giovedì 18 ottobre 2012

la stanza di Beppe


I figli del “governo”

di
Beppe C.

La moglie di Romolo il meccanico, anche detto il “governo”, per la sua proverbiale avversione a tutti quelli che comandavano a Roma, bianchi, rossi o neri che fossero, la notte di Santa Lucia mise al mondo due gemelli maschi: uno scuro come il carbone e l’altro candido come lo zucchero.
«É un segno della Santa!» disse Agnese, la madre della sposa. «Un regalo del cielo.» aggiunse con gli occhi rivolti all’insù e le mani giunte.
«Quella poveretta è cieca!» ribatté la suocera. «Si sarà sbagliata.» 
«Sarai contento, adesso?» fece invece uno tra quelli che menava grandi pacche sulle povere spalle di Romolo. «Hai già due femmine, ora è pari e patta… puoi anche chiudere la bottega.»

Il paese quella mattina si svegliò con la notizia che Giovanna aveva dato alla luce due gemelli: il primo scuro come il marito Romolo e l’altro biondo come…
«Come chi?» si domandarono tutti i paesani, sottovoce.
Romolo consumò l’intera nottata passando in rassegna parenti stretti e alla lontana, senza riuscire a scovarne uno nella memoria con la chioma bionda. Anche nella famiglia di Giovanna si dovette risalire a una prozia morta giovane di spagnola, per trovare un antenato dalla pelle così chiara.
Se si escludeva l’Agnese, nessuno ricordava quella bambina da viva. Di lei restava soltanto una fotografia ingiallita, che lasciava ancora qualche dubbio sul colore dei capelli e degli occhi.
«Bionda?» domandò l’altra nonna, guardando la foto sbiadita, «Forse sì, ma brutta come il peccato, poverina. Pace all’anima sua, speriamo proprio che il nostro angioletto da grande non assomigli a questa qui».
Fu così che per accontentare le due nonne, si decise di chiamare Angelo Lucia il bambino dalla pelle chiara, mentre il primogenito, quello più scuro, si dovette accontentare di un nome meno soave, Gioacchino, in memoria del nonno paterno, scomparso da lungo tempo.

Romolo intanto, che non aveva nessun motivo per dubitare dell’onestà della moglie, dopo aver cercato inutilmente di addossare la responsabilità civile e morale del fatto al presidente della repubblica, poiché padre putativo della patria e di tutti gli italiani, si mise ben presto il cuore in pace e non tornò mai più sull’argomento.

Anche le nonne se ne andarono alla chetichella, poverine, da un giorno all’altro senza fiatare e senza riuscire a vedere i gemelli indossare il grembiulino della scuola. Già a quel tempo si stentava a credere che i gemelli fossero soltanto fratelli. Più diversi tra loro non potevano essere e anche nel carattere non si assomigliavano per niente. Gioacchino era schivo, corto di gamba, tarchiato, cocciuto e scuro di pelle come il padre, mentre l’altro aveva gli occhi colore del cielo di primavera e non stava mai zitto. Inoltre Angelo Lucia era più alto e mingherlino del fratello e molti lo scambiavano per una femminuccia, non soltanto per i lineamenti gentili del volto ma anche per la testa piena di riccioli, di un biondo che non si era mai visto. Anche la pelle era pallida e delicata come…
«Come chi?» si domandavano sottovoce sempre le stesse persone di prima.
«Non è albino!» disse il medico che lo visitò per primo. «È così di natura e non è grave. Tenetelo all’ombra e non ci saranno problemi.»
E problemi grossi non ce ne furono davvero per i gemelli. Gioacchino diede un calcio alla cartella subito dopo la quinta elementare, ci prese gusto e finì per correre in mutande dietro ad una palla di cuoio, prima per gioco e poi per conto di una squadra di provincia. Poi si arruolò nell’esercito e continuò a correre anche nel Kossovo, questa volta in tuta mimetica e non per divertimento, ma per pararsi il culo.
Angelo Lucia invece, vezzeggiato, coccolato e trattato dalle donne di casa come una pigotta, continuò gli studi e senza fatica riuscì persino a ottenere il diploma di ragioniere. Le sorelle per contro dovettero impegnarsi a fondo per trovare uno straccio di marito e quando se ne andarono di casa, lo lasciarono che stava giusto pensando cosa fare della propria vita.
«Potrebbe fare il meccanico» propose Romolo, che non disperava ancora di vedere l’ultimo dei suoi figli mettere piede nell’officina e di continuare la sua attività.
«Non è un mestiere adatto a lui» lo zittì sua moglie, che si aspettava grandi cose da suo figlio, bello come il sole. Poi passarono tanti anni senza che Angelo Lucia riuscisse a trovare un impiego qualunque.
Finché un giorno Giovanna annunciò con le lacrime agli occhi che il suo ragazzo, che da poco aveva compiuto i trent’anni, se ne andava purtroppo da casa.
«Ha trovato un lavoro!» disse Giovanna.
«E che mestiere fa?» domandò Romolo a gran voce per la sorpresa, e più in sordina i soliti di sempre, senza peraltro ottenere risposta.

***

Seduto sulla panchina, Romolo incominciava a sentire un gran freddo ma, nonostante la nebbia cominciasse a salire e l’orologio all’angolo della via segnasse quasi la mezzanotte, era ancora deciso ad aspettare.
Anche tutta la notte, si era detto, dopo aver suonato inutilmente al campanello della casa di suo figlio. Per ingannare l’attesa e il freddo, ogni tanto beveva un goccetto di vino direttamente dal fiasco che si era portato da casa e ricordava il passato: precisamente il giorno in cui Angelo Lucia aveva fatto le valigie per trasferirsi in città.
Vado a casa di un amico, disse la prima volta. Poi traslocò in casa di un altro, poi di un altro ancora e di casa in casa si perse il conto delle abitazioni, finché, dopo qualche annetto, il figliol prodigo si presentò al paesello rivestito di tutto punto e con un’automobile nuova fiammante sotto il culo.
Quel giorno sì, che per le sorelle e la Giovanna, fu un momento di grande gioia.

Era passato molto tempo da allora, ma lui ricordava benissimo quel momento, e la faccia di tutti i paesani che chissà perché, invece di congratularsi con lui, avevano smesso persino di sfotterlo e di domandare che mestiere facesse suo figlio.
Romolo invece voleva sapere come si guadagnasse da vivere Angelo Lucia, ma non riceveva che risposte vaghe. Gli dissero che trafficava nel campo della moda ma sarto non era. Poi sentì dire che faceva l’acconciatore ma parrucchiere nemmeno. Forse faceva il maggiordomo, il cameriere, il cuoco e forse…
«Forse ha vinto alla lotteria!» disse qualcuno tra i soliti di sempre, uno che aveva tanto a cuore le sorti di Angelo Lucia.
E dalla bocca di uno di questi, si seppe invece che il figlio del governo era finito in mezzo a una strada.
«Mio figlio in mezzo a una strada?» domandò Romolo incredulo. «In che senso?!» aggiunse, preoccupato al tempo stesso.

Era arrivato, tuttavia, il momento di vederci chiaro e senza altri indugi, deciso a scoprire la verità una volta per sempre, Romolo era partito per la città.
Non fu facile per lui rintracciare l’indirizzo e ancora meno trovare il coraggio di premere il pulsante del campanello. In fondo aveva provato un certo sollievo nel trovare la casa vuota. Non gli dispiaceva aspettare, anzi, quell’attesa gli sarebbe servita per fare il punto della situazione e ragionare con calma.
Il freddo però si era fatto pungente ed era già passata la mezzanotte, senza che ancora nessuno si fosse avvicinato al cancello di ferro battuto che dava accesso al piccolo giardino. Pochi metri quadrati di verde, che senza dubbio valevano una fortuna. Forse la casa non era nemmeno sua, e forse era semplicemente in affitto. Certo quella era una zona della città molto cara e non tutti potevano permettersi un’abitazione da quelle parti.
Poco prima dell’alba due fari illuminarono una sagoma immobile sulla panchina dei giardinetti, poi il motore, dopo un ultimo sussulto tacque e la luce si spense. Dalla vettura uscì un’ombra flessuosa, agile e snella, che con passo deciso si diresse verso il cancello della villetta. Un click metallico risuonò per la via deserta e mentre Romolo confuso e stralunato per la barbera, intorpidito dal freddo e assonnato osserva la scena senza battere ciglio, una bionda stratosferica scomparve velocemente dietro il portoncino bordeaux dell’ingresso.

Romolo cercò di scrollarsi dalla stanchezza infinita che gli paralizzava le membra, aveva il cuore in gola e nella testa una grande confusione. Spalancò gli occhi incredulo e si domandò se quello che aveva visto, fosse realtà o soltanto un sogno. Una finestra della villetta s’illuminò fugacemente e dietro le tende intravide il profilo di una figura che adesso sì, gli era familiare.
Il governo a quel punto raccolse tutte le forze residue, si rialzo in piedi e dopo essersi sgranchito le gambe, si allontanò brontolando: «Aveva ragione la mia mamma, Santa Lucia è cieca.»
Attraversò la strada con passo deciso, ma si fermò al primo lampione per accendersi una sigaretta.
Indugiò ancora con gli occhi rivolti alla finestra illuminata, poi riprese il cammino, ma questa volta senza fretta. Sembrava indeciso e meno risoluto ad allontanarsi da quella casa. Respirò le ultime boccate avidamente. Gettò la sigaretta lontano sempre rivolto alla casa dalle finestre illuminate. Un brivido gli percorse la schiena, scrollò il capo e lentamente ritornò sui suoi passi.
«’fanculo!» si disse davanti al cancello, «Forse aveva ragione anche mia suocera!» Aggiunse, mentre trovava il coraggio di suonare il campanello.


13 commenti:

  1. Perdindirindina, non mi aspettavo un finale del genere! Bravo! Mi hai sorpresa:-) Ben scritto, direi bene al 100%, vola via senza intoppi:-) Però, e premetto che sono ancora mezza addormentata, non ho capito il senso delle battute finali... M'illumini?

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    1. Insomma ti è piaciuto il finale anche se non hai capito le battute finali? Urka!
      Grazie, è il massimo dei complimenti.
      Ciao

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    2. Mi spiego meglio;-) mi è piaciuto il colpo di scena finale sul tipo che è una tipa che ridiventa il tipo;-) ma le battute finali sulla suocera non le ho capite... Boh, sarò rinco senza speranza:-)

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    3. Perchè senza speranza?
      C'è sempre la Divina provvidenza per i casi più disperati ;-)
      La prossima volta cercherò di essere più esplicito. OK?

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    4. Ma no, tranqui:-) va bene così:-) Probabilmente sono io che ho la testa agli esami e ai meridiani:-\ Stanchezza mentale:-)

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  2. Agile agile il tuo racconto. Mi è piaciuto per il suo svolgimento, specie nella parte finale. Pare di vederlo Il Governo mentre, perplesso, rimane lì, presso il lampione con la sigaretta in mano.
    Anche la sua repentina decisione di tornare a suonare alla porta è descritta molto bene. Il Governo, tutto sommato aveva senso pratico.
    E' sì, avevano avuto ragione tutte e due le nonne: Agnese con i suoi: «É un segno della Santa!» «Un regalo del cielo», e l'altra con l'esclamazione: «Quella poveretta è cieca!»
    Si, si, molto divertente.

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    1. Esattamente come dici!
      Grazie, sono contento ti sia piaciuto.

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  3. Poi me lo spiegheraiiiiiiiiiiiiii
    io non ho capito nientee
    Ippolita
    C'entra Mendel?

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  4. Fattelo spiegare da Serenella... adesso che hai la sua mail!
    Grazie per la lettura.

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  5. Eh già, Beppe, i due gemelli non potevano essere più diversi... Uno a sparare in Kosovo, l'altro/a invece... Spero di non aver frainteso il finale, ma mi sembra abbastanza chiaro! :-)
    Di questo racconto mi è piaciuta soprattutto l'atmosfera "di paese", i commenti dei "soliti di sempre", le chiacchiere che volano veloci e accompagnano in sordina il quieto vivere della gente. Molto bello il personaggio del Governo, un duro, risoluto e cocciuto, che però trova il coraggio di mettere in discussione i propri pregiudizi e affrontare la "diversità" di Angelo Lucia (che tra l'altro, già nel nome presentava un chiaro segno di dualità).
    Stile accattivante, ottima padronanza di ritmo e linguaggio, cos'altro aggiungere? :-) Complimenti davvero, a presto!

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    1. Voglia il caso che due gemelli simili,uno scuro di pelle e l'altro con tratti d'albino, io li abbia davvero conosciuti. Ho giocato con loro da ragazzo e senza capire bene di cosa si trattasse, la diversità di Angelo Lucia non si manifestava soltanto nell'aspetto, ma anche per il suo attaccamento morboso alle sorelle, e i suoi modi effemminati gli avevano meritato tra i ragazzi l'appellativo di "donna". L'ho rivisto dopo molti anni per caso e in strada c'era finito d'avvero, ma come spazzino comunale e... non nascondeva più la sua diversità. Il fratello, di carattere chiuso e schivo, è stato davvero un giocatore di calcio professionista, mentre la figura del padre è completamente inventata.
      Grazie

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  6. Ok
    Gemelli diversi
    Ok
    Potevi spiegarmelo subito
    Assecondare i santi
    Sono tarda torda
    e distrattissima
    Ma
    Chissà come sia possibile vero?
    Che dalla rosa nasca la spina
    Diceva il prof di ragioneria ai suoi alunni
    Quando suo figlio diventò arancione
    E la figlia una fricchettona.
    Ecco
    Buona giornata
    ippolita

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