giovedì 13 dicembre 2012

Elisa Sala - ALVISE - racconto


1° classificato - Premio Nazionale Emilio De Marchi XIVa edizione.

etichetta: Racconti sul podio





Elisa Sala Borin

ALVISE alla RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

Prima classificata al
Premio Nazionale Emilio De Marchi XIVa edizione.

 Alvise lasciò la via dei vecchi tigli in fiore, e stordito dall’intenso profumo si immerse fra i variegati banchi, attento a non calpestare il ciarpame e le carabattole di un piccolo venditore disposte fra un espositore e il marciapiede.
Non si poteva non notare questo bel vecchio e la sua rispettabile altezza che lo faceva emergere fra la folla vociante. L’uomo conosceva tutti, perché era un cercatore del tempo perduto e il mondo dei mercatini dell’antiquariato era la sua passione. Allentò il passo, vuoi per i saluti ma soprattutto per adocchiare, con la sua vista acuta, qualche oggetto del desiderio.

Era l’ultimo sabato del mese, e in questa città, da pochi anni, s’era sviluppato un ricco mercatino che si stendeva nel più ampio, signorile e alberato viale cittadino, richiamando curiosi e acquirenti da tutta la provincia. Sul fondo l’antica porta di S .Quaranta, restaurata da poco, vegliava su tutto, nei tempi andati era stata teatro, al suo esterno, della morte di Can Grande della Scala.
Alvise, come tanti che stavano digerendo male la fretta di vivere di questo progresso, cercava il suo passato; altri andavano per scovare eventuali capolavori nascosti o pezzi introvabili per il restauro di mobili e apparecchi di tutti i generi. Non mancavano i curiosi.
 Silvia addossata al portone, sotto l’ampio portico, lo stava aspettando e come lo vide avvicinarsi col suo tipico passo dinoccolato, sorrise. Il suo amato papà stava bene. Lei viveva col rimorso di non poter stargli vicina, ma lui non avrebbe, per nulla al mondo, lasciata la sua casa nell’entroterra veneziano. La donna chiamò Patty e Cristina, le figlie che girovagavano fra i banchi. Le ragazzine erano felici perché avrebbero passato la giornata col nonno, fonte di sapere, e tutti e quattro si avviarono fra specchi di sole che danzavano fra le foglie.
Per capire il nostro Alvise e la sua ossessiva ricerca dobbiamo andare indietro nel tempo.

***
L’uomo come suo padre e tutti gli ascendenti avevano bevuto, sin dalla più tenera infanzia, latte, ricordi e rimpianti. La loro famiglia, d’antica nobiltà veneziana, negli ultimi anni del settecento era improvvisamente decaduta, nel giro di poche ore era stata espropriata di tutto e un componente aveva subito l’oltraggio del carcere. Il Conte Alvise, progenitore, che viveva nel palazzotto avito, che si affacciava sul Canal Grande, aveva avuto la brillante idea di versare, dalla finestra della sua camera, il pitale pieno dei suoi escrementi evacuati nella notte sul canale, e qui niente di male, lo facevano tutti, ma in quell’istante passò un’imbarcazione che trasportava un Ufficiale con al seguito un drappello di soldati austriaci. I malcapitati, innaffiati da quella pioggia maleodorante, sentendosi umiliati e offesi, ordinarono l’immediato arresto del pover’uomo, denunciandolo per vilipendio. Dopo un sommario processo, il Conte Alvise fu condannato alla fucilazione: condanna tramutata in esilio grazie alle perorazioni e alle testimonianze di conoscenti; data la sua tarda età, fu considerato un gesto inconsulto, chiamato un momento de momola .

Da pochi mesi il Console francese Napoleone, creduto in un primo tempo il liberatore, aveva venduto Venezia all’Austria, con lo scopo di rinsanguare le vuote casse della neonata Repubblica Francese.
In seguito al conte Alvise e ai suoi famigliari, considerati dei sovversivi, furono confiscati i beni e mandati al confino nell’entroterra veneziano nell’unico fondo lasciato. I figli non ebbero mai dubbi sull’accaduto, il vecchio conte che non sollevava nemmeno una foglia senza l’aiuto di un servo, figuriamoci se avrebbe alzato il pitale! La colpa era di Napoleone. Da una vita agiata, passarono prima a una umile e poco dignitosa povertà, perché inetti, mandarono persino i servi rimasti fedeli a lavorare; poi, negli anni a seguire, i discendenti diventarono dei bravi contadini e artigiani. Solo il cognome poteva far pensare ad un alto lignaggio. In casa avevano quadri, ninnoli preziosi, tappeti, piccoli lampadari di vetro d Murano e qualche mobiletto sottratti di nascosto dal palazzo avito nei giorni della vergognosa e umiliante scacciata. Per ironia del destino, circa centocinquanta anni dopo, la loro umile dimora, tenuta sempre con amore, negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale fu colpita da una bomba solitaria, sganciata per liberare il carico di un aereo americano e l’incendio che ne seguì distrusse i sogni e i ricordi tangibili di quella famiglia. I genitori del nostro vecchio amico la ricostruirono fedelmente.
Alvise, allora decenne, ricordava bene tutti i pezzi scomparsi e sin dalla culla odiava Napoleone e il suo libro cult era Le ultime lettere di Jacopo Ortis dell’altro esule Ugo Foscolo. La sua ricerca nei vari mercatini era mirata a ricostruire il passato della sua famiglia.
Non mancavano acquisti d’altro genere, perché oltre al suo lavoro d’ortolano si dedicava con vera passione al restauro di mobili antichi…

***
E anche in quel mattino tiepido e ventoso, accompagnato dalla figlia e dalle nipoti, era a caccia del tempo perduto. I quattro girarono fra i banchi, salutarono, come vecchi amici ritrovati, i venditori, incrociando nei vari percorsi altri segugi. Alvise amava l’odore della polvere antica e degli umori acidi che uscivano dagli sportelli dei vecchi comodini; i profumi di spigo e di mele cotogne ristagnati nei cassetti dei vecchi comò; si guardava negli specchietti corrosi dal tempo dei piccoli mobiletti posti sopra i cassettoni odorando il lieve profumo stantio di cipria Coty che usciva dai minuscoli cassettini. Silvia adorava le vecchie maioliche e le polverose bambole di porcellana che la guardavano da fissi occhi cerulei nei visetti sbiaditi dal color del tempo. Le bimbe seguivano attente il nonno, perché di ogni cosa strana dava delle esaurienti spiegazioni e insegnava loro a riconoscere il vero dal falso.
Non mancarono gli acquisti. Alvise comprò chiodi fatti a mano, cerniere e maniglie d’ottone, e qualche oggettino in miniatura per la favolosa casa delle bambole, costruita da lui su disegni e progetti trovati sui banchi di vecchi libri, e per finire scovò un vecchio libro degli anni trenta per il genero che li aspettava a casa per il pranzo.
Nel pomeriggio di corsa alla stazione, un saluto fra i quattro e via, ognuno per la sua strada, tanto ci si sentiva per telefono, pensò Silvia rincasando. Il mese volò. Il venerdì, vigilia del tanto sospirato giorno, sul tardi Alvise telefonò; il medico lo aveva costretto al riposo forzato per l’acuirsi di un vecchio dolore alla schiena. Silvia trascorse una notte inquieta, per la prima volta non avrebbe visto il padre, e al mattino lasciò i suoi e si incamminò verso il garage, voleva accertarsi sulle reali condizioni di Alvise.

Sottocasa il mercatino era già animato da venditori mattinieri e altri stavano allestendo i banchi.
Silvia si fermò sorpresa davanti ad una esposizione di vecchie maioliche, ceramiche e porcellane. Aveva adocchiato un vecchio vaso da notte molto particolare nel suo decoro interno, pensò al padre e senza esitare lo comprò. Felice, con il grosso vaso avvolto con carta di giornale, raggiunse l’auto. Al suo arrivo i cani la accolsero festosi. La porta della vecchia casa era aperta e su di un davanzale un gatto dormiva nel sole.
Papà, papà, sono qui – gridò Silvia. E sentendosi rispondere dal padre, - vieni su! - si fugarono tutte le paure. A due a due fece gli scalini, tenendo stretto l’involto.
Nella sua vita non aveva mai visto il padre a letto. Lo guardò con occhi adoranti. Capì che l’uomo stava invecchiando e sentì una morsa attanagliarle il petto. La giovane donna appoggiò il pacco sul comò e baciando l’infermo lo pregò di guardare il regalo quando sarebbe rimasto solo. Lei aveva pensato che sarebbe stato un incontro col passato, troppo intimo per essere diviso con altri.
 Silvia, dopo essersi assicurata sulle reali condizioni del padre, si diede da fare e per ore andò avanti indietro per riassettare la casa. Preparò anche dei pasti pronti, utili per il microonde. Alvise dal letto le brontolò, perché c’era un’anima pia, conoscente da anni, che lo aiutava. Sul tardi arrivò Ada, l’amica del padre, Silvia come la vide si mise il cuore in pace e dopo aver sprimacciato i cuscini e accarezzato il vecchio gatto che faceva compagnia al padrone, salutò il padre e s’avvio, seguita dai cani e dalla donna, verso l’auto. Partì. Alvise che aveva imparato ad amare la solitudine, tirò un sospiro di sollievo e accese la televisione per vedere il telegiornale, dimenticando del tutto il regalo della figlia; ma al tramonto il solito raggio di sole colpì il comò illuminando l’involto.
Piano e con fatica, l’uomo scese dal letto e come levò i vecchi giornali si trovò fra le mani un vecchio pitale, guardò curioso il suo interno e con meraviglia incontrò l’immagine di Napoleone, i loro occhi si incrociarono. Alvise scoppiò a ridere facendogli venire una subitanea voglia di pisciare; si slacciò la patta del pigiama e felice si vendicò: orinò voluttuosamente su quel viso beffardo che nel passato aveva cambiato la vita della sua famiglia.

13 commenti:

  1. Il passato che ritorna attraverso un oggetto causa di uno sconvolgimento nella tradizione familiare, ma basta un gesto liberatorio a liberarsi del gravame.
    E' davvero un bel racconto che si snoda e si legge con piacere, con un finale simpaticamente purificatore di un'ingiustizia subita.
    Lo trovo molto originale, fra l'altro.
    Giusto e meritato il primo premio che hai vinto, Elisa.

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    1. Eccomi, felice di leggerti.
      Alvise nacque come tema di un concorso. Non conosco il mondo dei mercatini, avevo solo in testa il vaso da notte con l'effige di Napoleone, visto anni prima in un museo parigino. Dammi un oggetto e ti costruisco il soggetto, sì
      vivo di fantasia, e ora ancora più sfrenata.
      Grazie
      Elisa

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  2. Ci tenevo a mettere questo racconto perché a mio modo di vedere questo pezzo rappresenta, per stile e nella forma, il “classico bel racconto”, che ci si aspetta di trovare nei concorsi letterari. Forse un tempo obietterà qualcuno, certamente non tutti i concorsi sono uguali, diranno altri. Di sicuro è proprio per rispondere a questa curiosità che abbiamo iniziato la rassegna di racconti sul podio. Non manca niente in questo racconto, anzi, c’è una certa abbondanza di particolari, la storia si snoda nel modo classico, una premessa, un cenno storico corposo nel mezzo, e un finale a sorpresa. Il tutto scritto con i guanti bianchi, in un “italiano parallelo” da usare solo nelle grandi occasioni. E così l’appassionato di cose vecchie e antiche diventa il “cercatore del tempo perduto”. In una atmosfera idilliaca e da sogno, l’articolo da acquistare diventa l’“oggetto del desiderio”, e “digerire male la fretta di vivere di questo progresso, cercava il suo passato…”, sta al posto di nostalgia o semplicemente vecchiaia. Ma del resto il protagonista non era cresciuto a polenta bensì, “aveva bevuto, sin dalla più tenera infanzia, latte, ricordi e rimpianti.” Insomma uno stile favoleggiante che ben ti conosciamo. E grazie al cielo, aggiungo io, almeno uno l’hai trovato e a quanto pare ti regala ancora tante soddisfazioni.
    Complimenti.

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    1. La soddisfazione più grande è stata quando mi hai chiesto di pubblicare Alvise.
      Mi sono avvicinata ai concorsi nei primi anni del duemila, avevo bisogno di un confronto. Allora scrivevo a mano su quaderni grandi e rilegati, portati dagli States, uguali a quelli che usavano i bambini del lontano West (li vendono ancora) e poi il computer lo usavo al posto della vecchia Olivetti 22. Non conoscevo il mondo di internet. Avevo solo due lettori: mio marito per i racconti e le poesie (tutto da ridere) e Simone, il bimbo di un mio vicino di casa per le fiabe.
      Allora, almeno per me, i concorsi erano importanti, perché mi davano una certezza che non avevo. Il confronto è importante.
      Ora? I concorsi sono aumentati a dismisura, ma almeno per me non hanno più quell'importanza perché nel 2006 entrai nel club e da allora trovai modo di confrontarmi e, soprattutto incontrare amici.
      Ovviamente i molti primi premi vinti e i libri pubblicati non li posso dimenticare, sono stati un passo miliare nella mia nuova esperienza di scrittora.
      E ora che dirti? Sei l'uomo delle meraviglie, che riesce a regalarmi nuove emozioni.
      Stragrazie
      Elisa



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  3. Niente da dire: primo posto meritato:-)
    Gli ingredienti ci sono tutti: la storia è ben costruita; c'è anche un cenno alla Storia, il che non guasta; italiano perfetto e questo è un punto indispensabile, visto che il concorso è letterario;-); il finale ironico chiude bene la storia.
    Quindi, complimenti!

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    1. Amo la storia con la S maiuscola, e mi piace inserirla senza dar peso alla novella. Mi sono divertita a scriverla giocando con quel pitale che esiste veramente. Il povero Napoleone dopo la definitiva sconfitta, lasciò la Francia senza gioventù. E quindi, il pitale fu uno dei pochi mezzi di disprezzo da parte dei francesi. Innumerevoli sono le immagini dipinte...
      Ovvio più che un racconto è una novella e il concorso richiedeva questo.
      Grazie per averlo letto.
      Elisa

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  4. Mi sembra che sia stato detto già tutto. E allora agli altri, aggiungi anche i miei complimenti, per la originalità del racconto e per il meritato primo premio.
    Oltretutto si legge a meraviglia e ti tiene incollata fino allo strepitoso finale.
    A presto
    Daniela

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    1. Grazie. A proposito ben trovata. Mai più pensavo di trovare il mio Alvise in queste pagine, è stata un'idea di Franco...così avrò l'opportunità di vedere la mia crescita, non in età, parlo di penna.
      Ciao
      Elisa

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  5. anch'io trovo che sia un buon racconto. Ha ragione Frame, è pulito, ben scritto.
    verso la fine ho temuto che Alvise morisse o qualcosa del genere (sono sempre molto sospettoso dei racconti in cui alla fine qualcuno muore), ma trovo che qui l'autrice abbia risolto bene e la piccola 'revanche' di Alvise funziona.
    ciau.

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    1. Difficile che faccia morire qualcuno ahahahah
      Solo negli horror mi butto in picchiata, e se faccio morire una giovane donna, credimi, dopo mi pento. Ma il genere a volte pretende; Kontz insegna.
      Felice che sia piaciuto a tutti.
      Avrei altri primi premi per le mani...
      ciao Dan
      Elisa

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    2. ne hai altri???
      benissimo, allora elargisci su.. :)

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  6. Che piacere trovarti qui, un altra bella penna si è unita a questo blog, il nostro Frame non sbaglia mai.. E si mia cara, sei una bellissima penna e con questo racconto lasci tutti senza parole.Complimenti per il primo premio, meritatissimo. La tua scrittura mi piace perchè è fluida, incolli il lettore fino alla fine, anzi lo prendi per mano e lo fai volare con la tua fantasia, ed io che sono ancora una piccola donna, amo questo modo di scrivere.
    Elisa mi piace molto.

    Ti lascio i miei migliori Auguri di un felice Natale e un 2013 pieno di altri premi e felicità.

    Auguri ancora per tutto

    Lucia

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    1. Ciao Nefer-Lucia
      grazie, come sempre sei un tesoro. Seguire gli amici, i veri amici fa parte della nostra anima.
      Ti ringrazio e contraccambio di cuore tutti gli auguri del mondo.
      Salutami il Mongibello.
      Ciao Bella

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