domenica 21 ottobre 2012

IL SIGNOR ERNEST di Matteo Vajani - racconto


Etichetta: la stanza di Matteo Vajani


Il signor Ernest

 Il signor Ernest viveva in strada da sei anni, in un vicolo tra corso C. e via V. 
La sua casa era piccola ma confortevole: un materasso e tre pareti di cartone, sotto un coperchio di compensato. L’essenziale, per ritenersi un signore.
«Sei un senzatetto,» gli ricordavano, a volte. 
E il signor Ernest amava rispondere di possederne uno più grande, di tetto, che per di più mutava tinta ogni minuto, di continuo, tutto il giorno. All’alba color acquamarina, poi sempre più screziato di tonalità rosate, dunque blu, ceruleo terso, celeste; infine dorato, spruzzato di vermiglio, poi ancora rosato, di nuovo blu, blu scuro, nero, disseminato di piccoli addobbi argentati, in un Natale sempiterno. Talvolta era plumbeo, altre volte di un azzurrino pallido e inconsistente, quasi avorio. Chi era, dunque, più fortunato?
Il signor Ernest non aveva un cognome, ma in compenso aveva una stretta di mano formidabile — qualora qualcuno osasse afferrargliela —, occhi sagaci, animo sensibile e una cultura che nel suo vicolo, e tutt’intorno nell’isolato, non aveva pari.
Com’era finito a vivere di scarti e aria, nessuno lo sapeva. Era stato sposato — a quanto si diceva — ma in tempi remoti. Aveva avuto una figlia, dicevano altri, e quella figlia era morta in un incidente. Per altri ancora era stato avvocato, o equilibrista, attore o insegnante elementare, carrozziere, imbianchino, psichiatra, motociclista. C’era anche chi giurava che un tempo fosse nero, e avesse subito un’operazione di sbiancamento.
Ma una cosa era certa. Il signor Ernest era nato, cresciuto e vissuto solo. Solo con se stesso — dentro se stesso. Un animo spaiato, divelto dalla radici della società. Nessun altra compagnia all’infuori di un libro consunto, macerato dall’umidità, recante un titolo sbiadito, in russo: “Преступление и наказание” — Prestuplènie i nakazànie, Delitto e castigo. La sua Bibbia, il suo conforto. Se davvero conoscesse il russo, o se egli stesso fosse di quella nazionalità, non si sapeva.
La giornata del signor Ernest si svolgeva in tre atti, come un’opera: Resurrezione, Caccia, Morte. All’imbrunire, infatti, coricarsi sul materasso sdrucito era come cessare di esistere, abbandonarsi all’oblio di un mondo immemore, affidarsi al nulla di un tempo finito. Ma allo spuntar del sole, tutto riprendeva dal principio. Non gli restava che emergere dalle sue stesse ceneri — sbadigliare, stirare gli arti intorpiditi e guardarsi attorno. Ricominciava la sfida: la ricerca dell’acqua, l’elemosina agli angoli dei palazzi, un nuovo pasto, la lettura mistica delle sue pagine sbiadite. Una volta alla settimana, nelle stagioni calde, si battezzava nel fiume come Gesù Cristo. Un’immersione rapida, passaggi netti e precisi dei palmi sulla pelle annerita, una riemersione altrettanto fulminea. Dopodiché, per almeno due giorni puzzava di pesce. Ma, se non altro, meglio di pesce che di uovo marcio.
Il vicolo in cui viveva era stretto tra due negozi: da un lato un droghiere, il signor Maccheroni — che di tanto in tanto, quando era di umore ben disposto, gli elargiva qualche avanzo di salume o una pagnotta stantia; dall’altro un giocattolaio, di scarsa utilità alla sua sussistenza, ma latore di candidi figurini, avventori più bassi del metro e mezzo che riuscivano a confortarlo con dolci risate e sorrisi innocenti.
Quel pomeriggio, il signor Ernest aveva appena concluso il secondo atto in modo più che soddisfacente. Ventiquattro euro e trentatre centesimi. Dio abbia in gloria anche chi è tanto altruista da privarsi del suo bel centesimo, piccolo e lucente, tanto minuto che è sempre il primo a fuggire via dagli stappi nelle tasche del cappotto. Che enorme sacrificio! Che atto di misericordia! Cosa poteva chiedere, di più, un pover’uomo senza nulla da mettere sotto i denti eccetto i denti stessi?
Aveva appena concluso, insomma, il secondo atto, quando una delle piccole sagome di cui si diceva sopra gli balenò davanti, stagliata sul rettangolo rilucente della vetrina di giocattoli.
Una creaturina di cinque o sei anni, con boccoli dorati e voluminosi a incorniciare il bel visino d’alabastro e gli occhioni blu, lucidi di pianto.
Si disperava, poverina, additando tra gli spasimi un punto preciso nel negozio.
«Ti prego, mamma! Faccio la brava!»
«No! Ne hai già due.»
«Ma così no! Non così! Questa è la più bella! Ti prego!»
«Sofi, smettila. Ho detto di no. Andiamo. Costa troppo. Non ho i soldi.»
«Non è vero! Non costa troppo! Ti prego!»
Cosa fu, cosa spinse il signor Ernest a farsi avanti con tanta benevolenza e offrire il suo mucchietto di spiccioli insudiciati? Cosa vide, in quella bambina, che lo portò a un gesto così inconsulto? Forse il ricordo di qualcosa, o di qualcuno?
«Che fa?» lo respinse la madre. «Cosa vuole? Aiuto!»
Perché, perché il signor Ernest non disse nulla a sua discolpa? E se ne stette invece muto, lì impalato con il braccio teso e supplichevole, in una smorfia di compassione?
«Mamma! Chi è?»
«Aiuto! Qualcuno mi aiuti! Aiutatemi!»
«Mamma, ho paura!»
Quanti furono ad accorrere? Dieci, forse quindici individui? E ognuno di loro sembrava avere un buon motivo per punire il signor Ernest del suo crimine orrendo. Tutti armati di pugni e calci, pronti a difendere la povera signora a costo della vita! In quindici, per placare il pericoloso signor Ernest e ridurlo all’impotenza sul pavé freddo e rugoso, sul ciglio della strada, al limite della vita, e condurlo al suo destino di morte quotidiano dalla quale, questa volta, non sarebbe risorto.


Lodi, 14 agosto 2011


29 commenti:

  1. Il tema "clochard" è un argomento già ampiamente trattato. Quindi, sotto questo aspetto, nulla di nuovo.
    Resta che il racconto è ben scritto e che si sente che c'è personalità nel narrare.

    Daniela

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  2. L'immagine mentale che la signora si era costruita l'ha resa timorosa nei confronti del barbone, da qui la sua reazione isterica.
    Ma proprio da qui si può trarre la morale che alla base della sua reazione ci fosse solo aridità di cuore.
    Pura e semplice aridità, e chi è cieco e sordo ai gesti generosi che si possono palesare anche da una persona reietta, be', meriterebbe la messa al bando da una società civile.
    Ma quando mai un essere così sarà in grado di capire la complicità che può instaurarsi quando si stabilisca una sottile intesa di sentimenti anche fra individui assolutamente diversi, che hanno solo per un tratto percorso la strada del cuore?
    Un racconto scritto bene e che lascia una morale sulla quale riflettere.
    Sono questi gli scritti che sanno rendersi interessanti e utili per un miglioramento della società.

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  3. Quando leggo un racconto, qui o altrove, mi chiedo: ma io comprerei un libro di questo autore?
    Un conto è leggere un racconto di qualche pagina, un conto è leggere 100 e passa pagine di una raccolta di racconti o di un romanzo.
    Nel tuo caso mi sono detta - sì, lo comprerei -
    ;-)

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  4. Hai un bel tratto, sicuro ed elegante. La storia non è eclatante e nemmeno tanto nuova, ma forse è proprio questa semplicità e chiarezza del messaggio che me lo fa apprezzare maggiormente.
    Complimenti, un brano che si legge con piacere, e che fa riflettere.

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  5. Uè Dutùr,
    Giuro mi ha preso un colpo quando davanti alla vetrina, tutta sfolgorante e piena di balocchi, la bambina che piena di pianto ha gli occhi ho temuto che mormorasse: mamma tu compri soltanto profumi per te! A quel punto della storia, solo mezzo secolo fa la gente davanti a Nilla Pizzi piangeva davvero. Per fortuna che è arrivato il buon Ernesto e la scena ha preso tutta un'altra piega. Adesso tutti diranno che donna è mai quella, che cuore di pietra eccetera, ma la mamma ha reagito d'impulso e non mi sento di condannarla. In fondo ha cercato di proteggere la figlia. Chiunque colto di sorpresa per strada, sentendosi avvicinato da un clochard istintivamente si ritrae. Chi dice il contrario o mente o è un santo. Comunque la morale era un'altra, ma io sposo sempre per natura le cuse perse in partenza.
    Comunque a me è piaciuto questo tuo racconto, scritto in scioltezza.

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  6. Ma dai, Franco! Che male poteva fare un vagabondo che si era avvicinato con la mano tesa a dare i suoi soldi. Giusto una con il prosciutto sugli occhi poteva scambiare quel gesto per una minaccia.
    Aaah, che bella polemica!
    Ciao.

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    1. Ho parlato di reazione istintiva, non giustificabile ma comprensibile.
      E ce lo sapevo che qualcuno avrebbe protestato ;-) Sì sì, dai, montiamo una bella polemica... anzi, sai che ti dico, io rincaro la dose e dico che non è stato un gesto inconsulto... ma quale atto di generosita! Ma andiamooooo.

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    2. Mi correggo, è stato un gesto inconsulto, una provocazione bella e buona. Tiè!

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    3. A me la madre della bambina m'è parsa una (si possono dire la parolacce?) st....a;-) per di più insensibile... Va bene allertarsi, nel senso che uno slancio di protezione è comprensibilissimo, ma la reazione pare davvero esagerata...

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    4. E basta con questi falsi pietismi! Magari quando ne incontri uno per strada, sei di quelli che cambiano marciapiede.

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    5. Parli a me?
      Sicuramente no;-)

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    6. La risposta l'ho inserita, per sbaglio, nel commento qua sotto, caro Frame. Vai a leggere.

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  7. rincara rincara...

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  8. Ah! La cattiveria umana.
    Magari quella era una con la puzza sotto al naso... anzi, sicuramente era proprio così. Una che quando vede un accattone si scansa per paura di essere toccata.
    Anzi, sai che ti dico? Era nervosa solo perché la bambina con i suoi capricci le stava facendo fare tardi all'appuntamento col suo cicisbeo di turno. Altro che preoccupata per la bambina.
    Oh!

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  9. scritto con garbo e compostezza, forse non dice qualcosa di nuovissimo (ma in fondo, questo, quando mai succede?) ma lo dice bene, nitidamente. Una buona lettura per me.

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  10. A questo punto prima di esprimermi voglio sentire che ne pensa l'autore di quella povera mammina, che con grande sprezzo del pericolo ha difeso la figlia, mentre è stata dipinta come una povera st...za. E che non si dica che cerco la polemica, è stata Serenella ad accendere la miccia;-)

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    1. Bene, allora vediamo di spegnere la miccia risalendo alla fonte, però, prima lascia che ti dica ancora due cosette sul carattere della "povera mammina".
      Tanto per chiarire: era lei che da piccola a scuola faceva sempre la spia; era lei che da ragazza faceva la civetta e intrigava per portar via i fidanzati alle sue amiche; era lei che sul lavoro cercava di screditare le colleghe parlandone male ai superiori, e... potrei continuare, ma il mio animo caritatevole me lo impedisce.
      Ciao.

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  11. Ok, in silenzio vi Ho letto poi vi Ho riletto
    Avevo deciso di stare zitta
    Poi tutti i romanzi sulle conseguenze di un atto di bontà mi hanno spinto.
    Punto primo... Fare bene é delitto
    Punto secondo...si reagisce per abitudine
    Punto terzo... Siamo ancora animaletti violenti
    Da qui pugni e calci
    Anche in salotto, a volte...
    Buonissima giornata a tutti

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  12. Ciao Vajo,
    Ricordo questo racconto!
    La tua prosa è garbata, pulita e molto matura - e devo sempre ricordarmi di quanto ti sia sfacciatamente ggggiovane. Ma questo ho già avuto modo di dirtelo, sai cosa ne penso e finisco qui di lisciarti il pelo.
    Per contro non trovo la chiusa efficace come il resto del testo: nelle ultime dieci righe ti butti precipitosamente in un finale che non mi quaglia troppo. non parlo di originalità, quella è una cosa di cui spesso vagheggiamo come se fosse la pietra filosofale di tutti quelli che scrivono. per scrivere qualcosa che valga la pena di essere letto non è necessario trovare qualcosa di inedito a tutti i costi: una penna che ha 'mestiere' può prendere tutti i clichè più triti e farne qualcosa di nuovo e fresco.
    vabbuò, ma stavo parlando d'altro.
    ciao nè.

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  13. Urca, quanti commenti! Non sono mica abituato!!! :-)
    Innanzitutto, grazie mille a Daniela, Serenella, Stefania, Beppe, Franco e Uriah per i complimenti.
    Vedo che ultimamente sul blog tira aria di polemica... hehe, bene, meglio, rende tutto più vivace!
    Questo racconto fa sempre discutere, e non ho ancora capito bene perché. Posso solo dire a mia "discolpa" che l'intenzione principale, quando l'ho scritto, non è stata inserire una morale facile facile addossando tutta la colpa alla madre e ritraendo il clochard come il martire di turno... anche se mi rendo perfettamente conto che il risultato è questo. Sono però sincero nel dire che all'inizio non ci avevo minimamente pensato.
    L'idea iniziale era più ampia, avrebbe dovuto sondare con maggior cura il passato del barbone e il rapporto con la figlia "morta in un incidente"... da qui poi l'episodio con la bambina, che gliela ricordava e lo spingeva a offrirle il denaro. Siccome sono pigro (e dato che l'idea, come giustamente avete fatto notare, non è delle più originali), ho pensato bene di condensare il tutto in una paginetta ed ecco fatto il pasticcio. Come altri miei racconti, mi è servito più che altro come allenamento, un semplice esercizio di stile per non arrugginire. Qui per esempio mi ero cimentato con la scrittura antifrastica. E' solo nell'ottica dell'antifrasi, infatti, che si riesce a cogliere al meglio il senso del racconto, che altrimenti, mi rendo conto, risulterebbe di un'ipocrisia e di un buonismo disarmanti...
    Quanto all'originalità... mi piace pensare che per uno scrittore l'importante non sia cercare di non scrivere ciò che è già stato scritto, ma scriverlo nel miglior modo possibile. Che poi ci riesca o no, è un altro paio di maniche! :-)
    Ciao a tutti, e grazie mille ancora!

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    1. Caro Matteo, si capiva come la scrittura fosse antifrastica proprio dal comportamento paradossale degli astanti, però la morale rimane, e se ci siamo divertiti ad inveire contro la povera mammina è proprio per stigmatizzare certi comportamenti che ancora sussistono verso i meno fortunati.

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    2. Anti... che?
      Come parlate difficile voi due. Bastava dire che c'era dell'ironia nel finale.
      Lo volevo ben dire io, che la reazione di tutti era sproporzionata, esagerata.
      Quindi, a giudicare dalle nostre reazioni, l'obiettivo di far discuere è stato ampiamente raggiunto. E bravo Matteo, ci hai fatto il peschino e noi abbiamo abboccato.

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    3. No ma che peschino! :-)
      Una morale certo salta fuori, ho solo tenuto a precisare che è stata involontaria! Con questo non cerco di lanciare il sasso e nascondere la mano, anche perché non ce ne sarebbe motivo. Quando si toccano certi temi sociali bisogna assumersi le proprie responsabilità e prendere una posizione. La mia qui è evidente, anche se sarei ipocrita se generalizzassi. Ci sono clochard e clochard, come in tutte le cose. Con alcuni mi fermerei volentieri a parlare (penso a uno che sui Navigli a Milano vende poesie), da altri invece, quelli più "loschi", preferisco tenermi alla larga. Penso sia naturale. Il buon vecchio Ernest mi sembra tutto sommato un buon diavolo, no?

      Ma il bello di scrivere è proprio questo: il lettore interpreta sempre in modo personale... e mai sbagliato, anche quando non coincide con l'intento dell'autore.
      Però la madre mi è uscita davvero stronza, questo è inopinabile! :-)

      Sciùr Franco, sei proprio incorreggibile... Hahaha

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    4. Allora l'avevo definita proprio ad hoc la madre: una stronza. Mi fa piacere che l'autore si trovi d'accordo;-)

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    5. Che figuraccia... mi sono accorto che nei ringraziamenti non ho incluso Ippolita. Ma il suo commento lo vedo ora per la prima volta, ieri mi era sfuggito! Ce ne sono troppi, scusa Ippi! Grazie in ritardo! :-)

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  14. Ecco... Lo sapevo
    La stronza
    Ma, scusate,una parola,quella seria,sulla folla che lo prende a calci il poveretto,la vogliamo dire?
    Una sola
    Seria
    E cioè
    Tutti si lasciano trascinare e nessuno dice alla signora di finirla.
    Il vero motivo di riflessione, nel sociale, mi sembra questo
    Un volgo, una plebe,una folla cattiva, che testa non ha
    Il pericolo
    Vero
    Altro che una come tante

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    1. Beh, sì, cara Ippolita, c'è sicuramente anche questo. Credo che il periodo delle torce e dei forconi non sia mai veramente finito. La violenza è come uno sbadiglio: è contagiosa.
      E poi se la gente resta impassibile quando vede violentare una ragazza in un sottopassaggio, figuriamoci quando vede massacrare un barbone...

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  15. Matteo, sono distrattissima anche io, non avere pensiero.
    Piuttosto mi pace molto che tu abbia ripreso la mia riflessione
    e che il vero pèericolo è l'indifferenza del volgo e la violenza facile che si scatena contro chiunque.
    Mi sembra questo il pericolo serio
    e tutto questo è oggetto delle mie esternazioni sul mio blog
    la terribile omologazione
    il bla bla bla e poi si assiste e si partecipa alla caccia alle streghe
    senza poi fermarsi in silenzio a riflettere



    su qualsiasi

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  16. Hai ragione, Ippolita, l'indifferenza alle atrocità del mondo è forse il male peggiore; ma anche l'ignoranza...
    L'ignoranza è l'origine di tutti i mali, diceva Socrate.

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