mercoledì 7 novembre 2012

Sergio Boldini - Davanti a un tavolo... - racconto


DAVANTI A UN TAVOLO APPARECCHIATO
Sergio Boldini 

Anche la cima della collina non riusciva a lenire la calura di fine luglio. Il piazzale che si apriva davanti alla basilica di Superga brulicava di gente, per lo più famiglie con i bambini che scorrazzavano e urlavano al sole incuranti dei richiami delle mamme sedute sulle panchine di pietra.

   Conoscevo Mirella da un paio di mesi ma la nostra storia si era già incrinata a causa di una gelosia troppo esasperata che, a volte, sfociava in vere e proprie tragedie. Proprio per questo avevo scelto una gita fuori porta piuttosto che un fine settimana al mare.
   Eravamo saliti alla basilica dello Juvarra per visitare la cripta reale che conteneva le spoglie dei componenti la Casa Savoia e cercare l’immagine di un ricordo davanti alla lapide eretta in memoria delle 31 persone scomparse il 4 maggio 1949, quando l’aereo che riportava a casa la squadra del Torino si era schiantato contro la base del muro di contenimento. I dieci undicesimi della nazionale italiana di calcio erano scomparsi in quel tragico impatto. Avevo otto anni e piansi quando mio padre ci diede la notizia.
   Una signora anziana con un cappello di paglia che le copriva l’intero volto, continuava a sfiorare un angolo della lapide con le dita della mano sinistra. Con l’altra ripeteva più volte il segno della croce.
   Lasciammo il piazzale che era già l’imbrunire. Giù in fondo la città sembrava afflosciarsi nel chiarore che si lasciava morire lungo le strade e i corsi alberati che si indovinavano tra le case.
   Guardai Mirella che si sistemava una ciocca di capelli.
   «Più o meno a metà strada ho visto una trattoria con pergolato, se vuoi possiamo fermarci e mangiare qualcosa.»
   Lei sorrise, salì in macchina ma non rispose.


Sotto al pergolato di gelsomino il profumo inebriava. C’erano una serie di tavoli sistemati alla rinfusa. Un signore di mezza età era seduto a uno di questi e se ne stava ritto con la schiena appoggiata alla sedia, le braccia allungate in avanti e le mani appoggiate sulla tovaglia del tavolo. Indossava un vestito di lino color nocciola, una camicia bianca con il colletto sbottonato. Sembrava fissare il vuoto, la mente persa in chissà quali pensieri. Nel piatto una coscia di pollo appena intaccata e qualche foglia d’insalata verde. Nel bicchiere due dita di vino rosso.
   Una signora tracagnotta, i capelli neri a caschetto, le labbra trattate con un rossetto tendente al viola, pantaloni blu e una camicia gialla che tratteneva a stento due seni opulenti, ci venne incontro.
   La guardai.
   «Buona sera. È possibile cenare?»
   La donna sorrise mettendo in mostra una fila di denti non proprio bianchi. Notai anche uno strano luccichio tra un canino e un incisivo. Forse il riflesso della luce su un pezzo di ponte o qualcosa di più civettuolo che però non aumentava di certo il fascino della persona.
   «Certo che sì. Purtroppo vi devo fare accomodare in uno di questi tavoli interni. Il cliente che è fuori, sotto al pergolato, ha avuto un malore e vorrei lasciarlo tranquillo.»
   «Ah, mi spiace, nulla di grave spero.»
   «No, credo di no. Forse il caldo, un abbassamento di pressione… con queste temperature si sta bene solo al mare o in piscina.
   Ci sedemmo all’unico tavolo apparecchiato per due. Mirella si era seduta di fronte ma la vedevo sofferente, timorosa. Non parlava e osservava l’ambiente stringendo le labbra, quasi un segno di fastidio, come se qualcosa la infastidisse.
   «Non ti piace il locale, vuoi che ce ne andiamo? Ci sono un sacco di posti dove fermarci.»
   «Ma… non so, c’è qualcosa che non mi quadra.»
 Mi guardava con un’espressione strana accentuata da una piega delle labbra che significava disagio. Continuava a muovere gli occhi e la testa in direzione del signore seduto sotto al pergolato.
   «Quello non si muove.»
   «Chi?»
   «Come chi, quello seduto fuori.»
   «Magari sta pensando ai fatti suoi, che ne sai… un amore finito, un figlio che ha perso il lavoro, la pensione che si allontana.»
   Lei sbuffò.
   «Possibile che tu ci debba sempre ricamare sopra?»
   «Mi sembra la cosa più sensata. Cosa ne sappiamo noi? Possiamo solo immaginare, fare delle supposizioni, cercare di indovinare un pezzo della realtà, dei gusti, della vita di una persona osservandone il comportamento, il modo di vestire, di parlare, di gesticolare.»
   «Quello non sta parlando né gesticolando. Quello proprio non si muove, manco pensa. Sai cosa ti dico? Quello mi sa che è morto.»
   «Mirella, dai, sempre la solita. Ma ti pare che…»
   «Senti, lo sto guardando da qualche minuto. Non ha mosso un dito, un muscolo e non respira. Ha un colore che ho già visto altre volte, tante altre volte e non mi piace per niente.»
   «La tua mi sembra una conclusione macabra e un po’ affrettata. Fosse così non ci avrebbero fatti accomodare.»
   «Sarà come dici tu, io però continuo a non vederci chiaro.»
   L’uomo comparve all’improvviso. Pantaloni neri, camicia azzurra, un block notes tenuto aperto con la mano sinistra, la biro nella destra. Sulla quarantina, magro, capelli neri, unti, naso aquilino e un forte accento meridionale.
   «Posso consigliarvi il piatto della casa?»
   Prima che aprissi bocca, Mirella si era girata, l’aveva fissato con gli occhi a fessura.
   «Senta, sia gentile… quel signore là fuori… qualcuno è andato a controllare come sta?»
   «Sì, la signora Rosaria.»
   «E cosa dice la signora Rosaria?»
   «Niente, non è mica un medico. Gli ha fatto una tisana calda ma lui non l’ha bevuta
   «Non avete chiamato l’ambulanza?»
   «Certo, la stiamo aspettando.»
   «Scusi se insisto ma a me quel signore fa uno strano effetto. Non muove neppure gli occhi, non respira, è dieci minuti che lo guardo ma non ho notato alcuna reazione. E poi quel pallore… mi dica la verità, quello è morto.»
   L’uomo cercò di mascherare il suo imbarazzo tossendo e portandosi una mano alla bocca, si grattò un sopracciglio, farfugliò una mezza frase che nessuno capì, poi girò la testa verso la cucina e quando fu certo che nessuno stava per sopraggiungere si spostò un poco e si chinò facendo quasi un inchino.
   «Sì, signora. Un’ora fa, ha avuto un malore ed è morto. È rimasto così come è adesso, con gli occhi aperti e le mani sul tavolo. Forse un infarto, un ictus. È mezz’ora che stiamo aspettando i carabinieri e il medico legale. Non possiamo toccarlo.»
   Mirella aveva gli occhi sgranati. Mi guardava con la bocca aperta.
   «Ecco, lo sapevo. Cosa ti avevo detto? Quel colore… ce l’hanno solo i morti, solo loro… e lei, scusi ma perché tutte queste bugie?»
   «È per via… sì, insomma, la signora Rosaria non voleva che questo episodio, seppure triste e increscioso, turbasse l’animo dei clienti.»
   La scena aveva un che di teatrale, di assurdo. Era quasi ridicola. Mi alzai infastidito. Mirella fece altrettanto.
   «E se nel frattempo fossero arrivati i carabinieri e il medico legale cosa vi sareste inventati, che stavano girando una puntata della serie dedicata al dottor House?»
   Mentre ci dirigevamo verso l’uscita, la tracagnotta sbucò dalla cucina quasi di corsa.
   «Signori, ho gli agnolotti già cotti, ve li serviamo subito.»
   Mirella la incenerì con un’occhiata trasversale.
   «Li tenga al caldo, tra poco avrà degli ospiti di riguardo.»
   Fuori, il signore non si era mosso, era rimasto con le mani appoggiate al tavolo, il busto eretto, lo sguardo fisso su un’immagine difficile da identificare. Osservandolo con più attenzione mi parve di leggere sulle sue labbra una specie di sorriso. Chissà, forse anche per lui quella sua triste esibizione aveva un che di spassoso.
   Salimmo in macchina. Dopo qualche centinaio di metri sentimmo l’ululato di una sirena. L’alfa dei carabinieri seguita da un’ambulanza stavano arrivando. Guardai Mirella e mi accorsi che sorrideva.
   «Ti sei divertita?»
   «No, tutt’altro. Pensavo invece che di te si può dire di tutto ma non che ti manchi l’originalità.»
   «Lo devo interpretare come un complimento? E in particolare, a cosa ti riferisci?»
   «Beh, onestamente devo ammettere che un invito a cena con il morto non me l’aveva mai proposto nessuno.»



10 commenti:

  1. Sai, Sergio, lo definirei un racconto pieno di mestizia questo tuo.
    Già a partire dal luogo d'inizio, la basilica di Superga, che subito fa ritornare alla mente la morte di quei giovani atleti; una tragedia rimasta nella memoria nazionale.
    A parte la morte di quel poveretto al ristorante, poi, anche il rapporto fra i due richiama a un qualcosa di defunto, o stiracchiato se vogliamo essere più leggeri, ed è soprattutto nella descrizione del comportamento di lei che si acuisce questa impressione.
    Verrebbe da chiedersi come è andata a finire la storia, visto che sembra molto realistica, quasi un ricordo riportato.
    Inutile aggiungere che scrivi molto bene.
    Un cordiale saluto.

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    1. Sai, cara Serenella, in effetti la cosa sta proprio così. Il fatto è accaduto veramente e chi me l'ha raccontato è mia cugina. Aggiungi anche che tutto quanto è successo nel momento in cui tra lei e il suo compagno le cose stavano finendo e... già, ho cercato di non allontanarmi troppo dalla realtà. Purtroppo, aggiungo, la tragedia della squadra di calcio del Torino non può essere dimenticata.
      Grazie per il passaggio e per le parole.
      Un caro saluto, Sergio.

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  2. Certamente si poteva raccontare la stessa storia in altra chiave, meno triste, più leggera. Si poteva sdrammatizzare omettendo anche l’infausto incidente di Superga e magari inventare un altro contesto. Anche i dialoghi non promettevano una scampagnata allegra, ma tu da bravo regista avevi preparato il lettore al peggio, creando una cupa atmosfera. Anche l’afa aiuta a rendere la situazione irrespirabile e pesante.
    Si poteva certamente ma perché? E perché mai? Con il rischio di cadere nel grottesco? Di trasformare la tragedia in farsa? Si poteva alleggerire ripeto, ma tutto sommato, concordo con la tua scelta, molto rispettosa nei confronti del malcapitato.
    E pur provando un’infinita pena per la fine di quell’uomo, così triste, il fatto non mi ha disturbato e trovo il tuo racconto, che sottolinea il cinismo, la mancanza di tatto da parte del ristoratore, ben costruito e come al solito molto ben scritto. Anche i dialoghi mi convincono.
    Ben tornato.

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    1. Caro Franco, concordo su tutto ma il fatto, come già ti ho scritto, è successo veramente. Si tratta di mia cugina e non volevo e non potevo aggiustare la storia con fantasie che non avrebbero trovato la sua approvazione. Lei ha letto il racconto e ne è rimasta soddisfatta. C'è un po' di mio, certo ma tutto sommato credo ci possa stare.
      Naturalmente ti ringrazio per questo commento da prof.
      Un caro saluto, Sergio.

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  3. Mi è piaciuta molto questa storia, Sergio, molto, veramente.
    Ti dirò che l'essenzialità con cui hai raccontato, i modi untuosi del cameriere, dell'oste, insomma il voler chiudere gli occhi e far finta di niente, essenziale e poi la bella e simpatica presenza di questa signora che vede, l'unica che vede, che si accorge, perchè per accorgersi di qualcosa dobbiamo avere gli occhi aperti.
    Veramente piaciuto ,bravo Sergio
    Ippolita

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    1. Cara Ippolita, lieto che il brano ti sia piaciuto e soddisfatto per le tue osservazioni che colgono esattamente il quadro reale dell'accaduto. Sai, la mia convinzione è che un autore deve sapere trasmettere emozioni, qualunque esse siano. Naturalmente quello che si riesce a trasmettere va inteso come trasmissione della sensazione o emozione propria dell'autore che, a volte, non combacia con quella del lettore. La cosa importante, in ogni caso, è rappresentata dalla capacità di trasmettere ciò che l'autore sente.
      Grazie per il passaggio e per il commento.
      Un saluto, Sergio.

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  4. Ottimo racconto.
    Scritto con la giusta misura.
    Un esempio di come si possa fare della buona prosa,
    partendo da un fatto reale di cronaca.
    Complimenti
    Beppe

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    1. Grazie Beppe, un bel commento il tuo che apprezzo in particolare per l'osservazione che fai sul fatto reale di cronaca. Non so se capita anche ad altri ma nella mia cerchia di amicizie e conoscenze ho modo di ascoltare molti avvenimenti che potrebbero benissimo essere trasformati in racconti. Purtroppo a me succede di rado, solo quando la narrazione di un fatto contiene quella che io chiamo "la scintilla", allora e solo allora, l'ispirazione diventa automatica e ciò che ho ascoltato si tramuta in un raccono.
      Ti ringrazio del passaggio e del commento.
      Un saluto, Sergio.

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  5. Cosa non si fa per conquistare una donna!! ;-) Mi ha ricordato il film "Week end con il morto"... Devo dire che mi ha sorpreso, di certo il colpo di scena c'è, anche se non è finale, ma a metà, ma chi se l'aspettava che il racconto prendesse questa piega? Direi bravo! Dieci e lode:-)
    Ma alla fine, lei lo molla o no???

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    1. Cara Stefania, come ho già risposto più sopra, la protagonista della storia non è altri che mia cugina, la quale mi ha raccontato questo episodio capitatole qualche anno fa. La soria con il compagno di allora era già in crisi ed è finita poco dopo quest'avventura. Io ho solo cercato di attenermi alla crudezza dell'accaduto e all'indifferenza che ne è derivata.
      Grazie per i complimenti.
      Un caro saluto, Sergio.

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