venerdì 30 novembre 2012

Janco - Torino, 14 ottobre - racconto



JANCOB.



TORINO, 14 OTTOBRE

Guadagnarmi l’indifferenza altrui è un attimo.
Guadagnarsi la mia è solo questione di tempo. Di raggiungere il punto di non ritorno di un lento processo di disistima. Un lento iter di certificazione di umanità.

Guarda Federica:
una volta finito di sviscerare insieme la bibliografia di Bernhard….
Voglio dire: finalmente raggiunto in una domenica di declamazione, sesso e sballo il senso profondo di un nichilismo guadagnato sul campo…
Oh, intendo: sfiorato il Centro delle Cose, mica cazzi!
 Ecco; a coronamento di tutto questo, lungi dal bearsi di una così rara unità di intenti spirituali, che fa?
Lungi dall’incamminarsi, nuda e felice, lungo la via di fuga dalla dimensione del pettegolezzo, della vanteria, del senso comune, della mitizzazione degli istinti… Che cazzo fa?
Ma certo. Prende Perturbamento dal comodino e me ne mostra la retrocopertina, ove campeggia una foto giovanile del nostro amato autore. Infine attacca ad esaltarne rapita la bella presenza!
Ecco che fa.
La bella presenza!
Non paga, prosegue ipotizzandone le scorrerie di gioventù, come farebbe un brufoloso di borgata per quelle pop-star lì, Vasco… Celentano… I figli del popolo, insomma

Ma che cazzo vuole dire con questo?
Vuole dire che la direzione opposta è attitudine che meglio si attaglia a un gusto estetico vagamente filosassone?
Vuole attribuire al pessimismo cosmico del figo un coefficiente di difficoltà maggiore, e quindi un valore superiore, a quello, invece pressoché obbligato, dell’impresentabile?
Che cosa vuole dire?
Che le Lettere tutte ammettono finalmente di fottersene della Verità, preferendo piuttosto affascinare, e non sono nulla senza una complementare presenza fisica o gerarchica, a dominare la femmina di turno tramite grosso e colto Phallus?

E guarda Ezio, il suo maritino, ignaro delle nostre evoluzioni pomeridiane, sul palco del Solito Posto, il localino alla moda dove la sera stessa sta per esibirsi nella sua nobile arte.
Hai presente le barzellette.
Zitto, zitto che arriva lui che le sa raccontare.
Eccolo lì il semianalfabeta di turno, l’esperto narratore di ‘sto cazzo, che manco a dirlo coincide col più forte mangiatore di spiedini del gruppo.
Si profonde in sorrisetti di modestia per rompere il ghiaccio, cattura l’attenzione degli astanti.
Delinea, sceneggia.
I suoi virtuosismi descrittivi fanno breccia in misura direttamente proporzionale al margine di inferiorità della platea, come per tutte le esibizioni pubbliche.
Tuttavia, mentre al Bolshoi ciò si può facilmente perdonare, oltreché per il valore medio degli artisti, perché è improbabile che il palchetto brulichi di novelli Nureyev, il fatto che una mediocre descrizione di un mediocre narratore sia accolta con sincera benevolenza, è indicativa dell’infimo livello del fruitore.
Dovrei spiegare al cornutazzo che non me ne voglia, ma non posso proprio applaudirlo. Che solo l’idea di essere scelto come oggetto di volgari subliminalità che ho già vagliato e scartato mi fa orrore. Che mi fa orrore anche dichiarare al soggetto di averle già vagliate e scartate. Che l’unica reazione possibile in assenza di empatia è l’assenza totale di reazione.  Che più di tutto è la vita a farmi orrore.
Ma cosa vuoi che spieghi allo scemo. Molto meglio l’altra forma di comunicazione, quella indiretta, l’apprezzamento comune per le bocce della Fede.

E i caratteri della barzelletta vanno a definirsi.
E questo è alto, e quello è grasso, e uno tartaglia, e l’altro non si osa, e dell’altro ancora è opportuno accennare l’estrazione sociale.
Ora ti spingi a simulare dialoghi diretti con imitazione delle voci.
-E la vecchietta fa:- “mi scuuuusi, buon uoooomo…”  -
-E l’appuntato fa “Megghiu cumannari che fuuuutteriii”

Ezio?
Ma vaffanculo, va.
Io e Fede andiamo a fumare.

E infine guarda Diego, l’amico d’infanzia di Ezio.
L’argentino che adora esprimersi, debordante di networks’ accounts, il trentacinquenne in rapimento mistico per aver finalmente scopato dopo una vita trascorsa a barattare il mantenimento alla facoltà di biologia con la sopportazione dei mestrui molesti della madre.
Ci raggiunge fuori dal locale tutto rosso in viso, schiumante dovere protettivo, con i suoi uno-e-novantadue di cui va così fiero, ma sostanzialmente inutilizzabili per fini dinamici.
Convinto di aver visto le nostre mani cercarsi, inanella una serie di domandoni chiave a difesa del cornuto: Che cazzo fate voi due, che cazzo non fate, che cazzo fai, che cazzo non fai, quante cazzo di volte fai, quante cazzo di volte non fai, mò vedete, mò non vedete…

Che dire a cotesto piteco.
Forse dovrei ammonirlo, mentre lo sento indignarsi, di non paragonarci ai figurini altolocati che simulano la soluzione della Morale con le loro orge, il loro disprezzo per l’umanità, la loro mancanza di riferimenti etici. Siamo mica noi quelli, noi sì ci siamo guadagnati* quelle licenze, le altre sono solo immoralità di nascita, mancati percorsi di sofferenza.
E quando mi impone a muso duro di rispondergli forse dovrei dire quanto detesti far sentire la mia voce, legittimare le pretese altrui attraverso istanze tutte mie; quanto rifiuti tutto ciò che è lamentela, richiamo alla coscienza morale o civile, associazione. Quanto la vita sia fatta per sciogliersi nel pensiero come zucchero nel latte. Quanto l’ammasso di cellule che chiamano col mio nome aborra manifestarsi, esprimersi, dare un carattere a un flusso di sensazioni provenienti da chissà dove.
Bleach! Io non voglio un carattere. Che parola orribile!
E forse, mentre mi punta ripetutamente il dito sulla spalla, dovrei confessare che quell’odio come l’amore, una volta espresso, mi lascia del tutto indifferente, e più in generale considero il manifestarsi il contrario dell’essere, così come tutto ciò che non si limita alla teorizzazione e finisce per compiersi mi appare, prima ancora che deludente, di una incredibile frivolezza.
E quando mi piazza la mano pesante sul volto dovrei dirgli che poteva andargli peggio; avrei potuto sviluppare la tendenza all’azione, e allora sì che sarei stato l’omicida del Solito Posto. Invece no, sempre attaccato a un concetto per motivare un’esistenza che altrimenti non si può motivare; e sempre rigoroso custode di valori mai avuti, eppure da non sporcare di Plateale, Estetico, Rivelatore…

Dovrei dirgli… Dovrei spiegargli…
Credimi Diego,
sebbene alla fine, tra mille dubbi, mi sia deciso a sferrarti questo formidabile calcio ai coglioni, ora ti invidio.
Per quanto io possa invidiare qualcuno, s’intende, perdipiù semisvenuto sull’asfalto in prossimità di una grossa merda di cane.

Hai preparato il finale in modo magistrale, in linea col nulla di qualsiasi storiella, di qualsiasi anno del Signore, di qualsiasi promettente distesa marina sui cui promontori si stese uniforme lo strato di polvere di ciò che furono stati ambiziosi fantasmi.
Hai spacciato la Conservazione al prezzo della Morale, il Kitsch per Filantropia, la Serotonina per Altruismo.
E hai costretto la folla a parteggiare contro di me, contro la grande o la piccola verità di turno.
Come sempre.
Come si propone la comunicazione, dal mugugno fino al coaching, dalla lallazione al training di autostima.
Un vero capolavoro, non c’è che dire.
Tutti con te.
Non avevo capito davvero un cazzo della tua scorribanda subliminale.
E avevo il coraggio di definirti un ragazzo semplice.
Ma de ché.
Il ragazzo semplice non si fa spalmare così sul marciapiede. Il ragazzo semplice parla omologato, rivendica, giudica, ma quando va in battaglia indossa una conchiglia.

12 commenti:

  1. Ossia: quando un intellettuale deve giustificarsi.
    Bè, io l'ho trovato divertente con l'ostenta ironia del parlato.

    RispondiElimina
  2. Io invece starei a leggerti per ore.
    Ecco, l'ho detto.

    RispondiElimina
  3. A proposito di talento: Janco lo possiede;-)
    Il tuo modo di scrivere si è modificato rispetto ai racconti che leggevo quando ci siamo conosciuti: sarà stata la mia influenza? Ahahahah;-) Non credo, non sei diventato romantico:-D
    L'ironia un po' aspra e amara, che quasi sfiora il sarcasmo, c'è sempre e alleggerisce il tono dei tuoi scritti che non sono proprio "leggerini", neh;-)
    Devo dire che il tuo stile affascina e non è poco!
    Bravo, Janco, e alla luce di quanto scritto nel racconto, ti sollecito la lettura dei libri che ti ho indicato ;-) :-D
    Bacione:-)

    RispondiElimina
  4. Se è vero che la frequentazione nel web contribuisce all'omologaione della lingua verso il basso, tu sei l'eccezione che conferma la regola.
    Tuttavia l'uso di questo linguaggio, che la buon'anima di mia suocera benevolmente definirebbe disinvolto, rischia a sua volta di essere talmente di tendenza, da rappresentare un genere. Se sia un pregio ho un difetto questo non lo so, certo è uno stile e... non è da tutti. Tanta manna!
    Ciao

    RispondiElimina
  5. Ehi! Non fraintendetemi! Guarda Janco che a me il tuo racconto è piaciuto: per l'atmosfera intellettualoide che hai profuso a iosa e per l'ironia che a me sembra improntare tutto lo scritto.
    Ciao.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ma si capisce che ti è piaciuto! :-)
      P.S. Hai visto la mail su fb?

      Elimina
    2. Visto
      e risposto. :-)

      Elimina
    3. Ragazziiiiiiiiiiiiiii, ma oggi è il compleanno di Janco!!!!
      Cantiamo insieme:
      TANTI AUGURI A TEEEE
      TANTI AUGURI A TEEEE
      TANTI AUGURI A JANCOOO
      TANTI AUGURI A TEEEEEEEEEE :-))))
      clap clap clap
      Soffi su quante candeline???? Poche, sbarbato che non sei altro;-)
      Bacione:-)

      Elimina
    4. Ma grazieeeee (que memoria...)

      come i gatti in fila per sei col resto di due

      altro che sbarbato...

      ma tanti baci

      Elimina
  6. Come raccontare una comune storia di corna in maniera originale e, per certi versi, filosofica. Qui, stranamente, le parti non le prendi né per il "cornutazzo", troppo impegnato a lisciarsi le penne di fronte a un pubblico di medio-bassa levatura, né per la "vuota" fedifraga, né per l'amico d'infanzia, giudice nonché avvocato di 'sti ... come tu stesso diresti, che accoglie facili consensi e a cui il calcio e l'essere spalmato sul marciapiede a pochi metri di escrementi animali gli sta proprio bene.

    Grande simpatia invece, per il protagonista: privo di maschere e altamente capace di osservare la vita da un personalissimo punto di vista libero da qualsivoglia influenza. Insomma, un'ottima lettura.

    Sinceri auguri anche da parte mia. Un'età (fra diciassette giorni li compirò anch'io) in cui abbiamo ancora tutto da giocarci.

    Daniela

    RispondiElimina
  7. auguri auguri, in ritardo, ma sono appena arrivata.
    Rifletto ora sulla lettura amara, io trovo amaro il tutto.
    Poi ho riletto il testo e ho trovato lo stile certamente parlato del gruppo radical chic, ok, poi certo ho intravisto il lavorio del protagonista di dare significato ad un triangolo chiamiamolo amoroso.
    Complimenti Janco e auguri per il tuo compleanno

    RispondiElimina
  8. Ragazzi, che racconto!! Uno stile personalissimo, che non mi ha ricordato quello di nessun altro (se non, a tratti - forse per l'ironia disincantata e l'utilizzo di un certo lessico -, quello di Uriah). Qualche sfumatura, qua e là, di Camus, Bellow e... un po' di Sartre ce lo vogliamo mettere? :-) Mi riferisco alla costruzione del protagonista, ovviamente, al suo pensiero, perché lo stile è davvero unico e sarebbe ingiusto fare paragoni e spulciarlo alla ricerca di influenze varie. Il tuo l'ho trovato saporito come un vino d'annata.
    Raccolgo tutte le osservazioni fatte fin'ora e le sintetizzo in un: questo sì che è talento! E si evince anche molto impegno, tanto tanto lavoro - la ricerca della parolina giusta che si incastra a perfezione nel periodo e lo rende compiuto. Niente sembra lasciato al caso.
    Poi ci sono un sacco di parti che mi hanno colpito come per esempio: "E quando mi impone a muso duro di rispondergli forse dovrei dire quanto detesti far sentire la mia voce, legittimare le pretese altrui attraverso istanze tutte mie; quanto rifiuti tutto ciò che è lamentela, richiamo alla coscienza morale o civile, associazione. Quanto la vita sia fatta per sciogliersi nel pensiero come zucchero nel latte. Quanto l’ammasso di cellule che chiamano col mio nome aborra manifestarsi, esprimersi, dare un carattere a un flusso di sensazioni provenienti da chissà dove."
    Acciminchia!, mi verrebbe da dire. Questa è veramente, ma veramente bella. Sembra scritta su di me! Attento che te la rubo e la rivendo come mia... ;-)))
    Complimenti, complimentoni, complimentissimi. Ciao, a presto!

    RispondiElimina