lunedì 31 dicembre 2012

salotto - 2012


2012



Il punto sul blog - 17 dicembre

Il blog ha compiuto da poco quattro mesi. Pesa poco più di 30.000 click, gode di ottima salute, ha un bell’aspetto, ma ancora non mangia da solo e a malapena gattona. Ha bisogno di tempo, di continue cure e un’alimentazione ricca, intelligente e dispendiosa in termini di tempo e di energie. Tuttavia le soddisfazioni ripagano ampiamente l’amministratore dagli sforzi compiuti. Senza tanti giri di parole, e con la consueta franchezza, dirò che sono pienamente soddisfatto di quanto insieme abbiamo fatto sinora.
Attualmente, a casa di frame, è un blog personale, anche se si avvale della collaborazione e della partecipazione attiva di molta gente che ha interessi comuni quali la prosa, la poesia, la musica, la pittura, il cinema e non solo.Per diventare un blog collettivo a tutti gli effetti, la strada adesso è più breve. Il passo successivo, infatti, sarà la nomina dei membri del blog. Questo avverrà gradualmente e non subito. Prima di tutto sento la necessità di rivedere la struttura del blog, per renderla più agile e facilmente consultabile.  

SUPPLEMENTO/Salotto
Il salotto resterà la pagina principale di casa frame. Sarà sempre il “benvenuto” e il sommario delle novità del blog. Gli argomenti più interessanti saranno pubblicati su post di SUPPLENTO, al fine di agevolare la discussione e concentrare i commenti. Per il resto sarà come sempre.
ANGOLO DELLA POESIA
Questa rubrica sarà suddivisa in due sezioni.
Poeti famosi: Una raccolta di poesie e poeti famosi
poEsia: Autori online, emergenti, amatori, appassionati, esperti, geni incompresi, astri del web, insomma sarà dato spazio alle poesie di autori non ancora famosi. Alla poesia ingenua, dialettale, infantile eccetera eccetera. (il titolo di questa sezione non è definitivo, auspico e attendo consigli)
POST TEMPORANEI
Non tutti i nuovi post saranno mantenuti nella memoria permanente del blog e archiviati. Alcuni post avranno carattere temporaneo. Tutto questo per non appesantire di carichi non indispensabili la memoria.
Più POST e meno STANZE
Non tutti gli autori ospitati sul blog avranno una stanza a loro disposizione. Alcune stanze saranno eliminate con l’anno nuovo, anche se le opere rimarranno nell’archivio e si potranno leggere sotto la nuova etichetta: Autori Vari. ( o AA.VV.)



IPPIPENSIERO

Spiaggiati sulle rive del web dopo la mareggiata.
Ippolita Luzzo

Spiaggiati sulle rive del web dopo la mareggiata
Ci guardiamo e non ci riconosciamo.
Naufraghi di una vita destabilizzata, infangata, in solitaria malinconia abbiamo nuotato fino a quaggiù.  Convinti che ci saremmo salvati.
Ci siamo impegnati a non soffocare, a vincere con bracciate decise, il marito bastardo, la moglie cretina, il fratello urlante, la mamma servile.
Abbiamo poi, nel nostro nuotare, schivato, come la peste nera, il troppo lavoro, il lavoro decente, cercando per sempre di farla franca e rimandando a domani il fare dell’oggi.
Abbiamo nuotato fra flutti e tempeste ed a volte anche nella bonaccia, guardando la linea della terraferma come nuovi emigranti su una terra straniera.
Ed ora nudi, invecchiati ma non domi, ancora tentiamo di ingannarci ancora.
Convinti di esserci salvati di nuovo, ci alziamo, tastiamo sui tasti una nuova avventura.
Dapprima timidi e vergognosi, poi onnipotenti e falsificatori, gridiamo anche noi, dal web, dai video, dai troppi canali, gridiamo una storia solo salsedine amara.
Salata, troppo, e cotta dal sole, oppure gelata, e arsa dal freddo, dal vento, dalle troppe burrasche, una storia infinita, ammollata nell’acqua del nostro immenso e sconosciuto passato.
Ma noi siamo qui, per ora, ci siamo,con il solo impegno di rimetterci in cammino…
di dare un motivo, uno solo degno, di dignità, di dedizione, di affettuosità, di studio ancora
Non più per noi, ma per i nostri ragazzi, che sono nati già qui spiaggiati,
già qui da soli abbandonati con una bottiglia, con una lattina, con un cellulare, 
Sulle spiagge del web.
Di più non so.

Incipit 

                  Cupe foreste di abeti rossi s'affacciavano arcigne sulle due rive del fiume gelato. Un vento recente aveva strappato dai rami il bianco mantello di ghiaccio e nella luce dell'imbrunire gli alberi parevano appoggiarsi l'uno all'altro, neri e minacciosi. Un vasto silenzio avvolgeva il paesaggio. E il paesaggio stesso era desolato, senza vita, immobile, così solitario e freddo che neppure si poteva dire vi regnasse un senso di tristezza. Vi aleggiava un cenno di risata, ma una risata più terribile di ogni tristezza: una risata senza gioia come il sorriso della sfinge, una risata fredda come il gelo e percorsa dalla caparbia ferocia dell'infallibilità. Era l'imperiosa e incomunicabile saggezza dell'eternità, che sbeffeggia la futilità della vita e l'affanno del vivere. Era il mondo selvaggio, il mondo selvaggio del Nord, aspro, crudele, ghiacciato fino al cuore. Eppure c'era vita su quella terra, e vi si muoveva come una sfida. Lungo il fiume gelato marciava una fila di cani lupo, col pelo ispido coperto di ghiaccio
Jack London - Zanna Bianca

1 novembre 2012

Con l'autunno, celebrato dai Celti nella festa di Mabon, termina l'anno agricolo: si ringrazia per i frutti ricevuti e si concludono gli ultimi lavori utili. La porta calendariale successiva, che si pone tra l'Equinozio d'Autunno ed il Solstizio Invernale, è la porta intermedia caratterizzata dalle feste cattoliche di Ognissanti e la Commemorazione del Defunti, situate nei giorni tra il 31 ottobre ed il 2 novembre.
Un proverbio popolare ricorda infatti che "Chi semina in ottobre miete in giugno" così come un altro detto consiglia che "Per l'Ognissanti siano i grani seminati e i frutti rincasati".
 In effetti questo è un tempo nuovo, si chiude la trascorsa annata agricola e se ne apre un'altra: come testimonia l'usanza tutt'ora diffusa di rinnovare i contratti d'affitto al giorno di San Martino, l'11 novembre.
Per recuperare l'antico significato simbolico di questo periodo occorre rifarci a ciò che si sa della tradizione celtica che è l'unica ad aver tenacemente conservato i brandelli dell'antica cultura e religione agraria dall'opera di pulizia effettuata nei secoli dall'evangelizzazione cattolica.



31  ottobre 2012



Halloween
La notte che i morti ritornano.
Tutte le sorprese di una festa più antica e italiana di quanto pensiate.
(con Giuseppe Bellosi) Einadi Stile Libero Extra, pp. 358, € 14,00

…nel folklore di tutte le regioni italiane, nei giorni che vanno dalla vigilia di Ognissanti, cioè dal 31 ottobre, al giorno di San Martino, 11 novembre, legati, come vedremo, in un continuum celebrativo, sono da tempo immemorabile presenti, o almeno lo erano fino a pochi decenni fa, tutti gli elementi costitutivi della festa, basata sulla celebrazione di un importante spartiacque calendariale aperto al "ritorno dei morti"."
Le zucche intagliate a forma di teschio sono americane? Sì, ma sono un'usanza del Piemonte e della Calabria - e della Lombardia, della Valle d'Aosta, del Vento, Friuli, Toscana, Emilia e Romagna, Calabria - dove venivano chiamate lümere, o lumazze, o teste da mort, o mortesecche, mentre in Liguria si notano molti punti di contatto tra gli usi e costumi del giorno dei morti della regione con la festa americana. E così via.
Nella seconda parte del saggio gli autori analizzano approfonditamente queste tradizioni regione per regione, scoprendo divertenti analogie con l'attuale festa e altre usanze tradizionali in parte completamente dimenticate. Quasi ovunque si ripresenta l'uso di offrire del cibo ai defunti o ai poveri e l'usanza della questua, spesso fatta casa per casa proprio dai bambini.


Afrodita


I cinquant'anni sono come
L'ultima ora del pomeriggio,
quando il sole tramontato
ci dispone spontaneamente alla riflessione.
Nel mio caso, tuttavia,
il crepuscolo mi induce al peccato.
Forse per questo,
arrivata alla cinquantina,
medito sul mio rapporto
con il cibo e l'erotismo,
le debolezze della carne,
che più mi tentano,
anche se, a ben guardare, non sono quelle
che più ho praticato.


Mi pento delle diete, dei piatti prelibati rifiutati per vanità, come mi rammarico di tutte le occasioni di fare l'amore che ho lasciato correre per occuparmi di lavoro in sospeso o per virtù puritana. Passeggiando per i giardini della memoria, scopro che i miei ricordi sono associati ai sensi. Mia zia Teresa, quella che si trasformò lentamente in angelo e che quando morì aveva germogli di ali sulle spalle, è legata per sempre all'odore delle pastiglie alla violetta. Quando quell'incantevole signora faceva capolino per una visita, con il vestito grigio illuminato con discrezione da un colletto di pizzo e il capo regale incorniciato dalla neve, noi bambini le correvamo incontro e lei apriva con gesti rituali la sua vecchia borsetta, sempre la stessa, estraeva una scatoletta di latta dipinta e ci dava una caramella color malva.

Isabel Allende - Afrodita


27 settembre 1937

                              La ragione perché le donne sono sempre state «amare come la morte», sentine di vizi, perfide, Dalile, ecc. è in fondo soltanto questa: l’uomo eiacula sempre ‒ se non è un eunuco ‒ con qualunque donna, mentre loro giungono raramente al piacere liberatore e non con tutti e sovente non con l’adorato ‒ proprio perché adorato ‒ e se ci giungono una volta non sognano più altro.
              Per la smania ‒ legittima ‒ di quel piacere sono pronte a commettere qualunque iniquità. Sono costrette a commetterla. È il tragico fondamentale della vita, e quell’uomo che eiacula troppo rapidamente, sarebbe meglio non fosse mai nato. È un difetto per cui vale la pena di uccidersi.

(C. Pavese - Il mestiere di vivere, pag. 51 – Einaudi)


La prosa online

Net Editor:                 68 racconti  -   ultimi   6gg (? commenti)

Poesie e racconti         28                               6gg (82commenti)

Ali di Carta                17                               6gg (72 commenti)

Rosso venexiano        10                               7gg (33commenti)

Club poeti                   2                                 7gg (18 commenti*)

Poetika                       2                                 7gg (5commenti)

La situazione dei siti

Neteditor si conferma un sito di scrittura e lettura molto vivace anche nella narrativa. Uno dei più frequentati tra quelli che ho visitato di recente, per cercare di capire la situazione della narrativa online. Un settore che, contrariamente alla poesia, stenta ad avere un pubblico di affezionati ed assidui lettori. Non è possibile fare un calcolo del numero complessivo dei commenti in questo sito dato l’alto numero delle opere pubblicate giornalmente. Salvo eccezioni si va da un massimo di una trentina per i big, a zero per i meno conosciuti. Il giro degli appassionati di questo settore è abbastanza ristretto ma molto compatto e accanito. Nel senso che si dimostrano lettori assidui e scrittori molto prolifici. Si potrebbe obiettare che a commentare siano sempre i soliti e questi lo facciano soltanto tra di loro, ma in fondo è ciò che avviene un po’ da tutte le parti.
Poesie e racconti lo conosco da poco. La grafica è severa, essenziale, e la navigazione è di una lentezza che scoraggia. Tuttavia ha una media di cinque racconti al giorno. I commenti non sono moltissimi.
Ali di carta è stato una vera sorpresa, in soli sei giorni sono state pubblicate più di duecento opere, la stragrande maggioranza poesie e solo 17 racconti, neppure il dieci per cento. Appena sufficiente il numero dei commenti. Una media di 4/5 commenti per racconto
Rosso Venexiano mantiene un discreto livello rispetto al numero degli iscritti e mantiene il livello del periodo in cui l’avevo frequentato con una certa assiduità. È  un sito molto curato e simpatico.

Mentre un calo vertiginoso nel numero dei racconti in vetrina si registra al Club dei poeti.
E’ una tristezza vedere una vetrina della narrativa così poco frequentata. Soltanto un paio d’anni fa si sgomitava per trovare spazio nelle prime dieci opere e i commenti fioccavano. Peccato! Forse si riprenderà, ma il meccanismo che non permette il controcommento e non consente di postare che un solo racconto ogni due mesi è obsoleto, da rivedere. La conduzione inoltre lascia a desiderare. Il livello, la qualità, rispetto a qualche anno fa è decisamente in calo.
Poetika è praticamente defunto, non c’è più quasi nessuno sul quel sito.
Non ho potuto reperire i dati di Descrivendo, perché malgrado i miei tentativi non sono mai riuscito a capire come muovermi all’interno di quel sito. Avevo chiesto perfino l’iscrizione, ma non mi è mai stata concessa. Ti mettono in stand by prima di confermarti ufficialmente l’iscrizione, poi ti dicono che se fai il nome di qualche iscritto, un socio qualunque che garantisca per te, l’ammissione diventa automatica, ed invece non è vero niente. Io l’ho fatto e non mi hanno mai risposto. Forse non sono un elemento raccomandabile, ma chi ha fatto la spia?
Difficile fare un confronto invece sulla qualità delle opere inserite nei vari siti. Direi quasi impossibile fare una valutazione attendibile e seria. Le buone penne insomma si trovano dovunque, molto più difficile scovarle.


da: Ospiti di Paolo Macc La bambina

                   La nipotina all’ospizio s’annoia. Ha sette anni, un cranio grazioso e mani antipatiche, grassocce. Porta un bel vestitino grigio e calze spesse, rosa. Ha conosciuto la nonna sempre all’ospizio. Per lei, la nonna è l’ospizio. Si ritrae dagli abbracci e dai baci della vecchia. E la mamma non se la sente di rimproverarla. La nonna ha l’odore e i suoni dell’ospizio; quando parla la bambina non l’ascolta. Le regala un sorriso ipocrita. Un sorrisetto ipocrita da bastardella scaltra. La nonna conviene sinceramente con la mamma sulle doti fisiche e d’intelligenza della piccola. Capisce anche la sua freddezza, la sua avversione per quel posto. Lascia intendere che è la stessa sua. Niente di male. Dopo essersi un po’ pestata i piedi davanti alla nonna la bambina inizia a gironzolare per il salone, tra i divani e le seggiole di giunco. Si ferma davanti ad altri vecchi, a quelli sulla seggiola a rotelle. La incuriosiscono, sfiora con un dito una ruota. Avvicina crudelmente il viso al viso di uno paralizzato, impazzito. La sua immobilità la diverte. Muove la mano aperta davanti agli occhi vitrei. Sorride, si volge alla mamma per richiamarne l’attenzione, ma la donna non la guarda. Allora inizia a correre nel corridoio, da sola. La porta di una camera, socchiusa, l’attrae. Entra. Dei due letti con le sbarre uno è vuoto. L’altro è occupato da una sagoma imponente, volta da un lato. La bambina s’avvicina al letto, prende in mano una boccetta di deodorante posata sul comodino. Dà una spruzzata verso l’alto e inala il profumo trovandolo buono. Poi gira intorno al letto per vedere il volto della persona sdraiata. È un uomo calvo, con la testa chiazzata di rosso. Ha un filo di barba sul mento, la bocca sporca di semolino. Gli occhi socchiusi. La bambina avrebbe voglia di saltargli sopra. Le dà l’idea di essere morbido come un cuscino. In fondo alla stanza c’è una finestra che si affaccia sul giardino. Si muove verso di essa e in punta di piedi guarda fuori. Le viene una gran voglia di uscire all’aperto. Quindi fugge velocemente dalla stanza per ritrovare la mamma e trascinarla via, forse piangendo. Nemmeno sospetta che l’uomo sia morto.

Il peccato originale – Raffaele La Capria

                    Le leggi emanate dal re Coetzee II quando salì al trono di Amerindia erano ispirate ad onesti principi che non tutti sentivano ma che la sua autorità imponeva. Egli credeva che “non si può fare quel che si vuole a chi è in nostro potere”, fosse pure un animale. E perciò invocava non solo umanità verso gli schiavi e i prigionieri di guerra, ma invocava altresì un’etica che non riguardasse esclusivamente l’uomo. Sapeva bene che la sistematica e silenziosa uccisione degli animali ai pubblici macelli era una necessità per la sopravvivenza del suo popolo, e sapeva che a causa di ciò si rinnovava il peccato originale, anche se non era concepito come tale. Perciò fece emanare l’editto che avrebbe dovuto rendere ciascuno consapevole e responsabile della carne che mangiava e dello strazio da cui proveniva. I banditori, per suo ordine, proclamarono in tutte le regioni del regno questo editto:
                   «Chiunque voglia mangiare un pollo, una lepre, un fagiano, un coniglio eccetera può farlo a questa condizione: che non si limiti a farselo servire in un piatto, non si limiti a considerare dopo averlo assaggiato se è cucinato bene e con i giusti sapori, ma sia obbligato ad uccidere l’animale che mangerà. Uccida il suo pollo, la sua lepre, il suo fagiano, il suo coniglio, ne veda scorrere il sangue, ne senta il fremito del corpo e l’agitarsi delle penne mentre usa il coltello, e poi potrà mangiarselo. Era questo il costume dei nostri avi cacciatori, così si procuravano il cibo e il diritto di mangiarlo, e così sapevano quel che mangiavano».
                      Ci fu invece che del pollo, della lepre, del fagiano e del coniglio, preferiva una bistecca al sangue, e si rivolse al giudice per risolvere il suo caso. Il giudice decise:
                    «Si faccia il calcolo di quanto pesa un bue e di quanto pesa la bistecca, ossa comprese. Si veda quante bistecche che debbano essere mangiate per arrivare al peso di un bue, e dopo cento, mettiamo, o mille bistecche, chi le ha mangiate sia obbligato dalla legge a uccidere il suo bue con le proprie mani, con l’attrezzo che si usa nei macelli, un cuneo di ferro sparato in mezzo alla fronte, tra i due occhi che guardano terrorizzati, perché ogni animale sa quel che gli vien fatto».
                    E fu così che anche essi seppero quel che mangiavano.
           
Bar Sport  -  Stefano Benni

Al bar Sport non si mangia quasi mai. C'è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d'artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando dicono: "La meringa è un po' sciupata, oggi. Sarà il caldo". Oppure: "E' ora di dar la polvere al krapfen". Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacro. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva. Subito nel bar si sparse la voce: "Hanno mangiato la Luisona!".

(incipit)



A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia

                La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera: busta gialla, indirizzo a stampa su un rettangolino bianco incollato alla busta.
               ‒ Questa lettera non mi piace ‒ disse il postino.
               Il farmacista levò gli occhi dal giornale, si tolse gli occhiali; domandò ‒ Che c’è? ‒ seccato e incuriosito.
               ‒ Dico che questa lettera non mi piace ‒. Sul marmo del banco la spinse con l’indice, lentamente, verso il farmacista.
               Senza toccarla il farmacista si chinò a guardarla; poi si sollevò, si rimise gli occhiali, tornò a guardarla.
               ‒ Perché non ti piace?
               ‒ E’ stata impostata qui, stanotte o stamattina presto; e l’indirizzo è ritagliato da un foglio intestato della farmacia.
               ‒ Già ‒ constatò il farmacista: e fissò il postino, imbarazzato e inquieto, come aspettando una spiegazione o una decisione.
               ‒ E’ una lettera anonima ‒ disse il postino.

               ‒ Una lettera anonima ‒ fece eco il farmacista. Non l’aveva ancora toccata, ma già la lettera squarciava la sua vita domestica, calava come un lampo ad incenerire una donna non bella, un po’ sfiorita, un po’ sciatta, che in cucina stava preparando il capretto da mettere a cena.

(incipit)




PROFILO DI UN GATTO - Pietro Citati - L’Armonia del mondo -



Il gatto s'annoia. Non voglio dire il gatto che vive all'aperto, e ha un'esistenza movimentata e interessantissima: caccia topi e farfalle, emigra, viaggia, lotta con gli altri gatti, combatte con i cani, e conserva nel corpo tarchiato e robusto, nell'aria spavalda e determinata, qualcosa del vigore degli antichi felini. Ma il gatto domestico, l'amabile genio che protegge le nostre case, si nasconde sotto i nostri mobili e carezza le nostre mani, si annoia profondissimamente. La sua vita si è ristretta in poche stanze, dove sta confinato, come un prigioniero elegante. Mai nessuno, credo, nemmeno i grandi splenetici e romantici della letteratura, consumati dalla noia fino all'intimo dell'organismo, si è annoiato tanto. Basta guardarlo, in certi istanti in cui non si difende dietro la discrezione: quando lo sguardo è percorso da acutissimi lampi di noia - noia allo stato puro, noia attraversata da angoscia; ascoltare certi suoi miagolii, pieni di melanconia e di disperazione. Cosa pensa? Cosa sogna? Cosa desidera? Non so quanto sia lunga la sua memoria genetica. Come non immaginare che, in quegli istanti, egli sia divorato dal Rimpianto? Come Adamo, ha peccato: ha lasciato il suo Eden colorato e selvaggio; in cambio della malsicura e talvolta crudele protezione degli uomini.
 Se il gatto si annoia, non si lamenta. Se leggesse, detesterebbe tutto ciò che lo splen e l'ennui hanno ispirato ai suoi signori. Ingegnoso com'è, il gatto si è proposto di non cedere alla noia: o di trasformarla in un'arte, simile a quella di cacciare o di pescare o di tessere. Fin dai tempi più antichi ha compreso che il modo migliore per vincere la noia è quello di dormire. Guardatelo dopo il sonno. Capite subito che nel sonno egli ha attraversato campi estesissimi e compattissimi di noia: che ha vissuto, abitato, penetrato la noia; e si è lasciato penetrare da lei, come si abita l'oceano durante la circumnavigazione del mondo.
 Malgrado tante scoperte della psicologia, non apprezziamo abbastanza il sonno: lo giudichiamo soltanto un'indispensabile condizione di passaggio, dalla quale risvegliarci. Non comprendiamo quei mari di freschezza: quelle discese nella vita vegetale: quella passeggiata rassicurante nell'oscuro che ci avvolge e ci protegge; né il riemergere, con gli occhi e la pelle distesi. Solo Shakespeare, Goethe, Proust e il gatto hanno capito cosa sia il sonno. Il gatto sa trarne una ricchezza di piaceri e di forze che noi ignoriamo; e raccomando agli insonni di osservarlo con attenzione.

(incipit)


Elogio della lingua italiana
Pietro Citati
L’Armonia del Mondo
              
               Appena prende in mano una penna, uno scrittore si accorge che la sua lingua sta intorno a lui. Non percepisce la lingua di Manzoni o di Gadda o di Calvino; e nemmeno il proprio stile: ma la totalità della lingua, la completa ricchezza dei suoi modi espressivi. È una sensazione consolante. Quella lingua di cui ha sentito tanto parlare dagli studiosi, quella struttura coerente e compatta dove tutto si tiene, quell’incastro di combinazioni e di opposizioni, ora gli sembra una cosa quasi visibile. [...] Quella mattina, mentre ha incominciato un romanzo o un saggio o due quartine vertiginose dove l’universo è concentrato, potrà fare della lingua ciò che vuole. Potrà ingigantirla o impicciolirla: violarla od esaltarla; potrà scrivere una sonatina per archetti e flauto, o una sinfonia di quattro ore alla quale parteciperanno i violini, i piani, i contrabbassi, le trombe, i tromboni, e gli usignoli e le cicale che accompagnano il lento movimento della sua mano.
               
Novecento, di Baricco
              
               Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa... e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire... Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi... Eppure c'era sempre uno, uno solo, uno che per primo... la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte... magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni... alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov'era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l'America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l'aveva fatta lui, l'America.

Buon incipit a tutti.


Gli Italiani: 62milioni di poeti

“Il poeta-pollo” rappresenta il 99% dei poeti italiani, una popolazione che si aggira sui 62 milioni di individui. Non parlo degli italiani, che sono di meno, ma dei poeti italiani, che sono più numerosi della popolazione italiana.
La quasi totalità di italiani che scrivono versi,
sostiene Gianmario Lucini dalla Palazzina Liberty, sede di Moltinpoesia,
lo fanno per una ragione molto semplice: l’arte della poesia non è faticosa (in apparenza) come qualsiasi altra arte – che necessita di studio, di applicazione, di forti investimenti anche economici. Per scrivere una poesia basta carta e penna. Anzi, è sufficiente pensarla e recitarla. Il suono delle parole cattura: non importa se il musicista è stonato e quel suono, di conseguenza, è orribile: ogni scarafone è bello a mamma sua... Se io mi metto al pianoforte e strimpello qualcosa, sono conscio e pago del mio strimpellare-passatempo e non pretendo certo di creare un’opera d’arte. Ma, se nel medesimo atteggiamento creativo, mi metto a giocare con le parole (e coi “buoni sentimenti” e con le “emozioni”) allora scatta l’idea che “ho scritto una poesia”.


Sarà vero?
Ma se questa è la situazione della poesia, la prosa nel web a che punto sta?
Non ho dati sufficienti per fare un confronto ma ho fatto una rapida incursione su cinque siti letterari che vanno per la maggiore e il risultato delle pubblicazioni nelle ultime ventiquattrore è il seguente:
Su un totale di circa cento opere pubblicate, solo 20 sono i racconti in vetrina.


COSA E’ UN BLOG ?

Nel gergo di Internet, un blog è un diario in rete. Etimologicamente...


viene da weblog, che significa letteralmente: sito che tiene appunti.
Il termine blog è infatti la contrazione di web log, ovvero "traccia su rete".
Il blog permette a chiunque sia in possesso di una connessione internet di creare facilmente un sito in cui pubblicare storie, informazioni e opinioni in completa autonomia.
Ogni articolo è generalmente legato ad un thread, in cui i lettori possono scrivere
i loro commenti e lasciare messaggi all'autore.
Il Blog è un luogo dove si può (virtualmente) stare insieme agli altri e dove in genere si può esprimere liberamente la propria opinione. È un sito (web), gestito in modo autonomo dove si tiene traccia (log) dei pensieri; quasi una sorta di diario personale. Ciascuno vi scrive, in tempo reale, le proprie idee e riflessioni. In questo luogo cibernetico si possono pubblicare notizie, informazioni e storie di ogni genere, aggiungendo, se si vuole, anche dei link a siti di proprio interesse.

Tra le tipologie più diffuse troviamo:

blog personale - Come già accennato, è la categoria più diffusa.
L'autore vi scrive le sue esperienze di ogni giorno, poesie, racconti,
desideri (più o meno proibiti), disagi e proteste. Il contributo dei lettori
nei commenti è in genere molto apprezzato e dà vita a discussioni
molto personali. Questo tipo di blog è usato spesso da studenti di
scuola superiore o universitari, con un gran numero di collegamenti
incrociati tra un blog e l'altro.

blog di attualità - Molti giornalisti utilizzano i blog per dare voce alle
proprie opinioni su argomenti d'attualità o fatti di cronaca, o più
semplicemente per esprimere la propria opinione su questioni che non
trovano quotidianamente spazio fra le pagine dei giornali per i quali
scrivono. Altre persone utilizzano il blog per commentare notizie lette
su giornali o siti internet.
blog tematico - Ogni essere umano ha un hobby o una passione.
Spesso questo tipo di blog diventa un punto d'incontro per persone
con interessi in comune.

SINTESI dei punti chiave

1. Un Blog è personale ma pubblico. Personale nel senso che viene
autogestito e pubblico nel senso che possono leggerlo tutti.
2. Su un Blog si può pubblicare liberamente,
3. Un Blog è facile da usare, non necessita di competenze tecniche
particolari.
4. Tutte le pubblicazioni si chiamano post.
5. Un Blog mantiene l'archivio storico facilmente accessibile di tutto
quello che si pubblica.
6. Chi legge i post può lasciare dei commenti (se lo desidera e in certi
casi se è pre-registrato).
7. Aprire un proprio Blog non costa nulla.
8. Un blog permette di avere un'identità alternativa.
9. Si può aggiornare un proprio blog da qualsiasi parte del mondo,
basta avere un pc ed un collegamento alla rete telefonica


La differenza tra SITO e BLOG
 (risposte raccolte in rete)

il blog è molto lavoro – va tenuto aggiornato. Avere un blog significa mettersi in gioco e “socializzare” – occorre dedicare tempo e risorse per mantenerlo in vita.
Questa è la vera differenza tra un sito web ed un blog.

"Sito" è un termine generico, in sostanza si può dire che un sito è come una "casa" virtuale; a meno che non sia gratuito, il sito ha un dominio che va pagato ogni anno e dentro ci puoi mettere di tutto.
Il blog è a sua volta un sito, ma un po' particolare; solo chi lo crea può scriverci, e viene usato proprio come se fosse un diario pubblico. E' possibile far si che i visitatori abbiano il permesso di commentare, oppure glielo si può impedire. Sei solo tu, creatore, che lo gestisce.

Il sito è uno spazio online considerato più istituzionale e strutturato che offre servizi e informazioni mentre per definizione il blog è uno spazio personale online dove una persona scrive i propri pensieri ed opinioni in pubblico.

Per concludere direi che nelle mie intenzioni questo blog vuole essere molto semplicemente uno spazio virtuale dedicato alla lettura e alla scrittura, e che per mia scelta ho inteso condividere, allargare ad amici, amici degli amici, e conoscenze virtuali e reali. A loro tutti e ai più preparati soprattutto il compito di fare cultura, di arricchire, di divertire, di intrattenere e dibattere. Spero così di aver risposto alla domanda iniziale: ma che blog è mai questo, così affollato e con tanta gente?

NO, non è un sito letterario, non è un blog culturale in senso stretto, è soltanto la casa di frame.
Ciao neh... ( e qui ci vorrebbe una faccetta grande e sorridente come una casa, per ringraziare tutti i miei ospiti, anche coloro che mi seguono silenziosamente.)

Racconti sul podio:

E' vero che i concorsi letterari sono tutti una sola?
Una banalità, un luogo comune, la sacrosanta verità, oppure soltanto una leggenda metropolitana?
Personalmente non ho le idee molto chiare. Ho partecipato infatti solo ad un concorso, meritandomi una delle tante patacche di consolazione. Troppo poco per farmi un'idea precisa. Comunque, senza l'intenzione di dare una risposta all'annoso problema, leggiamo cosa dice il protagonista di questo interessante racconto di Salvatore Scollo.
Dopo i primi anni di successi (se così vogliamo chiamarli), il vuoto. Voglio dire: nessuna positiva risposta nei concorsi fatti. E non mi andava di ammettere che i risultati erano scarsi, perchè avevo troppo allargato il raggio d'azione, spedendo sillogi un po' in tutta Italia. Certo, i primi concorsi erano locali e al massimo regionali, per cui con discrezione ero riuscito a intervenire, tramite amicizie comuni, sui componenti delle giurie. E siccome i concorsi non hanno lo scopo di premiare la qualità ma i compari degli organizzatori, ero riuscito ad ottenere risultati, senza provare nessun rimorso verso gli altri (forse) più meritevoli.
(Da: L'ultima missiva – A OVEST DELLA POESIA - 2010 stampalibri-)

Non è dato a sapere se quanto sopra corrisponda esattamente al pensiero dell'autore, anzi, è molto probabile che la pensi diversamente, certo è che questo sventurato interpreta un pensiero molto diffuso e comune, soprattutto tra quelli che i concorsi li perdono abitualmente, mentre i vincitori sono naturalmente di tutt'altro avviso.
E allora leggiamoli questi racconti sul podio! Scopriamoli insieme con interesse e senza pregiudizi di sorta! Ne ho raccolti una decina in rete, senza seguire un criterio preciso. Li ho presi a caso e saltabeccando da un premio a carattere nazionale a un altro con minori ambizioni e ho intenzione di pubblicarli a scadenza settimanale. Forse a Natale avremo le idee più chiare, sulle preferenze delle giurie dei concorsi letterari italiani.




Quanto a me, la composizione di una poesia avviene in un modo che - se non me lo mostrasse l'esperienza - mai avrei creduto. Muovendomi intorno a un'informe situazione suggestiva, mugolo a me stesso un pensiero, incarnato in un ritmo aperto, sempre lo stesso. Le diverse parole e i diversi legamenti colorano la nuova concentrazione musicale individuandola. E il più è fatto. Non resta ora che ritornare su questi due, tre, quattro versi, quasi sempre già a questo stadio definitivi e iniziali, e tormentarli, interrogarli, adattare loro svariati sviluppi, finché capito su quello giusto. La poesia è tutta da estrarre dal nucleo che ho detto. E ogni verso che si aggiunge lo determina sempre meglio ed esclude un numero sempre maggiore di errori fantastici. Sinché le possibilità intrinseche del punto di partenza sono tutte individuate e svolte secondo le mie forze; via via si sono andati formando sotto la penna nuovi nuclei ritmici, identificabili nelle varie singolari «immagini» del racconto; e giungo, svogliatamente perché l'interesse sta ormai finendo, all'ultimo verso conclusivo, quasi sempre disteso e riposato e riconnesso all'inizio e ricapitolante allusivamente i vari nuclei. Che sia la cristallizzazione di Stendhal? Ho davanti un complesso ritmico - pieno di colori, di passaggi, di scatti e di distensioni - dove i vari momenti di scoperta, di passo avanti, - i nuclei, insomma - si scambiano, s'illuminano, perennemente attivati dal sangue ritmico che scorre dappertutto. Ci fumo sopra e tento pensare ad altro, ma sorrido stimolato dal segreto.

(il mesiere di vivere -Pavese- 15.12.1935)


lunedì 19.11.2012 
WOW. The word on words.
Il primo dizionario che riporta le voci gergali tradotte in italiano.

Il volume è un dizionario del "colloquial English", dello slang e dei volgarismi usati in Gran Bretagna, America e Australia dagli anni '20 a oggi. Si tratta di termini derivati dai gerghi più diversi (professionali, giovanili, sportivi, musicali, dei gruppi ai margini della società, della malvita ecc.), nonché delle parlate di etnie e culture diverse dall'inglese (lo Yiddish, per esempio), che i dizionari tradizionali possono accogliere solo in piccola parte perché lo slang è in continuo fermento. Una guida un po' curiosa e un po' osè.

Alcuni esempi:

fruit fly (mosca da frutta), donna che preferisce la compagnia di omosessuali
boffola, risata fragorosa, battuta che suscita la ridarella
proctocracy (proctocrazia), dominio dei cretini
garbo, spazzino, operatore ecologico
jaffa, uomo sterile come l'arancia israeliana senza semi.
carbonzas, due belle tette
labonza, culona – pancione
metrosexual, eterosessuale metropolitano
momzilla, mamma possessiva
bridezilla, futura sposa molto esigente
marge, lesbica attiva
mama, lesbica passiva
horizontal mambo o Nancy, uomo effemminato
mimbo,giovane bonazzo

Costa 44,50 E.!
Ossignur... Povera Italia. Siamo proprio caduti in basso, costretti ad importare anche le parolacce. Noi che eravamo maestri in questa disciplina. Ricordo che negli anni settanta, in Germania, consigliavano di andare al cinema per imparare in fretta la lingua. Decisi di seguire il consiglio, ma scelsi una pellicola italiana. L'attore principale era Giuliano Gemma, ebbene, il film era doppiato in tedesco, ma le parolacce le avevano lasciate tali e quali in italiano, anzi, in romanesco. Bei tempi! Anche i composti giapponesi non disdegnavano una bella parolaccia nostrana. Ce le scambiavamo come le figurine. A proposito, davanti a loro alzando il bicchiere non dite mai "cincin", vuol dire pisellino.


domenica 19.11.2012

Esiste un sito che offre assistenza legale gratuita a scrittori in difficoltà per vicende editoriali.
Lo sapevate?
L'indirizzo è "www.scrittorincausa.blogspot.com" e tra le pagine di questo interessante blog, si possono leggere articoli molto utili e interessanti sull'argomento.
Gli editori seri, sostiene Carolina Cutolo dalle sue pagine, non sono quelli che ti sottopongono un contratto perfetto, ma quelli che, di fronte alle proposte di modifica del contratto, si rivelano rispettosi e disponibili alla trattativa con l'autore.
Ribadisco tutto questo perché la fase di trattativa pre-firma del contratto è cruciale, non solo per migliorare un accordo che in seguito condizionerà irreversibimente il futuro dell'autore e della sua opera, ma anche perché è un ottimo modo per testare la buona fede e la serietà di un editore, che se storce il naso e si indispettisce solo perché l'autore chiede delle modifiche già rivela una natura profondamente cialtrona.
Ecco una lista di alcuni editori, continua Carolina Cutolo, che a noi  risultano professionali, onesti e attenti alla qualità, non a caso sono spesso tenuti d'occhio da editori maggiori. Però ricordo a tutti che avere a che fare con un editore serio non significa potersi fidare e firmare alla cieca un contratto, la fase di trattativa prima della firma è fondamentale per riuscire a ottenere un accordo vantaggioso sia per l'editore che per l'autore.


Editori consigliati da:

SCRITTORINCAUSA

Intermezzi Editore
091 Editore
Neo Edizioni
Miraggi Edizioni
Aisara Editore
Caratteri Mobili Editore
Ensemble Edizioni

Caravan Edizioni

Neo Edizioni

SixtySixthAndSecond Editore

              Consulenze legali
Per richiedere una consulenza legale gratuita su una vicenda editoriale in cui ti trovi in  difficoltà, scrivici a scrittorincausa@gmail.com



Josè Saramago,
e le virgole,

L'uomo duplicato
Il dialogo avrebbe potuto svolgersi più o meno in questa maniera se il film avesse meritato elogi, ma le cose, in realtà, sono andate con meno ditirambi, Non per intromettermi nella sua vita, aveva detto il professore di matematica mentre sbucciava un'arancia, ma da un po' di tempo a questa parte la trovo un po' abbacchiato, e Tertulliano Maximo Afonso aveva confermato, E' vero sono un po' giù, Problemi di salute, Non credo, a quanto posso saperne non sono malato, il fatto è che tutto mi stanca e mi annoia, questa maledetta routine, questa ripetizione, questo segnare il passo, Si distragga, amico, distrarsi è sempre stato il miglior rimedio, Mi consenta di dirle che distrarsi è il rimedio di chi non ne ha bisogno, Buona risposta, non c'è dubbio, eppure qualche volta dovrà farla per uscire dal marasma in cui si trova...

Josè Saramago, Portogallo (1922-2010) Premio nobel 1998, tende a scrivere frasi molto lunghe, usando la punteggiatura in un modo anticonvenzionale. Ad esempio, non usa le virgolette per delimitare i dialoghi, non segna le domande col punto interrogativo; i periodi possono essere lunghi anche più di una pagina e interrotti solo da virgole dove la maggior parte degli scrittori userebbe dei punti. (wikipedia)Cormac McCarthy
... e le virgolette?

Lei era stravaccata sul divano a guardare la Tv e a bere una coca. Non alzò nemmeno gli occhi. Sono le tre, disse.
Se vuoi me ne vado e torno più tardi.
Lei gli lanciò un'occhiata da sopra lo schienale del divano e tornò a guardare la televisione. Che hai in quella borsa?
E' piena di soldi.
Sì, domani.
Lui andò in cucina e prese una birra dal frigo.
Mi dai le chiavi?, disse lei.
Dove vai?
A comprare le sigarette.
Le sigarette.
Sì, Llewelyn. Le sigarette. E' tutto il giorno che sto seduta qui.
E perché non il cianuro? Come stiamo a cianuro?
Dammi le chiavi e basta. Mi metterò a fumare di fuori, che cazzo.
Lui bevve un sorso di birra e proseguì fino alla camera da letto in fondo alla roulotte, si piegò su un ginocchio e infilò la cartella sotto il letto. Poi tornò indietro. Te le ho comprate io le sigarette, disse. Te le vado a prendere.

Il cielo è rosso, incipit
Il fiume era un corso d'acqua pigro e non molto lungo, che nasceva dalla palude, proprio dove cominciava la grande pianura. Di li si potevano vedere i monti imbevuti di azzurro, e più vicina l'ultima linea dei colli, che erano di varia forma, alcuni alti e a punta come coni, altri bassi e tondi, come delle gobbe. E sui colli si vedevano prati e case e alberi di castagne e filari di viti, e la distanza dava a tutte queste cose un'apparenza lieve e anche un po' malinconica, quasi che non fossero fatte per gli uomini.
 (Giuseppe Berto)

Eva Luna racconta
Ti toglievi la fascia della vita, ti strappavi i sandali, gettavi in un angolo l'ampia gonna, era di cotone, mi sembra, e scioglievi il nodo che ti stringeva i capelli in una coda. Avevi la pelle d'oca e ridevi. Eravamo talmente vicini che non potevamo vederci, assorti entrambi in quel rito urgente, avvolti nel calore e nell'odore che emanavamo insieme. Mi aprivo il passo per le tue vie, le mie mani sulla tua vita protesa e le tue impazienti. Sfuggivi, mi percorrevi, mi scalavi, mi avvolgevi con le tue gambe invincibili, mi dicevi mille volte vieni con le labbra sulle mie. Nell'attimo estremo avevamo un bagliore di completa solitudine, ciascuno perduto nel proprio abisso rovente, ma subito risorgevamo al di là del fuoco per scoprirci abbracciati nel disordine dei guanciali, sotto la zanzariera bianca. Ti scostavo i capelli per guardarti negli occhi. Talvolta ti sedevi accanto a me con le gambe raccolte e il tuo scialle di seta su una spalla, nel silenzio della notte che iniziava appena. Così ti ricordo, in quiete.
Isabel Allende - Eva Luna racconta - Feltrinelli, trad. Gianni Guadalupi


Racconti sul podio:

E' vero che i concorsi letterari sono tutti una sola?
Una banalità, un luogo comune, la sacrosanta verità, oppure soltanto una leggenda metropolitana?
Personalmente non ho le idee molto chiare. Ho partecipato infatti solo ad un concorso, meritandomi una delle tante patacche di consolazione. Troppo poco per farmi un'idea precisa. Comunque, senza l'intenzione di dare una risposta all'annoso problema, leggiamo cosa dice il protagonista di questo interessante racconto di Salvatore Scollo.
Dopo i primi anni di successi (se così vogliamo chiamarli), il vuoto. Voglio dire: nessuna positiva risposta nei concorsi fatti. E non mi andava di ammettere che i risultati erano scarsi, perchè avevo troppo allargato il raggio d'azione, spedendo sillogi un po' in tutta Italia. Certo, i primi concorsi erano locali e al massimo regionali, per cui con discrezione ero riuscito a intervenire, tramite amicizie comuni, sui componenti delle giurie. E siccome i concorsi non hanno lo scopo di premiare la qualità ma i compari degli organizzatori, ero riuscito ad ottenere risultati, senza provare nessun rimorso verso gli altri (forse) più meritevoli.
(Da: L'ultima missiva – A OVEST DELLA POESIA - 2010 stampalibri-)

Non è dato a sapere se quanto sopra corrisponda esattamente al pensiero dell'autore, anzi, è molto probabile che la pensi diversamente, certo è che questo sventurato interpreta un pensiero molto diffuso e comune, soprattutto tra quelli che i concorsi li perdono abitualmente, mentre i vincitori sono naturalmente di tutt'altro avviso.
E allora leggiamoli questi racconti sul podio! Scopriamoli insieme con interesse e senza pregiudizi di sorta! Ne ho raccolti una decina in rete, senza seguire un criterio preciso. Li ho presi a caso e saltabeccando da un premio a carattere nazionale a un altro con minori ambizioni e ho intenzione di pubblicarli a scadenza settimanale. Forse a Natale avremo le idee più chiare, sulle preferenze delle giurie dei concorsi letterari italiani.



Quanto a me, la composizione di una poesia avviene in un modo che - se non me lo mostrasse l'esperienza - mai avrei creduto. Muovendomi intorno a un'informe situazione suggestiva, mugolo a me stesso un pensiero, incarnato in un ritmo aperto, sempre lo stesso. Le diverse parole e i diversi legamenti colorano la nuova concentrazione musicale individuandola. E il più è fatto. Non resta ora che ritornare su questi due, tre, quattro versi, quasi sempre già a questo stadio definitivi e iniziali, e tormentarli, interrogarli, adattare loro svariati sviluppi, finché capito su quello giusto. La poesia è tutta da estrarre dal nucleo che ho detto. E ogni verso che si aggiunge lo determina sempre meglio ed esclude un numero sempre maggiore di errori fantastici. Sinché le possibilità intrinseche del punto di partenza sono tutte individuate e svolte secondo le mie forze; via via si sono andati formando sotto la penna nuovi nuclei ritmici, identificabili nelle varie singolari «immagini» del racconto; e giungo, svogliatamente perché l'interesse sta ormai finendo, all'ultimo verso conclusivo, quasi sempre disteso e riposato e riconnesso all'inizio e ricapitolante allusivamente i vari nuclei. Che sia la cristallizzazione di Stendhal? Ho davanti un complesso ritmico - pieno di colori, di passaggi, di scatti e di distensioni - dove i vari momenti di scoperta, di passo avanti, - i nuclei, insomma - si scambiano, s'illuminano, perennemente attivati dal sangue ritmico che scorre dappertutto. Ci fumo sopra e tento pensare ad altro, ma sorrido stimolato dal segreto.

(il mesiere di vivere -Pavese- 15.12.1935)


CENTO PAROLE: UNA STORIA

RISVEGLIO

Quando Estella entrò in cucina, il suo corpo sapeva ancora di letto. 
Carlo era già sveglio da mezzora. L’odore del caffellatte riempiva la stanza di un gusto dolce. Il sapore del mattino si spalmava sulle fette di pane tostato e sui vetri delle finestre semiaperte. Si sedette accanto a lui e sorrise, le guance gonfie come un cuscino, gli occhi sottili ma felici. 
Non sarebbe più successo. Lui e lei, insieme per la prima volta dopo un risveglio. La prima notte. L’ultima prima notte. 
Carlo posò il giornale e la guardò. Nei suoi occhi passò il lampo di una vita.
(100 - Matteo) 

Avrei voluto andarmene, ma rimasi incollata alla sedia.
Che cosa mi tratteneva?
Mah, forse la pietà.
Ma pietà di che? di chi?
Era intelligente, istruito, molto più di me: parlo dell'istruzione, perché come intelligenza gli davo una pista.
Ma era vera intelligenza la mia?
Forse più che altro era intuito.
Subdoravo sempre appena c'era una nota stonata nell'accento, o nel gesto, o nello sguardo di qualcuno, e allora diventavo guardinga.
Immagazzinavo nel baule della mente... in attesa di ulteriori conferme o dinieghi sull'impressione registrata.
Aspettavo.
Non con lui, con lui rimandavo.
Come ora.
 (93 - Serenella)


Chiudo il gas. La valigia è pronta.
Me ne vado. Dove? Via.
Un ultimo sguardo. Tornerò? Non lo so.
Chiudo la porta, non giro a chiave. Venite pure, ladri, ciò che conta è con me: la mia anima, il mio cuore.
Salgo in auto. Dio, che sensazione di libertà! Magnifica. L’autostrada è libera. Velocità da crociera. Il braccio appoggiato al finestrino abbassato. La musica a tutto volume. Canto. È questa la felicità?
Guardo il sedile a fianco. No, non è questa la felicità.
Tu non ci sei più.
(92 - Stefania Convalle)


La scritta sul muro

IN QUALI ALTRI MODI DEVO DIRTELO CHE TU SEI SEMPRE LA VITA MIA ?
L’hanno scritto questa notte a caratteri cubitali sul muro di casa mia. L’ho letta stamattina e il mio cuore ha avuto un leggero sobbalzo, ma subito ho capito che non fosse per me, ma per la brunetta che abita di fronte. Poi ho pensato che se te lo avessi detto anch'io, forse non saresti andata via.  Adesso ci vorrà molta pazienza, tanta vernice e un grande pennello. Non vorrei che passando da queste parti, tu pensassi che la scritta è mia. 
(100 – frame)


Senza titolo dedicato a Silvia

Quella mattina la incontrai appena fuori dal mio portone, anche lei come me in giro per la solita passeggiata con il cane. Era come sempre sorridente, frizzante, elegantemente vestita in modo da non tradire i suoi settant’anni. Passeggiammo insieme per un po’, poi le nostre strade si divisero ed io portai con me il suo sorriso sincero e carezzevole.
Come tutti i giovedì era giorno della spesa al supermaket lì vicino ed anche quella volta non mi sottrassi a quell’impegno. Stavo ancora tirando fuori le buste dalla macchina quando vidi il lenzuolo bianco steso sul marciapiedi ed una gran folla intorno.
Sotto quel lenzuolo, mi dissero, c’era lei…
ma non volli vedere per paura di dimenticare il suo sorriso.
119 – Paolo Ercolani http://centoparole.blogspot.it/


Senza titolo

Mentre camminavo lungo le strade di Ostia affollate di bagnanti fui risvegliato da un effluvio di note dolci e tristi che mi arrivava da una direzione indefinita in mezzo alla folla.
Seguii quelle note come un cacciatore segue le orme della sua preda. Ad un certo punto capii di essere arrivato. Un vecchio, lacero e sporco, sedeva su un seggiolino di vimini sorreggendo la sua vecchia e mal ridotta Soprani.
Mi avvicinai lentamente e il suo viso si aprì in un sorriso silente.
Gli chiesi se conoscessi il Bolero di Ravel e prontamente intonò per me quella melodia così familiare. Più tardi, quando entrai nel bar lì vicino per una bibita, mi dissero che era completamente sordo.
(117 – Paolo Ercolani http://centoparole.blogspot.it/)

SALOTTO DI DICEMBRE


Un'altra sponda
di Gianfranco Ravasi
Questo è il messaggio dell'Altissimo: "Quando il gufo striderà il suo lamento funebre e le ali della morte volteggeranno sul tuo capo per disperdere i tuoi giorni in un placido tramonto, vano è fuggire. Lascia serenamente che la tua barca sciolga la vela per approdare all'altra sponda, ove sorge un'altra aurora!".

Finisce così, nelle varie versioni che ha subito nella sua trasmissione, la celebre novella araba dell'uomo che volle fuggire la morte e che decise di migrare nella remota Samarcanda. In città, però, incontrerà l'angelo della morte che l'aveva atteso proprio là, dimostrandogli in tal modo l'impossibilità assoluta di sottrarsi al decreto estremo e supremo della morte.

Sul tema del morire è ancora l'Islam a farci balenare una verità che il cristianesimo aveva affermato in modo ancor più alto e intenso con la Pasqua di Cristo.

La barca della vita, nella morte, non è destinata a sfracellarsi sugli scogli, ma a intraprendere una nuova navigazione verso un'altra sponda. Il placido tramonto della nostra esistenza non è votato a una notte senza fine, ma a un'altra aurora, quella di "un giorno unico nel quale non ci sarà più dì e notte ma a sera ritornerà a risplendere la luce", come diceva il profeta Zaccaria (14,7). Ritroviamo, perciò, la forza dell'attesa e della speranza anche quando siamo di fronte alla tomba. Una preghiera musulmana dice: "Dio mio, fa' che la tomba sia la più bella delle case. Concedici di morire nel desiderio di incontrarti. Concedici di prepararci al giorno dell'Incontro".


I RE MAGI

di Gabriele D'Annunzio
La notte era senza luna; ma tutta la campagna risplendeva di una luce bianca e uguale come il plenilunio, poiché il Divino era nato; dalla campagna lontana i raggi si diffondevano....
Il Bambino Gesù rideva teneramente, tenendo le braccia aperte verso l'alto, come in atto di adorazione; e l'asino e il bue lo riscaldavano col loro fiato, che fumava nell'aria gelida.
La Madonna e San Giuseppe di tratto in tratto si scuotevano dalla contemplazione, e si chinavano per baciare il figliolo.
Vennero i pastori, dal piano e dal monte, portando i doni e vennero anche i Re Magi. Erano tre: il Re Vecchio, il Re Giovane e il Re Moro.
Come giunse la lieta novella della natività di Gesù si adunarono.
E uno disse:
- È nato un altro Re. Vogliamo andare a visitarlo ?
- Andiamo - risposero gli altri due.
- Ma con quali doni?
- Con oro, incenso e mirra.
Nel viaggio i Re Magi discutevano animatamente, perché non potevano ancora stabilire chi, per primo, dovesse offrire il dono.
Primo voleva essere chi portava l'oro. E diceva: - L'oro è più prezioso dell'incenso e della mirra; dunque io debbo essere il primo donatore.
Gli altri due alla fine cedettero. Quando entrarono nella capanna, il primo a farsi innanzi fu dunque il Re con l'oro.
Si inginocchiò ai piedi del bambino; e accanto a lui si inginocchiarono i due con l'incensi e la mirra.
Gesù mise la sua piccoletta mano sul capo del Re che gli offerse l'oro, quasi volesse abbassarne la superbia. Rifiutò l'oro; soltanto prese l'incenso e la mirra, dicendo: - L'oro non è per me!




Tantissimissimissimi auguri di 
Buon Compleanno
a
Daniela


L'inverno e io

M’assomiglia l’inverno
con le sue coperte patchwork
le calde tisane
e i cani rintanati
in scomodi cartoni di fortuna.

Ha rami nudi
ma braccia calde di gelo
e gli occhi sono di neve
e la bocca di pioggia a vento.

Non sa essere falso l’inverno
è inverno e basta.
Anche gli squilibri climatici
non l’hanno cambiato
sa di essere sempre l’inverno
algido e rassicurante
distaccato ma protettivo
come i tetti delle case
i fuochi accesi nelle sale
o lo sfavillio di luci sugli alberi di Natale.

M’assomiglia l’inverno
e tanto.
Soprattutto quando a bussare dietro
la porta c’è tramontana
quella tagliente, affilata come lama.
E se ogni tanto si ferma
per dare spazio allo scirocco
intrattabile diventa
e lì resta aspettando tempi migliori.

È mio fratello l’inverno
quello che tanto avrei voluto avere
e sa di acqua fresca
e torrenti in piena
di notti fradice
e mani ghiacciate.

Sì, m’assomiglia l’inverno
in bilico tra autunno e primavera
ché in estate fa troppo caldo.
E quando la sera, d’inverno
si spengono una per una le luci nelle case
restiamo soli lui e io
stretti stretti
al lume di un mozzicone di candela.
Daniela Fontana


RIFLESSIONI ALLA JANNACCI
by: Patty'S

Oh yeah

A quelli che pensano … che scrivere poesie sia come andare in bicicletta:
si impara da piccoli,
oh yeah

A quelli che pensano … che un artista non debba sgobbare e dannarsi
fino a sputare l’anima,
oh yeah

A quelli che pensano … che le parole poetiche e le immagini più usurate
possano ancora fare poesia,
oh yeah

A quelli che pensano…che se nessuno ti ascolta quando parli di te stesso, 
che se le metti in poesia gli altri cambiano idea,
oh yeah

A quelli che pensano che la poesia sia spontanea
come una pisciata nel bosco,
oh yeah

A quelli che pensano che la propria pisciata sia bella
e quella degli altri brutta
oh yeah

A quelli che pensano che chi non piscia in compagnia
o è un ladro o una spia,
oh yeah

A quelli che pensano che se l’Uomo fosse stato
meno intelligente sarebbe stato meglio per tutti,
oh yeah


Strenne, Chanson de Noël


Ero la piccola Madonna col cerchietto in testa

fuori la neve fredda da schiattare 
il giorno prima quell’orrendo uomo rosso
mi disse che ero buona ma io lo sapevo, mentiva

saliva da tutti i bambini , inesorabile

non passava oltre e i regali avevano il sapore

sporcato del carbone


E mio padre che rovinava sempre le bocce

ad ogni Natale era insofferente e malediva

Gesù Bambino per la notte peggiore della sua vita,

quella, appunto.


Allora io mi concentravo sul cerchietto

fine con le margheritine, una stella per ogni

chiesa, per ogni unità per ogni casa, per ogni


E poi respiravo l’odore d’abete resinoso

e mi entrava nel cervello dietro come

primaria sostanza come latte d’amore



ed ero felice, in mezzo ai mei giocattoli,
giocavo alla casa, alla mamma, alla donna

ero felice e ti aspettavo.


(PattyS.)






SOGNO DI NATALE

di Luigi Pirandello
Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l'impressione d'una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l'anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors'anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori... E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:

- Buon Natale - e sparivo...

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d'incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d'un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l'immagine di lui m'attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m'arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d'una luce interiore, sorvolava su un'alta siepe di rovi, che s'allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant'egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.

Dall'irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d'una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell'immenso arco dell'orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.

A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d'una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

- Non dormono... - mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d'odio e d'invidia pronunziate nell'interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l'impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: - Anche per costoro io son morto...

Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch'ero la sua ombra per terra, non mi disse:

- Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

Era una chiesa magnifica, un'immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d'oro alla volta, piena d'una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l'altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d'incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d'argento splendevano a ogni gesto le brusche d'oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

- E per costoro - disse Gesù entro di me - sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

- Cerco un'anima, in cui rivivere. Tu vedi ch'ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l'anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo... Cerco un'anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d'ogn'altro di buona volontà.

- La città, Gesù? - io risposi sgomento. - E la casa e i miei cari e i miei sogni?

- Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.

- Ah! io non posso, Gesù... - feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l'impressione sul mio capo inchinato, m'avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.



NATALE

di Giuseppe Ungaretti


Non ho voglia

di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare
Napoli, il 26 dicembre 1916



QUELLA VOLTA CHE BABBO NATALE NON SI SVEGLIÒ IN TEMPO

di Thomas Matthaeus Muller 
Hubert, l'anziano Babbo Natale, saltò giù dal letto: accipicchia, non si era svegliato in tempo!

Era già la vigilia di Natale, e non c'era ancora nulla di pronto, nemmeno un pacchettino! Dappertutto sul pavimento erano sparse in disordine le molte letterine di Natale che il postino aveva fatto passare attraverso una fessura della porta.

Quasi contemporaneamente qualcuno busso alla porta e la renna Max, fedele assistente di Hubert, entro puntuale come ogni anno. "E che cosa faccio adesso?" si lamento Hubert. "La sveglia non ha suonato!" "Chiedi a Otto, il mago, se può fermare il tempo, cosi tu potresti procurarti ancora tutti i regali", suggerì la renna Max.

"Otto sa soltanto far apparire conigli dal cilindro!" brontolo arrabbiato Hubert. "E per di più soltanto bianchi!" "Allora portiamoci dietro la cassa dei travestimenti", disse la renna Max. La cassa dei travestimenti era un baule enorme e pesante, piena di vecchi costumi, fazzoletti colorati, cappelli, scarpe e scialli che Hubert, anni prima, aveva ricevuto in regalo da una compagnia teatrale.

Quando la caricarono sulla slitta questa si ruppe nel mezzo. "E adesso che faccio?" si lamento Hubert. "Portiamola a mano." sbuffo la renna Max, si sfrego gli zoccoli prima di mettersi al lavoro e trasportarono la cassa cosi per tutta la strada fino in città... per fortuna era in discesa. Tutti i bambini stavano già aspettando con ansia i regali di Natale.

Ma quell'anno Hubert e Max, al posto dei regali, fecero una divertente rappresentazione teatrale. E non ebbero niente in contrario quando, uno dopo l'altro, i bambini si misero anch'essi a recitare. Si narrava di un Babbo Natale stanco e arruffato... e l'inizio faceva cosi:

Hubert, l'anziano Babbo Natale, salto giù dal letto ... accipicchia, non si era svegliato in tempo!



Sabato, 15 dicembre, 2012

LA FILOSOFIA DEL RIFIUTO (dal Diario degli errori di Ennio Flaiano)

Agire come Bartleby* lo scrivano. preferire sempre di no.
Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perchè tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell’individuo e favorisce però il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria dominata dalla burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arraffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi,poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perchè anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere:no. Non credere alle lusinghe della televisione. Non farti crescere i capelli, perchè questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare, perchè le tue canzoni piacciono e vengono annesse.Non preferire l’amore alla guerra, perchè anche l’amore è un invito alla lotta. non preferire niente. Non adunarsi con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no di gruppo. Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contattarci. Un No! Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo.

Ma scusate, allora dovrei dire di no anche a questo? E quindi siamo di nuovo da capo! E’ un giro vizioso. Però se avete voglia di saperne di più su questo scrivano, andate su You Tube, Baricco ve lo spiega per benino in nove minuti tondi
*Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street (titolo originale Bartleby the Scrivener) è un racconto di Herman Melville.



Giovedì, 13 dicembre, 2012
Perché Santa Lucia “ non è il giorno più corto che ci sia”?
Erroneamente la stragrande maggioranza delle persone crede ancora che questo detto popolare sia esatto: niente di più sbagliato, infatti il 13 dicembre – Santa Lucia appunto – non è il giorno più corto dell’anno, che invece risulta essere quello del solstizio d’inverno, cioè il 21 o il 22 dicembre.
Questa credenza pare risalga a circa 500 anni fa, prima che Gregorio XIII riformasse il calendario (1582), fino ad allora l’anno solare durava ufficialmente 365 giorni e 6 ore e queste si recuperavano ogni 4 anni aggiungendo un giorno, il “famoso” 29 febbraio.
In realtà l’anno solare dura 365 giorni 5 ore, 48 minuti e 46 secondi con conseguente sfasamento di 40 minuti ogni 4 anni, ovvero l’anno solare era più veloce dell’anno civile.
Con il trascorrere dei secoli la differenza divenne pesante, tanto che l’ammontare fu di 10 giorni e il solstizio d’inverno coincise con il giorno di Santa Lucia. Prontamente Gregorio XIII risolse il problema modificando, il calendario civile e recuperando quei 10 giorni in più: dal 5 ottobre 1582 si passò come per magia al 15 ottobre dello stesso anno e per far tornare tutti i conti si eliminarono degli anni bisestili, togliendo dagli anni centenari quelli che presentano le prime due cifre non divisibili per 4 (1700, 1800, 1900).



mercoledì,12 dicembre

alle 12.12 del 12.12.12,

Se oggi, a quella precisa ora vi squilla il telefono, vi cade sul piede una pentola, oppure molto più semplicemente guardate il dispay del vostro orologio, sappiate che:
Secondo alcuni si tratta di codici "spirituali", codificati addirittura nel nostro DNA, che si attivano alla visione di particolari combinazioni di numeri doppi (in special modo 11:11 e 12:12). Quando questi codici iniziano ad attivarsi, significa che il vostro spirito sta cominciando ad "allinearsi", che state vibrando con delle frequenze superiori, che sta prendendo coscienza il vostro risveglio spirituale. Moltissimi popoli antichi avevano previsto per quest'epoca l'avvento di una nuova era, basti pensare al calendario Maya (tanto per citare un esempio) che annuncia un evento di portata mondiale nel 23 dicembre del 2012. Altri autori, come il citato David Icke [2], parlano di avvicinamento della nostra galassia alla cosiddetta "Cintura Fotonica" situata all'interno dell'agglomerato delle Pleiadi, evento che porterà grandi cambiamenti in scala universale.

Sempre più persone al mondo concordano sul fatto di vedere sempre più i numeri maestri, ovvero una serie di numeri doppi o tripli. La frequenza con cui questo accade sta accelerando che ormai non si può più parlare di semplice coincidenza. Il fenomeno sta avendo proporzioni gigantesche e tutti concordano sul fatto che ci sia un più profondo significato, un messaggio in codice per noi dal mondo spirituale. Questi numeri hanno un grande fascino e molte tradizioni sia antiche che più recenti, dichiarano e assicurano sul loro potere; il potere di attivare in noi codici, memorie e capacità nuove. Questi numeri rappresentano un canale di comunicazione aperto con l’universo.

Solitudini
Ogni tanto vado a trovare, per avere un po' di compagnia, una vecchia signora, ex maestra elementare, che vive tutta sola. Giusto l'altra sera, nel far conversazione, seguivo con lo sguardo il volo bizzarro di una mosca in casa sua. - Ah, quella... - sorrise la signora, - non ci faccia caso, da ieri sera è ospite mia. - E sempre parlando della sua nuova compagnia, pose sul tavolo una briciola di pane, e non saprei cos'altro.
(Francob – clubdeipoeti.it)

Notte di Luglio
L’avevo incontrata su una chat, un pomeriggio qualunque di un giorno qualunque.
Lei non sembrava affatto una qualunque e quando passammo dal PC al telefono e ne udii la voce la mia mente cominciò a fantasticare di forme e colori inusuali.
Ci incontrammo quella sera stessa, parlammo a lungo, entrambi svelando noi stessi strato per strato come buccie di cipolla, lentamente, aprendoci fiduciosamente l’uno all’altra. Ci abbracciammo teneramente, nel silenzio più assoluto, accarezzati entrambi dal calore della luna piena sopra di noi.
La ricordo così, silente e fiduciosa, il cuore che batteva all’impazzata rivelando emozioni primordiali e sconosciute.  Non l’ho più vista da allora, ma ogni volta che guardo alla luna ripenso a lei…
 (Paolo Ercolani - http://centoparole.blogspot.it/)


martedì, 11 dicembre, 2012

 Il delitto perfetto
Come uccidere il mondo senza lasciare tracce

Il 21 dicembre 2012, o al massimo il 23 dicembre 2012, terminerà l’era dell’Oro, forse per il verificarsi di un’inversione del campo magnetico terrestre, generata dallo spostamento dell’asse del pianeta. “Sotto accusa” il Sole, che potrebbe generare tempeste magnetiche in grado di mettere fuori uso i satelliti e di distruggere i sistemi di telecomunicazione e i sistemi di distribuzione dell’energia. Il 21 dicembre 2012 potrebbe verificarsi, e in maniera ancora più devastante, il fenomeno magnetico registrato nel 1859, quando i sistemi di telecomunicazioni e di fornitura dell’energia andarono in tilt. C’è dunque il rischio blackout per tutti i servizi essenziali.

Sulla fine del modo esistono moltissime altre teorie, una di queste, nata dalla fantasia dello scrittore Arthur Clarke, racconta dei nove miliardi di nomi di Dio.

Una comunità di monaci del Tibet è destinata da secoli a trascrivere questi nove miliardi di nomi. Al termine il mondo sarà compiuto e finirà. L’opera è fastidiosa: i monaci, stanchi, ricorrono ai tecnici dell’IBM, i cui computer svolgono il lavoro in pochi mesi. E la storia del mondo si compie davvero in tempo reale, mediante l’operazione del virtuale. Purtroppo si tratta anche della scomparsa del mondo in tempo reale. Improvvisamente, infatti, la promessa della fine si realizza e i tecnici sbigottiti, che ci credevano ben poco, mentre ridiscendono nella valle vedono le stelle spegnersi una ad una.
(frame)

da :Jean Baudrillard

Il delitto perfetto

La televisione ha ucciso la realtà?






lunedì, 11 dicembre, 2012

 Era una notte buia e tempestosa (It was a dark and stormy night) è una celebre frase scritta da Edward Bulwer-Lytton nel racconto Paul Clifford, pubblicato nel 1830.

Divenne molto diffusa per l'ampio uso che ne fece Snoopy, il personaggio dei Peanuts disegnato da Charles Schulz, come incipit dei suoi numerosi racconti battuti a macchina...

Molti dei momenti memorabili dei Peanuts sono infatti legati al sogno di Snoopy di fare lo scrittore (di cui peraltro nessun editore vuol pubblicare gli scritti).
Il suo immutabile incipit è un punto fermo, quasi un must nei confronti di tutti gli scrittori del pianeta. Perfino Umberto Eco asserisce che l'inizio del suo romanzo Il nome della rosa, In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio, è una allusione a questa famosissima frase.

Se lo dice lui… dobbiamo credere sia vero.

A ogni buon conto ecco a voi il testo integrale dell’indiscusso capolavoro dello Scrittore di fama mondiale Edward Bulwer-Lytton nel racconto Paul Clifford,



Parte Prima
Era una notte buia e tempestosa. A un tratto echeggiò uno sparo! Una porta sbatté. La ragazza lanciò un grido.
Improvvisamente, apparve all’orizzonte una nave pirata. Mentre milioni di persone morivano di fame, il re viveva nel lusso.
Intanto, in una piccola fattoria del Kansas, cresceva un ragazzo.
Parte Seconda
Cadeva una neve leggera, e la fanciulla con lo scialle a brandelli non aveva venduto una violetta in tutto il giorno.
In quel preciso momento, un giovane interno all’Ospedale Civico stava facendo una importante scoperta. La misteriosa paziente della stanza 213 si era finalmente svegliata. Emise un debole lamento. Era possibile che si trattasse della sorella del ragazzo del Kansas che amava la fanciulla con lo scialle a brandelli che era la figlia della ragazza che era sfuggita ai pirati?
L’interno aggrottò la fronte.
“Avanti!” gridò il capo-mandria, e quarantamila capi di bestiame scesero rombando sul piccolo accampamento. I due uomini rotolarono a terra dibattendosi fra gli zoccoli micidiali. Un sinistro e un destro. Un sinistro. Ancora un sinistro e un destro. Un uppercut alla mascella. La lotta era finita. E così il ranch fu salvo.
Il giovane interno sedeva solo in un angolo del caffè. Aveva imparato la medicina, ma, ciò che è più importante, aveva imparato qualcosa sulla vita.
FINE
A questo punto Linus chiede: “Ma il Re cosa c’entrava?” beccandosi la macchina
da scrivere in testa.


domenica,  9 dicembre, 2012

Sulla differenza tra prosa e poesia
[…] la differenza tra poesia e prosa è fenomeno “culturale” ancor più che “linguistico-formale”. La prosa nasce come forma di scrittura, infatti, informativa-descrittiva. Essa è essenzialmente la lingua della realtà, della quotidianità, dell’uso. La poesia è invece lingua dell’emotività, dell’interiorità. Se, come dicevo prima, i termini “poesia” e “prosa” acquistano valore culturale, allora “poesia” diventa tutto ciò che commuove ed esalta l’animo, mentre “prosa” è ciò che è legato agli aspetti della quotidianità, alla vita di ogni giorno. È poetico ciò che emoziona, commuove; è prosaico (spesso tale termine assume connotazioni negative) ciò che non suscita palpiti del cuore, che ha tono dimesso.
E qui le cose si complicano, perché paradossalmente esistono versi prosaici e passaggi in prosa di grande valore poetico.
Prendiamo, a mo’ di esempio, questo famoso incipit di A Cesena di Marino Moretti:

Piove. Mercoledì. Sono a Cesena,
ospite della mia sorella sposa,
sposa da sei, da sette mesi appena.

 E confrontiamolo con la fine dell’VIII capitolo  dei Promessi sposi:

 “Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal rumore de' passi comuni il rumore d'un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”.

 Non vi è dubbio che il primo brano presenti alcuni tratti tipici della prosaicità (tono dimesso, termini abituali, riferimenti precisi alla realtà), mentre il secondo evidenzi intenti poetici (disposizione delle parole, la ripetizione di alcune di esse [fenomeno chiamato anafora], la forte carica evocativa ed emotiva).
Alcuni anni fa Vincenzo Cerami in un convegno dal titolo “L’anima dei poeti” riportò tale aneddoto (ripreso, poi, dallo stesso Cerami nella sceneggiatura della Tigre e la neve di Benigni) accaduto al poeta Raffaele La Capria:

“Lui [La Capria] era piccolino […] aveva una decina di anni e stava in campagna con la mamma. […] Di colpo un uccellino gli è andato a posare sulla spalla e [lui] è rimasto paralizzato, fermo, immobile, senza poter respirare. Il cuore ha cominciato a battergli sempre più forte, e lui era un misto di paura, di terrore, di esaltazione, qualcosa forse di carismatico, perché era una cosa molto bizzarra. È rimasto lì non sa quanto tempo, con questo uccellino sulla spalla, che di colpo, è volato via […].allora lui, tutto rosso in volto, stravolto, è tornato a casa, è corso dalla mamma e ha detto: “Mamma, mamma, pensa cosa mi è successo!”. La mamma, vedendolo così sbalordito, ha chiesto: “Cosa?”. “Pensa, un uccellino mi si è posato sulla spalla”. E la madre ha detto: “Va beh, ma cosa sarà mai?!”. Allora lui ha capito che doveva fare lo scrittore”

 http://www.andreapodesta.it/cosepoesia.htm

  sabato, 8 dicembre, 2012
DUE PARERI A CONFRONTO
Siamo partiti dall’articolo di Marco Cognazzo, Scrittori si nasce o si diventa, per arrivare alla domanda più concreta, Come e Quando si diventa scrittori. Il commento interessante di Augusto Benemeglio su questo blog, che consiglio di leggere e sul quale mi riprometto di ritornare, mi ha riportato al pensiero di Bonifacci Fabio, uno sceneggiatore che sul suo blog tiene un corso di scrittura gratuito e che sembra avere un’altra opinione in merito. Al solo scopo di arricchire il dibattito vi propongo in sintesi il parere di entrambi.

Augusto Benemeglio
[...]Ragazzi, io scrivo da una vita, ma la verità è che anch’io non so perché si scrive , e quindi non so neppure se è necessario, come dite voi. E’ come fare politica, volontariato, assistenza sociale, attività parrocchiale , è un prurito dell’esistenza, uno vuole esistere socialmente , o artisticamente…Risponde all’arte anche se non è chiamato, come diceva Oscar Wilde. Insomma non vuole essere un naso, come direbbe Nietzsche, uno della massa senza una sua caratteristica , se pur minima…e allora scrive! Ma in realtà , parlando seriamente , io credo che uno debba avere la sensazione che quello che dice sia necessario che lo dica. Anche se non sa bene perché. E’ un quid , un qualcosa che tu trovi dentro di te e vuole essere detto . Lo puoi chiamare inconscio collettivo o flusso di coscienza: è una specie di musica che ti invade e tu devi eseguire quella musica.

Fabio Bonifacci
[...]Si dice che “gli scrittori devono avere qualcosa da dire”, ma è il lapsus involontario con cui il nostro sapere collettivo si tradisce: chi ha qualcosa da dire deve darsi alla politica, alla filosofia o alla radio. Per scrivere un romanzo o un film bisogna avere qualcosa da raccontare.
E questo non perché sta scritto in qualche Libro Magno dell’Estetica, ma perché ciò che abbiamo da trasmettere è una sostanza indefinita, una qualità dello sguardo che si esprime solo in modo indiretto, parlando d’altro. Raccontando una storia, appunto.
Poi certo, tutti conosciamo 12 teorie secondo cui raccontare una storia è superato, o è commerciale o poco artistico, o… Non ho argomenti per smentire queste teorie in astratto, ma ne ho uno per confutarle in pratica: per chi scrive sono mortali.
Scrivere senza avere una storia da raccontare è come far l’amore senza essere eccitati. Si può fare, ma si gode poco, tutti quanti. E tanto basta, per quanto mi riguarda.
Scrivere senza avere una storia da raccontare è come far l’amore senza essere eccitati. Si può fare, ma si gode poco, tutti quanti. E tanto basta, per quanto mi riguarda.
(www.bonifacci.it)


Come e Quando si diventa scrittori?
Verso i cinque, sei anni di età l'uomo generalmente impara a scrivere, diventa cioè uno che scrive, uno scrivente, per dirla secondo le regole del nostro lessico. Sostiene Marco Cognazzo sulla Gazzetta di Santa, nella Conferenza sul tema Scrittori si nasce o si diventa?, tenuta l'11 febbraio 2012 presso l'Associazione di Promozione Sociale "Spazio Aperto di Via dell'Arco" a Santa Margherita Ligure. Quindi, tutti scrivono. Ma cosa? Si domanda il relatore, Chi la lista della spesa, chi una cartolina al proprio fratello lontano, chi una piccola annotazione, magari in rima, a margine della propria agenda personale.
Ha ragione Cognazzo? Credo proprio di sì, inoltre aggiungo che se pensate sia sufficiente iscriversi alla SIAE, per avere il patentino di scrittore, sappiate che oltre alla quota annuale di associazione, come contributo alle spese sostenute dalla Società per la gestione del rapporto di iscrizione, è necessario che l’interessato effettui il deposito di almeno un’opera secondo le modalità previste per le singole Sezioni. Insomma, anche la SIAE pretende che abbiate pubblicato almeno un libro, prima di considerarvi a tutti gli effetti uno scrittore. Ma tutto questo è sufficiente per potersi fregiare del titolo di scrittore?
Pagheremmo per leggere l'annotazione, la lettera, la lista di quegli Scriventi? No di certo, dirà qualcuno di voi. Eppure, qualcuno ad un certo punto ritiene di farsi leggere dietro pagamento, trova un editore compiacente ed esce sul mercato. E qualcuno paga per leggerlo.
Quello è uno scrittore? In genere, quando qualcuno organizza le sue idee e trova un modo personale per esprimerle, per racchiuderle in un racconto o un romanzo o una poesia, questo in genere consente già a molti di definire quel tale, quello Scrivente uno Scrittore. Secondo me, invece, non è abbastanza. E non perché quel tale abbia scritto solo un libro, o due, o tre. Non è la quantità che fa lo Scrittore. Essere scrittori è un mestiere, se riesci a viverci, anche se scrivi cose banali o brutte, sei uno scrittore. Altrimenti sei uno che scrive.

 martedì, 4 dicembre 2012 

Troppo rosa queste narratrici
Il punto non è la scarsa qualità, sostiene Elisabetta Rasy sul Sole24ore della Domenica, anche le donne hanno diritto a scrivere brutti racconti, ma la retorica femminile che si ammanta di ideologia.

Le librerie sono piene di romanzi a firma femminile… “il romanzo è donna” Già! Ma in che senso si domanda E.R.? 
Quando nel femminismo degli anni settanta si è cominciato a parlare di letteratura al femminile si trattava di una questione di impegno o, secondo la terminologia in voga, di pratica politica[…]
Oggi invece a guardare i banconi delle librerie sembra che il posto delle donne non solo sia facile ma ubiquo[…] come c’è il poliziesco, l’horror, il fantasy, c’è il genere del romanzo femminile.
Ma non è il puro e semplice e affettuoso romanzo rosa del passato. Anzi, questi libri hanno quasi un intento didattico: Istruirci sulla condizione femminile.[…]
Il problema non è della scarsa qualità di questi romanzi, ma la questione che crea disagio è questa nuova letteratura rosa, che non ha la schiettezza di quella antica, diffonde una sorta di ideologia e una retorica del femminile di facile consumo…
Con i loro finali consolatori, con le loro eroine del pensiero positivo, con i loro stereotipi sentimentali e sessuali questi romanzi di uno spurio “neo rosa” transitano sui banchi delle
librerie come puri oggetti, libri senza autore e con autrici senza fisionomia, a dispetto della lunga marcia femminile, novecentesca.

lunedì, 3 dicembre, 2012

“Io sono uno scrittore schifoso. Io monologo e pretendo che gli altri mi diano retta e mi facciano dei complimenti e magari mi diano anche dei soldi. Inevitabile: scrittore sfrenatamente egotico sono. Problemi?? Lasciatemi cantare! Io, ma dico io io; io, non so, io non so se sono uno schifoso egotico, e non lo so? Nessuno lo sa, qualcuno lo sa? Faccio tanto per dire, ma non scherzo, o forse è vero che soffro e non lo so, brucio e Sartori lo sa. Lo sa, Sartori? Ma brucio o son spento, veglio, dormo o son sveglio.”
(commento di Giacomo Sartori su, La stupidità degli scrittori)

Nuovi autismi 26 – La stupidità degli scrittori
di Giacomo Sartori
Personalmente adoro gli scrittori un po’ stupidi, e diffido degli scrittori intelligenti. […]Non dico che gli scrittori debbano essere deficienti, e che più ebeti sono meglio è, come si potrebbe dedurre da certa narrativa attuale, ma insomma una certa dose di scempiaggine mi sembra difficilmente rimpiazzabile.[…] 


Senza voler indulgere in incauti biografismi, e guardandosi bene da una retorica della devianza, a ben guardare Dante era un bigotto pedantone con il dente avvelenato, Stendhal un presuntuoso sempliciotto, Flaubert un tetro maniaco depressivo, Baudelaire un irresponsabile sotto tutela, Cervantes un mezzo deficiente, Dostoevskij uno psicopatico[…] Il pessimo Umberto Eco, rimanendo ai giorni nostri, è forse il paradigma dei danni irrimediabili che può causare l’intelletto alla narrazione[…]
Gli intelligentoni di cui parlo a rigor di logica andrebbero chiamati algidi habitué della letteratura, ingegneri specializzati nel riciclo narrativo, ragionieri dell’estetica, ironici giocolieri, virtuosistici funamboli, scafati fantini del cavallo postmoderno, pedanti docenti, pensatori, superdotati della tastiera, non certo romanzieri e poeti.[…]
Non è però agevole dire perché una supremazia dell’intelligenza sia così ostile alla riuscita letteraria, e non sarò io a risolvere questo dilemma (abbisognerebbero neuroni più fini). Certo presupposto per qualsiasi forma di buona letteratura è la cognizione della sconfitta, una premonizione di catastrofe, un rimbombare raccapricciante o anche ilare del nulla, mentre l’intelligenza è hybris che repelle, insopportabile autosoddisfazione, stucchevole baldanza, genocidio delle antinomie. L’intelligenza sgomita per dominare e sottomettere, violando i silenzi, imprigionando qualsiasi afflato letterario: è soprattutto artificiosa e inverosimile, falsa. Quando invece la stupidità nei giorni fasti sa essere affascinante e struggente, profonda e umanissima, si intride di verità e saggezza[…]
Come si è già capito queste riflessioni, certo esse stesse un po’ ebeti, non sono gratuite, sono anzi intrinsecamente interessate. Contagiato da una vocazione precoce per la scrittura, per anni ho pensato di essere troppo idiota per mettermi a scrivere. Aizzato dalla cosiddetta educazione scolastica, quella macchina concentrazionaria che fuorvia generazione dopo generazione dalla reale essenza della letteratura, per anni ho rifuggito la scrittura. Solo molto tardi ho constatato che gli scrittori intelligenti devono ingaggiare una lotta titanica con il loro intelletto, sono costretti a battersi fino a riuscire a debellarlo, sterminarlo. Ho capito che a me era risparmiata questa prova dagli esiti spesso fatali: partivo quindi avvantaggiato. Ho capito che potevo provare.

http://www.nazioneindiana.com/2012/10/04/nuovi-autismi-26-la-stupidita-degli-scrittori/#comment-196143 Di formazione Giacomo Sartori è agronomo, specializzato in scienza del suolo.
È membro del blog collettivo "Nazione Indiana"





Serve leggere ai poeti?
O meglio: sull'importanza della lettura per chi voglia cimentarsi con la poesia

Sul Blog GOLFEDOMBRE del 26 novembre, Stefano Guglielmini scrive a tale proposito, riprendendo l’assunto da un libro di Daniele Barbieri, Il linguaggio della poesia:

 […] la conoscenza non fa nulla di nuovo. La conoscenza mette ordine all'esistente, aiuta a vivere. Fa del lettore, un buon lettore. La poesia buona la scrive invece chi ha talento. Ma chi ha solo talento, al massimo fa i fuochi d'artificio, va a capo con grande intuizione, indovina qualche metafora. Anche chi ha talento deve sapere che la bellezza della lingua è un fatto culturale, che passa per il sublime e l'antisublime, per la rarefazione celeste e l'orrido, per la forma e per l'informe, come ben dice Rimbaud nel 1871. La lettura aiuta a districarci in questo labirinto; il talento a fare il salto nello spazio bianco della pagina per dare vita a qualcosa che vale la pena di leggere.
Qualcuno potrebbe obiettare: ma chi stabilisce le gerarchie del talento? Rispondo: vogliamo dire che Dante non aveva talento? che Leopardi poteva fare l'idraulico? Che Sanguineti è stato solo un docente coltissimo che ci ha abbindolato con i suoi coup de théâtre?. […]
Il talento (a proposito di Sanguinetti), poi, ne ha indirizzato la forma, che non è contenitore, non lo è mai, bensì bordo estremo di un sistema tensivo in cui l'autore, ciascun autore, al tempo stesso si riconosce e si disconosce. L'insoddisfazione per la propria opera e il desiderio di riformarla, nascono da qui.

Tra i commenti, tutti molto interessanti, ho scelto quello di Casti:
    
 Davide Castiglione26/11/12 22:11
Leggere altri poeti è non solo utilissimo, ma indispensabile. Però arriva un punto in cui chi è veramente bravo sa allontanarsi dai modelli: e a volte credo che questa libertà la raggiunga anche (se non più spesso) chi ha letto (ma profondamente) un relativamente ristretto numero di (ottimi) autori, ma ha conservato quel tanto di spavalderia necessaria a costruire il suo, di discorso: "suo" nel senso di necessario al suo sentire. A volte (ma non è il tuo caso, Stefano... ho in mente altri, invece) una grande familiarità sembra portare a un eccesso di misura, di "constraint" che tende ad azzerare i rischi, e a produrre niente più che elegante poesia epigonica. Questa è la mia impressione, almeno.
Poi, credo che a fare un poeta sia, davvero e non retoricamente, la capacità di ascolto: conosco persone che, ascoltando consigli sul comporre poetico, sono migliorate nell'arco di pochi mesi; altre che non rinunceranno mai ai loro piccoli confetti poetici.
ps: sul talento credo anch'io che esistano casi limiti in cui la bravura è indiscutibile o quasi, e altri in cui la sciatteria è altrettanto lampante. La difficoltà sta nel capire tutto quanto c'è in mezzo, e anche (magari) a riuscire, argomentando, a far vedere agli altri il valore di un autore che noi sentiamo "a pelle".





Stefania Convalle

Salviamo il talento.

 A cosa serve scrivere? A volte me lo chiedo.

Ormai in questo Paese hanno fatto il funerale al talento.
Tutto è business.
Case editrici che stanno diventando più numerose degli aspiranti scrittori pronti a sborsare migliaia di euro per vedere il proprio nome in copertina di un qualsiasi pincopallinoeditore, editori che assomigliano sempre di più al Gatto e la Volpe.
Piccoli editori che si spacciano come tali e non sono altro che sfruttatori dei sogni altrui.
Dov’è finita la selezione?
Dov’è finita la ricerca del talento vero?
Dov’è finita la favola con il lieto fine dell’editore con le palle che crede in te e investe nelle parole scritte?
È  la morte della poesia, della prosa, della parola, della creatività vera.

E che ne è dei concorsi letterari, quelli veri, quello che dovrebbero scovare i talenti? Quelli veri bisogna cercarli con il lanternino.
Il mondo è dei furbi che appena hanno capito quanto sia grande l’Ego di chi si pensa poeta e invece è soltanto uno dei cinquanta milioni di italiani che ha buttato giù dei pensieri su un foglio di carta, hanno seminato concorsi  diventati in un batter d’occhio come la gramigna. Concorsi fasulli, specchietti per le allodole dove non conta cosa scrivi, ma conta chi conosci e se sei capace di lavorarti bene qualche piccolo personaggio influente dell’ambiente, il gioco è fatto: una menzione di merito esce sempre, tanto non fa male a nessuno.

Ma fa male all’arte.

Che dire poi del festival dei social network che diventano il Festival della mediocrità con questo sfilare di fotografie di presunti poeti dai sorrisi artefatti mentre mostrano targhe di premi vinti in concorsi teleguidati dove c’è sempre la “velina” raccomandata.
Che importa se questo esercito di mediocri non sa distinguere un accento acuto da un accento grave o mette un apostrofo di troppo? Pare che non sia importante.

Il repertorio, poi, delle presentazioni che dilagano come la peste? Ci sono più presentazioni che lettori e gli atteggiamenti assomigliano a chi deve diffondere il Verbo.

Sì, hanno fatto il funerale al talento.

Mi piacerebbe competere in un mondo letterario più corretto, concorsi puliti, dove davvero vince chi merita.
Mi piacerebbe che si facesse piazza pulita delle migliaia di case editrici raccattasoldi e venditricidisogni, e che restassero solo quelle vere, quelle che leggono i manoscritti, quelle che ti scelgono tra migliaia di altri perché hanno scorto il talento  tra le righe di un manoscritto.
Forse solo così ci si può salvare dalla massificazione delle parole.
Forse solo così si potrebbero di nuovo riavere i grandi scrittori, i grandi poeti, che magari esistono, sicuramente esistono, ma vengono schiacciati dagli ingranaggi perversi di chi invece sa come il gira il fumo e sa buttarsi sfrontatamente avanti.

L’artista vero, per me, è sempre una figura fragile e di sicuro incapace di fare a gara a spintoni per farsi notare.


Uriah

I concorsi letterari, croce e delizia di molte persone afflitte dalla malattia di scrivere.
Sono utili o no?
Ho fatto una breve ricerca in rete e sembra che i motivi che ci spingano a parteciparvi non siano neanche una decina. Li riporto qui di seguito:
Conferme
Visibilità
Vincere
Denaro
Pubblicazione
Confronto
Esercizio
Vincere e Denaro.

Ora, personalmente da questo elenco di ‘valori aggiunti’ dei concorsi toglierei le voci ‘Vincere’ e ‘Denaro’.  Trovo che la prima sia una spinta talmente egodiretta da risultare inutile. Detta così è la stessa molla che ci spinge a spendere la pensione nei gratta e vinci.
Perché lo fai?
Per vincere, ovviamente. Ma in materia di narrativa trovo sia una logica abbastanza perversa. In linea di principio non si scrive (o non si dovrebbe scrivere) un racconto per partecipare a un determinato premio. I racconti andrebbero scritti a prescindere, se poi abbiamo voglia, tempo e siamo convinti che il nostro racconto vada bene per quel determinato premio allora possiamo anche parteciparvi. È un’opinione personale, ma non credo che il desiderio di vittoria (che spesso è solo una sorta di cieca rivalsa) sia la molla giusta per scrivere. Scriviamo, o almeno dovremmo farlo, perché riteniamo di avere qualcosa da dire.
Secondo me in questa logica rientra, in un certo senso, anche la motivazione Denaro. Detta così sembra che sia possibile arricchirsi vincendo questo tipo di concorsi. Trovo sia una sonora stupidaggine. La media dei premi in denaro si aggira su quanto? Trecento, quattrocento euro? Per avere una ‘entrata significativa’ dovremmo probabilmente partecipare a tutti i concorsi sulla piazza e quantomeno vincerne quattro-cinque al mese. Sfido chiunque. Certo, dovesse capitare di tirar su due soldi ben venga: ci pago l’assicurazione della macchina, l’abbonamento a sky o  un paio di giri con l’ultima moldava giovane e carina.
 Oltretutto trovo che partecipare ad un concorso ‘per fare soldi’ svilisca in qualche modo il nostro lavoro. Se ci riesce di vincerli ben vengano, ma non mi sembra possa essere tra le motivazioni principali che ci spingono a scrivere e partecipare. Chi ha la bruciante passione di scrivere lo fa in ogni caso e a dispetto di tutto.
Conferme.
Ne vorremmo a secchiate, e non senza una qualche valida ragione.
La malattia che condividiamo ci porta spesso a lavorare in totale solitudine, avendo come unici referenti noi stessi. Quando la nostra creatura viene alla luce proviamo, come tutti i genitori premurosi, un incondizionato amore per il nostro, bellissimo figlioccio. Eppure.
Eppure a chi non è mai capitato di trovarsi davanti al figlio di qualche amico e non pensare a quanto fosse brutto?
Chi ha alzato la mano è un bugiardo.
Lo stesso è per i racconti. Li sforniamo e abbiamo quella sensazione di onnipotenza e perfezione, poiché Esso, nella sua luminosa grazia, è venuto alla luce. È il nostro racconto, ci abbiamo messo tanto impegno, tanta fatica ed ora, finalmente, è qui. È giunto il momento che vada per la sua strada e riceva gli onori che merita.
Ora, spesso questi onori sono pareri e commenti di congiunti, parenti, amici, sodali, vassalli e protégé. Persone che ci vogliono bene e che magari, da anni, assistono alla quotidiana lotta che combattiamo per strappare alla pagina bianca qualcosa che valga la pena di essere letto. Non voglio sostenere che si tratti sempre e in ogni caso di pareri in ginocchio o commenti pelosi. Ma che spesso e volentieri la pillola venga addolcita più del necessario, magari per affetto, questo sì.
Fino a un certo punto trovo anche che sia normale e persino nell’ordine delle cose, diciamo fisiologico. Ci sono di mezzo relazioni personali, affetti, sentimenti e – non dimentichiamolo – queste persone hanno imparato a loro spese che spesso uno scrittore dilettante (mi ritengo tale) è un piccolo precipitato di orgoglio e vanità. 
Spero davvero che ognuno di noi abbia a disposizione persone, magari altri scrittori dilettanti, che condividano la correttezza del commento e dell’opinione come strumenti funzionali piuttosto che ricoprirci di benemerenze al grido di Vanitas vanitatum, et omnia vanitas.
Se non abbiamo la fortuna di avere una persona (un amico, un congiunto o quello che vi pare) che abbia davvero a cuore quello che facciamo e che ci ripaghi con l’unica valuta che valga davvero qualcosa – l’onestà - allora i commenti di persone che nulla hanno a che fare con noi, sono spesso i più utili. Almeno rischiano di essere onesti.
Non voglio sostenere che i pareri dei giurati o degli altri partecipanti al concorso siano utili a prescindere, ma almeno sono spassionati.
Personalmente ho partecipato a una decina di concorsi e mi è capitato di vincerne un paio. Non sempre, ma spesso, alle premiazioni di questi eventi mi è stato possibile scambiare pareri,  impressioni e consigli che mi hanno davvero dato l’idea dei punti forti o dei punti deboli dei miei racconti. È comunque gente che scrive e che spesso ha cognizione di causa. Con alcune di queste persone sono in contatto ancora oggi: ogni tanto ci inviamo gli ultimi lavori via mail e tentiamo un piccolo, reciproco, editing. O ci inventiamo piccoli contest. Cose così.
Se non avessi partecipato a qualche concorso non li avrei mai conosciuti.

Pubblicazione.
C’è poco da dire. Se riusciamo a vincere un concorso che preveda la pubblicazione di una raccolta o del nostro romanzo allora prepariamoci, perché il clistere di autostima che sta per arrivare è in grado di spedirci in orbita.
Poi attenzione, magari non cambia niente e dovranno passare altri duecento anni prima di vincere un altro concorso. Ma è comunque un riconoscimento che non può farci che bene; senza un po’ di benzina ogni tanto, non potremmo andare avanti. E poi fa un minimo di curriculum. Sia che decidiamo di spedire i nostri lavori ad un editore o ad un agente, è più facile che guardino alla nostra produzione con più interesse se nel nostro palmares possiamo già vantare qualche riconoscimento. Pare brutto ma mi dicono sia così.
Confronto.
Come sopra. Scrivere esclusivamente nel vuoto pneumatico del nostro universo letterario non è utile. Rischiamo facilmente di perdere di vista l’obiettivo principale di ogni racconto: comunicare qualcosa ad altri. Io ho il mastodontico difetto di scrivere fissando il mio ombelico, dando per scontato che le mie menate esistenziali possano interessare a qualcuno. Beh, non è così. Lasciato a me stesso corro verso un’involuzione che non può far altro che sfociare in un efferato onanismo narrativo. Grazia a dio ogni tanto c’è qualcuno che mi mette sull’avviso e tira il freno a mano. Poi magari faccio mille altri errori di altro genere, ma quello almeno l’ho schivato.
Credo che partecipare a qualche concorso ci dia la possibilità di confrontarci con altri autori e capire perchè, maledizione, abbiano preferito il loro racconto al nostro.
Esercizio.
Non credo che partecipare a qualche concorso abbia qualche attinenza o sia una forma di ‘esercizio’.
Chiunque di noi scriverebbe a prescindere, intendo dire.
L’esercizio sta nello scrivere, non nell’andare in posta a spedire il plico.
L’unico esercizio è Scrivere, scrivere, scrivere sempre.
Questo per dire che, personalmente, credo che a qualche concorso si possa anche partecipare; anche solo per mettersi un po’ in gioco. C’è un aspetto ludico che faremmo bene ad incoraggiare.
Poi chiaro, concorsi poco chiari e smandrappati ce ne saranno sempre. Ma anche in questo caso penso sia fisiologico.
Insomma, quest’è.
Ciao a tutti.


Racconti sul podio:

E' vero che i concorsi letterari sono tutti una sola?
Una banalità, un luogo comune, la sacrosanta verità, oppure soltanto una leggenda metropolitana?
Personalmente non ho le idee molto chiare. Ho partecipato infatti solo ad un concorso, meritandomi una delle tante patacche di consolazione. Troppo poco per farmi un'idea precisa. Comunque, senza l'intenzione di dare una risposta all'annoso problema, leggiamo cosa dice il protagonista di questo interessante racconto di Salvatore Scollo.
Dopo i primi anni di successi (se così vogliamo chiamarli), il vuoto. Voglio dire: nessuna positiva risposta nei concorsi fatti. E non mi andava di ammettere che i risultati erano scarsi, perchè avevo troppo allargato il raggio d'azione, spedendo sillogi un po' in tutta Italia. Certo, i primi concorsi erano locali e al massimo regionali, per cui con discrezione ero riuscito a intervenire, tramite amicizie comuni, sui componenti delle giurie. E siccome i concorsi non hanno lo scopo di premiare la qualità ma i compari degli organizzatori, ero riuscito ad ottenere risultati, senza provare nessun rimorso verso gli altri (forse) più meritevoli.
(Da: L'ultima missiva – A OVEST DELLA POESIA - 2010 stampalibri-)

Non è dato a sapere se quanto sopra corrisponda esattamente al pensiero dell'autore, anzi, è molto probabile che la pensi diversamente, certo è che questo sventurato interpreta un pensiero molto diffuso e comune, soprattutto tra quelli che i concorsi li perdono abitualmente, mentre i vincitori sono naturalmente di tutt'altro avviso.
E allora leggiamoli questi racconti sul podio! Scopriamoli insieme con interesse e senza pregiudizi di sorta! Ne ho raccolti una decina in rete, senza seguire un criterio preciso. Li ho presi a caso e saltabeccando da un premio a carattere nazionale a un altro con minori ambizioni e ho intenzione di pubblicarli a scadenza settimanale. Forse a Natale avremo le idee più chiare, sulle preferenze delle giurie dei concorsi letterari italiani.


8 commenti:

  1. Ullalà, guardando i dati si evince come questo blog spazi nell'intero globo.
    Complimenti Franco, mi fa molto piacere.

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  2. Uè Patty, ma tutti quei click dalla Svizzera li hai fatti tu?
    Dall'Australia A.Sal.One che salutiamo e al quale facciamo tanti auguri per il nuovo anno, ma dall'Ucraina chi cavolo... non è che qualcuno ha la badante di quelle parti? Io non so che dire di questi dati. Non me li sono inventati.

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  3. Uè Franco...possibile...sono una compulsiva. Un caro saluto a tutti.

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  4. Brava,Patty, molto simpatica la tua canzone.
    Sorridendo ti e vi saluto
    Riassunto di fine anno?
    $$$$$$ tantissime letture

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  5. Un augurio di buon fine anno a tutti voi e un saluto speciale ai visitatori degli Stati Uniti ai quali rivolgo questo messaggio: se c'è qualcuno del New England, propongo una visita di scambio ;-) Io vi ospito e vi faccio vedere un po' d'Italia e poi facciamo lo scambio :-D
    P.S. Questo Blog potrebbe diventare un agenzia di viaggi :-))

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  6. TANTI AUGURI A TUTTI PER UN NUOVO ANNO PROSPERO E GIOIOSO!

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    1. Buon anno, Serenella! Buon anno a tutti! Ieri sera tra cena e tanghi è partito il nuovo anno dando i primi segnali della fortuna in arrivo con Giove che entrerà a Giugno nel segno del Cancro (il mio;-)...): il mio numero è stato estratto al sorteo;-)
      ...Se il buongiorno si vede dal mattino...;-) Che sia l'anno della mia seconda pubblicazione? ;-) Senz'altro sì! :-) Che sia l'anno della realizzazione professionale? Le idee pullulano e si stanno avviando verso la concretizzazione;-) L'amore? Beh, speriamo che continui così! :-))
      Insomma, che sia per tutti un anno stupendo:-))

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