giovedì 27 dicembre 2012

frame - Paolo Nori - articolo




Paolo Nori

non uno scrittore ma soltanto un uomo che scrive



Supplemento Salotto dicembre 2012
posTemporaneo
etichetta: post, articoli, varie



Paolo Nori è nato a Parma nel 1963… abita a Casalecchio di Reno, località Croce, vicino a Bologna, che lui è di Parma ma da qualche anno abita a Casalecchio di Reno, località Croce, attaccato a Bologna. (E noi? Sole24ore o giù di lì).

Ha esordito nel 1999 con il romanzo, Le cose non sono le cose, poi ha continuato con, Bassotuba non c’è, Spinoza, Grandi ustionati, Gli Scarti, I quattro cani di Pavlov, Noi la farem vendetta, Mi compro una Gilera… Ha tradotto dal russo Daniil Charms, Aleksandr Puškin, Nikolaj Gogol, scrive per numerose testate giornalistiche e nonostante tutto questo non ama definirsi uno scrittore.

Quando mi chiedono che mestiere fai, io rispondo scrivo libri, per dire che faccio lo scrittore mi sembra che questa parola nasconda in sé un che di ufficialità derisoria. Ma se insistete vi dirà che scrive per capire quello che pensa, l’ha sentito dire da Malerba, un professore di Bologna, e poi aggiungerà, sempre se insistete, che ha incominciato a scrivere soltanto perché non sapeva dove battere la testa.
Comunque Paolo Nori, se non lo conoscete, è uno che scrive così, perché lui, Paolo Nori, prima di leggere Daniil Charms, non pensava che certa roba, che nella sua vita esisteva, potesse diventare materia letteraria.

Insomma, prima non lo sappiamo ma adesso lui è uno che scrive così:

Una volta, qualche anno fa, prima ancora di laurearmi, sono stato in provincia di Bergamo a fare un seminario di lingua Russa. È stato lì, in questa villa del settecento, che ho conosciuto la figlia di Silvan il mago. La figlia di Silvan il mago mi diceva che vivere con un mago è una cosa impegnativa. Che i maghi, si vede, sono persone sensibili, così mi diceva la figlia di Silvan il mago. Che se te non gli presti attenzione, ai maghi, loro ci restano male, mi diceva la figlia di Silvan il mago. Che Silvan, al mattino, quando tutta la famiglia di Silvan il mago era riunita per far colazione, lui entrava in cucina, Silvan il mago, con il suo bel sorriso da mago Ho inventato una magia nuova, diceva. Ve la faccio vedere? diceva. Allora, mi diceva la figlia di Silvan il mago, c’eran tutti i familiari di Silvan che abbassavan la testa, sospiravano Che due maroni, dicevano piano tra i denti. Tutti i giorni una magia nuova, poveretti. 

Gli scrittori, dice Paolo Nori, sono tutti un po’ tutti come Silvan il mago. Che io, i miei familiari, i primi tempi che scrivevo mi chiedevano di leggere i romanzi, prima ancora che li finissi, dopo quando glieli davo li leggevano subito, mi telefonavano, Bello, quel romanzo lì, mi dicevano, Bellissimo, mi dicevano. Adesso ne ho appena finito uno, di romanzo, gliel’ho dato a Emilio, sono già dieci giorni, non mi dice niente. Appena mi vede si mette a cantare Una vita da mediano, di Ligabue.
(da Garibaldi fu ferito – Racconti d’autore – Sole24ore)

Lui, Paolo Nori, dice di usare Una lingua concreta La lingua che io sentivo intorno a casa mia, nei bar, nelle strade, prima non poteva entrare nei libri perché erano i libri di uno che aveva studiato. Poi improvvisamente quella barriera è caduta.

QQuesto stile, da alcuni suoi detrattori, è considerato un vezzo da fichetto. Perché a dargli del fichetto non si fa peccato, che è una moda fastidiosissima scrivere in questo modo. "guarda come sono estraneo alla situazione, io, catapultato qui in quanto giornalista fighetto-intelligente-citazionista pop da nicchia ristrettissima che parla a te, l'unico che può capirmi". C'è chi fa di peggio. Che Paolo Nori quando scrive "in camicia no stiro, di quelle che non bisogna stirare, a me viene in mente che il giorno prima, quando ho stirato la camicia che ho addosso, a casa mia, ho pensato che non l’avrei mai detto, ma il giorno prima, intanto che stiravo, avevo pensato che una delle mie consolazioni, a quarantanove anni, era il piacere di stirare." è da fucilazione. Adda pure passà sta moda!

Un altro commento che mi ha colpito è questo, e sembra mi abbia letto nel pensiero:

Io non lo conoscevo, di lui non avevo mai sentito parlare e stavo bene anche così, nella mia ignoranza, ma durante le feste natalizie mi è capitato di fare la sua conoscenza, in senso letterario. Non sono un lettore molto attento, e nemmeno un critico, l’ammissione potrebbe sembrare civettuola ma è la pura verità. Ho impiegato qualche pagina, prima di capire che non stavo leggendo il diario di mio nipote.

Forse Nori è quello che ha più sviluppato nel tempo questa modalità di scrittura, arrivando a padroneggiarla e ad applicarla anche al giornalismo, sostiene un altro lettore, ma il caso di Paolo Nori mi sembra diverso perché, essendo lui l'iniziatore di questo stile, non è che può cambiare il suo modo di scrivere solo perché è diventato di moda. E' diventato di moda anche perché è semplicissimo imitarlo. Paolo Nori però, quando si legge per esempio un suo romanzo, si arriva a pensare (io arrivo a pensare) "adesso tra poco inizierà a stuccare", poi in verità non stucca perché è bravo e ha cose da dire, illuminazioni da condividere. Però insomma, è bravo e non è fighetto.

Ascoltando Paolo Nori parlare, perché a Paolo Nori piace leggere ad alta voce la sua roba, mi sono accorto che aveva lo stesso accento e il tono dimesso di Gene Gnocchi, ma quando non fa troppo il pirla, Cioè quelle poche volte che fa un discorso serio, o almeno ci prova. E mi sono detto che forse questo è proprio una caratteristica, un modo di parlare della gente di quelle zone lì. Ma pensandoci bene mi sono ricordato di quando andava di moda nelle fabbriche il sindacalese e se vi capita di rivedere, La classe operaia va in paradiso, vi accorgerete che anche il Gian Maria Volontè, quando faceva i discorsi del tipo, un pezzo un culo un pezzo un pezzo un culo…, aveva lo stesso tono monotono e ripetitivo di Paolo Nori, Che poi non è una cosa grave, ma è contagiosa, che quella cantilena ti si appiccica alle dita e per toglierla devi prendere per forza in mano un altro libro. Per fortuna i Racconti d’Autore li ho quasi tutti e così, dopo Paolo Nori, per fortuna o per sfortuna ancora non lo so bene, mi è capitato tra le mani un tale che di nome fa Joseph e di cognome Conrad, e sentite come scrive questo, che di sicuro non vi fa male, non appiccica le dita sulla tastiera e non vi congela le idee nel cervello, anzi, ve le sbrina:

Procedeva a passi lunghi in maniera decisa. Un’acquerugiola insistente si posava come polvere d’argento sui vestiti, sui baffi; bagnava i volti, rendeva lucidi i lastroni del selciato, scuriva i muri, scivolava dagli ombrelli. E lui avanzava sotto la pioggia con spensierata serenità, con la tranquilla disinvoltura dell’uomo di successo e sprezzante, molto sicuro di sé – un uomo con molti soldi e molti amici. Era alto, ben piantato di bell’aspetto e sano; e il suo viso pallido e chiaro celava sotto una banale raffinatezza la sottile sfumatura di arrogante brutalità che viene dal possesso di talenti solo in parte difficili; dall’eccellere negli sport, o nell’arte di far soldi; dalla facilità nel dominare animali e uomini bisognosi…

E per oggi basta così.

frame 27.12. 2012

9 commenti:

  1. Peccato.
    Potevi continuare, non avevi mica stancato, sai!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non annoiare è già un buon risultato.
      Grazie

      Elimina
  2. sono d'accordo con Serenella
    ciao

    RispondiElimina
  3. Lo conoscevo mica. Ma alla fine, lo consigli?

    RispondiElimina
  4. Divertente, poi lo poni vicino a un Conrad d'annata e qui uno non capisce più nulla.
    Se in famiglia non lo leggono più ci sarà un motivo.Io che sono una che ama scrivere, non posso permettermi di usare delle forme dialettali perché qualcuno è pronto a trovare i peli...
    Divertente

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Se qualcuno pensa che scrivere come Paolo Nori, "sono buoni tutti, basta scrivere come un bambino scemo che non sa scrivere allora siamo arrivati a dama. (Giordano Lupi)". E se altri credono che si possa liquidare il suo stile dicendo che fa uso del gergo dialettale tout court, secondo me si sbagliano di grosso. Dietro tutto questo c’è il rifiuto di certa critica che tende a privilegiare in un’opera letteraria solo il significato. C’è il gusto dell’assurdo e del surreale e il concetto della “ripetizione” tipico di Daniil Charms.(Ho letto qualcosa di questo russo e lo posso confermare, anzi mi ripropongo di ritornare sull’argomento).
      Forse potrà sembrare un po’ snob, come si diceva prima, un atteggiamento da fighetto, ma sempre meglio dell’uso improprio di un “italiano parallelo”, sempre meglio di un linguaggio della domenica rivestito, imbellettato, e utilizzato a sproposito, nel web e non solo, da certi pseudo scrittori, proprio della domenica. Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.
      Grazie per aver espresso il tuo parere e di avermi dato modo di chiarire.
      Ciao neh...

      Elimina
  5. Brava, Zabbbetta, un altro lato di te che mi sorprende, ma nemmeno tanto perché lo so che sei bravo (e lo sai anche tu;-)...).
    Articolo interessante, scritto senza essere pesante e in modo davvero coinvolgente: insomma, incuriosisce. Unico neo di questo Paolo Nori è il luogo di nascita, ahahahah, ma nessuno è perfetto neh ;-)

    RispondiElimina
  6. Credo che il discorso sul linguaggio sia molto interessante. A scuola, giustamente, ti insegnato a comunicare nella maniera più corretta. Non sempre lo stesso avviene in letteratura. Posso pensare alle frasi lunghissime usate da Proust che appesantiscono sì, ma a seguirlo poi ricevevi grandi ricompense perché la memoria è un flusso, non puoi contenerlo in frasette corte (come consiglierebbero per una facile comuncazione gli insegnanti). Posso pensare a Frisch, che fa scrivere il suo romanzo a un malato di alzheimer (poteva usare una sintassi classica? No di certo). Penso poi al Giovane Holden,dove il racconto viene fatto in prima persona da un ragazzino con le sue deliziose espressioni gergali (grande lavoro anche dei traduttori, naturalmente). Poi Pasolini e il suo dialetto, possiamo fare mille esempi. Ti ricordi Frame quando mi correggesti un congiuntivo in una frase pronunciata da una sud-americana in un mio racconto? Il senso è quello.

    RispondiElimina