venerdì 7 dicembre 2012

A. Benemeglio - Pascoli - articolo



Cent’anni fa moriva il grande poeta di San Mauro
GIOVANNI  PASCOLI
NON SOLO  LACRIME
Di Augusto Benemeglio

1.     Un piagnone
A cent’anni dalla morte , uno  lo rivede , Giovanni Pascoli , e ripensa alla cavallina storna , al grembiule nero e al colletto bianco delle scuole elementari , alla notte di san Lorenzo , col  tremolio di stelle , o di uno stelo sotto una farfalla , alle illusioni finite in fretta e al ronzio di un’ape attorno al fiore , ai campi che svaniscono nell’onda sonora delle campane, ai silenzi, ai pezzetti di nulla e allo stormire di cipressi , alle voci e ai canti assorbiti nella malinconia  del paesaggio, la piuma che esita o che palpita  leggera nel nido abbandonato ,  il vento che piange nella campagna  solitaria,  alla panchetta e alla tessitrice che piange , ai versi come spartiti musicali e alle sere magiche  e tenere , con i temporali che muoiono in dolce singulto, ai vespri odorosi di fieno; uno dice Pascoli e pensa a una serie di gadget dell’anima e della nostra lontana infanzia, tutte cose che saranno pure prodotte – come afferma Sanguineti - da una sorta di “macchinetta sadica di produzione liriche per lacrime ad usum infantis”, ma che tuttavia ti arrivano per le scorciatoie del cuore, come avviene per tutte le cose romantiche , anche quando  le metafore sono visionarie e ossessive , la casa-nido, la siepe, la presenza dei morti, il mistero della vita , e la voce che è dentro di noi , di colui che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei, la voce del fanciullino…C’è una voce nella mia vita,/che avverto nel punto che muore;/voce stanca, voce smarrita,/ col tremito del batticuore:/ voce d’una accorsa anelante,/che al povero petto s’afferra/per dir tante cose e poi tante,/ ma piena ha la bocca di terra:/ tante tante cose che vuole /ch’io sappia, ricordi, sì…sì../ ma di tante e tante parole/ non sento che un soffio…Zvanì.
Uno dice Pascoli e rivede Aldo Vallone, eminente dantista e per moltissimi anni titolare di cattedra di letteratura italiana all’Università Federico II di Napoli,    una sera d’estate di tanti anni fa , nella sua casa-biblioteca  di Galatina  ( oltre trentamila volumi), che ti accoglie sorridente e bonario. Professore, come si fa a orientarsi nel labirinto di una vita apparentemente insignificante e anonima come quella del Pascoli?,  una di quelle vite che si dicono “grigie”, ma ovunque in questa esistenza cada lo sguardo, ci s’imbatte in un’imboscata o in punto dove convergono strade oscure e imbrogliate.. :
“Vede, caro amico , in realtà tutti i poeti italiani contemporanei , e non solo i crepuscolari , devono qualcosa a Pascoli (Ungaretti , Betocchi ,Gatto, Saba e perfino Montale) per quel procedimento stilistico che si definisce nel caricare di un senso cosmico, di male cosmico, illuminante, un umile oggetto, e il male cosmico è figlio di quelle imboscate , di quelle strade oscure a cui lei accennava...E’ vero che Marinetti definì la sua poesia “ sentimentalismo balbuziente e botanico” . E anche  noi studenti a suo tempo dicevamo che era un decadente, uno dalla lacrima facile… ma  Pascoli non è un piagnone , come viene dipinto , è uno che sta sul limite di un dramma altissimo, n’è anzi la voce o la coscienza più proba e veritiera. Il suo – più che privato - è un dramma di civiltà e di cultura , tanto più sofferto e cupo quanto più ingenuo e intemperante si mostrò il poeta nell’assumerlo.  Certo, Pascoli non è Dante ,  la cui poesia giganteggia proprio dinanzi alle inquietudini e ai contrasti del suo tempo; né Leopardi che , pur nella sventura e nella miseria , respinge ogni compromesso . Pascoli  è il poeta di questo limite di decadenza , il poeta di quel  momento storico  tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento della nostra civiltà, con una concezione straordinariamente primitiva e ingenua del mondo e dell’umanità. Per lui non ci sono che buoni o cattivi, onesti o disonesti, infelici e gaudenti, miseri e ricchi. Il male è là pronto a distruggere il bene, a soffocarlo e a dominarlo. Il male  è un grande residuo della crudeltà che circola per tutte le vene della società umana”.
2.     Delitto di mafia

Insomma, professore, gli uomini non sono nati buoni come dice Gadamer?

“Diciamo che , secondo Pascoli, gli uomini non sono nati belve, ma lo divengono. E’ la società che lo esige. E il male è un po’ ovunque, colto più come imminente insidia che come forza cieca, più come offesa che bruta violenza, ma colpisce sempre dove l’innocenza è più mite, la fiducia più serena. Il grande male dell’universo-mondo è tutt’uno , nel sentimento e nella voce del poeta, col male che lo ha colpito negli affetti domestici, a partire dalla famosa notte di San Lorenzo , il 10 agosto 1867, in cui viene assassinato il padre Ruggero , amministratore   dei Torlonia, per oscuri motivi  di invidia e odio, oggi diremmo che fu un delitto mafioso, un delitto rimasto impunito.   Allora la Romagna era violenta  e settaria , piena di personaggi loschi:  era una triste eredità del governo pontificio che da sempre conviveva  con la povertà, il settarismo e il brigantaggio …E la gente? La gente  aveva paura , tacque  o  bisbigliò  sommessamente: chi poteva avere udito e veduto ,  aveva né udito né veduto…Poi dissero a quella donna, la moglie dell’ucciso: il vostro uomo fu ucciso , e ciò e spiacevole . Ma voi e questi vostri otto bimbi  che state a fare qui?  Qui  alla Torre siete di troppo.  Andate alla vostra casa. E là, ritiratevi quieti , e parlate poco. Così  allora andavano le cose…  Nella torre il silenzio era già alto/ Sussurravano i pioppi di Rio Salto/…O cavallina, cavallina storna,/ che portavi colui che non ritorna; lo so, lo so che tu l’amavi forte!/ Con lui c’eri    Tu sola e la morte…/ Chi fu?Chi è?Ti voglio dire un nome/E tu fa cenno. Dio t’insegni come…Mi madre alzò nel gran silenzio un dito:/disse un nome…Sonò alto un nitrito.
3.     Simbolista e anticipatore di Proust
Questo assassinio, questa tragedia , a cui seguirà la morte della madre e della sorella Margherita nello spazio di un anno,  sarà devastante per la vita del  poeta -  come probabilmente sarebbe accaduto per ognuno di noi ,  tenuto conto che il genitore era l’unica fonte di reddito per una famiglia di ben dodici persone , -  , una   ferita che rimarrà sempre aperta, sanguinante , un sinistro “lampo”  E cielo e terra si mostrò qual era://la terra ansante, livida, in sussulto;/ il cielo ingombro, tragico, disfatto:/ bianca bianca nel tacito tumulto/una casa apparì sparì d’un tratto;/ come un occhio che, largo, esterrefatto, /s’aprì, si chiuse, nella notte nera.

Sembrano versi simbolisti , professore , di grande forza visionaria; hanno addirittura qualcosa di espressionistico, le faccio un esempio, il Munch della tempesta. E’ così? 

“Certamente . Si è parlato di Pascoli e Baudelaire, Rimbaud ,  in alcune  sue poesie, ad esempio il Gelsomino notturno, piena di echi e di risonanze notturne  ed  erotiche, scritta non a caso  per le nozze dell’amico  Raffaele Briganti.  Ma in tutte le sue poesie cè  quella tensione allucinatoria e onirica  che trova  alimento nella psicopatologia del poeta . Il Pascoli  autentico è  lirico , visionario  ,  ipnotico . La sua poesia , così come  tutta la poesia ,  in generale , è un’arte   sfuggente , inafferrabile, elusiva . Bisogna avere , come lui aveva,  il gusto naturale per le minime cose , i minimi particolari. Il suono, l’indefinibile aura pascoliana  nasce dall’intensità del ritmo,  che fa spaziosi  e vibranti i versi;  tutta la loro consistenza è negli accenti . La sua poesia  consiste  in qualche cosa che è fuori della letteratura , fuori dei versi presi a uno a uno; essa è fatta di cose , è nel cuore stesso delle cose.
Le dirò di più, in certi casi il poeta di San mauro  si profila come anticipatore di Proust , sulla felicità di un  passato  che non esiste , ma è soltanto sognato. E anche Proust , come Pascoli, guarda caso, era innamoratissimo della madre, e praticamente visse attaccato a lei. Non erano uomini “normali”, come non lo è in genere l’artista, del resto lo stesso Pascoli disse: Non esiste l’uomo “normale” , perché le anomalie e lo squilibrio sono di tutti. In tutti gli uomini c’è il bruto primordiale , la bestia feroce... Il mistero della vita è grande e il meglio che ci sia da fare è di stare stretti più che si possa agli altri...Il poeta non ha altro fine che quello di riconfondersi con la natura , donde uscì, lasciando in essa un accento, un raggio, un palpito nuovo, eterno, suo….la vera poesia non si fa, si scopre, non s’inventa…
4.     Il fanciullino
 E poi parla di un  punto… un istante mai vissuto ma bellissimo. Il tempo si dilata e si restringe, e quell’attimo sempre inseguito e sempre in fuga coincide con l’illusione. Ma la trepidante memoria di un sogno mai sognato procura all’io l’infinita dolcezza del naufragio leopardiano.

Ma Giovanni Pascoli non può fare a meno del pathos… dell’eterno  fanciullino.

E lo sa perché?  Perché la poesia , secondo lui , tanto è più valida e operante quanto più giunge a migliorare e non a guastare, a creare amore e bontà , comprensione…Nel fanciullino – le cui origini sono antichissime , lo troviamo già nel Fedone di Platone , ma ne parlano  anche  G.Battista Vico, Schiller e perfino Freud –  c’è Adamo che vede le cose per la prima volta ed è pieno di stupore, ma sentiamo che dice lo stesso Pascoli: Il fanciullino  ha brividi lacrime e tripudi suoi ,  parla alle bestie , agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle,  popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei; in lui  c’è la contemplazione dell’invisibile, la peregrinazione  per il mistero, il conversare coi morti, tutti i simboli della suprema conoscenza , rivelazione dell’ignoto. Il fanciullino è la poesia, la sola cosa che possa confortare l’uomo.
E’ per questo che la sua poesia , il suo genuino pathos, l’ingenua commozione delle cose, la sorpresa felicità dell’umile, rimarranno ancora come strumento pedagogicamente efficace e  insostituibile per gli studenti di tutte le classi e le età. Ma per mettere in versi il mondo  che ci circonda , cogliere il battito oscuro dell’universo in una sorta di improvvisa immedesimazione dell’anima , per risuscitare  in noi l’emozione , la meraviglia di memorie ancestrali , far uscire fuori quella voce nuova della fanciullezza , non poteva  adoperare le parole vecchie , convenzionali, sclerotizzate, trite e ritrite , bolse, arcadiche , di una lingua poetica in estrema decomposizione,  schiava com’era del peggiore  petrarchismo ... 
5.     Myricae
E allora ecco che  Pascoli  , professore di grammatica greca e latina , grande studioso dei classici, dotto dantista , ma anche eccellente ornitologo, sottile botanico , decide di costruire  una nuova teoria linguistica basandosi sui  manuali di Max Muller e Spencer ; e dà uno  scossone a tutto il vecchiume della cultura italiana, con un linguaggio nuovo, che liquida definitivamente il vocabolario aulico e raffinato della tradizione lirica italiana , rendendolo più immediato e aderente alle cose, costruito spesso su termini tecnici e dialettali, su onomatopee , su modi usuali e discorsivi, un linguaggio all’apparenza dimesso, ma che intende invece farsi allusivo e mira a suggerire più che a dire, e che si carica di significati simbolici, in cui affiorano intrecci di sensazioni, corrispondenze  baudelariane tra profumo e colori, tra sensazioni olfattive e sensazioni visive. Myricae , la prima silloge di poesie del Pascoli, è un libro di rottura con il passato, la tradizione , è il libro per certi versi notturno e silenzioso, lacerato da un grido , una voce, un singulto che discopre il segreto della natura , come nell’”Assiuolo” e quella sua voce  indimenticabile: chiù.

Sì, d’accordo, ma “Myricae”  significa anche ripiegamento intimistico, idoleggiamento delle piccole cose, che nascono dal rifiuto verso la società del tempo, con il rifugio nella pace georgica della poesia , nel nido …. Certo che  a vederlo nelle foto d’epoca , tarchiato, con l’epa sporgente , il collo taurino , la testa forte sotto il cappello largo e molle , i baffoni spioventi ,  vestito come un bonario fattore della bassa padania ,  Giovannino Pascoli somiglia più a  Peppone di memoria guareschiana  che non a uno  che - come  disse   D’Annunzio -  è  stato il  più grande  poeta latino che sia sorto nel mondo, dal secolo di Augusto ad oggi..

 “Certo, certo, la continua fedeltà alle memorie familiari è un elemento caratterizzante della poesia pascoliana , e non si può negare un sentimento di pietà verso se stesso , che esterna continuamente , senza pudore e ipocrisia . Ma non va mai dimenticato che  quella di Pascoli  è una poesia solo apparentemente facile, in realtà è molto raffinata, costruita .  Egli  aveva elaborato una  lingua tutta speciale, inconfondibile ,  una koinè , un fior fiore di linguaggi materni , sorta di volgare trascendentale, che aprirà la strada a poeti dialettali importanti come Biagio Marin, Giotti, Baldini, Guerra,  Loi , e lo stesso Pasolini  . E’ un poeta  “che dimostra come l’arte sia magia pratica”.  E , per paradosso , un  poeta tutto italiano come lui diventerà una delle espressioni più significative della nuova coscienza europea. Oggi Pascoli è rivaluto come grande poeta europeista . Immagini , per un attimo, quest’uomo tozzo, pesante ,  con le sue mani grandi e callose, da contadino, che si mette al tavolo e inizia a scrivere… Ed eccolo , allora , il letterato , l’umanista , il poeta  Pascoli seduto ad uno dei tre leggendari tavoli , che si è fatto appositamente costruire nella sua casetta di Barga , in Garfagnana, quello della “poesia in lingua italiana”  ( gli altri due sono per il latino e per gli studi danteschi) . Eccolo fare il come il cacciatore di Hugo , cercare  di prendere pensieri,  o il maestro del bricolage , con una strategia consapevole , da conoscitore di scienza, antropologia , mito e religioni.  Eccolo fare poesia come il contadino che fa il vino , o un buon artigiano , un falegname , un fabbro , una ricamatrice, alle prese con la magia della loro creatività, un bambino che raccoglie memorie dell’infanzia e fa volare ancora il proprio aquilone, la poesia che egli stesso dichiarò di amare  più delle altre”.

6.     Le sorelle di Pascoli
  Ma – ci chiediamo – quest’uomo solitario , che aveva molto sofferto fin dall’infanzia , e poi nella gioventù, con la morte del fratello maggiore, Giacomo, che lo manteneva agli studi ; poi c’era stata l’adesione al socialismo, l’arresto, il carcere, lo sbandamento , il tentato suicido ,  infine  la mostruosa  ossessione del nido , dove visse insieme alla due sorelle minori Ida e Maria , la sua castità coatta, inappagata e  nevrotica, che ha dato adito anche a ipotesi di fantasie incestuose , possibile che quest’uomo non abbia  mai pensato di farsi una propria famiglia, di avere una moglie, dei figli, un proprio nido, insomma?

Beh, sì, ci sono stati momenti in cui sembrava avviato alla vita matrimoniale, come la maggior parte degli uomini, ma nessuno particolarmente significativo, tranne l’ultimo,  verso la metà del 1896, dopo le nozze ,per lui tragiche , della sorella  Ida;  si fidanzò  con la bellissima  e giovane Imelde Morri, che era una sua lontana cugina, e scrisse ad Ida di prendere con sé la sorella Maria... Fu quello , credo, l’ultimo tentativo di crearsi una vita propria, ma tutto si dissolse in una bolla colorata. E stavolta fu proprio Mariù, con i suoi pianti ricattatori , a estromettere  dal “nido” la fidanzata segreta del fratello. E lo testimonia lo stesso Pascoli in una lettera.
Mia cara Mariù, non ho nulla da raccontarti, se non che penso sempre a te . E desidero rivederti. Quanto a quella cosa , mi sono già exécuté , ossia ho troncato tutto. Non piangere più, ora, non avrai più i labbrini bianchi e la faccia terrea.

Intanto  s’accentua in lui il sentimento doloroso della vita col suo mistero immenso, lo smarrimento, lo sconforto , la sofferenza che è alla radice del nostro vivere. Eccolo che ripiega in se stesso, s’isola  nella sua “casetta”  in campagna di Castelvecchio Barga , nel  “nido” di radiche e fuscelli piccolo e caro , dove trova rifugio contro le minacce degli uomini a lui ostili , ed è sempre più costretto a  vivere con le sue metafore ossessive: parla sempre più spesso con i morti ,  soprattutto la madre, figura immanente : Me la miravo accanto / esile sì, ma bella: / pallida sì, ma tanto / giovane! una sorella!  bionda così com'era / quando da noi partì.

In pieno trionfo scientifico , mentre nella realtà politica e sociale si affermavano le ragioni utilitarie e le rivendicazioni economiche , e nella morale l’orgoglio e la volontà di potenza, Giovanni Pascoli  testimoniò per i semplici, gli umiliati  ed offesi, quelli che soffrono . Mostrò nel dolore un privilegio morale , una specie di mistico titolo di nobiltà ; e nella morte , sempre presente, il supremo sacramento di iniziazione al misterioso segreto del mondo. All’epoca del razionalismo inappellabile e dello storicismo assoluto, si trovò ad essere l’artista romanticamente più inattuale. Per cui ecco le incomprensioni , i  malintesi , gli urti, i patemi , la solitudine…

Ed ecco  che Pascoli  comincia a bere , a bere forte , soprattutto nel periodo in cui si trova a Roma, per far parte di una commissione di studio  sull’insegnamento delle discipline  letterarie nei licei  e conoscerà D’annunzio e l’editore De Bosis .  E’ in quel periodo , tra il 1893 e il 1895 , che  accentua  il rapporto nevrotico e di repressioni sessuali sublimate con  le due sorelle minori ,  Mariù e Du, (Maria e Ida) , alle quali scrive lettere da innamorato: Care fanciulle , io vi voglio molto bene, e sento che lontano da voi sono molto infelice… Vi mando una delle foglioline mandate da voi, alla quale ho dato un bacio . Baciatela e le nostre labbra si incontreranno…  . Ma con l’andar del tempo quella situazione, accettata da Maria, futura custode della memoria di Giovannino, risulta gravosa per Ida, che scappa  di casa  e se ne va a Sogliano , vicino Livorno , per tornare con il fidanzato, che sposerà l’anno dopo, nel settembre 1895, procurando al fratello  forse la più grave tempesta psichica della sua vita.  Pascoli è preda di continue crisi di sconforto e di pianto, abbrutito dall’alcool , piomba nella più cupa disperazione per la distruzione del “nido” operata dal “ tradimento” della sorella e nulla sembra ricondurlo alla ragione. Scrive da Roma nel giugno del 1895:  “ Come farò a dormire questa notte? Queste altre notti?come passerò questi giorni?Oh, povero Giovanni! Un bacio, Du, un bacio Mariù. Addio, cara Du. Perdonate la mia breve lettera. Non posso farmi vedere a piangere…Siamo ora all’uscir dall’infanzia , si può dire, e io sono vecchio e malato”.
Giovannino esplode in un pianto , in un parossismo d’angoscia che rivelano la consapevolezza di un irreparabile fallimento esistenziale. Quella religione domestica e solipsistica su cui aveva fondato i fragilissimi equilibri della propria esistenza , andava in disfacimento. Avverte il senso profondo della sua solitudine, il sentimento della morte , ed ecco apparire la tessitrice,  la sua Silvia , il simbolo dell’amore giovanile perduto e, allo stesso tempo, della morte, promessa come un riposo e un rifugio: C’è un gran dolore e del gran mistero nel mondo ,e non basta a consolarci la vita semplice e familiare , né basta la contemplazione della natura in campagna per liberarci del   nostro immutabile destino”…Il mondo è un bel quadro dallo splendido paesaggio naturale, ma è rovinato dalle brutte figure degli uomini, figure di ignobili, di ignobilissimi, di traditori, di spie, di mascalzoni… 
7.     La solitudine
Si riaffaccia in lui il  sentimento del nulla , il silenzio , l’assenza , il vuoto pauroso che tutto avvolge , di matrice leopardiana e “ mallarmeana”. Giovannino avverte il peso della grande solitudine, quella solitudine che non può essere consolata neppure dall’affetto dell’ultima sorella rimastagli accanto, l’adorata  Maria: Oh, Mariù! Ti splende su l’umile testa la sera d’autunno…Stringiamoci e facciamo in modo che la nostra unione non  abbia neppure un minuto di malcontento… Con te vivere, con te morire!.. Una cordina al tuo destino, una camerina vicina a me , e sempre insieme… La mia felicità sta in te. Tu mi ami, io t’amo…Mi resti solo tu…” .
A Maria , che appare in fotografie accanto al fratello, quasi in disparte e contrariata ,con un fazzoletto bianco  in testa , che copre e mortifica le sue abbondanti chiome nere , sempre vestita da massaia rurale, con veste larghe che  mortificano   le sue forme prosperose;  a Maria che amò talmente il fratello non solo da sacrificargli la sua vita famigliare, ma fino al punto da studiare latino e greco  per seguirne la sua attività, - Giovanni dedica una delle  poesie più belle  della sua produzione  , la “Digitale purpurea” , che ha un chiaro significato erotico. Ma l’eros viene sempre avvertito con trepidazione e angoscia, come una colpa , come un male che sconvolge i sensi e la vita e oltre il quale c’è solo la morte, il fiore di morte della passione.
8.     Il senso cosmico
Ma neppure Maria lo salva dal fallimento , dallo scacco, dalla sconfitta della vita, né il forzato itinerario di chi, come lui, ha scelto la contemplazione e la purificazione piuttosto che la vita attiva. Ed ecco allora che  accanto al bonario professore cordiale,  versatile, sorridente , agreste , all’uomo che sorride ai fotografi e sembra in pace con il mondo, che contempla con serenità l’orizzonte limitato del proprio campo  e si gode placidamente la sua quiete domestica, profilarsi l’altro  Pascoli, quello “cosmico” , di cui ci ha parlato il prof. Vallone , che guarda con angoscia l’immenso cielo stellato, infinita ombra costellata , popolata di spazi silenziosi che ruota perennemente e paurosamente con il piccolo globo opaco della Terra; sente di girare nello spazio , con la propria mortale fragilità , in una profonda , insondabile solitudine che non si riesce a sopportare: “Io sono molto afflitto. Sempre solo! Solo!solo!solo! solo col mio pensiero…! Solo ad ascoltare i battiti del mio cuore …
 Cosmo e umanità, questi i due  termini essenziali di gran parte delle sue ultime  meditazioni: “Veder d’attimo in attimo più chiare/ le costellazioni, il firmamento/ crescere sotto il mio precipitare ! / precipitare languido , sgomento, / nullo , senza più peso e senza senso,/ sprofondar d’un millennio ogni momento!..non trovar fondo, non trovar mai posa,/ da spazio immenso ad altro spazio immenso; / forse giù, giù, via via, sperar …che cosa? La sosta! Il fine! Io, io te , di nebulosa in nebulosa , di cielo in cielo , invano e sempre.
Crolli terrificanti, cataclismi paurosi dell’universo, corse folli degli astri , scontri spaventosi , incendi  immani, pietrificazioni ed esplosioni astrali…Non è il  Pascoli consueto del fanciullino  quello che ci viene incontro sul volgere della sua esistenza, ma un poeta ossessionato dalla presenza dell’abisso cosmico. Lo spalancarsi dell’universo in vastità sconfinate , in cui la terra sprofonda e scompare, comunica al poeta un senso di smarrita infinita solitudine , che sembra sfociare in una nostalgia di cieli spirituali , in inquieto desiderio di Dio.  Gli incontri con la figura centrale della madre morta  si fanno più frequenti :  Mia madre era al cancello/. Che pianto fu! Quante ore!/ Lì, sotto il verde ombrello/ della mimosa in fiore.
 L’abisso spaziale a cui guarda Pascoli con terrore diventa la misura dell’assenza di Dio: o quanto meno dell’inappagata ricerca di Dio. Aveva detto all’amico Lorenzo Saponaro: “E’ inutile che noi discutiamo di religione . Noi crediamo tutte e due alle stesse cose , con questa differenza che tu credi per il dogma e io no”.
 Ma non era vero. Aveva smarrito il conforto della religione tradizionale, ed era privo di ogni energia speculativa. E’ un’anima  nella penombra , preso da questa sconsolata paura cosmica, che ricorda una sorta di profezia di Merezskovskij: “Tutta la nostra stirpe  all’alba del secolo  aspetta la morte “. 
 In questa desolata constatazione è racchiusa , secondo Pascoli , la tragedia dell’uomo del novecento, la sua filosofia disperata.
9.     La morte
Il 26 gennaio 1912 si mette a letto per una cirrosi epatica. Cinque giorni prima gli è morto il cane, l’adorato Gulì , il 17 febbraio lascia per sempre la casa di Castelvecchio : viene portato in macchina alla stazione di Salice , poi con treno e vagone speciale , fino a Bologna . Il clinico Augusto Murri diagnostica un tumore metastatico dello stomaco, poi estesosi al fegato. L’11 marzo un telegramma annuncia che il suo poemetto in lingua latina Thallusa ha vinto la medaglia d’oro, è la tredicesima  ricevuta da Pascoli.
Ora Giovannino contempla il deserto leopardiano che illumina la rovina e la morte . Aspetta ormai solo la morte , per un male inesorabile , ma  s’interroga ancora sul “dopo”. Invoca  - inutilmente - la madre:“O madre , fa ch’io creda ancora/In ciò ch’è amore , in ciò ch’è luce!O madre, a me non dire Addio,/se di là è, se teco è Dio!. Sfioriva il crepuscolo stanco/Cadeva dal cielo una rugiada. Non c’era avanti a me , che il bianco/Della silenziosa strada”.
 E‘ a Maria, unica fedele compagna di tutta una vita , sorella-madre-madonna , che pochi giorno dopo , il 6 aprile del 1912,  alle 17,30 , vengono rivolte le ultime rotte accorate parole di Giovannino , ormai morente: “Sotto terra…sotto terra… peccata… peccata… prete… prete…prete…Dio mio!...Dio Mio… madre!... madre!... madre!... Mariù… Mariù… Mariù…”

                       Roma, 20 ottobre 2012                         Augusto Benemeglio

6 commenti:

  1. Non ci sono parole. Grazie Augusto per questo magnifico rappresentare.

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  2. Gerazie a te, Serenella, mia cara e gentile aficionada. Un abbraccio.

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  3. Ho letto con vero interesse e piacere. Sinceramente pensavo fosse troppo lungo il pezzo per il web, mi devo ricredere. Come dice Serenella non ci sono parole. Ti ringrazio per avermi offerto la possibilità di pubblicare il pezzo su questo blog.
    franco.

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  4. Non è mai lungo un articolo se porta interesse a chi legge.
    Ovviamente, come già spiegato in altra parte, chi scrive studi e saggi lo fa per il piacere di comunicare agli altri il suo studio profondo e articolato e in poche parole regalare conoscenza. Non è poco.
    Non credo serva soffermarmi sul saggio (mi permetto di chiamarlo così), mi basta la lettura.
    Io sono ritornata al Pascoli e al suo fanciullino in età più che adulta, riconoscendogli, come orfana, molti punti in comune, e a parte le poesie sul giorno dei morti, o un Italy... non l'ho mai ritenuto un piagnone. Solo un grande osservatore e cantore delle piccole cose, e qui, mi piace ricordare il notturno di"Suor Virginia"
    A lei. - Il Lei ci vuole, lo ritengo una forma di rispetto - un grazie di cuore
    Elisa

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  5. Quando il ritratto di Pascoli , più o meno quello che è stato postato su questo blog , con in più la lettura di una decina di poesie, quelle più note e - oserei dire - più belle del poeta romagnolo (Il gelsomino notturno, la digitale purpurea, l'Assiuolo, l'aquilone, la tessitrice , mia madre, etc) è stato proposto ad un pubblico abbastanza numeroso , in un salone ad hoc , nella zona dove io risiedo ( a pochi chilometri da Ostia, e Serenella lo ricorderà), la gente - tutta, credo, senza eccezioni - ha provato una fortissima emozione, e ha compreso tutto ad un tratto, forse come mai era successo prima , durante il periodo della scuola e anche dopo, da adulti , rammemorando le poesie pascoliane, come Giovannino Pascoli sia un grandissimo poeta, uno dei poeti più grandi non solo italiani ma europei, e dunque mondiali. E' bastato realizzare le cose più semplici e più giuste, un leggio, una chitarra, un'atmosfera adatta e... appunto recitare le sue poesie, che hanno davvero dato una scossa , un imprinnting a tutta la precedente poesia italiana, ma lo hanno fatto nella direzione della musicalità, dell'armonia , della grande estrema dolce tristezza e malinconia dei versi, di un simbolismo ricco di sfaccettature per una vita ( la sua , ma che è spesso , comunemente , la vita di quasi noi tutti) che è fatta in fondo di piccole, piccolissime insignificanti cose , il chiù dell'uccellino, lo schiudersi del gelsomino, il sottile velenoso piacere della digitale purpurea , il don don delle camnpane, la sera che diventa dolce dopo la bufera , il ricordo dei nostri morti , la fioca luce dell'alba etc..., tutte cose che man mano che passano gli anni si allontanano e si perdono in una grande, infinita solitudine. Sì, purtroppo, rimane solo quella , alla fine .
    Io credo che non ci sia altro modo di far conoscere i poeti che...porgerli al pubblico così, come sono , nella loro debolezza, nella loro piccola grande umanità, e poi far ascoltare naturalmente i loro versi, il loro canto vero.
    Un saluto
    Augusto

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  6. E' vero, Augusto, avrei dovuto sottolinearlo io, grande l'emozione che si avvertiva nella sala, e tutti eravamo presi dalla parola, che tu, sapientemente, avevi ideato un ambiente semplice, spoglio, creando un'atmosfera con le sole cose atte a rappresentare il Poeta.
    E' stata un'altra ottima rappresentazione delle tue tante messe in scena, delle quali ricordo in particolare quella austera su Kafka e quella fantasmagorica adottata per rappresentare D'Annunzio.

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