giovedì 15 novembre 2012

Matteo Vajani - Signor Horten - racconto

ARRIVEDERCI, SIGNOR HORTEN

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    Matteo Vajani


Sembra che gli anziani abbiano più tempo dei bambini piccoli,
che hanno tutta la vita davanti a sé.

JOSTEIN GAARDER, La ragazza delle arance



Il quartiere di Mathias si trovava ai confini della città, nella cosiddetta zona residenziale. Non era grande né piccolo, ma ordinato, e Mathias poteva giurare di conoscerne ogni palmo e ogni centimetro, siepe per siepe, vialetto per vialetto. Quando lo attraversava, sia di giorno per andare a scuola che di sera per portare a spasso il cane, lo faceva sempre con aria distratta, gli auricolari nelle orecchie, ormai certo che dalla vita regolare dei suoi abitanti non si potesse aspettare alcuna novità.


Ma quella sera, complice il riverbero argentato della neve che illuminava a giorno le abitazioni, non poté sfuggirgli l’auto della polizia parcheggiata a luci spente davanti alla casa del signor Horten, in fondo alla via, né l’insolita processione di curiosi che avanzava in quella direzione. Senza badare alle proteste di Doris, che strattonava il guinzaglio per continuare il solito giro, si unì allo sparuto corteo e mise al minimo il volume della musica per captare, come un buon infiltrato, qualche boccone di discorso.
«… visto niente…»
«Ma a che ora?»
«… passato di qui.»
Riconobbe la signora Jacobsen, che si stringeva nel cappotto e scuoteva la testa.
«Se non ci pensano loro…» la sentì dire. «Poveretto».
«Si sarà perso,» rispose la vicina, moglie del pubblicitario Dahl.
«Ma certo,» confermò la signora Jacobsen. «Poveretto».
Nel vialetto del signor Horten si era già assembrata metà del vicinato, infreddolito e borbottante — il vapore che usciva dalle loro bocche formava sopra le teste un’unica nuvoletta da fumetto. Una coppia di poliziotti a braccia spalancate cercava invano di tenerli a bada: «Indietro, indietro, fate spazio per favore,» ma niente da fare, il signor Johnsen, in testa al gruppo, si faceva sotto di pancia appellandosi ai suoi diritti di cittadino e buon amico del signor Horten e famiglia: «Fatemi parlare con Jørgen!»
«Non è possibile, signore.»
«Lasciatemi passare!»
«Si faccia da parte, per cortesia.»
Doris, più larga che lunga, mal sopportava la calca e gli spazzi ristretti, e non tardò a far sentire la propria contrarietà richiamando l’attenzione con latrati e guaiti e lamenti sordi di protesta.
«Zitta Doris, sta’ zitta», la richiamò Mathias, tirandola per il guinzaglio.
Doris guaì ancora più forte e la signora Jacobsen, lì accanto, arricciò le labbra dicendo: «La strozzi, non senti come rantola?»
«Rantola perché è grassa,» rispose Mathias.
«È grassa perché la fate mangiare troppo.»
«Mangia troppo perché si annoia.»
«Si annoia perché la trascuri e non la fai giocare.»
«Non la faccio giocare perché è grassa.»
La signora Jacobsen aprì bocca ma non disse niente, e Mathias posò lo sguardo sul suo fondoschiena sovradimensionato e si domandò se anche lei era trascurata e si annoiava e non la facevano giocare — e se per questo era tanto stronza. Rinunciò a indagare sulla presenza della polizia nel vialetto di casa Horten e fece dietrofront insieme a Doris, lasciandosi guidare tra le orme di peltro disseminate per la via.
Percorse l’intero isolato fino alla casa dei Berg, poi, tremante di freddo, invece di proseguire com’era solito fare fino al blocco successivo, tornò a casa tagliando per i giardini delle abitazioni senza timore di rimproveri dato che i loro abitatori, nessuno escluso, erano ormai tutti riuniti in fondo alla strada.
Sotto il portico si tolse gli stivali di gomma e indossò le pantofole da casa. Girò le chiavi nella serratura e si chinò per slacciare il guinzaglio a Doris — ansimante ma sorridente —, le diede una pacca affettuosa per invitarla a entrare e poi lo vide. Lo spavento fu tale che Mathias non riuscì a emettere nemmeno un fiato — si sbilanciò e cadde all’indietro. Nell’ombra tracciata dalla colonna, più accartocciato che accucciato, avvolto in una vestaglia di flanella sfilacciata, c’era il signor Horten. Vecchio, più magro che mai, la pelle diafana, l’uomo sollevò a stento l’indice per fargli segno di non urlare e gli chiese una mano per rialzarsi.
Mathias si rimise in piedi e aiutò il signor Horten a fare altrettanto. Il vecchio lo ringraziò e tossì e si sfregò le mani producendo come uno strofinio di cartavetra, poi lo guardò.
«Posso entrare?» disse.
Il ragazzo si tolse gli auricolari ma non rispose e il signor Horten lo prese come un sì, chinò la testa per ringraziare e si intromise non invitato nel corridoio d’ingresso, scrollandosi di dosso il freddo e il ghiaccio che lo avevano scolorito.
«I tuoi non ci sono?»
«Mio padre è via per il weekend.»
«E la mamma?»
«Mia madre è morta.»
«Non è vero, qui vedo sempre una signora.»
«Quella è la moglie di mio padre.»
«Capito.»
I due si studiarono in silenzio per qualche istante. Gli occhi azzurri del signor Horten erano i più limpidi che Mathias avesse mai visto, soprattutto in un vecchio. Quanti anni aveva, ottanta, novanta? Cadeva tutto a pezzi, eccetto gli occhi.
«E la moglie di tuo papà dov’è?» riprese il signor Horten.
«Via con lui.»
«Bene. E quando tornano, domenica?»
Mathias non rispose. Cosa significavano quelle domande? Forse aveva fatto male a dirgli che suo padre era via per il weekend, forse doveva dirgli che era di sopra, a letto con il mal di testa, che non voleva essere disturbato e se per cortesia se ne poteva andare.
«Davanti a casa sua c’è la polizia,» disse.
«Lo so. Quanti anni hai — Mathias, giusto?»
«Sedici e mezzo. E lei?»
«Un po’ di più.»
«Perché c’è la polizia davanti a casa sua?»
«Non avresti qualcosa da bere?»
«Di alcolico?»
«E perché?»
«I vecchi non bevono sempre alcol — scotch, bourbon…?» arrossì. «Gli anziani, mi scusi.»
«Un po’ d’acqua andrà bene.»
Lo accompagnò in cucina e riempì un bicchiere con l’acqua del rubinetto. Glielo porse, e lo osservò bere come se non bevesse da quando aveva la sua età, risucchiando il liquido con le labbra grinzose. Quando ebbe finito, il signor Horten lo invitò gentilmente a farsi da parte e ne prese ancora, riempiendo e vuotando il bicchiere quattro volte.
«Ma ai vecchi — mi scusi, agli anziani — di solito non passa lo stimolo della sete?»
«Negli ultimi tempi hai letto un libro sui vecchi? — perché si dice vecchi.»
Mathias arrossì di nuovo e abbassò lo sguardo.
Il signor Horten posò il bicchiere nell’acquaio e disse: «Bella casa,» più a se stesso che al ragazzo. Lo ripeté più volte camminando a passi lenti per la cucina e il salotto. Si guardava attorno come in un museo. «Bella casa, proprio una bella casa.»
Mathias lo seguiva come un’ombra, senza sapere cosa dire e senza capire cosa volesse. In tivù davano la sua serie preferita e se la stava perdendo.
«Ti dispiace se dormo qui?»
«Qui?»
Il signor Horten indicò il divano e disse: «Questo andrà benissimo.»
«Io non, non so se…» balbettò Mathias, ma il vecchio si era già seduto e, sollevata una gamba dopo l’atra, si era sdraiato supino, le braccia incrociate — immobile come un morto.
Il ticchettio dell’orologio a pendolo batteva forte sul silenzio di marmo che paralizzava la stanza. Mathias deglutì e cercò Doris con lo sguardo — la trovò acciambellata sulla sua stuoia, impassibile, nel sottoscala. È assurdo, pensò, e adesso che faccio, chi chiamo?
Corse fuori senza infilare gli stivali e guardò in fondo alla via — la polizia era là, sempre accerchiata da ficcanaso. Rientrò con le pantofole fradice e tornò in sala. Il vecchio russava andando a tempo con la pendola e con i grugniti lontani di Doris.
Non poteva, aveva troppa vergogna. La folla si sarebbe riversata davanti a casa sua e avrebbe dovuto dare una spiegazione:
«Che ci fa il vecchio da te? L’hai rapito?»
«Non l’ho rapito, è venuto lui!»
«Ah sì, e cosa pensavi di farne?»
«Io?»
«Volevi sgozzarlo? Usarlo per un macabro esperimento? Confessa!»
«Io non c’entro.»
«Sentite come rantola il suo cane,» avrebbe aggiunto la signora Jacobsen. «Lo trascura, mostro!»
«È solo grassa!»
Mathias rabbrividì e spense la luce del salotto. Chiuse a chiave la porta d’ingresso e poi salì al primo piano, andò in camera sua, si svestì e infilò il pigiama. Accese la tivù e la tenne a basso volume, quasi per evitare di richiamare l’attenzione dei vicini e attirarli sulla scena del crimine. Il suo programma era già a metà e non riusciva a seguirlo — perché Markus e Jakob stavano facendo a pugni e Stig non faceva niente per fermarli? Perché adesso Stig aiutava Jakob a pestare Markus? E cosa ci faceva Vilde a letto con Elin? Erano diventate lesbiche? Mezz’ora di puntata persa e le certezze consolidate in tre stagioni erano andate in frantumi.
Spense il televisore e si sdraiò sul letto — avrebbe visto la replica. Il riscaldamento aveva smesso di andare e faceva freddo, aveva i brividi, pregò che gli venisse la febbre per saltare una settimana di scuola, anche a costo di non vedere Mari — quella settimana la prof di inglese interrogava e lui non aveva alcuna voglia di passare il weekend a studiare. Cosa se ne faceva dell’inglese? Il norvegese era molto più bello, non c’era paragone. Accese il portatile sul comodino e controllò i messaggi su Facebook. Mari non gli aveva ancora risposto, le scrisse un punto di domanda per incalzare la replica e attese qualche minuto, ma niente. Forse era già a letto — ma alle undici di venerdì?
Aprì un sito porno tra i preferiti ma cominciava a fare davvero troppo freddo e si mise sotto le coperte, poi pensò al vecchio di sotto — se ne era quasi dimenticato! — e si disse che anche lui doveva avere freddo, allora si alzò, prese il plaid dalla sedia e scese a pianterreno.
Lo trovò nella stessa posizione in cui l’aveva lasciato, gli stese sopra il plaid stando attento a non svegliarlo — sempre che non fosse già morto, tanto era immobile, e ora aveva smesso pure di russare —, gliela rimboccò fin sotto il collo e tornò di sopra seguito dai passi pesanti di Doris, che zampettò assonnata fino in cameretta e si lasciò crollare ai piedi del letto.
Il sito porno era ancora lì ad aspettarlo, ma con il vecchio in casa non se la sentì di navigare tra tette e culi, non quella sera, come se temesse di profanare un tabù. Aprì di nuovo Facebook e scrisse: Buonanotte Mari, fai sogni d’oro. Sapeva di amarla ma mai come in quel momento, e desiderò di baciarla, stringerla a sé, sentire il profumo della sua pelle.
Suo padre era via, la casa era vuota, un vecchio sconosciuto dormiva sul suo divano. Non si era mai sentito tanto solo. Chiuse il portatile e si addormentò.

Si svegliò tardi come ogni sabato e prima di vestirsi fece la doccia. Solo dopo aver lavato i denti si ricordò, all’improvviso e con una scossa alle viscere, del vecchio ospite al piano di sotto. Indossò i primi indumenti a portata di mano e si precipitò giù dalle scale, in salotto, ma sul divano trovò solo Doris. La sgridò e le disse di scendere e lei obbedì protestando, con un’espressione che pareva dire: «Ma come, ci fai salire i vecchi estranei e me no?»
Mathias andò in cucina e il signor Horten era lì, seduto al tavolo e ricurvo, le mani congiunte tra le cosce.
«Buongiorno,» disse il vecchio. «Ti ringrazio per la coperta.»
Mathias lo ignorò e aprì l’armadietto dei cereali. «Ha già fatto colazione?» gli chiese.
«Non mi permetterei mai, aspettavo te.»
«Cosa vuole?»
«Quello che prendi tu andrà benissimo.»
«Io mangio i corn flakes.»
«Hmm, allora penso che berrò solo del latte.»
Mathias lo accontentò e preparò la colazione per entrambi. Si sedette di fronte al signor Horten e cominciò a mangiare a testa bassa, sgranocchiando i fiocchi di mais in modo rumoroso. Dopo qualche cucchiaiata alzò lo sguardo e vide che il vecchio non aveva ancora toccato la sua scodella, e lo fissava divertito. Mathias smise di mangiare e arrossì.
«Sei uno strano tipo,» disse il signor Horten, sorridendo. «Non ti stupisci di niente.»
Mathias non afferrò ed emise con la gola un suono interrogativo. Il signor Horten indicò prima se stesso, poi la scodella, e sorrise di nuovo.
«Beh,» disse Mathias, «io gliel’ho chiesto, ieri.»
«Cosa?»
«Perché la polizia era davanti a casa sua.»
«Ma non mi hai chiesto perché io ero davanti alla tua.»
«Non è la stessa cosa?»
«Beh, una è la causa, l’altra la conseguenza. Di solito si cerca di scoprire le cause, no?»
«E perché era davanti a casa mia?»
«Per caso, era una tra le tante… E a dire il vero, nemmeno questa è una causa.»
«E allora la causa qual è?»
«Ce n’è più di una…»
«La principale?»
«I miei figli vogliono mandarmi all’ospizio.»
«E perché non ci vuole andare?»
«Perché lì si muore,» disse piano il signor Horten, scandendo le parole. «Tu ci vorresti andare, in un ospizio?»
«Ma io non sono…»
«Vecchio? E chi decide quando uno è abbastanza vecchio?»
«Quanti anni ha?»
«È la seconda volta che me lo chiedi. Ne ho novantuno.»
«Beh, allora…» si imbarazzò e ricominciò a mangiare con gli occhi tuffati nel latte.
«Questa notte ho fatto un sogno,» disse il signor Horten. «Lo vuoi sentire?»
Mathias non rispose.
«Ero in una stanza d’albergo,» cominciò il vecchio, «era notte e la stanza era immersa nel buio rischiarato dai lampioni della strada. Ho guardato giù la strada silenziosa, è passata una macchina senza far rumore, come in un ricordo muto. In sottofondo ronzava la vita lontana. Poi ero in una foresta, un lupo mi osservava, il pelo punteggiato di neve, gli occhi gialli che sembravano d’oro opaco. Ha drizzato le orecchie per sentire i rumori smarriti nella foresta, tra le conifere d’argento ritte verso il cielo nero, il più nero che ci sia, il cielo magico dell’inverno che è carico di attesa. Ero in Siberia, o in Svezia, o da qualche parte qui in Norvegia. Sentivo l’ossigeno frizzare nel sangue, sui vestiti, nei capelli, sulla pelle, quel vento di ghiaccio che mi scioglieva. Mi sussurrava di posti lontani, mi tendeva la mano e apriva uno squarcio nella memoria. Mi diceva: Ricordi?»
Mathias reggeva il cucchiaio a mezz’aria e aveva la bocca semiaperta. Se ne accorse, perché ancora una volta il signor Horten rise di lui, del suo atteggiamento. Non disse niente e si portò la scodella alle labbra per bere l’ultimo sorso di latte, poi si alzò e la ripose nell’acquaio. Una volta aveva fatto un sogno simile, non tanto tempo prima, ma aveva troppa vergogna per raccontarlo. Nel suo caso era nudo, nella foresta, e lui e il lupo correvano liberi e felici nella neve e si azzuffavano e si rotolavano, ma all’improvviso il lupo se ne andava lasciandolo solo, e lui si ritrovava nudo e bagnato nel freddo sferzante e non capiva come avesse fatto a sopportare prima quel freddo — che adesso lo trafiggeva con aghi di ghiaccio e lo piegava al suolo, sulla neve spruzzata di sangue azzurro. Il suo lupo era una femmina, come Doris — come sua madre.
«Ce l’hai la fidanzata?» chiese il signor Horten.
«Sì,» mentì Mathias, senza pensarci.
«Come si chiama?»
«Mari.»
«Le vuoi bene?»
«Sì,» questa volta era sincero.
Si voltò a guardare il signor Horten e fu come se lo vedesse per la prima volta. Aveva lineamenti duri, scolpiti nella roccia, come il costone di una montagna millenaria. E in quella cresta due grotte di ghiaccio che brillavano di vita — acqua imprigionata pronta a sprizzare con il primo sole di primavera. Una tessitura di sedimenti senza tempo, carica di benevolenza e saggezza, un paesaggio che si presta disarmato agli umori dell’uomo che lo attraversa.
«Pensa di fermarsi tanto?» gli chiese, non sapendo cos’altro dire.
«Finché me lo concederai, e se non sono di troppo disturbo.»
«Mio padre torna domani. Non so se…»
«Allora domani me ne andrò.»
«E dove?»
Il signor Horten allargò le braccia come a dire: «Non so, si vedrà.»
Mathias lanciò un’occhiata all’orologio sopra la cappa e si accorse che erano già le undici e mezza. Batté un piede e masticò a bassa voce un’imprecazione — la replica del suo programma era finita da dieci minuti.
«Che c’è?» chiese il signor Horten.
«Niente, niente…» gli diede le spalle e guardò fuori dalla finestra — aveva smesso di nevicare e il cielo pallido si confondeva con le strade e i tetti e tutto quel bianco che appesantiva l’aria.
Tanto non avrebbe capito, non poteva sapere quanto fosse frustrante, per lui, spezzare lo schema prestabilito, uscire dai binari dell’abitudine, interrompere il rituale quotidiano delle piccole attività gratificanti — quelle che prese singolarmente si spegnevano nell’arco di un sorriso, ma tutte insieme davano un senso alla giornata. Un lavoro di precisione, il suo, che combinava dovere e piacere in un equilibrio perfettamente sbilanciato verso il secondo elemento. La puntata era finita, adesso gli rimanevano solo la passeggiata con Doris, lo studio, poi sarebbe stata l’ora dello spuntino, un panino veloce ed era già pomeriggio, un altro programma in tivù, un’oretta di Facebook e un’altra di porno — ma questa era già da escludere per la presenza del vecchio, e allora come riempirla?
Quando si voltò, il signor Horten non c’era più e trasalì.
«Bella libreria!» lo sentì dire dall’altra stanza.
Lo raggiunse in salotto e lo trovò con il naso all’insù davanti alle scaffalature che ricoprivano l’intera parete — l’indice proteso per accarezzare il dorso dei libri, come un lettore di braille.
«È di mio padre.»
«Tu non leggi?»
«Non ho mai tempo.»
«La lettura non ruba tempo, lo crea.»
Mathias non capì e disse: «Non mi piacciono i libri, ne studio abbastanza per la scuola.»
«È un peccato, perché tuo padre ha gusto — guarda qui, Il mondo di Sofia, l’hai mai letto?»
«No.»
«Come mai?»
«È norvegese. I norvegesi non sanno scrivere.»
«E chi sa scrivere, secondo te?» gli domandò, girandosi per osservarlo.
«Gli inglesi. Harry Potter, quelli sì sono romanzi.»
«Allora vedi che leggi?»
«Qualche volta.»
Il signor Horten sorrise e disse: «Senti, devo chiederti un favore.»
«Dica.»
«Non è che mi lasceresti usare la vasca da bagno?»
Mathias lo accompagnò al bagno di servizio di fronte alle scale e gli preparò l’occorrente per ripulirsi — bagnoschiuma, saponetta, spugna, un accappatoio pulito e una lametta da barba di suo padre nel caso avesse intenzione di radersi. Il vecchio cominciò a spogliarsi davanti a lui ma il ragazzo evitò accuratamente di guardarlo e si limitò a raccogliere gli indumenti e ammonticchiarli in corridoio — la vestaglia, più logora di quanto avesse notato in precedenza, piena di strappi e buchi e bruciature, denunciava tanti anni quanti ne aveva il proprietario.
Lo lasciò alle sue pratiche igieniche e richiamò Doris con un fischio — un’altra mezzora se n’era andata e ora doveva scegliere tra la passeggiata e lo studio, optò per la prima.
Il giro del quartiere si prese quel che restava della mattinata. La neve era croccante sotto le suole degli stivali e si frantumava in superficie come una crosta, l’aria sapeva di ghiaccio e la musica negli auricolari riempiva il silenzio d’ovatta delle strade.
Quando tornò a casa c’era un poliziotto sotto il portico che suonava il campanello.
Mathias si tolse gli auricolari e disse: «Buongiorno.»
«Abiti qui?»
«Sì.»
«Non c’è nessuno in casa?»
«No, è successo qualcosa?»
«Stiamo cercando un signore anziano, si chiama Horten, abita in fondo alla via. È scomparso da un giorno e non si trova. Tu per caso hai visto qualcosa?»
Mathias deglutì e guardò d’istinto la porta di casa.
«Me lo potrebbe descrivere?» domandò, tenendo a freno le vibrazioni della voce. Il cuore gli tamburellava nei timpani.
«È alto, magro, capelli bianchi, sulla novantina — indossa una vestaglia di flanella.»
Mathias disse che no, non l’aveva visto.
Il poliziotto lo fissò a lungo, dritto negli occhi, e il ragazzo ebbe l’impressione che stesse cercando un varco per penetrare nei suoi pensieri.
«Va bene, ti ringrazio,» disse infine, scese i gradini e si allontanò verso l’abitazione accanto. Mathias sospirò e rientrò in casa, chiuse a chiave la porta, liberò Doris, si tolse gli stivali e andò in bagno per controllare se il signor Horten aveva finito. Il vecchio era seduto sul bordo della vasca, il viso fresco di rasatura, i capelli pettinati all’indietro — l’accappatoio gli andava largo e corto di manica e gli ricadeva gonfio sul davanti.
«Tonificante,» disse, «Adesso mancano solo dei vestiti puliti.»
«Aspetti qui.»
Salì al piano di sopra e rovistò nell’armadio del padre alla ricerca di indumenti da sottrarre impunemente, qualcosa che non mettesse mai e avesse abbandonato al dominio delle tarme. Trovò una camicia a scacchi da boscaiolo, pantaloni beige di velluto a coste, un pullover infeltrito color senape e un paio di vecchie Timberland sformate. Soddisfatto, fece un fagotto del bottino e se lo mise in spalla, ma poi ripensò allo stato disastroso della biancheria intima del vecchio e decise di sottrarre anche mutande e calze pulite.
Il signor Horten sembrò apprezzare la scelta, e quando fu vestito da cima a fondo cambiò aspetto e da clochard si trasformò in un rispettabile nonnino in visita per le feste.

Lo spuntino dell’una, preparato da Mathias, fu a base di toast al formaggio e Coca Cola. Mangiarono in salotto davanti alla tivù, così il ragazzo non perse neanche un minuto del suo programma e alle due riuscì a ritirarsi in camera sua per curiosare su Facebook, lasciando il signor Horten appisolato in poltrona. Mari aveva risposto alla buonanotte con due ore di ritardo, scrivendo un semplice: ‘Notte. Mathias la vide in linea e digitò: Ore piccole?
Dopo due minuti la risposta: .
Cs hai ftt d bll?
Sn uscita cn Randi e Anne. Cinema e ballare.
Divertite?
1 casino.
Poi?
C ha riportate a casa Adrian.
Mathias sentì lo stomaco rivoltarsi e rispose solo: Ah.
Adrian abitava dalle parti di Mari, quindi per un tratto di strada dovevano essere rimasti soli — loro due, in macchina, la musica e le risate. Non voleva pensarci, non voleva sapere altro. Non serviva un indovino per capire che Mari gli moriva dietro da due anni, e che quello stronzo prima o poi ne avrebbe approfittato.
Scrisse: Scsa ma devo scappare, e chiuse il portatile.
Quaranta minuti da riempire, più l’ora dei porno, ma come? Il sabato pomeriggio in tivù davano solo schifezze, roba per ragazzini. Studiare? Lanciò ai libri un’occhiata di sfida e aggrottò le sopracciglia.
Scese di sotto e il vecchio era un sasso affondato nella poltrona, Doris dormiva ai suoi piedi con il muso bavoso sulle Timberland. La luce obliqua del pomeriggio filtrava dalle tende e si posava polverosa sugli scaffali altrettanto polverosi della libreria. Quei volumi gli avevano sempre dato un’idea di muffa, di stantio, di vecchio, che senso aveva vivere la vita attraverso gli occhi di un altro? Non era un po’ come lasciarsi vivere, o lasciarsi morire?
Se il vecchio dormiva poteva sempre tornare su, chiudersi a chiave nella stanza e… no, il solo pensiero gli appariva ridicolo, imbarazzante — un vecchio fuggiasco sulla poltrona del salotto e lui di sopra con un Kleenex in un mano e nell’altra…
Con un gesto rapido e furtivo si impossessò de Il mondo di Sofia e corse di sopra, si tuffò sul letto e accese la luce della testiera. In copertina c’erano una ruota dentata, la facciata di Notre-Dame, uno specchio, un cane labrador, una colonna, rotoli di pergamena, un libro, dei fogli che uscivano da una busta, il titolo, e sotto il titolo: Romanzo sulla storia della filosofia. Gli era già passata la voglia e fu solo per orgoglio, per dimostrare di avere ragione, che lesse le prime pagine — all’inizio lentamente, parola per parola e tornando spesso alla riga precedente, poi sempre più veloce —, e senza rendersene conto passò un’ora e si ritrovò a pagina sessanta.
Allora era vero, il vecchio aveva ragione. Adesso capiva cosa volesse dire con: La lettura crea il tempo. Leggere dilata, restringe, deforma i minuti e li fa aderire alle parole, alla voce interiore di chi posa gli occhi sulle pagine del libro. Il tempo della lettura è il nostro tempo, quello che non si può scandire con un orologio, quello che a scuola gli avevano insegnato essere relativo, il tempo dell’anima.
Continuò a leggere e non si fermò fino a pomeriggio inoltrato, quando i lampioni della strada si animarono tracciando una linea di passaggio tra il giorno e la notte. Lasciò il libro sul comodino, salutandolo come un amico sicuro di ritrovare, e accese le luci delle scale per tornare a pianterreno. Doris era stesa pancia all’aria sul tappeto del salotto, e con le zampe davanti si strofinava il muso in attesa che il signor Horten la degnasse d’attenzione. Ma il signor Horten, ancora in poltrona, era troppo impegnato a disporre i pezzi sulla scacchiera che aveva posizionato davanti a sé, su un tavolino.
«Una partita?» domandò al ragazzo, quando lo vide apparire sulla soglia.
«Non so giocare.»
«Tuo padre non ti ha insegnato?»
«Ci ha provato ma non è un gioco che mi interessa.»
«Se non sbaglio, anche leggere non ti interessava,» disse il signor Horten, sorridendo. Poi, in risposta all’espressione interrogativa di Mathias, aggiunse: «Ti ho sentito, non è detto che se uno tiene gli occhi chiusi debba necessariamente dormire.»
Mathias prese una sedia e si sedette di fronte a lui.
«Cominciamo dalla disposizione,» disse il signor Horten. «È importante.»
Gli spiegò dove andassero il re e la regina, gli alfieri, i cavalli e le torri. Poi passò alle mosse, il pedone muove di uno, il cavallo così, l’alfiere cosà, la torre può fare l’arrocco, il re non fa fatica, la regina non è tutto ma tienila d’occhio, Mathias si sforzava di rimanere concentrato e assentiva, interrompeva spesso e chiedeva di ripetere. Fecero una partita di prova e Mathias mosse il cavallo in verticale e l’alfiere in orizzontale.
«No, Mathias, guarda bene, si fa così.»
«Ah, va bene, okay, ci sono.»
«Bravo, riproviamo.»
Dopo i primi rudimenti, il signor Horten passò a insegnargli qualche tattica, insistendo sulla componente psicologica e sull’importanza di prevedere due, tre, quattro mosse successive a quella che si sta facendo. Alla fine riuscirono a imbastire uno scontro quasi serio e il signor Horten concesse a Mathias il privilegio di avvertirlo quando le sue dita si posavano sul pezzo sbagliato, o se un’altro pezzo era in pericolo e andava subito spostato.
Il ragazzo ci prese gusto e dopo aver perso la prima partita chiese la rivincita. Aveva capito che gli scacchi non erano poi tanto diversi dalla sua vita — c’era una logica, uno schema a incastro, un susseguirsi di piccoli scopi che portavano dalla conquista di un insignificante pedone, a quella del re. Gli scacchi erano attesa, le mosse dell’avversario prevedibili ma mai del tutto — c’era sempre qualcosa che sfuggiva, un imprevisto, un’invisibile architettura del destino.
Perse tutte e tre le partite, ma non gli importò.
«È proprio sicuro di non volerci andare?» domandò al signor Horten, dopo aver riposto la scacchiera.
«Dove?»
«All’ospizio.»
Il signor Horten si fece serio e disse: «Sicuro.»
«Ma i suoi figli, non le mancheranno?»
«A quanto pare, io a loro non mancherò.»
«Ma almeno all’ospizio sanno dove trovarla, invece così, se lei se ne va, come fanno a…?»
«Un modo lo troveremo. Scriverò una lettera.»
«Ma non è pericoloso andarsene da soli e…?»
«Quanti ma. Io ho smesso di pormi dei ma da molto tempo.»
«E se le capita qualcosa?»
«I se sono come i ma. Alla mia età sarebbe da egoisti pensarci ancora.»
Quella sera cenarono in fretta e il signor Horten si coricò subito per accumulare energie in vista dell’indomani. Non poteva sapere cosa lo aspettava, e voleva farsi trovare preparato.
Mathias accompagnò fuori Doris e guardò la tivù finché ci fu qualcosa da guardare — Erik gli aveva mandato un sms per raggiungere lui e Finn e gli altri al parcheggio ma si era dato malato, non voleva rischiare di incontrare Mari e Adrian, mano nella mano, a passeggio sulla neve —, poi la spense e lesse qualche pagina del romanzo. La giornata stava giungendo veloce alla conclusione e Mathias faceva di tutto per rimandare quel momento, il momento in cui si spegnevano le luci e calava il silenzio, e saliva l’angoscia dell’indefinito, del domani che sarebbe arrivato e non avrebbe saputo come affrontare. Solo nel letto, guardava al mondo con occhi diversi, capiva di aver perso un giorno, si sentiva insoddisfatto, il silenzio gli crollava addosso carico di un significato che non sapeva — o non voleva — interpretare. Gli appariva tutto così inutile e banale, non sapeva come cambiare le cose e al contempo voleva che rimanessero esattamente com’erano. L’ordine, la certezza, il perpetrarsi di un’abitudine. C’era uno schema, e questo lo tranquillizzava. L’angoscia della notte nasceva proprio dalla consapevolezza che l’equilibrio era destinato a non durare, sarebbe stato modificato da fattori esterni esclusi al suo controllo, e allora sarebbe cresciuto il panico dell’impotenza e il terrore dell’ignoto. Ecco ciò che più temeva: l’IGNOTO. La morte è ignoto, la vita è ignoto, e lui, nel suo guscio, cercava di sfuggire a entrambe. In questo modo non moriva, ma neppure viveva.
Alla fine si rassegnò e abbandonò il libro nel buio della cameretta. Pensò al vecchio, che pur essendo — statisticamente parlando — più vicino di lui alla morte, all’ignoto non pensava più — e lo invidiò.
Poi, ricordando le sue parole gli venne da ridere. Alla mia età sarebbe da egoisti pensarci già, si disse.

Il mattino seguente fu il signor Horten — che fino ad allora era stato più pietra che uomo adattandosi a tutto — a manifestare per primo la propria esistenza. Il modo in cui lo fece, forse, non influì positivamente sull’umore — di solito già pessimo al risveglio — di Mathias, ma sortì i suoi risultati.
«C’era bisogno di picchiare il mestolo sulla pentola?» domandò il ragazzo una volta entrato in cucina — gli occhi caccolosi e la bocca impastata di sonno.
«Ho bisogno del tuo aiuto, mi serve la valigia.»
«Non posso darle una valigia, mio padre se ne accorgerebbe.»
«Non la tua — che me ne faccio? La mia valigia.»
«E dove la prendo?«
Il signor Horten inarcò le ciglia in modo eloquente.
«No,» protestò Mathias, «non se ne parla. Io là non ci vado. E se mi becca la polizia?»
«Ho le chiavi, sono nella vestaglia.»
Lavato e vestito, il ragazzo seguì passo passo le istruzioni del vecchio su come entrare dal retro in casa Horten — lasciata provvidenzialmente incustodita —, raggiungere il piano superiore, sollevare la trapunta del letto e riesumare dall’oblio della polvere una vecchia valigia di pelle — sotto la quale lo stesso vecchio aveva installato, anni prima, un sistema del tutto simile a quello dei moderni trolley, puntando al risparmio e al rispetto della tradizione —, riempirla con numero cinque camice, due pantaloni, tre maglioni e due giacche, un gilet, mutande e calze a volontà, un paio di scarpe, cappotto, dentifricio, spazzolino, talco, acqua di colonia, schiuma da barba, lametta e dopobarba, pettine, asciugacapelli, una copia de I Fratelli Karamazov — che non aveva mai finito di leggere —, altri accessori di varia natura elencati in una lista e per finire, ultimo ma non ultimo, come trovare nel terzo cassetto del comodino a destra, dentro un cofanetto portagioie appartenuto alla defunta moglie, una mazzetta di banconote del valore pari a trentaseimila corone norvegesi — risparmiate in tanti anni di pensione e accuratamente non menzionate nel testamento.
Al ritorno dalla missione, Mathias e il signor Horten si gustarono una lauta colazione — pane tostato, marmellata, formaggio, affettati, caffè americano e succo di frutta — e giocarono quella che forse, per quanto ne potevano sapere entrambi, sarebbe stata la loro ultima partita a scacchi. Questa volta vinse Mathias, e il vecchio sorrise e gli fece i complimenti.
Ma il sorriso si spense subito al rintocco della pendola che annunciava le dieci e mezza. Sia Mathias che il signor Horten sapevano che era giunto il momento di separarsi, e se lo dissero con gli occhi, in modo solenne ma sereno — consapevole.
«La accompagno,» disse il ragazzo.
«Bene.»
Il vecchio raccolse le ultime cose, le infilò in valigia e mandò Mathias in avanscoperta sotto il portico.
«Libero,» riferì, una volta rientrato. «Dove andiamo?»
«La stazione dei pullman è lontana?»
«Abbastanza.»
«Questo potrebbe essere un problema.»
Mathias si illuminò e disse: «Forse no.»
La Mini Cooper della matrigna di Mathias uscì rombando dalla saracinesca del garage e slittò sul manto vergine che ricopriva il vialetto — il ragazzo alla guida, il signor Horten rannicchiato sotto un plaid sui sedili posteriori.
«Cerca di non dare nell’occhio.»
«Non si preoccupi.»
«Hai mai guidato prima?»
«Sto prendendo lezioni,» mentì.
Ingranò il drive e partì con un sobbalzo. «Piano Mathias,» si disse, «dolcemente.»
Accarezzò l’acceleratore e lasciò che l’auto procedesse da sola, divorando metro dopo metro l’asfalto salato della via.
Davanti a casa Horten era tornata la polizia, l’auto di traverso sul vialetto, un agente davanti alla porta e un altro appoggiato al baule della vettura, le braccia conserte e lo sguardo vacuo — lo stesso agente che il giorno prima lo aveva interrogato. Forse i figli erano tornati e si erano accorti della scomparsa dei vestiti, oppure qualcuno aveva visto il ragazzo lasciare la villa con la valigia. Mathias si sentì gli arti liquidi e dovette far ricorso a tutto il suo autocontrollo per non tirare il freno a mano e fare inversione. Tenne premuto il pedale e il poliziotto lo osservò passare senza battere ciglio.
«È fatta!» esclamò, esultante.
«È fatta cosa?»
«Niente, niente.»
«Non ti distrarre.»
Mathias non riusciva a credere di essere davvero alla guida di un’auto, senza l’aiuto di nessuno, e il quartiere tanto noto gli apparve ora irriconoscibile, un mondo immacolato da esplorare. L’adrenalina pompava vita nelle sue vene e si sentì adulto, potente, utile. Abbassò il finestrino e lanciò un urlo liberatorio.
La stazione dei pullman era deserta, inghiottita dal torpore letargico delle mattine domenicali — la biglietteria sprangata, il parcheggio sepolto sotto il silenzio della neve.
Mathias spense il motore e aiutò il signor Horten a scendere dall’auto e a prendere la valigia dal bagagliaio. Il cielo era di ghiaccio, una luce cruda trafiggeva i lampioni e le pensiline e ne schizzava a terra i profili.
«E adesso?» domandò.
Il signor Horten gli posò una mano sulla spalla e insieme si avvicinarono all’edificio della stazione — di un bianco accecante. Il vecchio si sedette su una panchina e chiese al ragazzo di consultare la tabella degli orari.
Mathias esitò, poi strizzò gli occhi e fece scorrere il dito sul foglio giallo sperando di non trovare nessuna corsa per quel giorno, e magari anche per quello successivo.
«Ce n’è uno per Oslo che parte fra mezzora,» disse.
«Oslo è perfetta.»
«Perché?»
«Se bisogna ricominciare da qualche parte, meglio farlo partendo dal centro.»
Il ragazzo si sedette accanto a lui e poggiò i gomiti sulle ginocchia.
«Ma non ha paura?» domandò.
«E di cosa dovrei aver paura?»
«Non so… di morire.»
«Se pensi a quando dovrai morire, hai già finito di vivere.»
Mathias si innervosì e pensò che quella era una frase fatta, e che per due giorni il vecchio non aveva fatto altro che rispondergli allo stesso modo, senza chiarire, con sentenze brevi che gli lasciavano in bocca un gusto amaro di banalità. Ma poi si disse che la verità è sempre semplice, e forse, proprio per questo, le frasi fatte e i luoghi comuni sono l’unico mezzo per spiegarla. Il vecchio non mentiva, faceva sul serio, si stava davvero imbarcando in un’avventura più grande del tempo e della fatica, partiva alla ventura, fuggiva, inseguiva la vita fina all’ultima meta. Avrebbe voluto chiedergli come riusciva ad affrontare l’ignoto con tanta serenità, dove trovava la voglia di lottare e perché lo faceva, a quale scopo, per vivere un altro giorno o morire un giorno dopo?, ma non trovò il coraggio e se ne stette zitto — rimasero entrambi in silenzio per l’interminabile mezzora che li separava dall’appuntamento più importante.
Quando il pullman arrivò, fermandosi davanti alla stazione con l’eleganza di un animale fiero e possente, Mathias caricò la valigia nel vano portabagagli e insieme all’autista issò il signor Horten a bordo del mezzo. Il vecchio acquistò il biglietto e, prima di cercare un posto a sedere, si rivolse per un’ultima volta al ragazzo e disse: «Arrivederci, Mathias.»
«Mi scriverà, quando sarà arrivato?»
Il signor Horten fece spallucce e sorrise, poi si sedette dietro al conducente e continuò a guardare il ragazzo finché il motore non ruggì e il pullman si mise in moto imboccando il viale.
Mentre lo guardava allontanarsi, Mathias ebbe l’impressione che non fosse il signor Horten a partire, ma lui stesso, e che il viaggio fosse appena cominciato. Solo molti giorni dopo, all’arrivo di una cartolina da Oslo, riuscì a capirne il motivo.

La trovò una mattina, prima di andare a scuola, e la tenne tutto il giorno nel giubbotto, rileggendo più volte le cinque parole che la mano del signor Horten aveva vergato con precisione: Impara ad accettare il tempo. Il messaggio era tutt’altro che chiaro, e all’inizio Mathias era rimasto deluso — aveva sperato in una lettera più corposa, tanti fogli in cui il vecchio gli narrasse le sue nuove avventure nella capitale, nei minimi dettagli. Cinque parole, era quella la ricompensa per le sue fatiche — cinque stupide parole.
Ma quella sera, portando a spasso Doris, si ricordò della strana sensazione provata alla stazione dei pullman. La partenza del signor Horten aveva aperto un varco, esteso l’orizzonte oltre la linea che separava la terra dal cielo, l’aveva spalancato sul regno dell’indefinito.
Mathias capì che la sua vita, fino a quel momento, era stata una vita sospesa, in cui ogni giorno nasceva e poi moriva. Una partita a scacchi che terminava nel letto con la sconfitta del re. Ma i giorni erano solo le mosse e la vera, unica partita da giocare era la vita. Accettare il tempo significava accettare l’incognita del tempo che gli restava, capire che il mondo non finiva a mezzanotte, e neanche a capodanno, né alla fine della scuola. Avrebbe avuto ancora tanti anni davanti e doveva ampliare il proprio campo visivo — il traguardo non poteva essere la fine del giorno ma la fine dei giorni. Il tempo era uno e non scomponibile in piccoli frammenti misurabili in unità di episodi televisivi e chat su Facebook — quelli erano solo strumenti per ingannarlo, ma il tempo va rispettato e non si può ingannare, si può solo perdere o guadagnare. Il varco aperto dalla partenza del signor Horten aveva introdotto una variabile, la variabile della speranza.
Impara ad accettare il tempo, impara ad accettare l’ignoto, impara a sperare.
Mathias e il signor Horten procedevano nella stessa direzione, e il ragazzo adesso era sicuro che prima o poi, lungo il cammino, lo avrebbe incontrato di nuovo.
Fu per questo, forse, che fermandosi al ritorno davanti a casa sua, si tolse gli auricolari e disse: «Arrivederci, signor Horten.»


Lodi, 5 novembre 2012

19 commenti:

  1. E' sempre un piacere leggerti, Matteo, ma in questo racconto hai raggiunto il mio gradimento più completo.
    Poni attenzione alla letteratura nordica, che si è risvegliata ultimamente da noi dopo Larsson; perlomeno ambientando in Norvegia il racconto stesso (anche se ormai la civiltà occidentale ha omologato usi e costumi e, quindi, per quanto ne so, l'azione avrebbe potuto svolgersi in America o anche qui in Italia), però tutto lo svolgimento di pensiero si rifà senz'altro a quell'ambiente.
    Che dire altro? Potrei riportare alcune frasi che più mi hanno colpito, come:
    "Tanto non avrebbe capito, non poteva sapere quanto fosse frustrante, per lui, spezzare lo schema prestabilito, uscire dai binari dell’abitudine, interrompere il rituale quotidiano delle piccole attività gratificanti — quelle che prese singolarmente si spegnevano nell’arco di un sorriso, ma tutte insieme davano un senso alla giornata. Un lavoro di precisione, il suo, che combinava dovere e piacere in un equilibrio perfettamente sbilanciato verso il secondo elemento".
    Oppure quelle successive, quando il ragazzo comincia a prendere coscienza delle dimensioni del tempo.
    Ma forse farei meglio a riportare tutta la parte finale.
    Be', avrai capito quanto mi sia piaciuto.
    Ciao.

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    1. Cara Serenella, grazie mille per il tuo splendido commento. Il racconto è più lungo di altri e ti ringrazio doppiamente per la pazienza (sia di leggere, che di commentare).
      La scelta della Norvegia è dovuta più che altro a una questione di gusto personale per gli ambienti, le luci, gli spazi, i silenzi, e al tipo di riflessioni che, come hai sottolineato tu, pensavo sposassero alla perfezione quel contesto. Forse perché di quella cultura conosco poco (di sicuro meno di quella italiana o inglese o americana), ed è più facile inquadrarla in una cornice più surreale, magica.
      In effetti, è un peccato che quel poco che ultimamente arriva in Italia di autori scandinavi debba necessariamente seguire il filone del thriller alla Larsson (che sinceramente ho abbandonato dopo un centinaio di pagine), con il risultato che il più delle volte si tratta di romanzi scadenti. Oltre a Gaarder, di autori norvegesi non giallisti ne traducono ben pochi. Ma nonostante questo, il loro è un mondo letterario (e cinematografico - penso soprattutto a Bent Hamer) che merita davvero di essere esplorato.
      Grazie mille ancora e a presto! Ciao!

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  2. Ciao Matteo, lascia che io stia meglio (ho l'influenza), poi ti leggo e ti commento:-)
    Te lo volevo dire;-)

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    1. Stefania, troppo gentile! Se vorrai leggerlo, e pure commentarlo, sarà per me un grandissimo piacere! Allora aspetto con ansia il tuo parere, anche un semplice "mi piace" o "non mi piace"... :-)
      Ciao!

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  3. Letto velocissimamente ma letto...dopo aver letto tanto e tutti i nuovi scrittori norvegesi ed aver visto poi i film, ambientati lì.
    Ma quesyto avrebbe potuto essere stato ambientato anche nelle nostre città, ormai vuote e desolate, nelle nostre strade che non si riconoscono più
    in una vecchiaia che non sa più e nemmeno trova , come il tuo personaggio, il tempo per parlare ai ragazzi
    nè il tempo e nè il modo
    ed i ragazzi vagano sbandati senza affetti con pasticchette di psicofarmaci e alcool in mano.
    Beh che altro dire se non che come Serenella ha commentato... questi sono temi che ci riguardano e che cscrivi interessandoci e che la vecchiaia sarà la cosa più sorprendente che ci capiteràààà Ciao Ippplollita

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    1. Cara Ippolita, anche tu sei una fedele lettrice e commentatrice, e come ho fatto con Serenella ti ringrazio infinitamente per l'attenzione (e la pasiensssa). In realtà ti invidio per aver letto tutti i nuovi scrittori norvegesi... io sto cercando solo ora di recuperare ma sono ancora in alto mare (il prossimo nella lista è Johan Harstad - l'hai letto? Come ti è sembrato?)... Pensa che prima di scrivere il racconto, di Gaarder avevo letto solo Il mondo di Sofia, ma al liceo, e l'avevo pure piantato a metà perché la filosofia già la studiavo a scuola e ce l'avevo fin sopra le orecchie... Adesso me ne sono pentito e l'ho ricominciato, dopo aver finito lo splendido La ragazza delle arance.
      Condivido pienamente quanto hai scritto nel commento, anche se mi sento di aggiungere che l'alienazione dei giovani non si ritrova solo in tossici e alcolizzati... esiste un modo più silenzioso di soccombere all'angoscia dell'ignoto e al gelo del mondo d'oggi, ed è quello che ho provato a descrivere con il personaggio di Mathias. La mia forse è un'interpretazione più filosoficheggiante (proprio per questo ho ambientato il racconto in Norvegia e non, per esempio, a Lodi), ma è inevitabile che, affrontando il discorso, certe tematiche sociali emergano ugualmente. E sono contento che questo messaggio sia arrivato...
      Grazie ancora di cuore per il commento! A presto, ciao!!

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  4. Ce l'ho fatta! (Oggi vado dal dottore, ma non per il tuo racconto;-)...)
    Allora: all'inizio mi sono persa in quel sacco di nomi, particolare che non amo negli incipit perché mi fanno tornare indietro a rileggere e perdo il filo :-\ Mi è venuta in mente mia nonna, a proposito di vecchi, che avendo una decina di nipoti, quando doveva chiamarne uno, prima di beccare il nome giusto, faceva l'appello! ;-)
    Torniamo a noi, della primissima parte ti ho già detto; andando avanti e cioè da quando il vecchio è a casa del ragazzo, il racconto si fa più interessante. Diciamo subito che tu sai scrivere benissimo e si vede, e questo è un dato certo, personalmente però preferisco ritmi più incalzanti, più veloci, con meno particolari, solo quelli necessari, delle pennellate insomma, ma questa è una questione di gusti e gusti a parte, tu sei bravo e si vede:-)
    Più il racconto si addentra nel tema della vecchiaia e del tempo, più si fa interessante e commovente, anche perché tocca temi che riguardano tutti noi. La vecchiaia e il tempo che passa sono state cose che hanno ispirato anche me, scrissi un racconto qualche anno fa su una vecchietta: "Gli occhi non invecchiano mai" e forse è anche il caso del tuo vecchietto; nonostante il tempo impietoso ci riduca al lumicino, la spinta vitale della giovinezza interiore ci spinge avanti, o come nel caso del tuo vecchietto, lo spinge alla fuga e all'avventura per ciò che gli rimane.
    Ho trovato tante parti belle di questo racconto, tipo: "Allora era vero, il vecchio aveva ragione. Adesso capiva cosa volesse dire con: La lettura crea il tempo. Leggere dilata, restringe, deforma i minuti e li fa aderire alle parole, alla voce interiore di chi posa gli occhi sulle pagine del libro. Il tempo della lettura è il nostro tempo, quello che non si può scandire con un orologio, quello che a scuola gli avevano insegnato essere relativo, il tempo dell’anima."
    Ma anche, e soprattutto, il concetto del tempo che il vecchio ha voluto passare al ragazzo, a quanto pare riuscendoci (ragazzo sveglio!).
    Una parte mi ha anche turbata, te lo devo dire, quando il vecchio racconta della volontà dei figli di mandarlo in casa di riposo e lui dice che all'ospizio si muore. Beh, non ti nego che è stato un colpo al cuore.
    Mio padre è stato malato per qualche anno, a partire dalla morte di mia madre; gli era stata diagnosticato una forma di Parkinson aggravato da demenza senile. Mia sorella ed io l'abbiamo curato come meglio abbiamo potuto, ma quando la malattia l'aveva reso come un bambino ed era diventato un problema di forza fisica anche cambiargli il pannolone, siamo arrivate alla conclusione che non potevamo più andare avanti così, non ce la facevamo e che dovevamo trovare una casa di riposo adatta alle sue condizioni. Trovammo una casa di riposo bellissima, nuova di pacca e lo portammo lì. Lui, che negli ultimi tempi era sempre in uno stato sonnolente, non mangiava nemmeno più, dormiva dormiva dormiva, ebbe però un guizzo e disse a mia sorella: "Portatemi subito a casa."
    Lei gli rispose che era lì per fare delle cure, ma evidentemente lui non ci credette, non era stupido, e ricadde all'istante in quel torpore che precede la morte. Dopo dieci giorni, se ne andò.
    Inutile dire che ogni tanto ci penso e mi chiedo se sia stata colpa nostra e della nostra decisione: se avessimo aspettato, se avessimo tenuto duro, lui "avrebbe preso quel pullman per Oslo"?
    Chiaro che no. Ma il senso di colpa, rimane.
    Bravo, Matteo, emozionare il lettore, nel bene e nel male, è sempre indice di bravura.

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    1. Cara Stefania, sono sinceramente commosso per le belle parole che mi hai scritto… Nonostante l’influenza, hai trovato il tempo e la voglia di lasciarmi questo commento stupendo… grazie mille!!! :-)
      Hai ragione sull’incipit: tutti i nomi e le descrizioni mi servivano per creare un’atmosfera “norvegese”, per far capire insomma dov’era ambientato il racconto, senza scriverlo in modo esplicito. E poi dovevano anche dare una certa idea della confusione che si era creata attorno alla scomparsa del signor Horten…
      Ma in effetti, il racconto stesso è molto diverso dai miei precedenti… oserei dire che ci ho messo più passione, l’ho trattato più come un romanzo brevissimo, dandogli quindi un respiro più ampio. Ho cominciato a scriverlo senza sapere precisamente dove mi avrebbe portato… per una volta ho provato a scrivere e basta, supportato da un’esile idea di base che mi è venuta una sera, vedendo polizia, protezione civile ecc in fondo alla mia via, alla ricerca di un signore scomparso da qualche ora e che si pensava fosse finito in Adda (poi si è scoperto che in Adda ci era finito davvero e ha vagato tutta notte nel bosco, zuppo fino al midollo, e nonostante questo è sopravvissuto). Alla fine ne è uscito un ibrido, con la lunghezza di un racconto e lo stile di un romanzo.
      Ricordo benissimo il tuo racconto sugli occhi che non invecchiano mai, faceva parte della raccolta che il nostro Frame mi aveva gentilmente concesso di leggere… E anche gli occhi del signor Horten sono rimasti limpidi come quelli di un giovane, a conferma dell’inflazionato detto: gli occhi sono lo specchio dell’anima… sembrerà banale ma forse è vero.
      L’avventura del signor Horten, naturalmente, era un pretesto per affrontare le tematiche del tempo, e in particolar modo il rapporto che abbiamo oggi ha con il tempo stesso. È un episodio assurdo, o quantomeno improbabile, che funge più che altro da parabola. Per questo ho scelto di farlo scappare dall’ospizio, ma sono ben consapevole che in molti casi, e nella maggior parte delle situazioni, la casa di riposo è l’unico posto in cui sia possibile prendersi cura di una persona anziana, soprattutto se malata. Il mio quindi non voleva essere un giudizio sulle famiglie che sono costrette a prendere certi provvedimenti, ci mancherebbe. E la frase: “perché lì si muore”, stava a significare il semplice dato di fatto che, in ogni caso, la casa di riposo è la destinazione ultima, dalla quale è improbabile che si torni indietro. Poi uno può restarci un mese o vent’anni, ovvio. Spero di non aver dimostrato poca sensibilità per chi, come te, ha vissuto determinate situazioni… D’altronde, quando si raccontano storie come questa, ma in effetti con qualsiasi storia, è inevitabile toccare chi è più vicino a certe tematiche trattate, o chi per altri versi si riconosce in personaggi o situazioni.
      Grazie mille per i complimenti e ancora grazie grazie grazie!!! Sei stata troppo buona, poi va a finire che mi monto la testa… :-)
      Ciao!!

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  5. Prima di tutto voglio ringraziarti per avermi regalato questo inedito. Non è la la lunghezza di un racconto che determina la sua importanza, d'accordo, ma si capisce sin dalle prime battute che non è semplicemente una storia lunga, bensì uno scritto di un certo peso, meditato e anche sofferto.
    Non mi addentro nei particolari, dopo i commenti che mi precedono potrei soltanto ripetermi, tuttavia voglio aggiungere che questo è senza dubbio il tuo miglior racconto. La scrittura, come osserva Stefania, è ricca e accurata, ma ha il merito di essere fluida e scorrevole. Il climax è perfetto e la storia di tutto rispetto. Inoltre è pieno di considerazioni sulle quali varrebbe la pena di soffermarsi e riflettere, se non fossi un pessimo e pigro commentatore, pertanto concludo con un laconico ma sincero:
    Uè dutùr, SUPERcomplimentissimi ;-)))

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    1. Sciùr Franco, sono io a ringraziare te per lo spazio che mi hai concesso!! :-)
      Sappiamo bene che pubblicare un racconto così lungo, sul web, è sempre un rischio... ma per fortuna, a casa di Frame è pieno di lettori pazienti e volenterosi che non si lasciano intimidire da qualche parola in più! :-)
      E' la prima volta che ti sento così convinto nel tuo giudizio positivo (Pincus escluso), quindi mi sa proprio che ci devo credere... Hahaha...
      Scherzi a parte, lo sai che sei sempre il primo a cui faccio leggere i miei lavori, perciò il tuo giudizio per me è della massima importanza. Conosci anche tutto il travaglio che sta dietro al racconto, e il fatto che ti sia piaciuto è doppiamente gratificante. Non aggiungo altro perché rischierei di ripetere le risposte precedenti, e di allungare ulteriormente questa pagina che sembra già non finire più... quindi chiudo anch'io con un laconico ma sentito SUPERgraziemille!!! :-)))

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  6. Sì, il racconto l'ho trovato anche io davvero molto bello. è preciso. è puntuale. è un racconto di giustezza. non mi interessa fare l'agiografia aggiornata del Vajo, ma la maturità con cui hai gestito il racconto è davvero notevole. in parte è tecnica, impegno, lavoro duro. in parte è talento, scienza infusa. ma credo che il tuo punto forte sia un grande senso del racconto, quella di cui parlo è una visione generale che va oltre la trama. per come la vedo io, l'errore marchiano che facciamo più spesso è quello di creare racconti con un andamento lineare. l'autore di questo tipo dichiara fin dalle prime battute dove vuole andare a parare: poi è tutta una tirata, una vertigine di 'raccontato' che ha il brivido della velocità ma poche sorprese, poche intuizioni.
    tu, al contrario, hai la capacità di gestire le parole in modo che i significati affiorino con la dovuta grazia, con la dovuta lentezza. è un dono che non tutti hanno; ad alcuni occorrono anni, altri non ci arrivano mai.
    molto buoni anche i dialoghi, con qualche scivolone.
    epperò...
    epperò a questo ragazzino hai tolto la sua pugnetta per l'intero week.. ma son cose che si fanno???? :)

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    1. Ué U, ma quanti complimenti! Sono così tanti che mi sarei accontentato di "è preciso. è puntuale". :-) Tu sei un maestro nei commenti, sai argomentare a livello tecnico come pochi, e proprio per questo non ti nascondo che eri uno di quelli da cui aspettavo maggiormente un parere. Poi so che sei sempre sincero, e questo mi gratifica ancora di più.
      E' molto bello quello che hai scritto riguardo alla gestione delle parole, alla grazia. In effetti, quando scrivo, la mia preoccupazione maggiore è sempre quella di rendere la narrazione troppo statica, soffermarmi eccessivamente su particolari e gesti e dialoghi di poco conto. Ho sempre considerato la linearità e la velocità come pregi, non difetti, come qualità che mi mancavano... però leggendo come la metti giù tu, devo dirti che quasi quasi mi fa piacere non possederle. Hehe
      E per i porno... a volte l'astinenza fa solo bene! C'è da sperare che poi Mathias si sia dato da fare e sia andato al sodo con Mari... glielo auguro! ;-)
      Uriah, non so davvero come ringraziarti per questo commento. E' uno di quelli che conserverò gelosamente, di quelli che ti danno una scossetta all'ego quando l'autostima creativa comincia a scemare...
      Grazie mille ancora, a presto nè! :-)))

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  7. Per problemi tecnici ho perduto il tuo indirizzo email?
    Sempre che la cosa interessi.
    Ciao,
    Poi lo cancello questo messaggio, preocupes no :-))))))

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  8. Lessi qualche giorno fa il racconto, ma essendo quasi sempre di umore mutevole, sono solito far decantare le letture per qualche giorno, se non mese.

    Ed ora i tuoi auguri (grazieeee, auguri anche a tuo brother) mi hanno ricordato che non avevo lasciato un commento.
    Ora, la considerazione che mi venne di fare sarebbe stata:
    cosa relega questo racconto, ed altri in special modo di questo blog, in una seppur dignitosa ionosfera e cosa lancia in orbita Carofiglio & Company? (Che invito a non denunciarmi, se possibile)
    La risposta è semplice: booooohhh
    Quale carenza analitica, sintattica, sviluppativa vige nelle sue pagine, rispetto ai libbbri di successo?
    Anche qui la risposta non è così scontata: boooooooooh

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  9. Caro Janco, innanzitutto grazie mille per il commento!
    Le tue considerazioni in effetti riguardano un po' tutti noi... mi riferisco ovviamente agli ospiti di casa Frame, perché sul web è difficile trovare questa qualità (e qui parlo di voi perché non sono mai stato un buon giudice di me stesso). Anch'io, neanche a dirlo, mi faccio spesso domande di questo tipo quando leggo gli altri racconti che il sciùr Franco è riuscito a raccogliere con tanta meticolosità. Adesso, io non so chi abbia già pubblicato e chi no, ma tu parlavi di arrivare in orbita come Carofiglio, e mi sento di poter affermare che nessuno di noi, finora, ci sia riuscito (se no, molto probabilmente, non sarebbe qui). I motivi sono tanti, è un insieme di fattori come il culo, la determinazione, le conoscenze giuste, il coraggio di proporsi, il culo, ancora determinazione e soprattutto molto, moltissimo culo. Di talento non parlo perché non è detto che chi arrivi nell'Olimpo degli scrittori ne possegga, ma il culo... quello non gli manca di certo!
    Dal canto mio, posso dire che finora non mi sono sbattuto più di tanto per emergere. Sì, ho mandato qualche manoscritto in giro per agenzie... ma non ho mai partecipato a concorsi (se non a quello di ilmiolibro e di Giulio Perrone Editore, ma sempre con romanzi e senza risultati degni di nota), non ho cercato contatti in giro per fiere e presentazioni ecc ecc... Mi potresti dire che così non si va da nessuna parte, che se non mi do da fare io nessuno verrà a cercarmi, e avresti perfettamente ragione. Il fatto è che non mi sento di avere ancora per le mani il materiale giusto, quello su cui poter puntare tutto e credere fino in fondo. Senza questa certezza, mi manca l'ego per affermare che i miei lavori siano migliori di mille altri, e meritino di più.
    Poi di sicuro c'è chi ha molto più talento di me e si fa in quattro per farsi conoscere, e nessuno se lo fila ugualmente. Quello letterario è un mondo decisamente strano...
    Di queste cose si potrebbe andare a vanti a parlarne per ore, e sono certo di non aver scritto niente di nuovo. Il tuo booooohhh, in fin dei conti, era molto più pertinente! :-)
    Ciao e grazie mille ancora! ;-)

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    1. Oops... ho sbagliato, volevo inserirlo come risposta. Va beh, si capisce ugualmente. Ariciao! ;-)

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    2. Il fatto è che la gente, il più delle volte, si lascia convincere dalla pubblicità.
      "Lava più bianco, lava più bianco" e alla fine...

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    3. Ooops, pure io volevo inserirlo nella risposta precedente :-))

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    4. Ava come lava!! :-)) Verissimo, Serenella, hai perfettamente ragione. La domanda però è: come si arriva ad ottenere tanta pubblicità? Il passaparola ha il suo peso, ma spesso sono le case editrici a spingere in modo spropositato certe opere piuttosto che altre (e il più delle volte, se mi è consentito di dirlo, le più mediocri). Allora che meccanismo c'è dietro? Che requisiti deve soddisfare un romanzo per ottenere tanta fiducia da parte dell'editore? Oppure dovrei dire: che garanzie deve offrire l'autore?
      A mio parere sono leggi insondabili... per questo ho posto la fortuna in cima ai fattori preponderanti del successo: ti deve leggere la persona giusta, con l'umore giusto, al momento giusto... Ma anche qui, niente di nuovo. ;-)
      Che poi siano le opere più mediocri a riscuotere maggior successo, non c'è da stupirsi e non è nemmeno da biasimare. Anche Eco direbbe che la grande massa, di media educazione e cultura, è per definizione "mediocre", nell'accezione letterale e non dispregiativa del termine (dal latino "medius": che è in mezzo). E' tutta una questione di numeri...
      Poi sta all'autore decidere se scendere a compromessi oppure no... :-)

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