lunedì 7 gennaio 2013

Augusto - Carrieri - articolo


RAFFAELE CARRIERI
E IL CARRUBO DI GALLIPOLI
Di Augusto Benemeglio

08/01/2013
etichetta: la stanza di Augusto Benemeglio - articolo


          Il poeta gabelliere

Della rigogliosa flora antica e  di tutte le enormi foreste che ricoprivano il Salento ( c’erano oltre duecentomila ettari di boschi , nel principio dell’Ottocento, in Terra d’Otranto . Oggi ce ne sono meno di diecimila) ,sono rimaste solo tracce:  il “Bosco di Rauccio” ,  gli ulivi millenari nelle campagne di Vernole, la quercia vallonea di Tricase (oltre 700 anni ), la quercia virgiliana della “Masseria Macrì”, nelle campagne di Supersano e il maestoso Carrubo della “Masseria Paccianna” di Gallipoli, uno dei più importanti esemplari dell’area mediterranea, superiore perfino al tanto celebrato carrubo marocchino di “Moulay Idriss” . Sotto quel carrubo  glorioso veniva , un tempo, a sostare il “ poeta gabelliere”, Raffaele Carrieri , conscio del fatto che “ noi siamo i naufraghi di un’altra civiltà” . Qui veniva “a incidere dispersi richiami , sulle spesse cortecce del sughero della storia , che lievi ondeggiavano al vento , come un nulla di cui si possa parlare “, un poeta quasi dimenticato nella sua terra natìa, Taranto, dove nacque nel 1905. Parliamo di un  eccezionale poeta nato dentro la tradizione della migliore poesia italiana del Novecento, quella dei Montale, dei Luzi, dei Sereni, dei Caproni, quella dei Bodini, dei Pagano,  ma anche quella dei grandi autori francesi , da Apollinaire a Valery , o dei surrealisti spagnoli come Lorca , un poeta che per tutta la vita visse nomade e disordinato , che fece tutti i mestieri possibili, pastore di pecore in Albania e in Montenegro, legionario a Fiume vicino a D’Annunzio , riportandone anche una ferita al braccio destro , che da allora in poi potè usare poco e male ; un poeta che divenne marinaio su navi da carico e andò girovago per tutti i mari , i porti e i bordelli del mondo ; poi fece il gabelliere in Sicilia (“La notte il gabelliere/ è più povero di Giobbe/La lepre ha la tana/ la pecora la …il gabelliere sconta il peggio”) e  si fermò  (e , direi , si formò)  a Parigi,  allora capitale universale della cultura , dove conobbe i maggiori artisti del tempo e fece tutte le esperienze d’avanguardia subendone tutte le suggestioni e fascinazioni possibili; scelse i suoi modelli “eroici” , Rimbaud , Eluard, Esenin e Garcia Lorca, di cui fu grande amico.

2.La poesia siamo noi
Un poeta che disse  che la poesia non si fa, la poesia siamo noi , quello che avremmo voluto essere e non siamo . “ Alla malora le carte / cartigli e scartoffie/ che potevano darmi la gloria…E’ follia, follia, restare chiuso in un calamaio/ come la seppia nel mare / che fa macchie d’angoscia e le sparpaglia”  Per Carrieri , che se ne andava in giro nudo , con i suoi pensieri , ma libero  ( “Non più gabella , non più barriera…/senza sonno  e senza frontiera”, il ritorno nella terra dei suoi avi , nella Magna Grecia, 
a contatto con il Grande Carrubo, era un modo per rigenerarsi. C’è ancora chi lo ricorda settantenne col suo basco, le tele e i  pennelli ( sì, perché fu anche pittore e critico d’arte di valore ) andarsene al solito posto, sulla pietra glabra caotica e rocciosa ,  butterata e silente quinta teatrale del Grande Carrubo della Paccianna , si poggiava lì seduto come una “nuvola in calzoni neri”  e accarezzava il fondo campestre  ( ora sfigurato da una orrenda edificazione ) e il volo della vespa solitaria ,  gli sfilacciati sentieri , la sinfonia della mosche , i terreni nudi, le acque paludose ; aspirava il profumo del mirto e il fragore dei papaveri e delle margherite di campo . “ La poesia non è scrivania / e tanto meno carta…La poesia è in alto e anche in basso/ dove crescono semi/ fiumi e vermi”.

3.Sacerdote antico
Raffaele Carrieri si faceva sacerdote antico dinanzi al Carrubo-tempio votivo . “Tremano gli indovini / a leggere nelle tue mani / i miei profili oscillanti.Da vecchio  poeta tarantino-spartano , da “ alchimista fuggiasco /dalle remote ginestre /di Finisterre “ , egli aveva dentro di sé echi  di guerrieri nudi , pieni di coraggio e d’avventura , e  filtri e magìe d’antico stregone . Nella sua bisaccia  di nomade si portava la  favola lunga , inesauribile , che non ha inizio , né fine , ma nel cui sottofondo è possibile avvertire  un senso sottile di sofferenza e di tensione ; ricreava ,  quasi per istinto , la sua terra d’origine , quella Magna Grecia vitale e preziosa, di lamine metalliche , di mare e fantasia, miti e riti  che alla fine gli lasciava un retaggio  di malinconie ( I tuoi rami sono lunghe mani di ragazze more…/ il tuo profumo è una scala di tondi lisci gradini / alla fine se ne vanno i cavalli / sentendo da lontano il mare / come gli zingari il rame”)  Alla sua Patria antica , Taranto , la Puglia , che lo ha trascurato,  che lo trascura ,  ha lasciato un linguaggio immaginoso  ed epigrammatico , ora ermetico, ora surreale , con dei versi che “ sono degli orologi , regolati sulla vita e sul calcolo” .

4.L’amico Raboni
Un poeta che segna i tempi dell’indugio e le antiche cadenze, ma anche un
 pittore e un musicologo , un artista che conosceva il canto disperato dei “pompili” e attraversò tutti i boulevard di Parigi assieme a Prevert e ai clochards dei ponti della Senna,  un  uomo che fu tutto e il contrario di tutto : raffinato e trascurato , semplice e imprevedibile , generoso e implacabile , lucido e malinconico giocatore di prestigio , equilibrista del calembour , inesausto bevitore di Pernod  , consolatore di puttane e mistico sacerdote del Grande Carrubo di Gallipoli.  Lo abbiamo davanti agli occhi , pur non avendolo mai veduto in vita nostra ( “Anche a noi capita talvolta d’essere guardato così , come si guarda uno che non dovrebbe esserci, uno che non c’è mai stato “) e potremmo salutarlo così, coi versi del suo amico poeta milanese Giovanni Raboni, che lo vide morire , nel 1984 , a pochi passi da casa sua : “ E noi davanti  agli occhi non avremo che la calma distesa del passato/ a ripassare senza fretta / fermando ogni tanto l’immaginazione ,/ tornando un po’ indietro , ogni tanto/ per capire meglio qualcosa, / per assaporare un volto, un vestito…un albero antico”

Di Augusto Benemeglio

Della rigogliosa flora antica e  di tutte le enormi foreste che ricoprivano il Salento ( c’erano oltre duecentomila ettari di boschi , nel principio dell’Ottocento, in Terra d’Otranto . Oggi ce ne sono meno di diecimila) ,sono rimaste solo tracce:  il “Bosco di Rauccio” ,  gli ulivi millenari nelle campagne di Vernole, la quercia vallonea di Tricase (oltre 700 anni ), la quercia virgiliana della “Masseria Macrì”, nelle campagne di Supersano e il maestoso Carrubo della “Masseria Paccianna” di Gallipoli, uno dei più importanti esemplari dell’area mediterranea, superiore perfino al tanto celebrato carrubo marocchino di “Moulay Idriss” . Sotto quel carrubo  glorioso veniva , un tempo, a sostare il “ poeta gabelliere”, Raffaele Carrieri , conscio del fatto che “ noi siamo i naufraghi di un’altra civiltà” .
Qui veniva “a incidere dispersi richiami , sulle spesse cortecce del sughero della storia , che lievi ondeggiavano al vento , come un nulla di cui si possa parlare “, un poeta quasi dimenticato nella sua terra natìa, Taranto, dove nacque nel 1905. Parliamo di un  eccezionale poeta nato dentro la tradizione della migliore poesia italiana del Novecento, quella dei Montale, dei Luzi, dei Sereni, dei Caproni, quella dei Bodini, dei Pagano,  ma anche quella dei grandi autori francesi , da Apollinaire a Valery , o dei surrealisti spagnoli come Lorca , un poeta che per tutta la vita visse nomade e disordinato , che fece tutti i mestieri possibili, pastore di pecore in Albania e in Montenegro, legionario a Fiume vicino a D’Annunzio,


 riportandone anche una ferita al braccio destro , che da allora in poi potè usare poco e male ; un poeta che divenne marinaio su navi da carico e andò girovago per tutti i mari , i porti e i bordelli del mondo ; poi fece il gabelliere in Sicilia (“La notte il gabelliere/ è più povero di Giobbe/La lepre ha la tana/ la pecora la …il gabelliere sconta il peggio”) e  si fermò  (e , direi , si formò)  a Parigi,  allora capitale universale della cultura , dove conobbe i maggiori artisti del tempo e fece tutte le esperienze d’avanguardia subendone tutte le suggestioni e fascinazioni possibili; scelse i suoi modelli “eroici” , Rimbaud , Eluard, Esenin e Garcia Lorca, di cui fu grande amico.
Un poeta che disse  che la poesia non si fa, la poesia siamo noi , quello che avremmo voluto essere e non siamo . “ Alla malora le carte / cartigli e scartoffie/ che potevano darmi la gloria…E’ follia, follia, restare chiuso in un calamaio/ come la seppia nel mare / che fa macchie d’angoscia e le sparpaglia”  Per Carrieri , che se ne andava in giro nudo , con i suoi pensieri , ma libero  ( “Non più gabella , non più barriera…/senza sonno  e senza frontiera”, il ritorno nella terra dei suoi avi , nella Magna Grecia , a contatto con il Grande Carrubo, era un modo per rigenerarsi. C’è ancora chi lo ricorda settantenne col suo basco

le tele e i  pennelli ( sì, perché fu anche pittore e critico d’arte di valore ) andarsene al solito posto, sulla pietra glabra caotica e rocciosa ,  butterata e silente quinta teatrale del Grande Carrubo della Paccianna , si poggiava lì seduto come una “nuvola in calzoni neri”  e accarezzava il fondo campestre  ( ora sfigurato da una orrenda edificazione ) e il volo della vespa solitaria ,  gli sfilacciati sentieri , la sinfonia della mosche , i terreni nudi, le acque paludose ; aspirava il profumo del mirto e il fragore dei papaveri e delle margherite di campo . “ La poesia non è scrivania / e tanto meno carta…La poesia è in alto e anche in basso/ dove crescono semi/ fiumi e vermi”.

Raffaele Carrieri si faceva sacerdote antico dinanzi al Carrubo-tempio votivo . “Tremano gli indovini / a leggere nelle tue mani / i miei profili oscillanti.
Da vecchio  poeta tarantino-spartano , da “ alchimista fuggiasco /dalle remote ginestre /di Finisterre “ , egli aveva dentro di sé echi  di guerrieri nudi , pieni di coraggio e d’avventura , e e filtri e magìe d’antico stregone . Nella sua bisaccia  di nomade si portava la  favola lunga , inesauribile , che non ha inizio , né fine , ma nel cui sottofondo è possibile avvertire  un senso sottile di sofferenza e di tensione ; ricreava ,  quasi per istinto , la sua terra d’origine , quella Magna Grecia vitale e preziosa, di lamine metalliche , di mare e fantasia, miti e riti  che alla fine gli lasciava un retaggio  di malinconie ( I tuoi rami sono lunghe mani di ragazze more…/ il tuo profumo è una scala di tondi lisci gradini / alla fine se ne vanno i cavalli / sentendo da lontano il mare / come gli zingari il rame”)  Alla sua Patria antica , Taranto , la Puglia , che lo ha trascurato,  che lo trascura ,  ha lasciato un linguaggio immaginoso  ed epigrammatico , ora ermetico, ora surreale , con dei versi che “ sono degli orologi , regolati sulla vita e sul calcolo” .
Un poeta che segna i tempi dell’indugio e le antiche cadenze, ma anche un



pittore e un musicologo , un artista che conosceva il canto disperato dei “pompili” e attraversò tutti i boulevard di Parigi assieme a Prevert e ai clochards dei ponti della Senna,  un  uomo che fu tutto e il contrario di tutto : raffinato e trascurato , semplice e imprevedibile , generoso e implacabile , lucido e malinconico giocatore di prestigio , equilibrista del calembour , inesausto bevitore di Pernod  , consolatore di puttane e mistico sacerdote del Grande Carrubo di Gallipoli.  Lo abbiamo davanti agli occhi , pur non avendolo mai veduto in vita nostra ( “Anche a noi capita talvolta d’essere guardato così , come si guarda uno che non dovrebbe esserci, uno che non c’è mai stato “) e potremmo salutarlo così, coi versi del suo amico poeta milanese Giovanni Raboni, che lo vide morire , nel 1984 , a pochi passi da casa sua : “ E noi davanti  agli occhi non avremo che la calma distesa del passato/ a ripassare senza fretta / fermando ogni tanto l’immaginazione ,/ tornando un po’ indietro , ogni tanto/ per capire meglio qualcosa, / per assaporare un volto, un vestito…un albero antico”


LIPOLI 


4 commenti:

  1. Una biografia si legge sempre con piacere.
    Cesare Luporini evidenziava sempre come il privato finisse nei versi, nelle frasi.
    Anche tu, vero?
    Su Pascoli... Poi ne parleremo, ma questo articolo rende vivo il poeta
    Grazie

    RispondiElimina
  2. Grazie Augusto per aver pubblicato questo splendido omaggio a un autore non degnamente ricordato nemmeno dalla sua stessa terra di appartenenza.
    Fra le tante splendide poesie che ci ha lasciato scelgo questa, non foss'altro per l'amore che, al contrario, egli dimostrò per le sue radici:


    “Chi è passato prima di me” (R. Carrieri)

    Chi è passato prima di me
    di me ha lasciato orma.
    Rintraccio l’esile forma
    del piede che fu mio
    tra il terzo e il quarto
    secolo e corse questi lidi
    e si portò dall’altra parte
    oltre le isole e gli uliveti
    sulla rotta dei califfi.

    Chi è passato prima di me
    di me ha lasciato ombra
    fuggevole di lunga ciglia.
    Ma è questa pupilla
    pigra e un poco torva
    graffita sulla ciotola
    di creta rossa. Nel sepolcro
    guardo il mio occhio
    dal profilo di conchiglia.

    Chi è passato prima di me
    di me ha lasciato esigua
    impronta di corta mano.
    Riconosco l’effimera curva
    delle costole e il disegno
    scorretto del ginocchio
    dove la rotula s’ingobba.
    Mia è questa caviglia
    che dall’argilla traspare.

    Chi è passato prima di me
    di me ha lasciato fresca
    memoria di giuochi.
    Riodo il nitrito di centauro
    mattiniero e il suono colgo
    della voce che fu mia
    quando Venere rincorrevo
    affamato e veloce
    nelle grotte d’amore.

    Chi è passato prima di me
    di me ha lasciato specchio
    di morte e tazze colme.
    Lo spazio ritrovo del mio
    corpo e lino bianco
    odore di limone: nata
    non era la colomba d’Archita
    quando tra questi ulivi
    mi colse prima morte.

    RispondiElimina
  3. Puglia, terra ricca di ingegni.
    Ringrazio Augusto che mi sta dando l'opportunità di conoscere più a fondo un grande figlio di questa terra, io conoscevo di lui più che altro il passato burrascoso.
    Ringrazio Daniela che ha posto una bellissima poesia di questo per me misconosciuto Carrieri (solo poche cose lette in una raccolta di poesie del novecento. Bellissima questa sugli antichi padri.
    E ora se mi è permesso mi sono stampata queste pagine e me le porto a cuccia.
    Grazie

    RispondiElimina
  4. Di certo tu ne condividi l'amore: ecco spiegata la capacità descrittiva e della terra e del suo poeta cantore.
    Hai saputo renderci un altro ritratto vivo e palpitante di un personaggio poco conosciuto, ma certamente affascinante.
    Grazie.

    RispondiElimina