'abbuttò e v'abbuttò :D - vive la stessa mancanza di precisione nell'esprimersi come nell'atteggiarsi. Ma non nel sentire.
    Salumi e braci
    Gibbì

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  5. Io non "m'abbuttò" il pensiero sull'età del ragazzo in questione. Con certe pulsioni, tanto bambino non poteva essere e poi questo mica era un pisciasotto qualunque, sapeva il significato di platonico, anzi era proprio di questo che l'abbuttava, e la differenza sulla "Mozzarella", quella vera, anche se le mani nella pasta ancora non le aveva affondate mai, la percepiva. Eccome se la capiva.
    Eh... con quale delicatezza sfiori il problema dei ricatti e delle vessazioni ai commercianti di molte parti del nostro paesuzzo. Si avverte il disagio del ragazzo che intuisce la gravità del fatto anche se è distolto dai suoi pensieri adolescenziali. Bestia mi sono lasciato prendere la mano e ho messo in fila indiana un sacco di ovvietà delle quali chiedo venia. Potevo dire che mi piace come scrivi, ma non tutti ti conoscono e non sanno che questo è solo un assaggio e nemmeno nel tuo solito stile.
    Gibbì, il tuo arrivo e la tua ironia mi rallegrano. Saluti e braci... te possino :-D Sei forte!

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  6. Sei stato bravo a dare la voce a un ragazzino e a trattare un tema assai scottante in maniera sottile, quasi di sguincio, e sempre perchè l'io narrante resta il ragazzino incantato dalla bella Silvana e il cui sgomento dura giusto il tempo di una pacca sulla spalla per far capire quanto sia dispiaciuto anche lui dell'accaduto.
    Racconto che ho letto con gusto e partecipazione.

    Daniela

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  7. un saluto di corsa e di frettissssssima.
    Bravo Gibbì, ma già ti conoscevo.
    Do voce al pensiero che ho sempre avuto riguardo le tue cose: scrivi troppo poco mannaggia.
    cià!

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