lunedì 31 dicembre 2012

l'angolo della poesia - dicembre 2012


Eugenio Montale
Non chiederci la parola



Giovanni Pascoli
Evgenij Evtushenko
Eugenio MontaleCarlo BellinviaVivian LamarqueNazim HikmetTed HugesCarol Ann DuffyVincenzo CardarelliGiorgio Orelli



EUGENIO MONTALE - Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


LE CIARAMELLE

di Giovanni Pascoli

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!


Evgenij Evtushenko

*E qual che sia il futuro

E qual che sia il futuro
che il mondo m'apparecchia,
io gli perdonerò.
E anzi lo amerò, sempre.
In grazia se non altro di questo:
che un giorno l'ho veduto riflesso
nella felicità dei tuoi occhi.


Sorrisi

Erano tanti un tempo i tuoi sorrisi:
sorpresi, maliziosi, festosi,
tristi a volte un tantino, ma tuttavia sorrisi.

Non uno è rimasto a te dei tuoi sorrisi.
Troverò un campo dove a centinaia crescono.
Te ne porterò una bracciata dei più bei sorrisi.

Tu mi dirai che non hai bisogno di sorrisi,
che troppo hanno stancato i miei e gli altri,
e hanno stancato anche me gli altrui sorrisi.

E hanno stancato anche me i miei propri sorrisi.
Di difesa ne ho tanti,
che mi rendono ancor meno facile ai sorrisi.

Ma, a dire il vero, io non ho sorrisi.
Sei tu per la mia vita l’ultimo dei sorrisi,
sorriso, che sul volto non ha mai sorrisi.


Al mio cane

Ficcando il naso nero nel vetro,
il cane aspetta, aspetta sempre qualcuno.
Infilo la mano nel suo pelo,
io pure aspetto qualcuno.
Ricordi, cane, c'è stato un tempo
quando una donna abitava qui.
E chi era essa per me?
Forse una sorella, una moglie forse,
e forse, talvolta, sembrava una figlia
a cui dovevo il mio aiuto.
Essa è lontana... Ti sei fatto zitto.
Più non ci saranno altre donne qui.
Mio bravo cane, sei bravo in tutto,
ma che peccato che tu non possa bere!


Non ci saranno più parole

Non ci saranno più parole, lo sai
nè qui, nè altrove
nè parole a dire ciò che è stato
nè parole a dire ciò che non è più
mi resta un pacco mai spedito
e un libro desiderato
mi resta un letto non ancora disfatto
e musiche mute e parole strozzate
e immagini sfocate
mi resta la sciatta e affrettata gentilezza
di una conversazione lampo
moneta di latta
da gettare ai pezzenti per strada.


CAFFÈ A RAPALLO

di Eugenio Montale


Natale nel tepidario
lustrante, truccato dai fumi
che svolgono tazze, velato
tremore di lumi oltre i chiusi
cristalli, profili di femmine
nel grigio, tra lampi di gemme
e screzi di sete...
Son giunte
a queste native tue spiagge,
le nuove Sirene!; e qui manchi
Camillo, amico, tu storico
di cupidige e di brividi.

S'ode grande frastuono nella via.

È passata di fuori
l'indicibile musica
delle trombe di lama
e dei piattini arguti dei fanciulli:
è passata la musica innocente.

Un mondo gnomo ne andava
con strepere di muletti e di carriole,
tra un lagno di montoni
di cartapesta e un bagliare
di sciabole fasciate di stagnole.
Passarono i Generali
con le feluche di cartone
e impugnavano aste di torroni;
poi furono i gregari
con moccoli e lampioni,
e le tinnanti scatole
ch'ànno il suono più trito,
tenue rivo che incanta
l'animo dubitoso:
(meraviglioso udivo).

L'orda passò col rumore
d'una zampante greggia
che il tuono recente impaura.
L'accolse la pastura
che per noi più non verdeggia.



Carlo Bellinvia (1985 -)

 
Carlo Bellinvia lo lessi anni fa su un sito di poesia – uno di quelli non selettivi, dove puoi trovarci di tutto nel bene e nel male – e il suo modo di fare poesia mi colpì molto: nella sua capacità camaleontica di mutare agilmente stili e forme poetiche, dagli haiku a poemetti discorsivi, con un occhio a Montale ma almeno un altro verso un suo superamento. Corrispondemmo, scrissi dei commenti a una sua raccolta inedita, poi non di lui non ho più saputo nulla, e sono anni ormai. Ma le poesie, quelle, le ho tenute. Di edito, che io sappia, c’è solo la raccolta di haiku Per i vicoli, macellai di piccioni e spettri di carta (qui). Le sue cose migliori però, secondo me, sono nei testi che articolano un discorso, una descrizione. E’ il caso de “L’immobile”, che pubblico e commento qui: questo poemetto è a mio parere uno dei suoi migliori testi scritti allora – a 22, 23 anni se non sbaglio. 
(Davide Castiglione)

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L’immobile
I
Dell’aria che esce, dell’aria che entra,
nel blu dipinto di blu, elettrificato ora dai lampi ora dai soli
come siete deviate nel vostro avvivarvi, stagioni scadute, d’inserto in altre stagioni,
e anzi nel vostro scombinarvi in un unico anno minore, il meno certo.
II.
E il colore e la lozione è nella foglia cinese, il must, il devi esserci d’autunno,
ma qui in città ancora rappresentativa di molti alberi, agli incroci,
e non si usa ormai più la resistenza che la tenga ancora lì affissa in croce;
se cade non si sa in quale oblio: inesistenti funerali di incarnati gialli,
solo morti promiscue di antichi bianchi. Fogli-nunzi, rivangati dal vento-becchino.
III.
Sopra le ringhiere, ancora decidono le ere le podarcis appassite
al loro milionario appuntamento, per remoto retaggio, col raggio garibaldino
dell’immaturo sole di marzo. Tutta la tetralogia primaverile è posta quasi in dubbio
dallo sfarzo dallo sfocio del ramarro dalla sterzata dal suo innescato contropiede.
Per inferiorità realizza l’autogoal: s’allenta colla fitta rete della verdura sventolata,
da ultrà difensivista. Sarebbe però irragionevole presagio invernale
se i suoi passi indietro contassero come giorni. Dagli al ramarro letargista- repubblicano!
IV.
Che, se torni, dal balcone si vede, la macroscopica calligrafia, a lettere chiare, del mare
che a branco ora si smembra o continuo, bianco suo autografo oppone
-la sua biografia discorre nella distesa, non solo nelle disperate profondità o nel cielo che vi si replica-
e gode nel poter accostare la culminata lingua all’inguine della spiaggia ultima:
mi varrà come bramosia, d’estate, ma siamo in marzo, appunto.
V.
Così, tutta sommata, mi piace questa nostra minima dimensione
che volge al male, questa mezza glaciazione, totale desertificazione
di simboli, di sentimenti. Dici che la Coca-Cola resterà: non menti. Pure Paperino,
timbrato senza narici (per orrore pop), anche senza olfatto la scamperà lo stesso.
Invece adesso scattista sulla già brevissima distanza
è il tempo nei riguardi dell’abitante della mia stanza.
Tutta la sequela si ricomincia da tutti o da nessuno,
da me o da te o dal responso assoluto
della pietra che suscita acqua.
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Le stagioni sono un topos letterario: difficile non trovare chi non ne abbia scritto. Precedenti novecenteschi illustri sono Eliot (il ciclo stagionale alla base dell’architettura de La Terra Desolata) e anche il tardo Montale, che intitola “Le stagioni” una delle più riuscite poesie di Satura. Se riduciamo una poesia al suo tema (nucleo semantico o matrice, secondo Riffaterre), la distruggiamo: è il limite di tanta critica contenutistica e solo tematica. Invece, la grandezza o almeno la bravura sta quasi tutta in superficie, nella struttura linguistica e discorsiva del testo. Vediamo.
D’impatto, colpisce l’estensione dei versi liberi, la cui struttura ‘agglutinata’ è memore di grandi precedenti del secondo novecento (Sereni, Luzi, Bertolucci, Pagliarani…). In particolare, la punteggiatura scandisce il dettato in unità minori, alcune delle quali a loro volta scandibili – e scandite, alla lettura – come versi lunghi composti (vd. il primo verso della sezione II). Le rime interne – in sordina, come voleva Montale – sono funzionali a complicare e rimotivare il verso lungo. E il verso lungo solitamente è spia di un’attitudine affabulatoria e discorsiva: vediamola meglio.
E’ sul piano dell’inventio discorsiva che la poesia mostra una considerevole varietà nell’unità, un intarsio che la rende omogenea ma avvincente. Alcuni esempi: in I, verso 1, il complemento d’argomento in stile trattatistico (“Del…”) contrasta con l’ovvietà tematica (aria che esce, aria che entra), che a sua volta è complicata dai riferimenti alla cultura popolare (la canzone di Modugno) rifunzionalizzati però dal piano semantico (aria –> blu [del cielo]).Questo stile ‘distaccato’ cede poi il passo a un’inflessione elegiaco-nostalgica, con il vocativo (“come siete deviate”, I, v.3).
Nella sezione II, il topos – pochi ve n’è di più triti – della foglia d’autunno e della morte è riciclato in un immaginario contemporaneo, coi riferimenti al consumismo, alla cultura dell’esserci (‘must’). C’è una voce che parla e che descrive, un ‘io’ ragionante ma per nulla sovraesposto in termini emotivi: c’è un mescolio di disincanto eppure di continua attenzione.
In III – notare intanto l’insistenza delle consonanti liquide ‘l’ e ‘r’, le rime interne e le fricative sorde ‘z’e ‘s’ – un dettaglio (‘continua attenzione’, appunto), il ramarro di montaliana memoria, fa cadere, squarcia l’ordine degli eventi, come il singolo è talora irriducibile alla generalizzazione.
In IV mare e scrittura si compenetrano – la mia memoria non può non andare al poemetto di Sereni “Un posto di vacanza” e anche a una poesia di Williams, tradotta da Sereni, in cui le onde sono descritte come parole: “frangersi d’onde come di parole”, e forse anche Shelley e la tradizione romantica in generale – salvo poi che un unità colloquiale come ‘appunto’ chiude il pur trattenuto slancio lirico dell’imagery appena tracciata.
In VI, infine, infrange appena l’impersonalità modernista del poemetto presentando una figura umana – il poeta stesso – mediante perifrasi straniante (abitante della mia stanza: come se l’esserci fisicamente, l’occupare spazio sia una delle poche cose incontestabili). Nel – per me – bellissimo finale, che combina pietra e acqua (anche qui, torna in mente Eliot, certo Williams, ma anche, nel tropos, le poesie di Laura Biagini oggi postate su Le parole e le cose), nell’affermazione di una verità oracolare, in netto contrasto con i riferimenti bassi, ‘pop’ della Coca-Cola e di Paperino. Tutto questo a poco più di vent’anni: e scusate se è poco. (Stylistic chart (2))







Vivian Lamarque


IL PRIMO MIO AMORE



Il primo mio amore il primo mio amore
erano due.
Perché lui aveva un gemello
e io amavo anche quello.
Il primo mio amore erano due uguali
ma uno più allegro dell'altro
e l'altro più serio a guardarmi
vicina al fratello.
Alla finestra di sera stavo sempre con quello
ma il primo mio amore il primo mio amore
erano due: lui e suo fratello gemello.

Eppure...
Eppure la poesia di Vivian Lamarque non è semplice, piuttosto immediata, questo sì: facile da comprendere, da empatizzare, e al contempo poesia ricercata, tesa nell'inseguire il linguaggio "bambino".
(E perchè la decisione di parlare come i bambini? Forse perchè la verità è più chiara agli occhi innocenti di un bambino? Potrebbe essere un idea interessante...Oppure, non so se ci avete mai pensato, perchè i sentimenti si esprimono sempre con parole semplici, infantili, e la sofferenza e l'amore, tanto per citarne due, trasformano sempre in bambini.)


da UNA QUIETA POLVERE (Mondadori, 1996, Premio Pen Club)

CONDOMINO
 Cammino piano, qua sotto
al terzo piano dorme un condomino
morto. E' tornato morto stasera
dall'ospedale, gli hanno salito
le scale, gli hanno aperto la porta
anche senza suonare, ha usato
per l'ultima volta il verbo
entrare. Ha dormito con noialtri condomini
essendo notte sembrava a noi uguale
ha dormito otto ore ma poi ancora
e ancora e ancora oltre la tromba
mattutina dei soldati, oltre il sole
alto nel cielo, ora che noi ci muoviamo
non è più a noi uguale. E' un condomino
morto. Scenderà senza piedi le scale.
Era gentile, stava alla finestra
aveva un canarino, aveva i suoi millesimi
condominiali, guarda gli stanno spuntando
le ali.


da TERESINO (Società di Poesia & Guanda, 1981, Premio Viareggio Opera Prima)

POESIA ILLEGITTIMA
 Quella sera che ho fatto l'amore
mentale con te
non sono stata prudente
dopo un po' mi si è gonfiata la mente
sappi che due notti fa
con dolorose doglie
mi è nata una poesia illegittimamente
porterà solo il mio nome
ma ha la tua aria straniera ti somiglia
mentre non sospetti niente di niente
sappi che ti è nata una figlia.

POESIA MALATA
 Ci deve essere un'epidemia
anche questa mia poesia appena nata
si è già bell'e malata.
Appena tu l'hai letta distaccatamente
senza fermarti e senza dirle niente
si è sentita girare un po' la testa si è appoggiata
si è svestita si è messa a letto
dice che è malata.
Ha guardato un po' le cose intorno distrattamente
poi ha chiuso gli occhi e non ha più detto niente
come Mimì finge di dormire
per poter con te sola restare
sta lì così melodrammaticamente
sta lì così senza dire niente
già così ridicola e disperata
appena appena nata.

SEPARAZIONE
 Quando spegne la luce la sera
e si racchiude nella posizione fetale
il tepore materno paterno coniugale
le viene da uno scaldaletto metallico
contenente acqua calda.

Biografia sintetica
 Vivian Lamarque è nata a Tesero (Trento) nel 1946. A nove mesi cambiò città e famiglia, a quattro anni perse il secondo padre, a dieci scoprì di avere due madri e scrisse le prime poesie. Dall'età di nove mesi vive a Milano, dove ha insegnato per molti anni. Ha lavorato come insegnante e tradotto Valéry, Baudelaire, Prévert, La Fontaine, Céline, Grimm e Wilde. Fa parte della Giuria Nazionale di Diaristica. Su Sette, inserto settimanale del Corriere della Sera, ha tenuto la rubrica Gentilmente, raccolta poi in volume da Rizzoli. La sua attività artistica è assai poliedrica: la sua prima raccolta poetica, Teresino, ha vinto nel 1980 il Premio Viareggio Opera Prima. Ha pubblicato poi Il Signore d'oro, Il Signore degli spaventati e Poesie dando del Lei. Del 1996 è Una quieta polvere. È autrice di 15 libri di fiabe e ha vinto il Premio Rodari (1997) e il Premio Andersen (2000). Ha una figlia e una nipote.






Nazim Hikmet




Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'aldilà.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.



 
 

Ted Hughes (1930-1998)

Narcisi

I Narcisi scuotono le loro stelle
al vento verdedorato dell'ultimo bagliore.
La loro felicità non ha peso.
La loro letizia è spirito.

Anche stanotte avrà stelle precarie
sul monte della Luna
e brina d'Aprile.

I Narcisi sono intoccabili
nel fruscio di un film muto
che accelera un ballo
e risa di bambini
alla fine della Grande Guerra.

Le loro faccine sono schiacciate
sotto i grandi e molli fiocchi di un pallido nastro.

Ma questa è adesso la felicità
essere grandi -
magre ragazze alla moda,
i capelli all'indietro, le sottili labbra dischiuse, spinte
dentro un freddo sole, le guance splendenti,
delicate come ghiaccio acceso.

Non potranno soffrire.

(Anche nel solenne e gelido
strazio dell'altrui lutto,
saranno al sicuro -

bulbi nella terra
sotto le ciocche della ghirlanda).

Ghirlanda di stelle.




Hughes nacque il 16 agosto 1930 a Mytholmroyd, nel West Yorkshire, e crebbe tra le fattorie e le colline di quella regione. Hughes ha affermato, «My first six years shaped everything» ("I miei primi sei anni formarono tutto il resto"). Studiò letteratura inglese, antropologia e archeologia al Pembroke College, a Cambridge, dove incontrò la giovane poetessa Sylvia Plath. Le prime opere in versi di Hughes trattano il tema della natura e, in particolare, dell'innocente violenza del mondo animale.





 

Carol Ann Duffy


Estasi


Nei tuoi pensieri tutto il giorno, tu nei miei.

Gli uccelli cantano al riparo di un albero.
Sopra la preghiera della pioggia, un blu sterminato,

non il paradiso, che non va da nessuna parte, senza fine.

Perché mai le nostre vite si allontanano

da noi stesse, mentre rimaniamo intrappolate nel tempo,

in fila verso la morte? Sembra che nulla possa mutare

lo schema dei nostri giorni, alterare la rima

data da lutto in assonanza con diletto.

Poi sopraggiunge l’amore come un volo lesto di uccelli

dalla terra al paradiso dopo la pioggia. Un tuo bacio,
rievocato, sfila, come fossero perle, questa catena di parole.

Cieli immensi ci congiungono, unendo qui a lì.

Desiderio e passione nell’aria che pensa.


Traduzione di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera
Carol Ann DuffyLo splendore del tempio. Poesia d’amorea cura di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera
Crocetti Editore 2012

“In the world of Brittish poetry Carol Ann Duffy is a superstar” The Guardian
Nata a Glasgow il 23 dicembre 1955. Infant prodige, a 15 anni la sua prima pubblicazione. Nel 2009 le fu conferita la carica di Poeta Laureato del Regno Unito (ciò comporta comporre inni e poemi in occasioni solenni e ufficiali, ma anche una discreta sommetta di denaro, nonché enorme prestigio). Sembra fosse stata proposta già nel 1999, ma poi l’idea venne scartata in quanto la poetessa era dichiaratamente di orientamento bisessuale e ciò sembrava poco consono all’alta e “pura” carica.
Duffy è un poeta molto amato per il suo stile accessibile, a tratti divertente e spesso accompagnato da immagini surreali.

Della sua poetica dice: “Mi piace usare parole semplici, ma in modo complicato”
Come mi sento vicina a quest’affermazione…
Possiamo tranquillamente dire che Carol Ann Duffy è una dei pochi che riesce a mettere d’accordo, per una volta tanto, critica e lettore comune.


POESIE NELLA RETE


Titti Ferrando


Il barbone di via Ugo Bassi
 I sassi nelle sue tasche hanno suono bianco di confetti e avvolta
nella carta del pane ha la pietra filosofale e la sua strana fantasia.

Quando gli uomini si sono coperti 
di squame, ha avuto paura dei loro piccoli
gelidi occhi di lucertola ed è fuggito per i vicoli 
inseguito dai fiati che ingoiano il suo nome.
Disgusto di sudore e miseria nei suoi stracci.
Odore di brace e bucce d’arancia.

Soffocato d’assenza d’ascolto
divorato da una misteriosa follia
ha chiuso gli occhi per non esserci più.
Aggrappato al suo buio
frantuma rumori, vede il silenzio dei platani
e il canto dei merli. E tutto gli appartiene.

Quando il tramonto si distrugge
nel buio, in un angolo sporco di via Ugo Bassi
nel freddo di labbra spaccate
si ferma, esausto di fuga
e s'addormenta spalancando gli occhi
per vendicarsi della luce.


Cadenza d’inganno
È crudele sapere dell’ultimo
attimo il gesto e il respiro.
Cerco nella tua bocca il grido
che alza un volo di storni spauriti.
Vorrei rimettere il tempo
dentro agli orologi
perdere il senso del cielo
ma l’urlo mi brucia la schiena.
La linea del palmo che stringo
nel pugno è cadenza d’inganno
di poeti immaginati.


Il poeta
Si ascoltava parecchio
si ascoltava pensare perché
era di poche parole a voce bassa
nelle sue poesie.
Credeva d’aver dato molto
ma quando l’amore vacillò
si strinse nelle spalle, lo lasciò andare.
No tengas pena, lei pensò,
fa male quell’ordine stretto
di cose negate
ci vuole coraggio per stare da soli.
La parola non è mai innocente
neanche quella dei poeti.

**VINCENZO CARDARELLI - 
Gabbiani
 
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace. Io son come loro
in perpetuo volo. La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
***

C’è sempre mancato qualcosa
 
Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c’incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam rispettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.
***
 



Poesie seguenti sono tratte dalla raccolta Sinopie (Lo specchio - Mondadori).


 GIORGIO ORELLI


IL LAGO

La biglia azzurra, la biglia turchese.


Orsola ha fabbricato il suo paese
di ferro arrugginito sulla riva
dove gli alberi stirano le tenaci radici
e baccelli di morte primavere
non si sfanno.

Non delirio: una quiete
che mi concede di lanciare un ciottolo
con più forza di te, 
e sedermi, scrutare le tue scarpe
troppo presto levate,
se ancora non c'è verde che le accolga,
e come ammonitrici.
                                       Tonfano le campane
da un pianeta. L'insetto caduto
nel tuo grembo s'accende di barbagli
azzurri, l'ingombra
d'esilissime zampe.
Cresce in cielo l'azzurro che viene
dal Nord, dai miei paesi. Ed un battello
desta (sempre?) un subbuglio stralunato
di nascosti tacchini.
Corri, e la gonna rosa
stendi come a raccogliere
le prime onde. Io ti guardo da prua.






DUE PASSI CON LUCIA, D’AUTUNNO I fichi del ricco traboccano dal parco,
ma neanche il porco li mangia.
Sembrano buoni, così belli e pieni,
ma nessuno li mangia.
Imbratteranno presto la viuzza.

Vieni, Lucia, che andiamo

per una strada meno stretta
dove cadono ricci con castagne
e possiamo giocare a pestarci le ombre
senza che abbaino cani.


A UN FILOLOGO

Certo, se penso cose tristissime: colli
troppo fragili, teste come ceppi,
e quegli occhi!
di bimbi negri denutriti, le madri
dai seni invano cercati; se penso
cose bellissime, vere
fuor della mente o vere espresse nei libri
dei poeti che tu fingi di amare;
la tua superbia e la tua slealtà
mi valgono due candide farfalle
vagabonde per colli dove vacche pezzate
terminano col cielo
simili a grandi viole del pensiero.


A UN CATTOLICO Forse sei troppo sano e l’unica tua vertigine

dev’essere codesto scoppiare
di salute. Ma ora che ti stringe l’età detta implacabile,
di’, non sarebbe meglio ridurre tutto all’osso?
Suvvia, fa’ che tanti anni di sterco di piccioni
non ti offuschino l’anima se offuscano la chiesa,
fa’ che non vi rintocchi una frivola pendola. Addio.


QUELL’UOMO CHE PREGA IL SIGNORE "Quell’uomo che prega il Signore a quel modo,

sì, quel signore là (proprio adesso s’accende di sole
sull’omero destro), bene, il popolo dice
che il parroco è un messo di Dio e lui un fesso
della madonna, purtuttavia guadagna
più di tuo padre e del curato insieme.
Con suoi lordi compagni è appena tornato da Lourdes
dove non avrà preso maggiore coscienza di sé
ma certo pregato per i più strapazzati
operai da lui stesso trascelti nel Sud.
Adesso sai perché tanto arrotonda la voce,
perché dilata il segno della croce."
Fuori, una nobile bestia, la vacca di zia Rita,
non muove più la coda, ferita alla radice.


A UN AVVOCATO Dice Erasmo che voi avvocati

siete la fetta peggiore del mondo.
Camicia azzurra, che ne pensi tu
che in fronte non hai scritto Giocondo
ma ti splende la fede così come
nel cuore ti fiorisce la speranza?
Ti sei fatta - mi dicono - una nicchia
d’oro. Com’è la storia della stanza
di troppo? L’hai murata? È vero
che per non farti una morale speciale
leggi ogni sera, oltre ai Vangeli, il primo
Marx? Mi ricordo quando mi prestavi
cinque franchi, che ti rendevo al più presto.
Anche per questo scricchia il mio pennino.


A UN PICCOLO BORGHESE Ti ho promesso dei versi: son pronti.

Come te, come il tuo avvocato (suo padre molto spese
per farlo studiare, giocare a poker, fornicare),
anch’io sento l’usura del tempo (e, come si dice, dico
talvolta: non fosse che in omaggio ai defunti più cari,
mettiamoci sopra una pioda, non se ne parli più);
ma certe offese trafiggono tanto in profondo
la parte migliore di noi, che non possiamo scordarle,
ed ora improvvise risplendono nella mia mente come
bottiglie vuote al sole lungo la cantonale.
Rifiuto lo stupido iddio che ti sei fatto a tua immagine,
l’idolo che t’aiuta a far tornare i conti,
ma ti comprendo, tu sei della razza di quelli
che né "peste" né "cardinale" riescono a mutare.
Parleremo (d’estate) di funghi, di mirtilli.



 
MANUEL MICALETTO


Layout

Il tempo a barre dei display
strattona il sangue nella mischia, contende la mosca
al suo dominio di centinaia
e centinaia di occhi, e centinaia ancora, la folla
si rovescia e reclama
il vuoto innocente e preme e divarica
la stanza, curva a strapiombo, rintraccia nel letto quella norma
che detiene l'origine.

Non è facile rinvenire
un altrove del centro, spiazzati
in testa al buio compatto
che si fa strada e lascia
il mondo al palo.
Così poveri di mondo, allora, staccare il testo dalla pagina e questo enunciato
che prende una strana piega, si sbilancia, cade a specchio, obbedisce
al suo stesso piombo.


Un secondo -


Dicevi dei gesti
che non hanno mai conseguenze - ma gestazioni,
placente, vuoti materni. Temo l'entusiasmo
degli uomini.

Qualsiasi pioggia
ci trova sbilanciati,
conosce l'abito
fino alla carne scoperta, al segno dell'elastico.

"Diffida dei viventi
ed ama gli abitanti
poiché lo spirito di dio aleggia
in principio sulle acque, poi sulle case.

In maniera non difforme
ogni azione è feroce
e solo un'idra
prepara gli esami"

"Non impareremo mai a legare
che sia la scuola, o le scarpe"

"Ti attribuisco i morti e un cappotto
analogo alle mosche"

Uno stagno
bastò a scoperchiare il nome
esatto delle tartarughe.
Da cui tutte le cose docilmente
discendono - con il carapace
e il liquore inattingibile.

Che possa
questa giaculatoria
esorcizzare l'inevitabile, la pozza in pieno viso.

Manuel Micaletto nasce il 4 agosto 1990, a Sanremo. Non riesce a farsi una ragione dell'acqua. Ama i letti, soprattutto se sono libri. I suoi morti preferiti sono, in ordine sparso: Cioran, Schopenhauer, Kierkegaard, Borges, Leopardi, Benn, Bene, Unamuno, Landolfi, Blanchot. Ma i morti gli piacciono un po' tutti, e fantastica un giorno di adottarne moltissimi e giocare con loro e vederli crescere e iscriverli al college. Questo vale per tutti i morti, tranne che per Wallace. E' felicemente spossato, è magro e anche carino, 3403456789. Ha conseguito la maturità classica e frequenta la facoltà di Lettere Moderne all'università Statale di Milano. Però non è vero, non frequenta. E' astemio, non si diverte, e nemmeno voi dovreste, a pensarci bene. Giura, inoltre, che non è solito parlare di sé in terza persona. Continua a non capacitarsi dell'acqua.

21 commenti:

  1. Simpatico è simpatico per come si presenta.

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    1. Parlo di Manuel Micaletto e della sua presentazione. La sua poesia , però, non mi rimane, mi sfugge e non mi conquista.

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  2. Orelli: Evocativo e amaro , nel leggerlo mi si forma un grumo nello stomaco che nell'andare cresce e si forma quel senso di impotenza che il poeta trasmette.
    Sì, Poeta.

    Il ragazzo dà il meglio di sé nella presentazione.
    Altro non so, non entra nel mio io ormai troppo lontano.
    Piperita

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  3. Certo che la poesia di Orelli è più vicina anche al mio modo di sentire, ma questi giovani ritengo che vadano letti comunque. Non ho le capaticità e i mezzi per proporre con autorevolezza poeti emergenti e non ancora famosi. Mi lascio consigliare, faccio a mia volta limitate ricerche, ma talvolta penso non ne valga la pena, anzi, dubito persino che vengano letti i testi proposti. Sento gridolini di soddisfazione soltanto per i soliti Neruda, Hikmet, Prevert, Emily e pochi altri. Pazienza, da tempo cerco qualcuno che mandi avanti in modo autonomo questa rubrica, ma senza risultati. Accetto proposte, commenti, e consigli di ogni genere. Grazie

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  4. Mi piace la Poesia di Orelli, in particolare DUE PASSI CON LUCIA, D’AUTUNNO, trovo che sia ermeticamente ironico e riesca a fustigare con grazia pungente.

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  5. Non conoscevo Carol Ann Duffy. Ho letto una bella poesia, grazie a chi l'ha segnalata.

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  6. hikmet, mi sembra di ricordare, vero?

    Elisa

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    1. Sì è lui, ho dimenticato di scrivere il nome dell'autore. Purtroppo non posso correggere. Si è verificato uno strano ERRORE (non chiedermi dove) e non sono in grado di entrare nel blog come amministratore. Se non risolvo il problema il blog non potrà essere aggiornato.
      Ciao, franco

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  7. questa poesia era da imparare a memoria per i miei alunni.
    beh, per noi adulti ha un valore maggiore, ovviamente, perchè noi guardiamo lontano vicinissimo
    loro guardano vicino lontanissimo
    ma
    è sempre un bel mantra.

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  8. Prima dico la mia su Hakmet. Non è un poeta per bambini.
    Vivian, dolce donna, dal volto ancora bambino. Bambina nel sentimento. Da un po' che non la sento. Bello ritrovarla qui.
    Grazie
    Elisa

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  9. Elisa, i ragazzi di terza di media sono adolescenti e sono capaci di riflettere.
    Certamente per noi le sue parole hanno unna densità diversa, ma i miei alunni imparavano e commentavano e poi si domandavano e mi domandavano tanti perchè ai quali ho già detto prima risposta non c'è

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    1. Tu hai scritto alunni! E io che vado a pensare? Ovvio ai bambini delle elementari. Le maestre sono famose con la poesia, diciamo, quasi contemporanea.
      Elisa

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  10. Devo dire grazie a Elisa che mi ha suggerito questa poetessa-bambina. Mi ha risollevato lo spirito. Oddio, non stavo male neanche prima, ma adesso sto meglio, anzi, mi ha contagiato. Speriamo non mi venga una brutta malattia. Vedi 'sta poesia che combina? mi ha appiccicato la rima e adesso parlo come un bambino viziato;-))) Come dici? E' meglio vecchio rimbambito????

    Pattyyyyyyy, aiuto!!!!! Salvami tu, dammi una dritta. Ho bisogno di un poeta che aborri la rima, sì si, voglio tornare come primaaaaaaa. Come dici? Ho capito bene, mi consigli Joshua? No grazie, mi tengo la mia di mattana. ah ha ha ha

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  11. Ma Joshua ama la rima, non te n'eri accorto?? :-) In ogni caso per pubblicare poeti viventi bisogna chiedere il permesso, oppure aspettare che muoiano..
    Bellissima proposta di Davide Castiglione. Veramente. Peccato che come dice lui di questo poeta si siano perse le tracce. Ma alla poesia si può sfuggire?? Non a tempo indeterminato.

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  12. Brava Patty che hai raccolto il mio appello.
    Ecco, questi sono gli inserimenti che danno più senso all'angolo della poesia.
    Speriamo che la cosa si possa ripetere con maggiore frequenza.
    Ringrazio te e Davide per questo post davvero interessante.

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  13. Che di questo poeta si siano perse le tracce,lo devo ammettere, un poco mi sgomenta. Non so che pensare e non oso fare supposizioni. Non so, speriamo che non sia successo niente di grave, e che gli fischino le orecchie e si faccia vivo. Mica l'avevo capita, inoltre mi pare che ci sia un errore in questa frase:
    "...scrissi dei commenti a una sua raccolta inedita, poi non di lui non ho più saputo nulla, e sono anni ormai."
    Ciao

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  14. Risposte
    1. poi non di lui non ho più saputo nulla

      Quella sdoppia negazione ha un senso oppure è un lapsus?
      Questo se volevi sapere dov'è l'errore.

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  15. ah...non mi ero manco accorta...(e nemmeno casti).

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  16. Le ciaramelle!
    suono di chiesa, suono di chiostro,
    suono di casa, suono di culla,
    suono di mamma, suono del nostro
    dolce e passato pianger di nulla.

    Molti dicono un viaggio nell'infanzia
    il suono delle cornamuse!
    Io penso o credo di ricordare
    che il poeta l'abbia scritta quando si trovava a Messina.
    Io ho visto un mondo del Sud

    Bellissima, ragazzo mio sei in gamba

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  17. Ho in casa un volumetto di poesie che apparteneva a mia madre, poesie di Evgenij Evtushenko: un autore che le piaceva moltissimo.
    L'ho ripreso dalla libreria in camera mia, dove conservo i libri che per me sono i più preziosi... C'è una poesia dove aveva sottolineato dei versi.

    TU SEI GRANDE IN AMORE
    Tu sei grande in amore,
    e temeraria.
    Io timido a ogni passo,
    non ti farò del male -
    ma di farti del bene sarò capace?

    Chissà perché aveva sottolineato questi primi versi...

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