giovedì 20 dicembre 2012

John Fante - La canzonetta...- racconti in soffitta

La canzonetta scema di mia madre
di
John Fante

etichetta: racconti in soffitta



Mia madre non vuol credere che sono stato arrestato per furto di carburo. Tento e ritento di provarglielo, niente, non mi crede. Parlare non serve a nulla.
Ecco come è andata. Io e Dibber siamo stati arrestati domenica, subito dopo la fine della messa. Avevamo certi sacchi di carta. Siamo andati dietro l’edificio della Colorado Miners’ Suppy Company. Ci siamo nasconti tra le erbacce del cortile. Non c’era nessuno, così io ho tirato un mattone contro la finestra del retro. Ha fatto un sacco di rumore, esattamente come quando un mattone finisce contro una finestra. Io e Di.bber ci siamo presi una bella paura. Comunque non è venuto nessuno.


Io e Dibber ci siamo arrampicati sulla finestra infranta. Il carburo stava proprio lì, dentro certi bidoni grossi neri. I bidoni pesavano cinquecento libbre ciascuno, dunque non è che potessimo filarcela tranquillamente con una bestia di quelle. E anche se avessimo potuto, avremmo dovuto buttar giù la porta. E anche se avessimo buttato giù la porta, il bidone avremmo dovuto portarcelo a casa, e pesava troppo. Anche se avessimo portato il bidone a casa, non avremmo saputo dove nasconderlo. E anche se avessimo saputo dove nasconderlo, avremmo avuto troppo carburo. E allora riempimmo i sacchi carta.
Non si sentiva un rumore. Però, proprio nel momento in cui stavamo battendocela, il signor Krasovich è entrato nel magazzino dal negozio. Non c’era chissà cosa da aver paura. No, non proprio. È soltanto il proprietario del negozio, tutto qui.
Ha detto: ‒ Un minuto, ragazzi.
Dibber ha cercato di saltare la finestra. Il signor Krasovich lo ha afferrato per i pantaloni. Me, mi ha preso per il cravattino. Di domenica ho sempre il cravattino, dannazione. Però non stavo cercando di svignarmela.
Lui ha detto: ‒ Venite con me, ragazzi.
Ci ha portato nel suo ufficio. Ha preso su il telefono. Ma non ha chiamato nessuno di importante. No, nessuno di molto importante. Semplicemente ha chiamato la polizia, tutto qui. Poi ha riagganciato. Ha fatto una giravolta sulla poltrona e ci ha guardati, a me e Dibber. Pensava di essere un duro.
Dibber ha detto: ‒ Se ci lascia andare, signor Krasovich, le promettiamo che non le ruberemo più niente.
Krasovich ha risposto: ‒ No, ragazzi. Io voglio spedirvi in galera ‒. Ma non era con quei discorsi che poteva metterci paura, a me e a Dibber. Io e Dibber mica siamo così fessi.
Stava lì seduto come un mammasantissima. Noi comunque mica volevamo il suo carburo del cavolo. Ne volevamo due sacchetti e basta, giusto per sparare i tappi delle bottiglie.
In quel momento arriva in motocicletta il signor Wagner, il poliziotto del pronto intervento. Oh, Oh! Non appena l’ho visto, ho capito che era lì per me. Non che sia molto importante. Non conosce nessuno di molto importante, oh no! Conosce soltanto mio padre, tutto qui. Wagner e mio padre tifano tutti e due per gli Elks. E dopo aver saputo cosa era successo, il signor Wagner ha detto che i poliziotti ci avrebbero spediti tutti e due per quindici anni in galera.
Ci ha portati fuori, fino alla sua moto, e ci ha fatto salire sul sidecar. Io un po’ piangevo, ma non molto, Dibber invece piangeva che piangeva. L’avreste fatto anche voi. Wagner ha avviato il motore, la moto è partita.
Il signor Krasovich ha gridato: Be’, ciao ciao, ragazzi. Buona fortuna a voi! ‒ Proprio un sapientone. Pensava di essere spiritoso.
Il signor Wagner attraversando la città, ci ha portato al tribunale. La gente ci guardava. Io ero contento di essere sul fondo. Nessuno mi ha visto. Dibber mi stava in braccio, e tutta la città lo ha riconosciuto. Dev'essersi sentito molto giù, e molto strano.
Wagner ci ha portato dabbasso e ci ha chiuso in cella. Non abbiamo cercato di scappare, non abbiamo fatto nulla. Era una cella molto bella. Nessuno era mai riuscito a scappare da lì. Una volta però tre ladri l’avevano fatto. Wagner è andato di sopra a telefonare ai nostri padri. Gli ha detto di venire subito.
Mentre io e Dibber aspettavamo di vedere che cosa sarebbe successo, abbiamo tirato fuori i nostri coltelli e abbiamo inciso i nostri nomi sul muro. Abbiamo copiato da altri nomi. Se entrerete mai in quella cella, vedrete i nostri nomi. Giusto vicino alla finestra.
Vedrete il graffito di Dibber: «Kansas City Lennon».
E il mio: «Due pistole Toscana, il ragazzo della morte».
Piuttosto rapidamente, è arrivato al tribunale. Era furente. Gridava mentre scendeva le scale.
Ha urlato: ‒ Dov’è, dov’è? ‒ intendo Dibber.
Wagner apre la porta della cella, e il signor Lennon si precipita dentro. Gli ha dato una brutta ripassata, a Dibber. Lo ha fatto piegare sul lettino, e là, davanti a me e a Wagner, gli ha dato la peggiore mazzolata che qualcuno abbia mai preso, escluse le mie. Il vecchio Dibber dev’essersi sentito molto giù di corda. Voglio dire, sapete come vanno ‘ste cose. Poi ha smesso di picchiarlo, e se l’è portato a casa. Se l’è trascinato su per le scale trascinandolo per un orecchio Ho udito Dibber urlare nel corridoio, e anche dopo, quand’erano usciti dal cortile, e poi quando ebbero attraversato la strada. Era stata dura per Dibber, però ne era uscito facilmente.
Dopo un po’, arriva giù per le scale mio padre. Non sembrava avere la minima fretta. Il signor Wagner ha aperto la porta della cella, e mio padre è entrato lentamente, molto lentamente.
‒ Dunque sei anche un ladro, è vero? ‒ ha detto.
‒ Non papà: non sono un ladro di proposito.
‒ Di proposito! Perdio, te la faccio vedere io, un po’ di proposito!
Oh Dibber se l’era cavata davvero a buon mercato rispetto a me! Mio padre me le ha suonate con la cinghia. Lui se la mette perché gli piace di mettersi in mostra. Voglio dire, che bisogno c’è di mettersi una cinghia se hai già le bretelle? Io questo lo chiamo mettersi in mostra. Mio padre me le ha date di brutto, e se pensate che i muratori non facciano male, provate a tastargli i muscoli. I pantaloni mi fanno male, male, male. Voglio dire, bruciavano, come una stufa.
E quando mio padre si è stancato di suonarmele, mi ha spinto in un angolo e si è rimesso la cinghia.
Ha detto: ‒ Quando torni a casa, di’ alla mamma quello che hai fatto, razza di serpentello fetente. E se non ci pensa lei a toglierti la fantasia, be’ perdio, ci penserò io.
‒ Ci hai già pensato, ‒ ho detto.
‒ E allora lo farò di nuovo, perdio.
Sono uscito dalla cella, sono salito per le scale, poi giù per il corridoio e via dalla porta, i gradini d’ingresso, la strada. Mi sono messo a correre. Volevo arrivare a casa prima di mio padre, così che mamma potesse picchiarmi a sua volta, dato che se non lo faceva lei mio padre avrebbe fatto il bis, e stavolta con più forza. Sarebbe stato un micidiale uno-due, e io piuttosto avrei preferito duecentocinquanta milioni di ripassate da mia madre che anche soltanto mezza da mio padre.
Oh, oh! Dovreste vederla, mia madre, quando mi picchia. Oh, oh! Dovreste proprio vederla! Me le da proprio come una femminuccia uccia uccia, con l’idea che io soffra da morire. Io facce delle smorfie, gemo, e dopo due o tre botte lei è così dispiaciuta che deve fermarsi, e non ci vuole molto prima che sia lei a piangere, non io.
Quando sono arrivato a casa mi mancava il respiro. Mia madre stava nel cortile di dietro, dava da mangiare alle galline. Le ho detto quello che era successo. Le ho detto la verità. Gliel’ho detto e festa finita.
‒ Mamma, ho sgraffignato un po’ di carburo. Sono stato arrestato. Mi hanno messo dentro. Papà mi ha tirato fuori. Me le ha suonate. Ora dice che tu me le devi dare di nuovo.
Lei però credeva che stessi scherzando. E io le ho ripetuto tutto, e ancora e ancora, ma non mi voleva credere.
Diceva: ‒ Smettila, dai, di dire queste cose.
Le ho detto di far presto a pestarmi. Le ho anche porto una mazza. Ma lei non l’ha presa. Siamo entrati in casa. Io mi fottevo di paura per mio padre. È svelto a camminare. Sapevo che stava arrivando,
E mia madre che fa? Si siede e dice: ‒ Smettila di dire queste cose.
E allora mi è venuta in mente un’idea geniale per provarle che dicevo la verità. Ho telefonato al signor Krasovich, gli ho detto di attendere un minuto. Ma mia madre non voleva parlarci.
Diceva: ‒ Riattacca, io non ci parlo.
E io: ‒ E’ vero, Mamma.
Dicevo: ‒ Parola mia, mamma.
Dicevo: ‒ Giuro su Dio, mamma.
Dicevo: ‒ Che mi prenda un colpo, mamma.
E a quel punto arriva mio padre. Ho sentito lo scalpiccio delle scarpe in veranda. Che sfiga. È entrato senza nemmeno togliersi il cappello.
Gliel’ho detto: ‒ Papà, mamma non mi crede che mi hanno beccato, e non vuol darmele. Diglielo tu.
E lui: ‒ Ma certo che glielo dico, più tardi. Tu, ora, fila là dentro ‒, era la camera da letto.
Eseguo. E le prendo di nuovo. Un sacco e una sporta. La più tremenda ripassata della mia vita, a parte quella di quando ruppi la vetrina di Alloback e quella di quando presi a calci in testa mio fratello e quella di quando rubai il borsellino di mia madre. Comunque, si è trattato di una ripassata bella dura. Botte e botte e botte. Dopodiché mio padre mi ha gettato sul letto ed è andato a parlare con mia madre.
Le ha detto tutto. L’ho sentito. Ma lei non gli credeva. Diceva che ero troppo piccolo per rubare ed essere arrestato. E mio padre s’è incazzato come una bestia.
Ha detto: ‒ Perdio, tu non sai che razza di demonio è quel moccioso ‒. E ha ragione perché io sono davvero un duro.
Poi se n’è andato. Mia madre è venuta in camera. Io piangevo ancora per le botte. Avevo il diritto di piangere, perché erano state le peggiori botte della mia vita. Mia madre ha preso la crema mentolata e mi ha tirato giù i pantaloni. Ancora non ci credeva, il mentolo faceva l’effetto del ghiaccio, ghiaccio, freddo. E mentre me lo spalmava, cercava di dirmi che non l’avevo fatto. Ma io dicevo che sì, l’avevo proprio fatto.
Lei ha detto: ‒ Lo so che non l’hai fatto.
E io: ‒ So che l’ho fatto.
Lei: ‒ Dai, dimmi che non è vero.
Io: ‒ Ma sì, sì che è vero.
Lei: ‒ No, non è vero.
Io: ‒ Sì!
Lei: ‒ No, non è vero. Mo’ la fai scema, a tua madre.
‒ Figurarsi! Se non mi credi, ‒ ho detto, ‒ va’ alla prigione a dare un’occhiata. Vai là e vedrai che io e Dibber abbiamo inciso i nostri nomi sul muro.
Lei però ha scosso la testa, come per dire che ancora pensava che stessi prendendola in giro.
Se n’è andata in cucina. La sentivo cantare. Mia madre canta sempre la solita canzone, e non è che sia chissà che bella canzone. L’ho imparata un sacco di tempo fa, ero appena in prima. Si chiama Il fattore della valle.
Il modo giusto di cantare Il fattore della valle è questo:

Il fattore della valle
Il fattore della valle
Paraponzi-ponzi-pà,
il fattore della va’.

Che è gia abbastanza uno schifo. Ma ecco come mia madre la cantava, trasformandola in una canzone molto buffa.

Oh lo so, che non l’ha fatto,
io lo so che non è ver,
paraponzi-ponzi-pà,
io lo so che non lo fa.

Parlava di me, voleva dire che io non l’avevo fatto. Roba da matti! Certo che l’avevo fatto. Voleva la prova? Che andasse in galera a vedersi il mio nome e quello di Dibber incisi sul muro.
Dibber: Kansas City Lannon
Io: Due pistole Toscana, il Ragazzo della Morte.
Era più bello il mio.

(da RACCONTI d’AUTORE – Il Sole 24 ORE)



9 commenti:

  1. Se trovate errori nel testo, refusi eccetera,segnalateli, la responsabilità è soltanto mia. L'Ho dovuto ricopiare per intero. E stato un vero piacere scoprire i segreti della scrittura di Fante. Non è il miglior racconto di Fante, ma per motivi personali lo amo in modo particolare. Buona lettura.

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    1. Io non ho trovato errori, sarà perché l'ho letto d'un fiato per quanto è bello.
      Ma probabilmente è perché sei stato preciso e attento e sono contenta del lato positivo della medaglia: l'aver potuto vivisezionare le sue modalità di scrittura a pagamento della tua fatica.
      Mi piace come scrive John Fante, quella sua maniera sincopata di esporre, di svolgere i dialoghi. E' brioso anche quando parla di disagi, quando parla di botte prese, metaforiche o no, come in questo racconto.

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  2. I LOVE JOHN FANTE

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    1. Non avevo dubbi, però,
      ti posso dire una cosa?

      "Nomm'sssomiglia pennente" ;-)

      parola di
      Johnny Stecchino

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  3. Io ebbi la sfortuna di leggere chiedi alle polvere (allora aveva un altro titolo) credo della Medusa, alla metà degli anni cinquanta.
    Scritto da un poveraccio, come in quel tempo eravamo noi.
    Allora c'erano altri autori americani che parlavano di poveracci simili, ma non con quel modo volutamente ripetitivo, che poi ho ritrovato il altri scrittori, forse lui fu un precursore, indubbiamente un minimalismo che allora, forse la mia giovane età, non capii.
    E' stata una bella castrazione e ancora ne porto le conseguenze.
    E' vero che nel padrone di casa ha avuto un altro effetto, qualcosa nei suoi racconti me lo ha fatto ricordare.
    Per fortuna che siamo diversi e nelle scelte lo capiamo ascoltando i pareri, sia nelle libreria, vuoi nelle mostre d'arte e, anche nelle gelaterie: mille gusti!


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  4. Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini Arturo Bandini..

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  5. Bel racconto e grazie per la trascrizione. E pensare che pensavo d'aver letto tutto ciò che c'era in giro di Fante. In che raccolta l'hai trovato? L'hai tradotto dall'inglese o era già in italiano? Se inserisci Fante dovrai inserire anche un racconto di Buckowsky prima a poi, Non credi? E a lui che si deve la riscoperta di Fante con Ask to the dust, chiedi alla polvere. Sia come sia di nuovo grazie, massimo

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  6. Ciao Massimo,
    Questo racconto fa parte di una mini raccolta uscita nel 2011 con il Sole 24 ORE.
    L'ho copiato parola per parola nonostante sia protetto dai diritti d'autore. Il desiderio di avere un racconto di John Fante in archivio è stato più forte del mio già scarso senso del dovere.
    In quanto a Bukowsky ho tutte le Storie di Ordinaria Follia già in formato PDF. Mi hai dato un'ottima idea, la settimana prossima ne sceglierò uno da mettere in questa sezione.
    Ciao


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  7. Grazie, Franco. Sono proprio curioso di vedere che storia sceglierai. .... sarà un compito arduo.

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