lunedì 1 ottobre 2012

La stanza di Garin


Poesie di 

Garin Popoff

Forse ti mando una colomba nera

Sulla romanticheria e sull'amore

Annina



Forse ti mando una colomba nera

Forse ti mando una colomba nera,
una di quelle scampate ai miei piccoli
inferni privati, e un pugno di spiccioli
per il pane(ed il sale) e la miseria

di spirito; perciò domani sera
resta in casa ed attendi, se vuoi spiccia
qualche preghiera e esuma i tuoi feticci.
Io ho ripulito tutto(di’, com’era

la tua faccia alle nove e trenta e poi
alle nove e trentuno?)e ho anche tirato
via la tovaglia e frantumato a terra

piatti e bicchieri e provato una gioia
malata. Di notte non ho sognato,
mi son svegliato rannicchiato a terra.



Sulla romanticheria e sull’amore

Quando il passante mi chiese esaltato
se la Romantik Strasse
fosse ancora lontana
pensavo a come forare lo sterno
con un cucchiaino da tè evitando
eventuali rinculi

intanto in Piazza Duomo
il destino del mondo dipendeva
dalla battaglia tra sorci e piccioni

paventando la fine
Romeo intascava poesie di Novalis
e cercava un orfizio abitabile
e Giulietta imprecava
contro la sua verginità molesta

(tu certamente rispondevi ai colpi
semplicemente coprendoti gli occhi
coll’avambraccio, eppure
credo qualcosa vedessi attraverso
la fessura tra l’ulna e il radio… forse)

santoni in sai insaccati
annunciano “la guerra c’è da sempre”
ma confondono il brodo con la zuppa
e quando ruttano poi accorti risucchiano
il loro preziosissimo ruah

ma quando siamo sopra al punto critico,
si sa, è bene riconsiderare
gli stati della materia
io dal mio canto grugnivo in beota
il Cantico dei Cantici
come una barzelletta oscena e trita
e rispondevo al passante allargando
le mani a destra e sinistra credendo
d’avere(idiota) almeno dieci indici.



Annina

Giovane signorina, uh dolce Annina,
lo so che ricordi anni trascorsi anni                                    
ormai morti se arrivi alle due, infine,
nel tuo quartiere: sono gli svolazzi
dei panni stesi fitti sopra ai fili
che imbiancano i balconi e ti rimandano
a una strada strettissima, un filino
viola tra le casette e tanta tanta
neve, la neve di casa ed il niente
bianco di casa, che sembra una cosa
sciocca, ma non lo è, anzi il niente tende
a restare più impresso, e lo fa spesso
quando lasci un bel dì di ottobre il paese
la primavera eterna, sei alla resa
dei conti con la vita –dici – e presto
ti ritrovi nel mezzo d’un quartiere
che ricorda il borghetto, in un palazzo
che ricorda il tuo vecchio e la ragazza
dirimpettaia tua sorella, e a sera,
purtroppo, il letto che invece è lo stesso
ti sembra più duro, in tutto diverso.


Ti accompagnano sempre i fenicotteri
rosa sulla borsetta: dentro al folto
del granire colorato, in strada, hai colto
coll’occhio ipertruccato i lepidotteri
confusi dall’ossido di carbonio
e ormai suicidi e kamikaze contro
le auto: è questa la contropartita
della curiosità se non sei Ulisse.
Grazie a dio niente ti incuriosisce,
niente sui marciapiedi, niente in cielo
insomma niente di niente carpisce
un tuo sguardo, sebbene s’apra il velo
(volontariamente)(anzi, si divida
in due come tendine) blu(di Maya?)
lassù, oltre e oltre le antenne della Rai,                                   
sui palazzoni, e ti mostri la vita
così com’è sotto le cose, l’osso.
Massì, gli occhiali da sole ti difendono
bene gli occhi dai raggi che fendono
l’aria secca di carne e aprono un fosso
di luce dentro ai muscoli e alle fibre
del venerdì, svelando le interiora
del simulacro; ok, bella la vita
misteriosa, ok, se restano pigre
le pupille o amano veder riflesso
il proprio nero su uno specchio sporco,
soprattutto se c’hai vent’anni o poco
più e ti pensi dipeso troppo spesso
da un coup de dés, dai giochetti del caso,
anche quando felice torni a casa.


Sei bruttina, se cerco nelle tue iridi
un colore non trovo che il grigiore,
una certa perversa inclinazione
per il dolore, quasi mai sorridi;
temi un giorno di scendere dal letto
con zampe pelose di scarafaggio
e constatare al tuo piccolo specchio
che sei ormai giunta alla fine, che peggio
di così non può andare, essere viscido
pattumodomo e nero. Forse credi,
cara Annina, che al limite potrai
tornare a casa? Certo tu non sai
che eludere lo smog, e la città,
è fatica sprecata.
                             Fai Münchhausen
negli essemmesse fingendo feste,
nuove amicizie, e vuoi ancora tornare
sebbene, Giona, non puoi che restare
nel nauseabondo stomaco d’un pesce
osservando che solo l’acqua ne esce.

E ti ritorna in mente quell’orrenda
metamorfosi; sei così gelosa
dei cantieri, del loro sbozzolarsi
da impalcature e spessissimi cellophane
mostrando belle ville e bei teatri
barocchi … Ma magari tu appartieni
a un’altra, diversa specie d’insetti.


Spesso ti chiedi nella testolina
bionda se esista un codice segreto
che decifri i gorgogli di un greto
urbano, ma assai spesso “stupidina”
ti dici sorridente, e hai un pensiero
perverso sopra al fiume che si fa
montare da mille ponti ed i bar
sul lungofiume assistono voyeur,
e sorridendo squassi una brillante
lacrimuccia nell’occhio, che ti casca
giù e cozza come una biglia; un istante
e sei già ripartita, mani in tasca,
coll’anima che sbianca nel ghiacciare
dell’aria, quando respiri, e schiara.


Lo vedi? Non esisti, sono mesi
che non arriva la posta e le voci
familiari non sono altro che arrese
sillabe, secchi stecchetti di noce,
che, diavolo!, sarebbero fantastici
per far un po’ di calduccio in camino,
ma non ce l’hai, e ti fai ancor più vicina
all’angolino coi tuoi futuristici
piani mediocri d’insegnante stanca,
quando avrai, credi, quello che ti manca.

Ma così poco, davvero così
poco per ottenere l’esistenza?
Ancora meno, ancora meno, sì …
un’ Anna B. sull’elenco telefonico.


Ora hai pure le lucette di natale
che sfavillano forte nella strada
che tu fai ogni mattina in mezzo ai platani
inventrandoti in fretta come un male
mortale in corpo al quartiere, che geme
nelle folate gelate di incroci
e piazze. Forse non sei tu che nuoci
al mostro, forse è l’opposto … o si muore
entrambi, o si è già morti: escursione
termica, ormai, troppo lieve per noi
tra il mondo dell’Ora e quello del Poi.

D’altra parte che importa dubitare
quando ondeggiano gialle e blu nell’aria
stelline e intoni gaia “Christmas Star”
perché hai soltanto voglia di cantare.
Cosa ci importa del Resto, se brillano
dalle quattro le marce di lamparidi
elettriche da tetto a tetto e strillano
le case canti felici e le Pleiadi
fanno il loro ultimo numero prima
di uscire dalla scena, e dietro l’angolo,
guarda che bella, questuando s’imbrina
una sacra famiglia dell’Est nel fango.
E che dolcezza intanto immaginare
come starà bene l’angelo d’oro
in cima all’alberello di natale
mentre ti si apre un minuscolo foro
nel ventricolo, e subito ti abbui:
due euro a terra e un bimbo “grazie a vui”.

Bruisce qualcosa dentro, però Annina
non sa cosa sia, lascia il dubbio a fondo
e porta a galla un lieto resoconto
della giornata, e in mente s’avvicina
il pensiero dei saldi e degli sconti
delle occasioni da cogliere al volo
a gennaio, alle dolci fresche fonti
dell’anno nuovo, in piazza Marco Polo.
Pure se nevica piano è lontano
un ricordo, lontano forse troppo
un luccichio dal passato e purtroppo
consumato il confronto con quel sano
puro niente di casa, che si arrende.
Morta, la città si copre di bende.

Il pullman viaggia sul sottile filo
di ragno che voltandoti distingui
tornare alla matassa e farsi filobus
e accerchiare con l’aiuto di una lingua
di cemento milioni di mosconi.
Mentre eccoti a fissare ferruginei
sedili rossi spolpati e marroni
di sporcizia, e poi tutti quei virginei
neri terreni di nessuno, stesi
come pigre signore al sole acceso:
sembra quasi di uscire dal meschino
mondo umano, scarnarsi a fondo, fino
a poter ascoltare il calare stanco
del fiore e il tuono di una crepa
che spacca all’improvviso il chiaro fianco
di case, che sole nel campo crepano.
Sì, è qualcosa che dentro ti smidolla,
qualche germe covato o un raffreddore
curato male che ora in mente sfolla
ogni pensiero e ti fa scolorare
col tuo cappotto rosso nel candore
della neve di casa … è … è … È così indolore!

Come alla fine di una vita, resta
il Dubbio(l’ultima umida palude)
che ciò che prima ha illuso ora delude,
e Annina sola sola se ne sta,
con la valigia, davanti alla porta
di casa, forse credendo di avere
smascherato l’intoppo, forse no;
certo la Piccola Annina lì è morta.



4 commenti:

  1. Annina mi ha lasciato di stucco. Pensavo fosse un poema per il carattere narrativo del testo e per la lunghezza, ma non lo è in senso stretto. Mi sono detto sarà un poesia lunga, una delle più lunghe che abbia mai letto e forse non è nemmeno prosa poetica. Se fosse un'opera lirica sarebbe la storia di Annina e un insieme di tante belle arie. L'ho già detto più volte che non so parlare di poesie, pertanto lo faccio a modo mio. Mi fa piacere leggerti a casa mia. Spero di rivederti presto da queste parti.

    Spesso ti chiedi nella testolina
    bionda se esista un codice segreto
    che decifri i gorgogli di un greto
    urbano, ma assai spesso “stupidina”
    ti dici sorridente, e hai un pensiero
    perverso sopra al fiume che si fa
    montare da mille ponti ed i bar
    sul lungofiume assistono voyeur,
    e sorridendo squassi una brillante
    lacrimuccia nell’occhio, che ti casca
    giù e cozza come una biglia; un istante
    e sei già ripartita, mani in tasca,
    coll’anima che sbianca nel ghiacciare
    dell’aria, quando respiri, e schiara.

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  2. Trovo avvincente il tuo modo di far poesia.
    Ho come l'impressione che tu viva in un mondo tutto tuo, e lo esprimi con parole che, ad un orecchio estraneo, sembrerebbero venire da un mondo cupamente ovattato: come se al mondo ci fossi solo tu e qualche comparsa.
    Con Annina, invece, ci racconti una storia e la racconti davvero bene, con immagini precise, così come precise sono le emozioni di lei quasi accennate, ma che sanno rendere bene la solitudine e il suo disincanto mascherato perché non accettato.
    Narrazione di una realtà purtroppo ricorrente, di un realismo trattato con sentimento anche se spietato nella sua lucida esposizione.

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  3. Sì, dice bene Serenella. C'è qualcosa di romanticamente rimbaudiano nel primo sonetto (anche se perfetto nella sua musicalità italica e decadente (gli inferni privati e la gioia malata). Sei riuscito a recuperare la tradizione (La signorina Felicita e La Ragazza Carla in Annina)senza farlo pesare, senza ricalcare. Insomma...graziosamente (un corno! Vedi le "romanticherie" della seconda poesia) dicevo.....graziosamente... un passo avanti nella tradizione più classica italiana. Continua a scrivere. Grazie.

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  4. ti avevo scritto un lungo commento ma non so perché non sono riuscita a inviarlo. riprovo. ti volevo scrivere di annina. da studentella universitaria mi viene da usare il termine "postmoderno", ma lascio subito perdere. la tua scelta stilistica è ferrea, l'endecasillabo, la rima, l'allitterazione. postmoderno mi veniva per il citazionismo e l'isotopia degli insetti. oltre ai nomi fatti espliciti kafka, mallarmé, joyce (the dead), il libro di giona. anticipi la morte con la neve e la terza persona, nessun tu per chi non può rispondere. la neve della prima strofa, breccia di questa recherche del niente. una cosa non capisco: prima l'occhio coglie il suicidio dei lepidotteri, lo stesso occhio poi diventa anti-ulisse..

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