sabato 29 dicembre 2012

E. Sala - Post nubila...- racconto


POST NUBILA PHOEBUS
di Elisa Sala


etichetta: racconti AA.VV.

L’uomo uscì dal sonno comatoso, aprì faticosamente gli occhi e si guardò intorno. Non riconobbe subito il luogo; lentamente riemerse dalle brume del sogno e precipitò nell’incubo del presente che lo attanagliava. “Quanti giorni”? Sospirò, “ma”!   La piccola stanza conteneva quattro letti, tutti occupati. Le forme, che si intui-vano sotto le coperte, erano immobili, solo qualche colpo di tosse e dei respiri pesanti facevano presumere a dei compagni di sventura dormienti.

Angelo era entrato in quella struttura ospedaliera con le scarpe, e pensava già che ne sarebbe uscito senza. Nei primi giorni vagabondò per i corridoi, ma le tante cure e sofferenze subite lo avevano prostrato; la stanchezza e la malattia presero  il sopravvento.    Ai piedi del letto c’erano ancora le ciabatte, non sue, ma del figlio, perché più nuove. Dalla strada saliva monotono e fastidioso il rumore del traffico.     ...«Bel posto per mettere un ospedale!» aveva brontolato dal primo giorno di ricovero.   La stanza era in penombra. La poca luce proveniva dalle tapparelle abbassate. Un raggio di sole si era infiltrato fra le stecche e proiettava nel muro ombre di foglie mosse dal vento che creavano nella mente di Angelo figure labili e fantastiche.   Gli sovvenne che al suo ricovero, quando era entrato in quella stanza la persiana era alzata, ma giorno dopo giorno, lentamente e senza motivo apparente veniva abbassata da una solerte infermiera. Ricordò vagamente un racconto di Buzzati: là si narrava di piani, qui di listarelle. Più giù, sempre più giù…verso il baratro. “No!” esclamò a voce alta. Nessuno si mosse.   Angelo voleva andare a casa, ma quale casa?   Dopo un profondo sospiro e sfiorandosi il mento irto di peli bianchi, si riaccomodò e chiuse gli occhi…Sentì una voce lontana…”Chi parla?”
***
 - Mettete via le vostre cose, la lezione è finita…-- Il brusio e il tramestio, provocati dai  compagni di scuola alle parole di quella figura allampanata del maestro, cessarono. Egli aprì la porta e il riverbero del sole gli illuminò la corona di capelli  bianchi, sembrava portasse una aureola come i santi, e per Angelo, affezionato a quest’uomo, lo era veramente. Il  maestro, oltre ad avere una pazienza di Giobbe, aveva un occhio di riguardo per gli alunni più interessati e li riempiva di libri che tirava fuori dall’ampio mantello come uscissero dal cappello di un mago. La scuola vicina alla Chiesa e all’Ufficio Postale, era composta da un’unica stanza. L’aula, col suo bell’impiantito di tavole d’abete, rumoroso ad ogni passo, e la panciuta stufa a legna, ospitava i ragazzi del paese di tutte le età.. Angelo uscì per primo, sorrideva, non vedeva l’ora di tornare a casa; troppa era la fame e, tanta la voglia di far vedere ai suoi il bel voto preso. Inoltre doveva  trovare la finestra più idonea per poter osservare il cielo stellato nella notte di novilunio. Stringeva fra le braccia le tavole delle costellazioni prestate dal maestro e in tasca aveva infilato un nuovo tesoro: la bussola. Scese la breve rampa di scale e si trovò immerso nella luce abbacinante della neve illuminata dal sole del mezzogiorno. Si riempì i polmoni di quell’aria fine che sapeva di buono.    Le montagne innevate facevano contorno a questo paese che si allungava nella valle percorsa dal torrente Boite. Le case e le strade erano ricoperte dall’ultima neve di primavera. Il ragazzo volse lo sguardo verso il Pelmo imbiancato e contornato da fitti boschi di larici e pini, pensando che fra non molto avrebbe fatto una faticosa scarpinata per condurre le bestie di casa sua all’alpeggio su a Forcella Staulanza, proprio ai piedi di quel monte, e già pregustava  l’assaggio del formaggio prodotto dal latte arricchito dal profumo di erbe alpine.   Angelo infilò frettolosamente le sue cose nel cassetto del suo “Rosa”, nome dato in un tempo lontano allo slittino di legno, sostituto prezioso della cartella.Era ingentilito da un’incisione di un fiore sul sedile, ormai traslucido dal grande uso. Inforcò il suo mezzo di trasporto con gli occhi socchiusi per il gran riverbero, e...via! Scivolò pericolosamente sulla strada ghiacciata in  discesa verso la sua casa, ultima del paese e vicina al bivio che portava a Villanova. Nell’impeto cercò di frenare, ma un sasso gli impedì la manovra e si vide sbalzato proprio nel cumulo di neve vicino. Un botto…nebbia… urlò “Mamma!”
                                                                    ***
    --Angelo, Angelo mi senti?
   --Chi mi chiama, sei tu mamma?--Aprì gli occhi e con fatica mise a fuoco la figura seduta accanto al suo letto. La donna sorrideva, assomigliava a una figura conosciuta… no! Era la compagna della sua vita, moglie e madre buona e gentile che lo aveva seguito paziente in questo lungo cammino. Pensò: “Ma quale lungo cammino? Solo ieri…solo ieri…mamma!” bisbigliò. Come in un caleidoscopio rutilante rivide tutto il suo percorso terreno.
  -- Ora viene il barbiere, tirati un po’ su…dai che t’aiuto. Angelo non fare così, devi combattere…Ti voglio a casa.-- Erminia, la moglie era affranta.   -- Sì, voglio tornare a casa--, borbottò l’uomo, -- voglio i miei monti. La piccola moglie non capì:
-- Sì. sì, vieni presto a casa.-- E aiutata dal barbiere cercò di sistemarlo.   Angelo lasciò fare, fece uno sforzo per non far capire la doppia realtà che stava vivendo, ma la voglia di ritornare al sonno era grande. Parlò, si lamentò, seguì con lo sguardo gli altri visitatori e, dopo un tempo interminabile e un ulteriore abbassamento delle tapparelle salutò Erminia e si rannicchiò cercando di riprendere nel sonno la via di casa. Si assopì...
“Post nubila Phoebus.” Guardò su. Nel soffitto ritrovò la scritta incisa sul cerchio di legno che contornava la lampada della grande cucina. Da anni sapeva la traduzione: “Dopo le nubi il sole”, ma nessuno dei suoi ne conosceva il significato. Ad Angelo piaceva pensare risalisse alla parziale ricostruzione della casa avvenuta dopo la rovinosa frana che più di cento anni prima aveva sepolto il paese. Per lui era un motto che dava speranza. Oggi no! Seduto con lui attorno alla grande tavola solo uno sparuto gruppo di familiari. Gli altri, tanti fratelli e sorelle, vivevano da anni in America. Lui, ultimo di una grande covata – chiamato dai parenti lontani  “il Baby”- viveva nella bassa  pianura padana. Il silenzio era fra loro, non lacrime, ma visi atteggiati alla circostanza. I montanari non piangono mai…
   Sospirò e nel sonno una lacrima percorse una ruga e si perse nel cuscino.

 la madre da poche ore riposava nel piccolo cimitero del paese, assolato e ventoso. Angelo aveva intuito sin dal suo arrivo una certa animosità e diffidenza nei suoi confronti da parte del fratello, e capì che per lui era diventato un estraneo, e forse un probabile usurpatore “del trono” e dei beni.  Non sapeva che fare, in fondo era anche casa sua, ma gli anni passati lontano avevano scavato un solco invalicabile. Non chiese nulla, nemmeno l’ospitalità per una notte e nessuno aprì bocca per offrirgliela. Faticosamente si alzò, salutò tutti con una stretta di mano e uscì sentendo alle spalle tirare un grande sospiro di sollievo. Angelo percorse lentamente la strada che lo portava alla stazione, non poteva perdere l’unico treno che collegava Cortina a Calalzo, si girò più volte finché vide sparire dopo una curva la casa, la sua casa!  Nell’aria ventosa che sapeva ancora di primavera salutò le baite, i prati, i boschi e le montagne. Si fermò e bevve avidamente l’acqua che usciva dalla cannella della fonte alpina; voleva assaporare il gusto natio, che lo avrebbe accompagnato nel viaggio verso la calura della città di pianura. Teneva stretta in mano una rosa rossa, strappata dal mazzo variopinto deposto sulla nuova tomba e pensò, guardando verso il cimitero, che sarebbe stato bello riposare sotto le zolle vicino ai suoi per poter riprendere un discorso mai finito, ma era troppo tardi…  
   Un’infermiera, sentendo dei rumori strani, si accostò al letto di quel bel grande vecchio, che non chiedeva mai. Non capì subito, lo chiamò, ma l’uomo si era addormentato per sempre,  un sorriso strano distendeva il suo volto, sembrava un bambino.
    Stringeva nel pugno chiuso  una rosa rossa.    



13 commenti:

  1. Lo conoscevo già, ma rileggerlo è stato ritrovare la tua mano che sa dipingere anche con le parole. Hai fatto un bel ritratto di questo "bel grande vecchio", come lo chiami, e dei suoi pensieri finali, e delle descrizioni dei luoghi, precisi e netti.

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    1. I miei vecchi sono gran belli.già i pensieri finali fanno il buono.
      E bello sentirsi dire lo ricordo.
      solo quel cosìcosì mi da Fastidio. Sono anch'io umana
      ciao e grazie

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    2. ovvio che quel cosicosì che mi ha dato fastidio non si riferiva a te, anzi era uno sfogo. Ma credo di essere capita da te.
      ciao!

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  2. Un ottimo pezzo per chiudere in bellezza questo 2012. Un brano triste, sì, ma che fa riflettere.
    Brava, Elisa, e tanti auguri per un fantastico 2013 pieno di soddisfazioni!

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    1. più avanti vai più triste si fa la situazione, o scrivi favole o meglio amcora storie d'amore, altrimenti...
      Contraccambio gli auguri

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  3. Oggi è bello pensare che questo ultimo viaggio, tra sogno e realtà, sia così sereno e dolce come lo descrivi tu. Altro non aggiungo se non tanti auguri.

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  4. Hai ragione.
    Magari!
    contraccambio

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  5. Molto bello questo racconto, anche se lo trovo velato di tristezza.
    Gilda

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    1. Mi sembrava di averti già ringraziata, non ti conosco, ma ti aspetto per il prossimo, sempre che io ci sia.
      Grazie ancora
      Elisa Sala

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  6. Scritto con sensibile abilità.
    Commovente.

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    1. Scusami se non ti ho ringraziata prima, ma non me n'ero proprio accorta.
      Io sarei ambiziosa, mi piace essere letta.
      Grazie di cuore
      Elisa Sala

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  7. Felicissima di averti letto
    Io ho cliccato sul bello stabile
    Il racconto é la realtà,lo sai vero che i nostri cari ci verranno incontro?
    Bellissima rosa sarà

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    1. Certo che lo so. Sto aspettando mio padre dal 1941 e se mi da buca...mi sentirà. Lui avrà le rose, solo gialle.
      Grazie per esserti soffermata

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