martedì 27 novembre 2012

racconti sul podio - tre dita - Fabio Paisan


TRE DITA
di
Fabio Pasian

1° classificato – Sezione narrativa alla XVI Edizione del Concorso Città di Melegnano 2011



Altre montagne, queste. Così diverse da quelle di casa sua. Nella zona dove era stato destinato le montagne erano davvero bellissime. Ma le sentiva fredde, lontane, ostili. Le pareti a picco, la roccia viva, i riflessi rosa all’alba e al tramonto, i massi e i ghiaioni candidi, tutta questa esibizione di potenza e maestosità lo metteva in soggezione. Le ammirava, ne aveva rispetto, ma non riusciva ad amarle, quelle montagne aspre, scoscese. Quelle di casa sua avevano pendii dolci, coperti di pini e larici, prati coperti di fiori. Lì, a casa, le cime di roccia erano lontane, più vicine al cielo che agli uomini: era così che doveva essere. Qui la roccia era troppo vicina, troppo incombente.

Lo aveva pensato subito, non appena arrivato nella zona delle Tofane nel giugno dell’anno prima, al rifugio Wolff-Glanvell. Il suo plotone, un centinaio di soldati agli ordini del sottotenente Klapeer, era stato assegnato al presidio di quella zona strategica, punto nodale per la difesa di tutto il territorio montano. Per svolgere in maniera ottimale il loro compito, avevano creato avamposti all’imbocco della Val Travenanzes, sul Col dei Bos, alla Fontananegra. Una postazione era stata costruita allo sbocco orientale della Val di Fanes.
Da quelle postazioni si poteva godere di stupendi paesaggi. Lui ricordava con particolare piacere una trincea sul Col dei Bos, che avevano chiamato “del leone”. Da quel punto, la vista sul Vallon Bianco era da togliere il fiato. Sul suo fianco si intravedevano ghiaioni, sormontati da brevi spiazzi su cui cresceva vegetazione che screziava di verde il grigio della roccia. Da lì si poteva anche scorgere la postazione preparata dai suoi commilitoni su una cornice della montagna. Ma lui non era in realtà legato al panorama; ricordava invece con gioia che, mentre era in servizio in quella trincea, gli era arrivata da casa una lettera con la notizia della nascita di suo nipote, il figlio di sua sorella. Una delle poche buone notizie, in quel periodo in cui sembrava che Dio avesse abbandonato gli uomini alle loro lotte. Stupide, sanguinarie lotte. Gente di montagna contro gente di montagna. Fratello contro fratello.
Li aveva passati tutti, nei primi mesi, i posti di guardia di quella zona: il posto Flügel, il Castelletto, la parete Fuchs, la buca Zünd, la trincea del leone, il posto Lauer, la Forcella Fiorenza, perfino quella trincea lontana cui nessuno aveva dato un nome, quella tra le rocce, immediatamente a sud della cascata.
Infine l’avevano assegnato all’osservatorio di artiglieria alle Tre Dita, una postazione formata da tre caverne e difesa da due mitragliatrici. Il posto di guardia più alto di tutti, a oltre 2700 metri di quota, addossato a quelle pareti, a quelle rocce, a quei massi che non riusciva ad amare. Proprio lui era stato assegnato a quell’incarico. Non era contento di quel comando, ma a tutto ci si abitua: a mangiare poco e male, a vivere in trincea, ai pidocchi, alla paura di essere colpiti. Abituarsi a salire faticosamente qualche sentiero, arrampicarsi per alcuni tratti, per raggiungere da quelle caverne le postazioni di vedetta, era stata di tutte quelle cose forse la più difficile. Ma si era abituato anche a quella.

Le Tofane erano di un rosa acceso quella sera di luglio. Stava salendo con il caporale Delcher quella specie di ripido sentiero che l’avrebbe portato alla postazione B, la più alta, che tutti chiamavano “dell’aquila”. Andava a dare il cambio al soldato di vedetta, e avrebbe coperto il turno della notte.
La giornata era stata splendida e soleggiata. La roccia era ancora calda per il sole del pomeriggio, il tepore gli riscaldava le mani quando le appoggiava ai massi per non perdere l’equilibrio lungo la salita.
Erano giorni tranquilli, quelli. Le truppe di entrambi gli eserciti si logoravano in un interminabile confronto di posizioni. Per i soldati questo si traduceva in lunghe attese, un’attenta osservazione, alcune fondamentali cautele per evitare i rischi. Non era un periodo di pericolo eccessivo: era sufficiente non esporsi troppo, non farsi trovare lungo tratti scoperti dove si poteva incappare nel tiro di qualche cecchino. Tutte cose che lui, con l’esperienza che si era fatta in quei dodici mesi e ventiquattro giorni di fronte, sapeva gestire benissimo. Erano i novellini a rischiare di più. Come quel ragazzino che era arrivato a metà maggio, insieme ai rinforzi mandati dalle retrovie. Aveva attraversato troppo lentamente quel tratto di sentiero che collegava i due massi chiamati “sella di cavallo”. Così facendo, era diventato un perfetto bersaglio sullo sfondo del ghiaione, e si era beccato una palla in fronte. Poveretto.
Lui e Delcher giunsero infine sulla cima e si infilarono quasi strisciando all’interno del punto di osservazione. Era una specie di garitta improvvisata, costituita da pietre dolomitiche tenute insieme con un po’ di cemento; l’avevano costruita con fatica, sotto il tiro dei soldati nemici. Oddio, nemici. Altra gente, uomini che vivevano tra montagne diverse dalle loro e che avevano l’unico torto di parlare una lingua diversa. Tutto sommato aveva più cose in comune con questi uomini, con cui non poteva comunicare, che con tanti bellimbusti che popolavano le strade della capitale e magari frequentavano i palazzi reali.
«Ecco il tuo cambio» disse il caporale al giovane soldato che si trovava accoccolato nella garitta. Era uno arrivato da poco, un ragazzetto biondo con una faccia piena di lentiggini. Lui non si ricordava nemmeno come si chiamasse: era un nome lungo e complicato.
«Novità?»
«Nessuna, caporale, tutto tranquillo. Non ci sono stati nemmeno i soliti movimenti, i lavori di scavo che avevamo visto fino a ieri. Veramente tutto tranquillo».
Il ragazzino e il caporale uscirono verso il sentiero, e lui rimase solo all’interno della garitta.
«Ormai la vedetta la fai da più di un anno, Maier» gli disse il caporale «non ho bisogno di farti alcuna raccomandazione. Ricordati solo di utilizzare i traccianti nel caso ci fosse da dare l’allarme».
«Non ti preoccupare, Delcher» sorrise lui «me la so cavare».
Era l’unico dei soldati che si permetteva di chiamare il caporale per cognome, e non per grado. D’altronde erano arrivati insieme, un anno prima, appunto. Delcher aveva fatto carriera perché a quella guerra ci credeva; e ora comandava, e rischiava di meno. Oddio, solo un po’ di meno, in realtà. Il caporale visibilmente non gradì quella confidenza, soprattutto in presenza di una recluta. Fece una smorfia, ma non commentò. Salutò, e sparì con il ragazzino lungo la discesa.
Maier sorrise tra sé. Un anno prima, aveva fraternizzato con Delcher, gli era sembrato un buon diavolo, l’aveva aiutato più di una volta in situazioni difficili. Ma ora non gli piaceva quell’aria di superiorità che aveva messo su dopo la nomina a caporale. In generale, non sopportava la gerarchia, soprattutto quella forzata dalla situazione bellica. In fondo, erano tutti dei poveracci obbligati a una vita impossibile: non aveva senso che alcuni si sentissero superiori.

Rimase girato verso la Val Travenanzes, nella direzione da cui era arrivato. Le rocce della Tofana di Dentro e della Tofana di Mezzo, vicinissime, erano di un rosa intenso, stupefacente. Dall’altra parte, la visuale verso la Furcia Rossa e il Fanes, in controluce, era straordinaria. Guardò quello spettacolo come fosse la prima volta. Era una meraviglia, un capolavoro del creato. Sgorgò spontaneo dal suo cuore un ringraziamento a Dio per tanta bellezza. Ma come aveva fatto a non accorgersene prima? Come mai tanta diffidenza per quelle rocce? Perché le aveva sentite fino ad allora così ostili? Forse perché aveva troppo rispetto per il Creatore, che aveva sentito davvero lontano. Ma ora, aveva rischiato la vita così tante volte che il Cielo non gli sembrava più così distante.
Continuò a ruotare su se stesso: ammirò il Lagazuoi e, oltre il Col dei Bos, il cielo al tramonto. Tutte le sfumature dell’arancione, del rosso, del viola. Le montagne più lontane erano un profilo, come ritagliate con le forbici da un pezzo di carta nera. Come faceva lui da bambino, quando sua nonna gli insegnava a estrarre dal foglio figure di animali, di frutta, di semplici oggetti.
Oltre alla massa incombente della Tofana di Rozes, il pilastro della Punta Marietta, completamente all’ombra, si stagliava contro il cielo. Sembrava costruito con rotelle di roccia, impilate l’una sull’altra. Bassi cilindri, come quelli che suo padre aveva ricavato dai rami dei pini e levigato con cura, e che lui aveva usato, insieme agli altri bambini di casa, per inventare le costruzioni più strane.
Oltre la “V” definita dalle pareti sopra la Forcella Fontananegra, in lontananza, i massicci del Sorapiss e dell’Antelao erano ancora inondati dal sole. Il rosso della roccia era abbagliante. Gli venne in mente una leggenda che gli aveva raccontato sua nonna.
Un tempo Laurin, il pacifico re del popolo dei Nani, aveva su una montagna il suo giardino di rose. Rosengarten si chiamava, appunto, quella montagna. Le rose erano il segreto della potenza del suo popolo. I popoli vicini ne erano gelosi, e gli mossero guerra. Re Laurin fu sconfitto, e rimase prigioniero dei suoi nemici per sette anni. Al suo ritorno, vedendo le rose del suo giardino, causa della guerra che aveva perduto, le maledisse e ordinò loro di non fiorire mai più, né di giorno né di notte. Nella sua maledizione dimenticò però alba e tramonto: è quello il momento in cui, ogni giorno, le rose di Laurin fioriscono, dando alla montagna quel suo incredibile colore rosso.
“La guerra sta dappertutto, anche nelle leggende più belle” pensò, “gli uomini non ne possono proprio fare a meno”. E così, improvvisamente, ricordò il motivo per cui stava appollaiato in quel punto da cui quella sera aveva avuto la benedizione di quella visione. Sospirò. Abbassò lo sguardo e attraverso la feritoia osservò con il binocolo le postazioni nemiche. Aveva ragione il ragazzino cui aveva dato il cambio: la situazione era tranquillissima. I nemici se ne stavano al riparo nei loro rifugi, sembrava quasi non fossero lì. Aveva scorto solamente ad un certo punto un riflesso metallico, probabilmente un raggio dell’ultimo sole su una baionetta.
Alla fine, quando anche l’ultima luce del crepuscolo si fu spenta, ruotò su se stesso e si appoggiò con la schiena al muretto di pietre che fungeva da corpo della garitta.

Rimase seduto al buio, a lungo. Avrebbe ripreso in mano il binocolo e osservato nuovamente le postazioni nemiche di lì a poco. Intanto lasciava i suoi pensieri liberi di vagare. Faceva sempre così. Ritornava indietro nel tempo, a quando stava a casa, con la famiglia. Cercava di dipingersi nella mente ogni angolo del suo paese, ogni spigolo di ogni casa, ogni fronda di pino. Ogni sentiero che portava nel bosco: quello verso il torrente, quello da cui si vedeva il fondo valle, quello che portava, dopo una camminata di più di mezz’ora, al paese vicino. Sentieri che percorreva in compagnia del suo cane, quella specie di bracco allegro e giocherellone, compagno generoso e inseparabile. Tentava di ricordare ogni ruga nel volto della nonna, ogni ciocca di capelli di sua sorella. Ogni tratto del volto di Maria.
Maria. Si conoscevano fin da ragazzini, lei aveva due anni meno di lui. L’aveva vista crescere, sempre più bella, sempre più dolce. L’amava da sempre. Quando si incrociavano lungo le strade del paese, o in chiesa, lei abbassava gli occhi per non incontrare i suoi. Eppure, il giorno in cui lui era partito per il fronte ed era andato a salutare la famiglia di lei, era stata lei a seguirlo in strada. Ed era stata lei a baciarlo, a lungo, con passione, spingendolo contro il muro di pietra della sua vecchia casa. Ed in casa era poi scappata, senza voltarsi, rossa in viso.
Maria. Se fosse stato possibile, l’avrebbe sposata lì, vicino a Dio, sotto il cielo delle Dolomiti, testimoni quelle montagne rosa.
Si chinò in avanti e tirò fuori dalla tasca della divisa la scatola del tabacco e una cartina. Si arrotolò una sigaretta e la leccò per garantirne la perfetta chiusura. Era diventato bravissimo a farlo nel buio più completo. Quindi estrasse la scatoletta dei fiammiferi e ne sfregò uno contro una pietra. Rimase ad osservare per qualche secondo la fiammella scintillare nel buio, poi se la portò al volto e accese la sigaretta.
Fu in quel momento che udì il rumore provenire dalla Val Travenanzes, davanti al lui. Lieve, come di un rametto spezzato dal passo di uno scarpone. Subito dopo, prima ancora che il dolore gli squarciasse il petto, udì lo sbattere metallico del suo elmetto contro la parete di pietra della garitta.
Gli avevano sparato. Si era fatto beccare, che imbecille. Accendendo la sigaretta si era reso visibile. Ma avrebbe dovuto essere al sicuro. Lo sparo proveniva dalla valle: come era possibile? La valle era presidiata dai suoi commilitoni. Forse i nemici avevano conquistato qualche nuovo avamposto; o forse qualcuno dei suoi aveva sbagliato bersaglio.
Doveva dare l’allarme. Ma non riusciva a muoversi. E la pistola con i traccianti era fuori portata, non sarebbe riuscito a raggiungerla. Era inutile, a se stesso e ai suoi. Dopo qualche minuto udì il rimbombo degli spari: doveva essere in corso un attacco nemico.
Il dolore al petto era aumentato. E il calore sembrava gli stesse uscendo dal corpo insieme al liquido che sentiva bagnargli l’uniforme. Sentì freddo, un grande freddo che si impossessava di lui. Come se stesse nevicando.
Freddo. Si sentiva come la regina della leggenda che sua nonna usava raccontare ai bambini attorno al fuoco, nelle lunghe serate d’inverno.
C’era una volta una regina molto amata dal suo popolo. Ella ricambiava questo amore con doni che elargiva copiosi ai suoi sudditi. Da giovane aveva decorato ogni angolo del suo regno con fiori di ogni tipo, ghirlande profumate e multicolori, rametti fioriti.
Il tempo era passato e la regina aveva donato al suo popolo frutti succosi e profumati, grappoli maturi e saporiti, bacche dolcissime da mangiare o un po’ acidule per rendere più saporite le pietanze. Poi aveva dipinto tutto il suo regno di colori vivaci: giallo, rosso, marrone, oro, arancione.
Ma la regina era invecchiata. Sentiva di non avere più la forza di lavorare per il suo popolo e si sentiva sola e inutile. Vedeva il suo regno diventare sempre più freddo e triste, in sintonia con il suo umore. Si era allora distesa sul suo letto a riposare.
Dal cielo era incominciata a scendere la prima neve. La regina sentiva freddo, tanto freddo. Le fate allora, per riscaldarla, catturarono i fiocchi di neve e, tessendoli, prepararono una coperta magica.
Quando la coperta fu pronta, le fate la distesero sul letto della regina, che sorrise, ringraziò e se la avvolse attorno al corpo. Non sentì più il freddo, e si addormentò.
Passò un po’ di tempo. Un giorno la coperta magica scomparve, e la regina si risvegliò: era di nuovo giovane e piena di energia, pronta a distribuire i suoi doni ai fedeli sudditi, che tanto la amavano.
Chissà se, come la regina, sarebbe risorto anche lui a primavera. Chissà se ci sarebbe stata anche per lui la resurrezione della carne che il prete prometteva ogni domenica dal pulpito. Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris. Sei polvere, e in polvere ritornerai. Ma dopo? Avrebbe rivisto in qualche altro mondo sua nonna, suo padre? Maria?
«Soldato Maier Josef» recitò con il suo ultimo filo di voce, «matricola 96037804, Terzo Reggimento Landesschützen. Nato a Mühldorf in Carinzia il 10 luglio 1896, morto a Dickschädl, Punta Tre Dita, Dolomiti, il 9 luglio 1916. Domani sarebbe stato il mio ventesimo compleanno».

5 commenti:

  1. Lo trovo un ottimo racconto di stile classico, per impostazione, per la scrittura e per il testo. La grande guerra ha sempre il suo fascino. Direi che questa è quella che si definisce una "buona lettura". In fondo, da Melegnano, mi aspettavo proprio qualcosa del genere. Bello.

    RispondiElimina
  2. Stile sobrio,tagliente e colto. Mi ricorda un grande scrittore del passato.
    Un fiammifero e via Pin; direbbero le genti delle Tofane.
    Un bel racconto, anche i giovani austriaci avevano un'anima
    Piperita

    RispondiElimina
  3. Uno stile classico, sì, e un bel raccontare. L'immagine dell'attesa è ricorrente nella letteratura e qui è ben sviluppata; nitide e dettagliate le descrizioni delle montagne, evidentemente fatte da un conoscitore dei luoghi.
    Mi ha colpita una curiosità: lo scrittore il massiccio dolomitico lo chiama Rosengarten, alla tedesca, mentre in italiano viene chiamato Catinaccio. Quest'ultima denominazione sembra quasi un toscanismo... quel finire in accio... che non è da intendere in senso spregiativo, semmai, credo, da intendersi con burlesco affetto, quasi a legare con affettuosa intimità.

    RispondiElimina
  4. La verità? Avrei gradito più stringatezza nelle descrizioni e più approfondimento nelle storie. Quella del protagonista, del ragazzo novellino e magari anche quella del caporale Delcher.
    Toccante la parte finale.

    RispondiElimina
  5. L'originalità di questo scritto sta nell'esporre con gli occhi dell'altro: infatti siamo abituati a vedere i racconti di guerra con i nostri occhi, non con quelli dell'avversario.
    Questo, secondo me, mette in risalto l'umanità intrinseca del racconto.

    RispondiElimina