martedì 16 ottobre 2012

la stanza di Giancarlo

IL BAMBINO DEL LOTTO
di
Giancarlo Vietri




“Vorrei saper fronteggiare Assia e non ne sono capace. Vorrei essere il Francesco che mi resta in gola, quello che è sempre sul punto di uscire allo scoperto ma batte regolarmente in ritirata. E non guardare con invidia o rassegnazione chi possiede le arti che a me mancano. Vorrei saper ridere ed essere più in pace con me stesso”.

 Francesco è preda di un vortice di pensieri che riversa in lettere e diari. È sul labile confine che separa il vivere in un eterno presente da un passato ormai cristallizzato. Francesco aspira alla rivolta del più banale gesto quotidiano. È Assia l’origine del suo profondo caos interiore. Assia vive in un tempo che sembra diluirsi e rallentare. E così la sua immagine si trasforma in metafora e diventa sinonimo di libertà e cambiamento. Ma la tortuosa e sterile rivoluzione interiore che suscita può anche lacerare l’anima.
***


[…]

17 agosto 1984
Il sogno di stanotte fa il paio con quello di ieri.
Assia era tornata in Germania. I genitori, i parents, come li  chiama,  giravano per casa lamentandosi di tutto.
“Oh!”, sbottava lei, col gesto di mandarli a quel paese. E si metteva a fare pulizie. Io ci vedo la lotta tra lo spirito positivo, che cerca sempre una via d’uscita, e quello negativo, che tende a immobilizzarci.  

Cara Nene,
Assia ha tolto gli ormeggi, completamente immune dall’affanno tipico delle partenze. Tanto che fino all’ultimo non ho avuto idea (né ho voluto averla) di quando avrebbe preso il largo. Il primo allarme è scattato all’alba: è scivolata giù dal letto e ha imboccato il corridoio, il silenzio delle stanze l’ha inghiottita, e io ho pensato che fosse suonata la campana. Un’oretta dopo però è tornata a coricarsi. Non so esattamente cosa abbia combinato in quel lasso di tempo. Ma a metà mattinata ho notato dei fogli sul tavolo della sala e li ho messi in relazione con la sua escursione mattutina. Non sono andato a vedere subito di cosa si trattasse, l’ho fatto solo qualche minuto fa, trascorso ormai un bel po’ da quando, nel pomeriggio, Assia ha abbandonato per sempre questa casa. Sono due suoi disegni: uno, quello che le ho indicato ieri, quando mi ha invitato a scegliere uno schizzo del suo album; l’altro, quello su cui ero rimasto in dubbio, perché rinunciarci mi costava fatica. Sul retro del secondo, poche righe: mi dice che non ha ben capito cosa sia successo tra noi, ma quello che di me le resta è una “buona sensazione”. Una pallida luce devo dunque averla emanata.
Adesso è tempo di bilanci. In fondo è per tirare le somme che ti scrivo. Per comprendere cosa sia accaduto; cosa mi sia accaduto. La mia è stata forse soprattutto meraviglia. Meraviglia per quella sua capacità inaudita a dipendere solo da se stessa. Da questo punto di vista, ogni sua parola, ogni suo gesto, è stato per me una lezione. Assia ha una maniera incredibile di sbrogliarsela da sola! Pesca dalla credenza le forbici senza che io le abbia mai detto dove sono, scova lo scotch in questa casa dove non ha mai messo piede, spalanca gli sportelli in cerca di un arnese da cucina, e stasera ho trovato al suo posto nello sgabuzzino il barattolino di colla che le avevo prestato. Non c’è nulla di strano che mi abbia osservato mentre lo prendevo dallo scaffale e che al momento buono se ne sia ricordata. Ma io, e penso anche tu e certamente Arianna, ci saremmo presentati dal padrone di casa col barattolino in mano e la formula di rito: “Grazie, ho finito, dove lo poso?”. Le buone maniere sono piene di pigrizia, non credi? Una pigrizia da cui lei non si lascia fuorviare (le avevo prestato anche un pennello per stendere la colla però, e questo l’ha piazzato sul ripiano sbagliato).
Quando ieri ha deciso di partire, non aveva ancora una meta precisa: un pensiero alla Sardegna, un altro all’Elba, mezzo alla Francia e mezzo alla Germania. Inizialmente propendeva per la Sardegna, ma, davanti alla ressa alla Tirrenia, come ti ho già scritto, è tornata sui suoi passi. Se la coda allo sportello la infastidiva tanto –ha spiegato- evidentemente la Sardegna non era in cima ai suoi desideri. Un attimo dopo sfogliava di nuovo la margherita, Elba, Francia, Germania, fermarsi a Roma ancora un po’... Scontrosa e insofferente. E d’accordo che per sopportare un’ora di fila nell’afa di agosto serve una buona dose di stoicismo. Ma stai pur certa che a me niente e nessuno avrebbe fatto cambiare idea, neanche se avessi dovuto pernottare davanti allo sportello. Durante la visita al Cimitero dei Cappuccini ha poi deciso che avrebbe fatto i bagagli il giorno dopo. “Per dove?”, ho chiesto. “Questo lo vedo alla stazione”. Ha detto che lo avrebbe stabilito senza di me, perché io la rendo insicura.
Stamattina dovevi vederla: non aveva niente della persona in procinto di mettersi in viaggio: ha dormito fino a tardi (con la parentesi dell’alba) e, quando si è alzata, non ha consultato orari ferroviari, né telefonato alla stazione. D’altra parte, quale orario avrebbe dovuto scartabellare, se non aveva una destinazione? Gironzolava per casa, riponeva in un pensile una pentola parcheggiata sui fornelli da una settimana, mi sedeva accanto mentre io suonavo la chitarra o traduceva in tedesco testi di canzoni. Io le spiegavo i significati dei termini italiani con disegni o pantomime. Poi toglie un paio di pantaloncini dallo stenditoio, completa una lettera lasciata in sospeso da giorni e piano piano avevi l’impressione che le cose prendessero da sole la giusta collocazione, come in un cartone di Disney, magliette e mutande venivano risucchiate nello zaino, oggetti dimenticati su una sedia o per terra da tempo immemorabile rientravano negli armadi, il letto dopo dieci giorni di spiegazzature tornava in tiro, le stanze si rassettavano e le tracce del passaggio di Assia sparivano via via.
È come se il futuro non la riguardasse, Nene. Come se vivesse in un eterno presente. Ed è questo il segreto che vorrei carpire. Stamattina ho provato anch’io a non alzare lo sguardo dai miei piedi. Mi sono lavato, vestito, ho sorseggiato un caffè, non sapevo quando Assia avrebbe reciso il cordone ombelicale, ma quel cordone intanto era intatto e solo questo contava. Di tanto in tanto sembrava avesse ultimato i preparativi e io aspettavo il colpo di grazia come un animale al macello. Quando ho capito che il momento era arrivato, mi sono affaccendato ancora sull’ultimo caffè, sul quale mi ha colto il suo addio.
Sul cancelletto le ho chiesto poi se trovasse sciocco che l’accompagnassi in macchina fino alla Flaminia, dove gli autobus sono più frequenti. Quanto più frequenti, mi ha domandato. Le ho detto che la differenza è sensibile e mi sono attardato a descrivere le caratteristiche del traffico locale. Allora ha concluso che no, la mia proposta non le sembrava sciocca. E qui c’è stato il risvolto ridicolo, inevitabile nel mio caso. Cinque minuti di strada, accosto la macchina al marciapiede, lei scende, scarica il bagaglio e, attraverso lo sportello, tende la mano verso di me. Era strano che la fine del nostro incontro fosse suggellata da una fredda stretta di mano, ma tant’è: mi sono adattato. Una stretta di mano… Nene! Solo allora ho capito che stava cercando di afferrare la borsa rimasta sulle mie ginocchia. Ho riso fingendo di trovare la cosa divertente e mi sono sentito un cretino.
Bene. Adesso inizia il dopo Assia. Cosa mi aspetta? Arianna, mamma, le amicizie che ho e quelle che schivo per non dovermici misurare, sì, perché c’è anche questa tra le mie tare, ed è strano, ma all’improvviso mi rimprovero di non aver mai fatto abbastanza per eliminarla e in generale per vivere una vita più decorosa. Tutto ha l’aria di un libro che si richiude. Chissà che non ci sia modo di aprirne uno diverso.

P.S. Mattina del 18 agosto.
Questa notte ho sognato Arianna: mi chiedeva se poteva tirar via un palo che reggeva una tettoia. Mi sono svegliato di soprassalto in preda al panico. La stanza era buia e il vuoto lasciato da Assia siderale. Credo di sapere cosa mi ha terrorizzato: il fatto che Arianna mi domandasse un permesso, investendomi di un’autorità. Esattamente quella alla quale in questi giorni ho abdicato. Perché l’autorità allaccia dipendenze, in chi la subisce e in chi la esercita, ed è il veleno da cui è immune Assia.

18 agosto 1984
Quando nella cassetta della posta ho visto la lettera di Nella, stamattina, ho immaginato gli occhi di Assia che mi trapassavano, cogliendomi in flagrante tradimento. Smascheravano la mia vena dongiovannesca, riducendo a un mero prurito la vertigine amorosa di questi giorni, a un’invereconda montatura. Che poi quella con Nella sia solo un’amicizia, conta poco, viste le reti che ho teso intorno a lei nell’attesa che ci cascasse. Perché questo ho fatto. Se del resto nelle scorse settimane ho cassato Nella dall’elenco dei possibili confidenti, non è stato proprio nella vaga coscienza di questi equivoci? 



6 commenti:

  1. Francesco è sempre sul punto di uscire allo scoperto ma batte regolarmente in ritirata. Francesco guarda con invidia o rassegnazione chi possiede le arti che a lui mancano e , allora, l'immagine di Assia si trasforma in metafora e diventa sinonimo di libertà e cambiamento per lui.

    Ho sintetizzato la figura che descrivi nello stralcio che hai postato del tuo libro e ti dirò che questo tratteggiare mi attrae molto.

    Significativo è anche il sogno descritto inizialmente:
    “Oh!”, sbottava lei, col gesto di mandarli a quel paese. E si metteva a fare pulizie. Io ci vedo la lotta tra lo spirito positivo, che cerca sempre una via d’uscita, e quello negativo, che tende a immobilizzarci". 

    Penso che sia proprio precisa questa visione: fare qualcosa di utile nel momento delle decisioni, foss'anche mettersi a pulire, lo trovo un modo di fare da vero spirito positivo. 

    Ho letto che è questo il tuo primo libro pubblicato: lo trovo un libro che attrae, che si fa leggere, con risvolti psicologici ben delineati.
    Senz'altro avrai una lettrice in più.
    Ad maiora, quindi.

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    1. Grazie infinite, Serenella. Il libro adesso è fuori commercio, e in più vorrei rivederlo, renderlo più snello qua e là e aggiungere un paio di pagine finali. Le copie che ho, le regalo, magari alcosto del francobollo. O, se vuoi, ti mando il file.

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    2. Ti ringrazio, Giancarlo, mi farebbe piacere avere il libro.
      Se vuoi puoi farti dare la mia mail da Franco, così possiamo sentirci.

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  2. Ti ho letto fino dove ho pubblicato l'ho fatto in un fiato. Sono un lettore pigro, ma tu hai una scrittura leggera e scorrevole, Sai condurre il lettore dove vuoi e anche in modo brillante. Lo finirò di leggere senza dubbio, intanto grazie e complimenti-

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    1. Sono io che ringrazio te, Franco, per l'inserimento nel blog e per gli apprezzamenti. Credevo di doverti mandare il file per postare i brani e mi ha sorpreso quindi vedere già adesso pubblicato il testo (ma magari il file te l'ho mandato e non me lo ricordo...)

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    2. Carissimo, ti avevo chiesto quale delle lettere pubblicare, in quanto la prima mi sembrava troppo lunga, mi hai risposto che per te andava bene anche uno stralcio. Ho pensato di mettere le seconde perchè mi sembravano altamente significative e non ho ricevuto nessun file a riguardo. Tuttavia sei vuoi, questa è la tua stanza e possiamo anche inserire altri brani o rivedere il pezzo. Basta che me lo fai sapere, il mio indirizzo lo conosci.
      Ciao e complimenti ancora.

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