giovedì 8 novembre 2012

A. Benemeglio - G. Caproni - articolo -



GIORGIO CAPRONI

Fucilate d’amore



                                        DI AUGUSTO BENEMEGLIO

1.La prima volta che vidi Giorgio Caproni
Giorgio  Caproni, nato a Livorno nel gennaio del 1912,  oggi avrebbe avuto cent’anni , e magari ci avrebbe scritto su un mottetto laico: “Tonica, terza, quinta,/ settimo diminuita,/resta dunque irrisolto/ l’accordo con la vita?”, invece è morto nel 1990 a Roma , all’età di  78 anni, pochi anni prima che lo conoscessi ,molto casualmente, proprio a Roma (“enfasi e orina…Non è il mio ambiente, manca il paesaggio industriale a me tanto caro, manca il porto, mancano le navi”) ,esattamente  in via Vitellia,  la  strada che costeggia le mura  di Villa Pamphili . Il poeta, livornese  di nascita, ( “Livorno è l’infanzia , e Annina , mia madre… Quando lei passava , Livorno odorava d’aria e di barche”), ma che  visse  lungamente a Genova, fin dall’età di dodici anni  ( “Genova sono io, ogni pietra di Genova è legata alla mia storia d’uomo”), era venuto a Roma nella maturità ed ora che lo vidi di persona (eravamo nell’inverno del 1987),  era un vecchietto, alto, magrissimo, dal viso affilato, severo, sofferente, più che ieratico, che camminava incerto, come smarrito lungo le mura della storica Villa, trascinandosi dietro l’ombra della disperazione e dell’esilio ( “Hanno bruciato tutto./La chiesa. La scuola./Il Municipio. Tutto. /Anche l’erba”// Ricordo una chiesa antica,/romita, / nell’ora in cui l’aria s’arancia / e si scheggia ogni voce / sotto l’arcata del cielo//…Hanno rubato Dio. /Il cielo è vuoto)


2.Zia Rina.
“Non si sa a che pensi, - mi disse mia zia Rina -, che faceva la portinaia in uno di quegli stabili ormai decrepiti del “Casermone”, dove si era accasermato , negli della Repubblica Romana, il contingente dei garibaldini. ” Sembra un fantasma, uno scheletro, ridotto com’è a pelle e ossa, uno di quelli che hanno perduto la  bussola e girano a vuoto, su se stessi. Ma bisogna pur capirlo. Da quando è morta la moglie , la povera Signora Rina ( si chiamava come me), non ci sta più con la testa. Io andavo di tanto in tanto a farle le iniezioni alla povera Signora”. Dissi a mia zia che Caproni era considerato il maggior poeta italiano vivente, e che sarebbe stato un vero onore per me poter salutare l’autore del “Passaggio di Enea”  ( “Amore mio, nei vapori d’un bar/ all’alba, amore mio che inverno/ lungo e che brividi attenderti!”) , e del “Seme del piangere  ( “Come scendeva fina/ e giovane le scale Annina!/ Mordendosi la catenina / d’oro, usciva via/ lasciando nel buio una scia/ di cipria che non finiva”) , raccolte  poetiche che avevano ottenuto il premio Viareggio per la poesia sia nel 1952 che nel 1959,  per non parlare del “Il Muro della Terra” dal tocco schubertiano, con impennate di violino ( “Ho studiato il violino per vari anni, mi ha esercitato alla pazienza e alla quotidiana scoperta dei miei e degli altrui sentimenti”), che sprofondavano nel  violoncello, con sfumature di un goticismo hoffmaniano ( “Portami con te lontano/lontano…/ nel tuo futuro” ). dove l’unica certezza è quella della morte.  L’autore de Il “ Congedo del viaggiatore cerimonioso” (“…No, non è questo il mio paese. Qua – fra tanta gente che viene e tanta gente che va – io sono lontano e solo (straniero ) come l’angelo in chiesa dove non c’è Dio)  era, insomma, uno dei maggiori poeti europei.  
3.La poesia è una cosa per i perditempo.
A tutti questi complimenti,  e all’enfasi che mettevo nelle parole, mia zia Rina non  batté neppure un ciglio. Rimase incerta dubbiosa, sospetta, assai perplessa. In fondo – disse – si tratta di un maestro elementare in pensione, poverino, che stenta pure a campare, è vestito male, ha le scarpe rotte, ha bisogno di continue assistenza e cure . Non mi sembra il caso di esagerare con la poesia (“Ah  poesia , poesia,/ Tristissima copia/ di parole, e fuga/ dell’anima mia” ), che in fondo è una cosa per  perditempo , per chi non ha nulla di meglio di fare.. La cara zia Rina, che ho amato come una seconda madre , non poteva avere nessun altro tipo di considerazione che non fosse di puro compatimento e  umana pietà  per  quell’uomo anziano, abbandonato, triste, malinconico, sofferente, spaesato, che camminava incerto e disperato lungo il muro della Villa Pamphili  ( “Batte profondo un tamburo/ Sono arrivato al muro/ che vien detto futuro?) ; quest’uomo “estraneo”, che viveva in permanente esilio.
4.Un uomo gettato nel vuoto mondo.
Caproni viveva in esilio dalla  sua città d’amore, Genova, che aveva dovuto abbandonare per sempre ,  ma anche esiliato   dal tempo passato ( Annina, la madre, sarta, ricamatrice abilissima , suonatrice di chitarra, con la sua bicicletta azzurra, che faceva scandalo a Livorno. Annina Picchi che amava i canti e i balli, ed era piena di vitalità, una delle figure più importanti della poesia del novecento), esiliato dalla vita (quel continuo viaggio nel sogno, nella notte, nella morte, in un livido, delicato delirio romantico;  un viaggiatore ironico, lieto, disperato e fraterno , “che sa d’aver più conoscenze ormai di là che di qua”) , uno che si sente simile all’ultima  rondine in attesa di trasformarsi in pipistrello  (“L’ora era tra l’ultima rondine e la nottola “), che se ne va in giro nell’Erebo e nel Purgatorio con un dolore immedicabile e quieto , con una solitudine ormai definitiva. ( “E quando sarò così solo da non aver più nemmeno me stesso per compagnia staccherò dal muro la lanterna , un’alba, e dirò addio al vuoto”),  un uomo gettato nel vuoto mondo senza nessun orientamento. 
5.Fucilate d’amore.
Insistei , e chiesi a mia Zia Rina  se poteva aiutarmi a conoscerlo, a parlargli, anche per  un momento. Ma lei, per tutta risposta, mi gelò. Mi disse che il maestro non voleva vedere nessuno, che la gente lo spaventava, aveva timore di incontrare pure il garzone del lattaio e che quindi anch’io l’avrei messo in imbarazzo. Allora mi ritrassi, ma la pregai di consegnargli un mio libro, con una dedica tutta speciale  : “ Al più grande poeta italiano vivente”. Non so se la mia povera zia ( morì anche lei qualche anno dopo)  consegnò quel libro, comunque non ebbi alcuna risposta da Caproni, né avrei potuto onestamente averla. Era già  uno spettro, un ectoplasma , un fantasma pieno di silenzi , che camminava  nel vuoto in cerca di un Dio che  “ non s’è nascosto . Dio s’è suicidato” . e tuttavia continuava ad invocarlo: “Mio Dio, anche se non esisti, / perché non ci assisti?”. Continuava a pregarlo : “Signore, anche se non ci sei , / egualmente proteggi/ e assisti me e i miei”, con la sua amabilità ironica. Ora se ne sarebbe andato in un vuoto Paradiso (“Me ne vado dove, / da tempo, già se ne è andato Dio”) dove s’udivano “ fucilate d’amore /nel brivido del fogliame/ mosso dal soffio delle ore…”
6.Uomo da terra di nessuno.
“Il bisogno di Dio – dirà – non è mio, è dell’umanità, è soprattutto il bisogno di un poco di giustizia, di un poco di luce, di un poco di anima in tanta massa condizionata dai potenti mezzi di diffusione ( e di educazione alla rovescia) oggi esistenti, dove le parole sono “stracci” o “frecce di sole”, dove per risolvere la questione della vita basta “il sesso e la partita./Resta (miseria d’una sorte) /da risolver la morte”. Caproni è disperato per la iniqua inutilità della storia ( “ fa freddo nella storia”), è disperato per il sentimento dell’assenza di Dio, un Dio esiliato , che significa esilio dell’uomo da Dio,  cioè da ogni cosa e da ogni luogo . Ma le sue parole, benché siano terribilmente disperate,  non possono mai essere vuote, anzi, ci insegnano a vedere – come disse Bo – per trasparenza  il fondo buio della nostra anima”.  La sua è una lotta senza quartiere, un corpo a corpo con Dio. Egli vuole capire, afferrare, intendere Dio, con tutte le forze protese della sua pura mente geometrica, di colui che ha abitato profondamente il regno del Vuoto, che ha una lunga abitudine al buio, alla desolazione, alla terra bruciata, alla guerra, al massacro,  alla morte. (Caproni ha combattuto sul fronte delle Alpi Marittime e poi in Veneto, è stato partigiano nella Val di Trebbia, ma non se n’è mai vantato ). E’ un uomo da luoghi di frontiera, da terra di nessuno, da osterie solitarie, da cacciatori sconosciuti, dove tutto è solitudine, addio, viaggio, fuga. Esilio.
7.Non è vero che io non ami Roma.
Lo rividi , Giorgio Caproni, un anno dopo, e disse : “Non è vero che io non ami Roma. Questa città ha tante cose stupende, anche se mi sa un poco di Medio Oriente, forse per il clima, forse perché è la città  santa, che induce ad aspettarsi, in certi tramonti al Granicolo, a due passi da casa mia, di veder apparire fra le palme i cammelli Ma in nessuna altra città del mondo, credo che si possa godere la libertà che si gode a Roma”. Lo rividi, sì, ma sugli schermi della Tv nazionale, a  “Domenica in” ,  conduceva Mino Damato, il celebre giornalista  assetato di scoop, che aveva fatto la “prova del fuoco”, nel senso che aveva camminato a piedi nudi sui carboni ardenti, come fanno i fachiri e i saltimbanchi da strapazzo. “La mia sfiducia – aveva detto Caproni – non è sfiducia assoluta nell’uomo, ma nella società così com’è andata conformandosi. La religione e le ideologie scricchiolano e si conservano in piedi o con la forza o per ipocrisia. Davvero un uomo d’oggi, soltanto perché viaggia tanto più comodamente e rapidamente, perché conosce gli antibiotici e il computer, perché ha una macchina, perché viaggia nello spazio, perché ha l’acqua corrente in abbondanza in casa, l’aria condizionata, ecc.,ecc., è più civile , è più felice d’un greco antico, d’un pigmeo ecc., e magari addirittura d’uno schiavo romano ben trattato dal padrone perché costoso?” Uomo schivo, estremamente ritroso, Caproni fu convinto ad accettare l’invito dagli amici intellettuali, Falqui, Luzi, Spaziani, Bertolucci, e si lasciò trasportare da Damato che lo presentò, ovviamente, come uno scoop, un fenomeno da baraccone, Ecco a voi, siori e siori , il più grande dei poeti viventi, Giorgio Caproni, in predicato, quest’anno, di vincere il Nobel per la letteratura. 
8.Damato non sapeva che farsene.
Lui se ne stava seduto, sempre magrissimo, sempre smarrito, sempre in esilio ,  accartocciato su se stesso, con una camicia bianca troppo grande, i capelli grigi troppo corti, da militare o carcerato,  il viso troppo scavato, simile ad un cranio nudo, sofferente, timido, impacciato, fuori posto, fuori luogo. Sembrava un povero vecchio proletario amante disperato della libertà, imprigionato in uno studio televisivo. Sembrava capitato lì per caso e probabilmente gli stessi inservienti l’avrebbero cacciato, se non fosse intervenuto il grande Mino Damato, che intuì rapidamente che forse non era uno scoop averlo chiamato ( i poeti non fanno audience) e così lo tenne a bagnomaria per un paio d’ore,  prima di intervistarlo. Dopo balletti, trine e odori di lillà, canzonette e schetches  vari  finalmente toccò al grande maestro della poesia, che era diventato una imbarazzante pratica da evadere. Damato non sapeva più che farsene del grande poeta. Ed ecco un paio di domande , le più viete possibili ( Che significa poesia , che significa essere poeti, poeti si diventa o si nasce.?) e via a casa,  grazie maestro. Ad majora. Le risposte di Caproni furono il massimo della concisione, ma vado a memoria. Disse più o meno che Poesia significa in primo luogo libertà;  che il poeta è un minatore, o un subacqueo che va giù nelle viscere dell’io e, miracolosamente, torna alla superficie col “tu” e col “noi”; e che essere poeti non è un mestiere , io non mi sono mai definito tale, è una qualità quasi fisiologica   
9.Tra l’Apocalisse e il Nulla.
Caproni era stufo , stanco di essere torturato in quello studio pieno di luci , di voci, di odori strani ( Portatemi via, per favore, portatemi a casa mia, alla scrivania. “ Mia mano , fatti piuma:/ fatti vela ; e leggera/ muovendoti sulla tastiera / sii cauta…// sii arguta e attenta: pia / Sii magra e sii poesia / se vuoi essere vita”) Non aveva  voluto soggiungere che “Poesia significa libertà ,  ma anche  disobbedienza di fronte a ogni forma di sopraffazione o di annullamento della persona; di fronte a ogni forma di irreggimentazione o, peggio, di massificazione. Che la poesia è un traffico con l’inconscio e non è lucidità raziocinante, esposizione.  E che le sensazioni oscure sono per il poeta le più interessanti, a condizione che le renda chiare: “se percorre la notte – diceva Proust – lo faccia come l’Angelo delle tenebre, portandovi luce”.  Ma la luce a Caproni – scrive Beccaria – viene anzitutto dalla linea esistenziale della sua lirica, che partecipa direttamente l’esperienza del suo vivere, comunica la parola fraterna, non ingolfata nei labirinti del manierismo, nell’esasperazione della tecnica, nel feticismo del significante”. La sua poesia è estrema. Vive in una misteriosa armonia tra scheggia e poema, tra l’apocalisse e il nulla. “Poesia che è musica e che  si è fatta – scrive Raboni - via via più difficile, irta, amara, dissonante, di una gestualità spoglia, malinconica, slogata, rastremata, nell’essenziale, per l’atroce violenza metafisica della morte di Dio ( “Sta forse nel suo non essere/ l’immensità di Dio? Non ha saputo resistere/ al suo non esistere?”), dell’esilio dell’uomo dal luogo di tutti i luoghi , della sua cacciata irrimediabile da ogni possibile paradiso.
 “Dio esiste soltanto nell’atto di chi lo prega: un atto, in fondo, di disperazione e negazione”.
Roma, 7 ottobre 2012                                            Augusto Benemeglio


3 commenti:

  1. Nella famosa intervista alla televisione da te citata, Caproni disse che il poeta è una sorta di minatore che scava, che scava, alla ricerca del proprio io. E’ il bisogno di ritrovare sé stessi attraverso la poesia che accomuna il poeta e il lettore. (Per una felice coincidenza, questa mattina, Rai Tre ha riproposto alcuni frammenti di quella trasmissione).
    Mi piace ricordare che Caproni non è stato soltanto un poeta, ha scritto anche una serie di racconti. La raccolta “il Labirinto”, oggi in commercio solo da Garzanti, è considerata tuttavia da molti un’opera marginale.
    Ho incontrato Caproni ahimè molto tardi, ma mi ha catturato subito soprattutto per la sintassi e il linguaggio essenziali.
    “Una poesia dove non si nota nemmeno un bicchiere o
    una stringa”, diceva, “m'ha sempre messo in sospetto.
    Non mi è mai piaciuta: non l'ho mai usata nemmeno come lettore.
    Non perché il bicchiere o la stringa siano
    importanti in sé, più del cocchio o di altri dorati oggetti: ma appunto
    perché sono oggetti quotidiani e nostri ".

    Complimenti Augusto, ottimo lavoro.

    franco

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  2. Non importa quello che leggi, o vedi, o ascolti, ma quello che gli sta dietro e che intuisci senza vederlo. Come in Caproni, appunto.
    In quella trasmissione di Damato, Caproni incontrò anche Gino Paoli il quale, come ho letto in una sua intervista, avendo sempre amato i poeti, liguri soprattutto, non seppe trattenere l' emozione.

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  3. Quella trasmissione la ricordate tutti e due meglio di me, Franco e Serenella, certo è che l'imbarazzo di Damato era palese, quando pensava di aver fatto uno scoop pazzesco ( allora Caproni era in odore di Nobel per la letteratura e veniva comunque considerato il più grande poeta italiano) , si ritrovò un "ingombro" in trasmissione di cui non sapeva più come "disfarsi". Ma Caproni , di lì a poco, la fece pagare a tutti, alla nostra "Italietta ( vd. alla Patria) laida e meschina/ aspetta quello che ti aspetta./ Laida e furbastra italietta". Ai politici , nel famoso "Show" - Guardateli bene in faccia/ Guardateli. Alla televisione, magari, in luogo di guardar la partita. /Sono loro, i "governanti". Le nostre "guide" .I "tutori" - eletti - della nostra vita. /Guardateli . Ripugnanti. Sordidi fautori dell'"ordine", il limo del loro animo tinge di pus la sicumera dei lineamente. Sono (ben messi) i nostri illibati Ministri. Sono i Senatori. I sinistri - i provvidi! - Sindacalisti. - "Lottano" per ilbene del Paese. / Contro i Terroristi e la Mafia. Loro che dentro son più tristi dei più tristi eversori. Arrampichini . Arrivisti. In nome del Popolo (Avanti! Sempre Avanti!) , in perfetta Unità arraffano capitali - si fabbricano ville. / Investono all'estero, mentre " auspicano" ( Dio, quanto "auspicano") pace e giustizia. / Loroi veri seviziatori della Giustizia in nome ( sempre, sempre in nome!) del Dollaro e dell'Oro! ....Ho messo tutto in prosa per far prima, per darvi solo il senso dell'ultimo Caproni , che aveva ancora "le parole vive/ Le parole ardenti/ Le parole mute/ rimaste fra i denti.
    Caproni, per me, costituisce ancora un vivissimo esempio di altissima dignità umana e naturalmente poetica.
    Ciao.
    Augusto

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