domenica 14 ottobre 2012

Lucciole S.R.L. di Stefania Tolari

Ascolto consigliato:John Cage, Meredith Monk and Anthony de Mare - double fiesta

Il signor Rufus era un omone flaccido e grasso, due prerogative che certamente non facevano di lui un tipo attraente. Da quando sua madre era morta, dopo la lunga malattia che le aveva dilaniato un corpo e un viso da diva del cinema in bianco e nero, viveva solo, nella sua grande casa. “Sua” di lei, ovviamente, ora toccatagli in eredità e che stava poco a poco ammobiliando a suo gusto, per il momento limitandosi a gettare, con frequenti viaggi giornalieri alla discarica, pesanti mobili d'ebano nero e armadi dalle ante scure tormentate dalle tarme.

Quella sera si era concesso una pausa di silenzio prima dimettersi a letto e cercare di vincere, a colpi di tisane alle più svariate erbe, l'insonnia che lo tormentava da molti, troppi anni ormai, e con la quale, tuttavia, non era ancora riuscito a convivere.
Stravaccato su una sedia a sdraio, con in mano un bicchiere di whisky con ghiaccio, da solo sulla sua terrazza, osservava distrattamente la distesa dei campi di fronte a sé, neri di pece e sinuosi come le curve di una donna vestita da sera. Un grillo schiamazzava in lontananza. A fargli eco c'erano le rane che Rufus teneva prigioniere nel laghetto artificiale sotto la fontana fatta costruire in giardino.
Quando l'aveva ordinata, quella fontana, aveva pensato che lui adorava il fruscio continuo dell'acqua, soprattutto di notte, e si era convinto che quel suono lo potesse aiutare a conciliare i suoi tormentati sonni estivi e acquietare il suo rigirarsi nel letto. Di fatto, però, da quando era stata costruita, solo faceva eco al frusciare delle lenzuola ad ogni suo rigirarvisi dentro. Le cose non vanno sempre come programmiamo, quasi mai come si crede.
Buttò giù un altro sorso, con rabbia, e fu allora che, dalla strana visuale che la sua posizione forzata gli offriva: la testa inclinata all'indietro per lasciare che il liquore gli scendesse giù per la gola sedando l'arsura di un giorno monotono e afoso... le vide!
Erano almeno tre. No quattro. Forse ce n'era addirittura una laggiù in lontananza... Sì. Erano cinque, sei, sette! No! No! Di più!
Tutta la vallata era cosparsa di lucciole e brillava a intermittenza come il manto di un abete abbellito per Natale. Rufus ne rimase estasiato. Tanto, che prese a contarle. Voleva abbracciarle tutte con lo sguardo. Non ne avrebbe fatta sfuggire nemmeno una al suo censo. Era tanto, tanto tempo che non si sentiva così... entusiasta. Quando arrivò a contarne dieci, una strana sensazione lo avvolse come un abbraccio. E allora, in quel preciso momento: ricordò.
Quando era piccolo, la mamma soleva suggerirgli di correre in giardino a cacciarle, le lucciole. Se ne avesse presa una e l'avesse messa sotto un bicchiere, dalla sua “coda” luccicante da miniatura di stella cometa, la mattina seguente l'insetto avrebbe forse partorito un soldino, e lui, al suo risveglio, avrebbe trovato: una moneta!
La sua prima preda gli aveva fruttato cento lire, gli tornò in mente in un ricordo tiepido. Che bello era addormentarsi, allora!
Con la segreta speranza di scoprire, la mattina successiva, che la strana magia di quella metamorfosi si era compiuta di nuovo.
Che sonni tranquilli, a quei tempi, dormiva! A questo pensiero, una strana frenesia, di colpo, gli punse le dita. Posò il bicchiere di Whisky per terra, si alzò di scatto dalla sedia a sdraio e si precipitò giù per le scale della terrazza, fino in giardino. Poi, senza motivo apparente, si mise a correre sull'erba, in tondo, con una bramosia dimenticata, che rinasceva ad ogni goffo saltello con sempre più forza e una sempre più incontrollabile intensità...
Correva, correva! Come un bambino, grasso, scomposto e libero. Si sentiva bene! Come da una vita intera non gli capitava!
Dopo qualche goffa scorribanda, di lucciole ne aveva presa una e, ora, la teneva stretta chiusa nel pugno, facendo attenzione a non stringere la mano in un “Hurrà!” troppo forte che l'avrebbe ammazzata. Quindi, seguendo dei passi che solo il meccanicismo dei ricordi gli dettava, corse in cucina a prendere un bicchiere dalla credenza e, con un colpo deciso, bloccò la bestiola sotto la campana di vetro che sarebbe stata la sua prigione per tutta la sua ultima notte di vita. Quindi, soddisfatto, si permise un sospiro e si sedette spossato: rimase, i gomiti sul tavolo e la testa appoggiata sulle mani, a guardare da vicino, come al microscopio, le fattezze di quella strana creatura che la natura aveva deciso di omaggiare con un dono tanto speciale.
Restò fino a tardi assorto in quella surreale contemplazione, in quella posa da bambino trasognato; mentre, gli stessi pensieri di quando era piccolo gli affiorarono uno dopo l'altro alla mente: come diavolo faceva un insetto così piccolo, così insulso e così vivo a far scaturire da sé stesso un oggetto così grande, così utile, così artificiale? Eppure, era quella la magia: le lucciole lasciavano sempre sotto il bicchiere un regalo. Quella notte non dormì affatto. Un'ossessiva curiosità lo spingeva a desiderare con tutto sé stesso di alzarsi dal letto e piombare in cucina per provare a sorprendere il momento esatto della rivelazione del mistero. Ah! Se avesse beccato l'insetto misterioso proprio sul momento del suo parto stellare!
Tuttavia, per tutta la notte si trattenne e non si alzò. Una parte di lui sapeva che il miracolo non si sarebbe compiuto se lui l'avesse svelato. Così, anche se solo per un vago senso di superstizione, non si mosse. Le prime luci dell'alba lo sorpresero con la faccia rivolta all'insù, guardando il soffitto. Il primo gallo cantò e lui decise che era giunto il momento di dichiarare terminata la notte. Allora, si alzò a sedere sul letto, si mise le ciabatte e, senza nemmeno ricordarsi di stiracchiarsi e di grattarsi la pancia come faceva tutte le mattine, si precipitò in cucina fremente di curiosità. Si affacciò nella stanza sbirciando da dietro lo stipite della porta, come per non voler disturbare... e lo vide.
C'era! La lucciola lo aveva fatto di nuovo! Sotto il bicchiere un soldo da un euro luccicava come appena uscito dalla Zecca.
L'insetto? Scomparso. Non poté trattenere un gridolino e un salto sul posto. Si guardò intorno, per accertarsi di essere davvero da solo, e si abbandonò a cantare a squarciagola e a ballare in maniera
scomposta per la stanza. Era felice! Ma di una gioia che era già diversa.
Quel giorno, il pensiero dell'avvenimento della lucciola e il soldino non lo abbandonò un solo istante. Si scoprì a guardare più volte l'orologio e a desiderare che arrivasse già, una buona volta, la sera, e poi la notte, e quindi la mattina successiva, in cui avrebbe potuto rivivere quella folgorante sensazione di scoperta: in cui sarebbe tornato a sentire quell'emozione di bimbo che scarta i regali sotto l'albero. Ne aveva bisogno.
Quella sera, cacciò un'altra lucciola, la sera successiva: una terza, nella prima settimana ne aveva già cacciate una ventina, e tutte le notti seguenti: un centinaio. Così, la mattina in cui si presentò allo sportello della sua banca con un sacchetto in mano contenente cento euro in monete da uno, il suo volto era già cambiato. Su di esso non c'era già più nessuna traccia dell'euforia della prima mattina, e i sui occhi tradivano un'espressione fredda e una profondità strana, come se, attraverso di essi, non si potesse più giungere a indovinare i suoi pensieri. Il cassiere, infatti, poté riconoscerlo solo dalla stazza e dai vestiti che indossava, sempre la solita tuta: «Buon giorno signor
Rufus. Come sta il nostro più fidato cliente, il miglior risparmiatore di Marcena? Qual buon vento la porta? Era molto che non la si vedeva da queste parti» -gli disse con il solito fare beffardo che quasi tutti in paese solevano usargli. «Vorrei fare un deposito. Sono cento. Li conti. E poi, se è possibile, vorrei anche parlare con il Signor Dottor Direttore. Ho bisogno di un prestito. Voglio fare un investimento».
Il commesso lo guardò allibito e rimase a scrutarlo con occhi dubbiosi e indagatori. Quando vide, però, che il signor Rufus non si smuoveva di un passo e non cambiava di una virgola la sua espressione, alzò la cornetta, pigiò un tasto, e parlò all'apparecchio: «Signor Direttore, un cliente la vuole vedere». Poi, rivolto a lui, fece un cenno con la testa indicando la porta di uno studio e afferrò il sacchetto delle monete, mentre, contemporaneamente, gli porgeva una banconota da cento.
Dopo una decina di minuti, il signor Rufus uscì dalla porta dello studio con delle scartoffie in mano e un'espressione trionfante disegnata agli angoli della bocca. Rivolse un saluto distratto al cassiere e si inserì nella porta blindata con la calma e la soddisfazione di un astronauta che entra in una capsula spaziale pronta per il lancio. Qualche mese dopo, con il suo whisky tra le dita, il signor Rufus contemplava sui campi di fronte alla sua terrazza la sua nuova creazione: la sua fabbrica, il suo gioiello. Era una struttura amplia e bassa, composta da cinque moduli e un labirinto di corridoi esterni che sbisciolavano sulla vallata come enormi serpenti di acciaio. Vi lavoravano a ritmo forzato milioni e milioni di lucciole, chiuse in piccole e simmetriche campane di vetro, in fila l'una
accanto all'altra, e anche una discreta schiera di operai, con tute nere e guanti bianchi, i quali, con rotanti turni notturni, catturavano le vittime e le rinnovavano sotto le campane di vetro.
Poi raccoglievano le monete prodotte, in grandi sacchi di iuta, e li portavano, quotidianamente e senza sgarrare, a casa del loro padrone: il signor Rufus. Questi, ogni notte, aspettava le consegne coricato sul letto guardando il soffitto: un'inquietante frenesia nello sguardo.
All'alba, senza aver dormito che poche ore, si alzava , indossava la sua tuta, andava ad aprire al suono del primo campanello e, allora, afferrava i sacchi con dita avide e subito sbatteva prontamente la porta, chiudendola a doppia mandata dall'interno. Quindi, si metteva sulle spalle un giaccone e andava in paese: in banca.
Questa era diventata la sua nuova routine. E Rufus ne era fiero. Soddisfatto.
In pochi mesi, il conto del cliente numero 26.456, massimo risparmiatore della Banca Monte dei Cervi di Marcena, era raddoppiato, triplicato, quadruplicato...! E non cessava di rimpinguarsi con nuovi, quotidiani, immancabili, cospicui e
inesauribili introiti e depositi. Nel giro di un anno il signor Rufus divenne il più ricco del paese, poi dell'intera regione. E quando compariva in centro, ormai, la gente lo salutava con riverenze, inchini e salamelecchi. Gli sguardi e gli ammiccamenti diretti a lui non lasciavano più intendere pettegolezzi sulla sua mole, sul suo insistente celibato o sulla sua fallita emancipazione. L'unica cosa che lo seguiva, come uno sciame, quando attraversava la piazza col suo ennesimo sacchetto in mano, erano i chiacchiericci invidiosi, ricolmi di ammirazione per il suo eccezionale patrimonio e il suo rispettabilissimo status sociale.
Rufus li sentiva, bisbigliare alle sue spalle, e si beava di quei commenti, gongolandosi per la sua realizzazione. Tuttavia, da qualche tempo, una certa ansia lo aveva cominciato ad invadere, soprattutto da quando i telegiornali avevano iniziato a martellare con quella catastrofica notizia
dell'estinzione imminente delle lucciole. In effetti, da qualche tempo a quella parte, era sempre più difficile reperire gli insetti che “La Rfs” esigeva per coprire il suo fabbisogno. E, d'altra parte, come naturale, la bramosia del suo proprietario era cresciuta a tal punto che non si accontentava più di un solo sacco di euro a sera: ne avrebbe voluti almeno quattro, dieci, venti!
Una cosa, questa, che gli aveva fatto effettivamente forzare un po' la mano e, chissà, esasperare un tantino il ritmo della produzione...
Se quelle bestiacce fossero sparite e non si fossero più riprodotte come di dovere, la sua produzione sarebbe dovuta drasticamente calare, avrebbe dovuto far funzionare la fabbrica a mezzo rendimento, magari si sarebbe persino dovuto piegare ad arrestare la catena di montaggio, addirittura a interromperla! Una tragedia! Paventava. Come avrebbe fatto senza le lucciole? Come avrebbe fatto
senza le monete?
Effettivamente, da lì a poco, le lucciole iniziarono a scarseggiare veramente; tanto, che la fabbrica del signor Rufus dovette chiudere i battenti, licenziare tutti i suoi operai, dichiarare la bancarotta e cessare la sua attività.
Solo pochi mesi dopo il suo apogeo, il “grassone milionario” si ritrovò barricato nella sua villa per sfuggire a fotografi, giornalisti insistenti ed ecologisti infuriati,  praticamente sul lastrico e sempre più solo e più grasso.
Quella sera, se ne stava di nuovo in terrazza, sguaiatamente bocconi sulla sua sedia a sdraio, a sorseggiare il suo Whisky con un'aria sconfitta e malandata, grosse occhiaie sotto gli occhi e la fronte imperlata di sudore. Guardava lontano: all'orizzonte, dove soleva contemplare lo sfavillio della sua creazione e i fumi della sua geniale “idea”... Quando ancora lampeggiava e lavorava, abbagliava e produceva, luccicava e sfornava denaro...!
Ora, non vedeva che il buio e non ascoltava che il silenzio di una notte senza grilli, senza rane e senza lucciole. Fu allora che lo invase una sensazione strana. Chi fosse entrato in casa sua in quel momento lo avrebbe visto sospirare, piegare la testa all'indietro, chiudere gli occhi ed andare a cercare, con la mente, un ricordo, e le immagini che quella sensazione gli rimandavano. Quindi, lo avrebbe visto allargare la bocca in un sorriso, e avrebbe saputo che il signor Rufus, in quel preciso momento, nella sua mente era tornato bambino, e si alzava, una mattina d'estate, con indosso il suo pigiama preferito: quello con i pesci rossi, e correva, pieno di speranza, verso la cucina, con negli occhi l'attesa di un miracolo. Che bei sonni, allora, dormiva! E quanta di quella magia era andata perduta!? L'aveva sperperata lui? Inesorabilmente e senza nemmeno accorgersene?
L'aveva disseminata come le molliche di Pollicino lungo la strada del suo “maturare”?
Quando, esattamente, la sua innocenza e il suo entusiasmo disinteressato si erano trasformati in rivoli di cinismo e di squallidi tornaconto?
Forse, era proprio nel momento, in cui dal suo “io” forato  aveva perso l'ultima goccia di quella magia, che era cominciata l'insonnia della quale mai più si era potuto liberare. Realizzò.
Si sforzò di rivivere nella sua mente la scena della sua primissima “caccia alla lucciola”, quella della sua infanzia, e provò a ricordare che cosa aveva fatto con le sue prime e famose cento lire... Ma non gli venne in mente niente. Poi, cercò di ricordare se, da bambino, avesse avuto un salvadanaio in cui accumulava i soldini delle lucciole; ma nemmeno questo ricordò. Dopo vari tentativi, accettò il fatto che, da piccolo, non aveva mai conservato un solo spicciolo partorito da quelle strane metamorfosi. La moneta che compariva per magia al mattino, allora, per lui, era solo un miracolo di fantascienza, o di fede, che terminava il suo incanto non appena, lui, alzava il bicchiere e constatava che, ancora una volta, si era compiuto. Da quando, dunque, aveva iniziato a vedere i soldi come qualcosa di diverso dal sacrificio di una lucciola? Si chiese. E che forza terribile lo aveva spinto a sterminare tutti i suoi dolci ricordi di infanzia, in nome di quella bramosia di
concretezza?
Non lo sapeva. La sua unica certezza, ora, era che, da quel giorno in poi, non avrebbe mai più visto lo scintillio di una lucciola correre come un fuoco fatuo per un campo scuro. Né lui, né nessun altro bambino. Perché le lucciole, per colpa sua, erano finite, esaurite, scomparse! E, con loro, forse, il Rufus adulto aveva davvero ucciso anche l'ultimo granello del suo candore e della sua felicità di bambino. Tracannò l'ultima sorsata e si incorporò a fatica sulla sedia a sdraio. Sarebbe rincasato, per andare a rigirarsi nel letto. Decise. Almeno, non avrebbe avuto davanti la vista di quello smacco. Restò seduto ancora qualche minuto, e diede un'ultima sorsata al suo whisky, schioccò la lingua sul palato e... stava per alzarsi quando, in lontananza, gli parve di scorgere una luce.
Probabilmente era solo la finestra accesa di un casolare lontano, forse la scia notturna di un aereo.
Rimase immobile per un momento che gli parve interminabile e diede un'occhiata fugace agli occhiali appoggiati sul tavolo accanto alla sedia a sdraio. Niente: sicuramente era solo un abbaglio.
Raccolse il bicchiere vuoto e fece per voltarsi...e... di nuovo, con la coda dell'occhio, gli parve di scorgere un altro barlume argentato che si accendeva, stavolta più vicino alla casa.
Si voltò di scatto, afferrò gli occhiali e li inforcò alla bell'e meglio tenendoli fermi sul naso con la mano tremante. Aguzzò la vista, la spinse più lontano che poteva nel buio, strizzò gli occhi, allungò il collo e rimase immobile con tutti i sensi allerta e i muscoli in tensione come un segugio pronto al balzo...
E la vide!
Non potevano esserci dubbi! Era esattamente un piccolo sfavillio lontano che si accendeva, si spegneva, si riaccendeva e cambiava ad ogni palpito di posizione: era proprio una lucciola!
L'ultima! L'ultimo esemplare di una specie in estinzione che era stato capace di sopravvivere al suo scempio. Fu in quell'esatto momento che, al signor Rufus, venne in mente la seconda “brillante” idea della sua vita. Avrebbe clonato l'insetto, contattato un gruppo di scienziati;magari la Nasa! Riunito un esercito di lucciole androgine, e trasformato la sua fabbrica di euro in una bella pianta di energia elettrica a costo zero!
Caspita! Questa sì che era davvero un'idea brillante

14 commenti:

  1. Ci siamo messe a raccontare fiabe,vero?
    Ad immaginare improponibili figuri che ci allontanino via via via da queste sponde...
    Ma io non ho capito se Rufus poi diventerà buonissimo, eh si, con energia a costo zero per tutti.
    Mah!
    La poesia delle lucciole mi ricorda un luogo vicinissimo casa mia
    con tante lucciole che io vidi
    forse una volta sola
    è vero è tutto vero
    le lucciole ti imprigionano anche senza soldini

    Contenuto quindi felicemente approvato

    Lo vedrei più da sfoltire
    insomma io lo rivedrei
    lo farei dimagrire
    ed insieme si alleggerirebbero
    il signor Rufus, ma che pena mi fa!,
    ed la narrazione
    Letto e sottoscritto
    Ippilandia
    dal paese di Mirabilandia

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ci siamo messe, ci siamo messe.
      Improponibile figuro, Rufus, sì. Ho cercato di farlo peggio che potevo, pover'omo! Anche a me mi fa una pena! Quindi, no che non diventerà buonissimo. Perderà la sua occasione di diventarlo e resterà come è sempre stato: 'No scorfano freddo cinico e bisunto!
      Hai ragione, le lucciole ammaliano, chissà poi perché...?
      Dieta partita, Ippilandia. Non lo tentare con i tuoi mangiarini mirabilandiani, mi raccomando! Cede facilmente alle tentazioni... lui.
      Bacini e salutibus. Ste(t)

      Elimina
  2. Che fiaba triste, e piena di fantasia.
    Una fiaba che ha tante attinenze con la realtà; e poi ci si chiede come mai tanta tristezza in giro: eh, si, abbiamo fatto sparire le lucciole.
    Bella la lezione che si può trarre dal tuo scritto.
    Mi hai ricordato di una sera di tanti anni fa: ero in un campo nelle Marche, si era fatta sera. Stavo scendendo verso la casa che mi ospitava quando una miriade di lucciole mi apparve. Erano tantissime, mi giravano intorno volando di qua e di là creando una visione fantastica. Quel giorno era il mio compleanno. Rimasi abbagliata e commossa per quel regalo inatteso.
    Ippi ha ragione, però, quando dice che dovresti fargli fare una dieta dimagrante; sfoltito un po' ne acquisterebbe.




    RispondiElimina
    Risposte
    1. La fiaba è triste, hai ragione. Sempre 'ste favolette sdolcinate! O basta un po'! Hehehe.
      E hai anche e soprattutto ragione sul fatto che volevo avesse attinenza con la realtà. Un po' realismo un po' magia, via. Una dimensione in cui tornano cose che, in teoria, non possono tornare, così come, spesso, purtroppo, non tornano cose che dovrebbe tornare.
      Un bellissimo regalo di compleanno quello che descrivi. I più semplici sono i più veri.
      Cercherò di metterlo a stecchetto un altro po'. Intanto, stasera salta subito la cena.
      Grazie del consiglio e del tempo dedicatomi. Stefania.

      Elimina
  3. Uffah... a furia di sfoltire si arriverà alla desertificazione. Amo la vegetazione rigogliosa, tra un fiore di campo, la gramigna, l'erba cipollina, il tarassaco e la cicoria, non so mai quale sacrificare. I racconti sono un po' così. Ce ne sono di stringati, concisi e altri invece si concedono il lusso di essere un poco più prolissi. Dove sta il problema?
    Il mio è un parere che conta poco qui dentro, perchè interessato, ma tu sai che mi piace come scrivi, e a proposito delle lucciole ti dirò che dove vivo queste sono un vero problema: me le trovo nella camera da letto, mi vengono a trovare perfino sotto le coperte, è uno spettacolo incantevole, ma io con tanta luce non prendo sonno;-))))
    Ciao Stefanithy e Simpaty, franc

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ma o 'un mi succede anche a me, franc!? È un problemone sai! Non so mai dove potare. E dire che mi ci sono anche messa d'impegno, stavolta. Macché!
      Questa cosa delle lucciole nel letto... inquieta un po', in effetti. Hai pensato di usarle come abajour?
      Ciao franc... ising ;-))

      Elimina
  4. Cara Omonima:-) si vede che portare lo stesso nome fa venire anche le stesse idee;-) Parlo della colonna sonora al racconto, idea che ho sfruttato anch'io un paio di volte, proponendo la musica in accompagnamento, la stessa che mi era stata d'ispirazione al racconto in questione; quindi ho apprezzato molto la tua proposta audio-reading;-) La musica dà il ritmo alla lettura, in qualche modo definisce anche il carattere della storia; per esempio, il brano da te scelto l'ho trovato leggermente ansiogeno;-) e ha impresso un ritmo veloce alla lettura, ha definito i contorni del personaggio quasi fosse uno un po' schizzato;-) e in effetti lo è :-\
    L'idea della tua storia è molto originale e quindi complimenti per questo punto. Personalmente non ho trovato un sovraccarico di parole e quindi lo lascerei così, non andrei a fare tagli anche perché penso che se è nato così, vada bene così:-) Le lucciole mi piacciono molto, fanno parte dei ricordi di bambina, quando abitavo nella periferia di Milano e c'erano ancora i campi (ora ci sono palazzoni e ipermercati), ricordo che d'estate si vedevano le lucciole ed erano molto suggestive. L'ultima volta che le ho viste, dopo tanti anni, è stato nella campagna toscana, una visione davvero spettacolare quella folla di lucciole! Si dice che siano presenti dove regna una forte energia.
    Bel racconto, bella lettura, bell'idea, bella scrittura, belle le lucciole, bella morale, anche se i cinici non cambiano;-) ma anche questa è una morale...
    Brava!

    RispondiElimina
  5. Cara OminaOmonima, innanzitutto devo ringraziarti, oltre che per l'attenta lettura e il dettagliato commento, anche per aver messo l'accento sul brano musicale. Per me sono molto importanti i rimandi che ci possono essere tra musica e parola (intendendo la musica in senso lato, diciamo anche come Voce che narra in contrapposizione al testo “morto” sul lenzuolo bianco della tomba-pagina), l'evocazione che la musica fornisce, spesso, come benissimo noti te, offre al testo significati nuovi e atmosfere o ritmi che, a modo loro, significano tanto quanto la parola e le frasi. La forma, per me, non è mai mero contenente, ma veicolo per un significato, insomma. E dentro la forma sta anche il ritmo del testo, la punteggiatura che obbliga a leggere in un certo e solo in un certo modo, i toni “vivi” (se possibile) dei dialoghi, l'atmosfera emotiva che un brano musicale può contribuire a creare cc ecc ebblà ebblà e riblà... hehehe. Tutte cose che cerco di curare diciamo pure maniacalmente ;-)
    Quanto ai tagli e al “nato così”, Stefania, ti dico: anche se mi piacciono i ritmi lenti e le estensioni lunghe, che mi permettono di entrare bene, con calma e con “tatto", nella storia, e affezionarmi dolcemente e senza invasioni ai personaggi, io ho dei seri problemi con il lievito e la ridondanza, lo riconosco (basta vedere la risposta al commento, no? hehehehe). Per questo, in linea di massima e di solito, chi dice di tagliare per me ha ragione a prescindere hehehehe. In questo caso concreto, il testo l'avevo scritto molto tempo fa e ho deciso di riprenderlo in mano per nostalgia (e perché ci credo ancora, chiaro). Quindi, questo in particolare, l'ho rivisto e tagliuzzato già un bel po' (parecchio, in effetti), ecco perché sono molto felice che, almeno per qualcuno, vada anche bene così. Faticaccia servita, insomma! Hehehe. Sennò... comincia ad essere anche scoraggiante e un tantinello frustrante provare a sforbiciare e non riuscirci no? ;-))
    Poi, sicuramente, se lo riprendessi in mano tra qualche altro mesetto, lo cambierei ulteriormente, ma, per ora, questa era la versione che avevo deciso per lui, quella di questa “fase di me”, insomma, e sono felicissima che ti sia piaciuta così com'è; così come sono contentissima del fatto che tu abbia colto appieno la morale.
    Bella questa cosa che dici della concomitanza tra lucciole ed energia! Anche per me le lucciole sono un ricordo d'infanzia, purtroppo. Ma, sai, c'è anche da dire che vivo in una città... mettiamola così...
    Un saluto e un grazie grande.
    Stef versione punto 2 (o punto T) ;-)

    RispondiElimina
  6. Tolari!
    Le lucciole di cui mi piace scrivere (e leggere) in linea di massima sono altre. Non amo le 'fiabe' o i racconti con uno scheletro fantastico per diversi motivi, ma il principale è che implicano di accettare come 'verosimile' una realtà che in verità non lo è. e questa è una perdita di aderenza che faccio sempre un pò di fatica ad accettare. ma ovviamente son gusti. il racconto fantastico ha un vantaggio però: è il terreno più fecondo per seminarci dei messaggi e, se il caso, una morale. in questo tuo racconto, scritto con la solita grazia, c'è nè più d'uno. quello che mi piace di più, quello che colpisce maggiormente il mio universo narrativo, è la debolezza dell'uomo Rufus, il suo incespicare, la sua pervicacia nello scegliere sempre la via più diretta per la 'Miserabilia'. l'avvistamento della prima lucciola gli aveva lasciato intravedere la possibilità di percorrere un percorso alternativo, forse salvifico, ma di fronte alla possibilità di scegliere, Rufus ha scelto il tocco di Re Mida, con le conseguenze che abbiamo visto. pochi uomini sono immuni alla lusinga del denaro e del successo: a parole siam buoni tutti, ma messi davanti alla possibilità di ottenerli veramente (e consapevoli del prezzo che qualcuno dovrà pagare), più spesso di quanto non ci piacerebbe pensare allunghiamo la mano e basta. questo mi piace molto.
    poi.. lungo non lungo? neanche 3mila parole, non mi sembra lungo. che poi, dipende molto. se una persona conosce l'alchimia delle parole può propinarmi lenzuolate da 10mila parole e rendermi la persona più felice del mondo.
    dai, vado. ciao Ste.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Nemmeno io amo molto le fiabe, Urrà; in generale per lo stile che richiedono e l'alta percentuale di zucchero che contengono; in particolare... per gli stessi motivi hehehe. Mi piace, invece, di esse, proprio quello che non piace a te: il fatto che implichino di accettare come verosimile una realtà che in verità non lo è. Credo che in questo siano molto più attuali di certo realismo.
      Questa, non voleva, dunque, essere una fiaba, e anche per questo lo zucchero ho cercato di trasformarlo in amarognolo acido, saporaccio rancido; avrebbe voluto, invece, essere un racconto inventato e un tantino inverosimile, alla realismo magico, che avesse di fantastico soltanto quel tanto che bastasse per diventare, proprio in virtù di questo, una storia sulla realtà, ecco.
      Un po' macchinoso, lo so. Hehehe. Per questo sono lusingatissima della riproposizione / interpretazione della trama che hai fatto (io non ci sarei riuscita, anche se in testa forse ce l'avevo chiaro che era ciò che volevo raccontare, te lo giuro). È: perfetta rispetto alle mie intenzioni originarie!
      Quanto al lungo, non lungo, sai, me ne sono sempre fregata, l'importante è il binomio: noioso non noioso.
      Vado anch'io, dai. Ma non nello stesso posto! Oh scemo! Resta pure lì: non scappare! Ma guarda questo, oh...! ;-)))
      Stef.

      Elimina
  7. Sai Stefania T., ho letto il tuo racconto "Pulce" su Neteditor, e lì, davvero avrei voluto non finisse mai. Troppo bello per accettare che finisse. Si innalza talmente che per forza di gravità t'aspetti che non tocchi mai terra.
    Ecco, questo volevo dirti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sai, Serenelle. Il tuo commento è uno dei più belli che mi siano stati rivolti. La sensazione che descrivi è esattamente quella che cerco in ogni lettura che faccio io di altri.
      E poi sai anche, però? Quel racconto è stato scritto a due mani e sono convinta (anche se non so motivarti né spiegarti scientificamente il perché) che di questo risenta molto. L'assenza di gravità che descrivi l'ho sentita crearsi, magicamente, da sola e inaspettatamente, proprio per il materializzarsi dell'esperienza in progress che DUE menti stavano facendo, unendo le forze per capirsi l'un l'altra e cercare di spiegare quello che volevano, entrambe, dire.
      Ecco, questo volevo dirti. Riferirò, invece, quello che volevi dirmi te al mio collega di Pulce.
      Sorrisi e graziesss, tanti!
      Stefania

      Elimina
    2. Carino Serenelle, mi piace. Detto alla francese ha una marcia in più.
      Ciao.

      Elimina
  8. Cara Stefania, approfitto qui per scusarmi della mancata risposta al tuo commento lasciatomi sul racconto SPOGLIO 14. Non l'avevo letto per via di un periodo di pausa che mi sono preso. Adesso vedrò di dire la mia anche in queste stanze, per cui risponderò al commento.
    Allora, un po' come dice Uriah, ho anch'io l'accortezza di raccontare cose che, anche se con una percentuale di probabilità molto piccola, potrebbero accadere. Parlo naturalmente di racconti che nulla hanno a che vedere con la fantascienza e il fantasy. La tua è una favola e quindi tutto può essere, nulla da obiettare. L'idea è buona e il suo sviluppo centrato. Sei anche in linea con il tipo di scrittura che in casi analoghi deve essere la più semplice possibile, proprio per onorare lo spirito della favola. Riesci anche a dare al lettore la sensazione di individuare, tra le righe, certi insegnamenti che la vita spesso ci mette sotto gli occhi facendo in modo però di mescolarli con il piacere di possedere. Insomma, guarda, stupisci, invidia ma non approfondire. Quindi brava.

    Resto invece perplesso sulla lunghezza, non per il numero delle parole, ci mancherebbe ma per certe dilungaggini che non hanno attinenza con il racconto e che servono solo ad appesantire la lettura. Mia opinione personale, va detto.
    Con ciò spero di leggerti presto.
    Un caro saluto, Sergio.

    RispondiElimina