giovedì 10 gennaio 2013

frame - A quel punto della notte - racconto


A quel punto della notte
di Franco Melzi

11/01/2013
etichetta: la stanza di frame



È quasi mezzanotte quando la porta di vetro si spalanca e una coppia male assortita entra nella hall dell’albergo. Lui è un marcantonio con il cranio rasato e lucido, lei uno scricciolo di donna che si nasconde dietro un baschetto alla francese di lana rossa e il bavero del cappotto dello stesso colore.
Sfoderando un sorriso da cavallo il cliente si avvicina al banco della reception. È alto, dinoccolato e ondeggia anche da fermo. Appoggia le manone al piano di marmo, dà un’occhiata in giro e poi fa, Ci sarebbe una matrimoniale? Diciamo per un paio d’ore, forse meno…
E ancora prima che io possa rispondere mi rifila un, Quanto mi costa? Così sonoro e sfacciato che costringe la donna a nascondersi, per la vergogna suppongo, tra il cardamomo e la dracena dell’ingresso.
Ti costerà l’intera notte. Imbecille! Questo vorrei gridargli in faccia, mentre prendo la chiave di una stanza qualunque. Questo non è un albergo a ore. È vecchio e malandato, d’accordo, non il miglior hotel della città, ma la professionista qui entra quasi mai… sa che non è il posto giusto.  E poi, quel donnino con la borsetta tra le mani, il cappellino strano di traverso sulla testa, non mi pare una di quelle... Perché trattarla in codesto modo?
Sono ottanta, signore, gli rispondo con calma, sempre con la chiave della 208 in mano, Se paga subito, può lasciare la stanza quando desidera.
È strano. Non protesta. Non chiede nemmeno lo sconto, e non vuole sapere quanto costerebbe la stanza per l’intera notte. Stupido! Se stava zitto gliela davo anche per la metà.
Documenti, prego… aggiungo sottovoce, tanto per non sembrare un questurino con la divisa fuori ordinanza.
Riluttante, fa scivolare la patente insieme a una banconota da cento sul piano di marmo. Poi si gratta il naso e mi dice che la signora ha dimenticato la…
Senza documenti? Esclamo mentre incasso, e con la coda dell’occhio vado in cerca del cappottino rosso, che nel frattempo ha trovato rifugio dietro una colonna di cemento.
È proprio necessario? Fa lui, ammiccando.
Mi dia almeno le generalità della signora, gli rispondo, cercando di essere convincente. Ho già incassato il denaro e anche la mancia, sarebbe difficile mandarlo in bianco a quel punto, ma lui non lo sa e io sono troppo curioso di sapere come si chiama quel donnino garbato, che intanto si nasconde sempre dietro il cappello di lana rossa.
Senta… Sbotta lui un poco spazientito, La signora è sposata… capisce? Non vorrebbe far sapere che…
Prima che io possa replicare, lei si avvicina al bancone, mi rifila un documento, arraffa la chiave e si avvia veloce verso l’ascensore. In pochi secondi scompare dalla mia vista, senza che abbia potuto vederla per bene in faccia.
Nell’aria c’è ancora il suo profumo quando allungo il collo sui documenti. È in quel preciso istante che rientrano altri clienti dell’albergo e decidono di sedersi al bar. Sono ingegneri arrivati dal Belgio per un convegno e non hanno nessuna intenzione di andare subito a letto.
Lavoro di merda! Mi dico convinto. Adesso che potevo sdraiarmi sulla poltrona e schiacciare un sonnellino davanti alla televisione, devo dare retta a quattro idioti che parlano una lingua incomprensibile. Fiammingo suppongo, perché non riesco ad afferrare il senso di una sola parola dei loro discorsi, ma sono sicuro che stanno cercando di fare ubriacare un paio di bonazze del gruppo e la faccenda potrebbe richiedere del tempo, considerata la stazza delle due cavallone.
Lavoro del menga, mi ripeto nel frattempo. Sono portiere di notte solo da qualche anno e precisamente da quando il capo ha deciso che ero diventato troppo vecchio per fare il cameriere. Ti sono venuti i piedi a papera e la pancetta, mi ha detto un giorno, E poi, chi te lo fa fare alla tua età di correre tanto? Te lo trovo io un buon posto…
Alla mia età? Che stronzo! Ma se mi manca ancora una vita prima di andare in pensione, ammesso che ci arrivi mai… Però per i piedi a papera e la pancetta non ha tutti i torti.
È poco prima delle due, e soltanto dopo che i crucchi hanno sloggiato dal bar che mi ritrovo tra le mani il documento della donnina con il caschetto rosso.
Bestia, a momenti mi prende un colpo! Non l’avevo riconosciuta, ma adesso non ho dubbi: la foto davanti ai miei occhi è quella di Maria. Una mia vecchia fiamma, anzi, forse l’ultima… Certo l’unica che ancora è rimasta nella mia testa. Forse anche nel cuore, ma dopo quello che mi ha fatto, dopo avermi mollato proprio sul più bello, penso di odiarla ancora un poco.
Cribbio, sono passati almeno quindici anni dall’ultima volta che l’ho vista, e non sapevo nemmeno che fine avesse fatto. Non immaginavo che ci saremmo ritrovati sotto lo stesso tetto, ma era destino che ancora una volta a dividerci fosse il letto. Non sapevo che si fosse sposata e adesso me la ritrovo davanti con l’amante. Maria? Sì, la mia Maria, innamorata di quel cesso…Ma allora questo è proprio un vizio! Mi dico sconvolto.
Decisamente è un brutto colpo e a quel punto sento proprio il bisogno di bere un cicchetto. Di solito non bevo mai in servizio, ma dovevo in qualche modo digerire il rospo.
È al secondo bicchiere, forse al terzo, rinfrancato per niente, anzi distrutto, che sento l’arrivo dell’ascensore. Si aprono le porte e dietro appare la testa lucida del cliente della 208.
Ha la faccia di Kojak quando fa il cattivo; non parla, allunga una mano, arraffa i documenti che ho lasciato incautamente sul piano di marmo e senza aggiungere una parola se ne va lasciandomi di stucco.
Cazzo, mi dico, lui non l’ho mai visto ma quella faccia la conosco bene. Mi è già capitato di vederla tante volte davanti al mio specchio. Quella è la faccia di uno che ha fatto buca. Quello è il ghigno di chi non ha consumato. A quel punto ne sono proprio convinto.
Possibile? Mi domando, E lei intanto che fine ha fatto? Perché non scende?
Non è normale, penso, ma che posso fare se non aspettare con gli occhi puntati sull’ascensore? E poi, come mai quello stronzo si è preso anche il documento di Maria? La cosa non mi preoccupa affatto. Una bazzecola mi dico, mentre fremo e non vedo l’ora di guardare negli occhi Maria. Forse è uscita di soppiatto e non me sono accorto? È in quel preciso istante che sento il cicalino del telefono; mi precipito davanti alla centralina e sul display appare proprio un bel 208, tondo tondo.
Alzo la cornetta e la sua voce fa, Mi porti qualcosa di caldo per favore, anche una camomilla va bene.
Sì, subito, rispondo io a corto di saliva.
Forse non mi ha riconosciuto, mi assale il dubbio, o forse è soltanto una scusa e mi vuole di sopra. Forse mi vuole umiliare… Dev’essere così e non oso pensare ad altro. In ogni caso mi premunisco, chiudo a chiave la porta dell’ingresso, preparo la camomilla, salgo al secondo piano e busso alla 208.
Avanti, fa lei, E’ aperto.
Entro e la trovo sdraiata sul letto. È quasi nuda e mi fa, Ma tu, fessacchiotto, non facevi il cameriere una volta? Proprio te, dovevo incontrare stanotte?
Mi ha chiamato fessacchiotto, non ci posso credere, e io so cosa vuol dire. Per lei è un complimento. Me lo diceva di rado e solo in certi momenti.
Mi fissa con gli occhioni spalancati e l’espressione languida, ma la piega della bocca indicava sorpresa e disappunto, Ma come, fessacchiotto, sembra dire, Ancora non hai capito? Sono qui, tutta per te, e tu cosa fai, tentenni?
Vacillo alla vista del suo corpo. Sotto la luce diffusa dell’abat jour, con quella vestaglietta trasparente è ancora bella come un tempo e la voglia di saltare nel letto è tanta… e lei se lo aspetta, invece io non so perché… ma resisto. Non so che mi prende di solito calo subito le braghe, non mi faccio pregare in certi frangenti… invece appoggio il vassoio sul tavolino, le faccio un inchino come mi hanno insegnato e apro la porta senza dire nemmeno, Buonanotte.
È stato a quel punto della notte che, dopo aver udito un urlo e qualcosa di rotto sul pavimento, dopo uno scarto, un leggero sbandamento, dopo un breve ripensamento e proprio mentre mi guardavo nello specchio dell’ascensore, insomma dopo tanto tempo, ma proprio tanto tanto, mi sono sentito finalmente un altro.

29 commenti:

  1. Ma come? ancora nessun commento per questo bel racconto?
    Comincio io.
    Un momento di vita notturna in un albergo reso con vivace realismo.
    Una descrizione portata avanti con un inclemente guardare, come di chi sa ormai valutare le situazioni con disincanto, e il tutto condito di battute pertinenti e originali.
    La tua capacità di scrittura e la tua estrosità non si mettono in discussione, e questo lo dico non perché sei il padrone di casa, lo sai bene.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ero convinto mi avresti bacchettato per i dialoghi poco ortodossi e per le parolacce, invece, mi hai graziato. Poi fammi sapere quanto ti devo scalare dall'affitto;-))))

      Elimina
  2. Come dire che anche gli uomini, ogni tanto, si prendono la loro rivincita;-)
    Sempre più bravo, cara Zabbbetta, con una padronanza della scrittura e una verve non comuni.
    Per me, una chicca;-)Io lo manderei a qualche concorso, se non vinci significa che sono truccati!! :-D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non credo proprio, ma mi piace pensare che tu abbia ragione. Tuttavia non mi pare un argomento adatto a un concorso letterario. Conoscendo la tua passione per i finali a lieto fine e la propensione a difendere la tua categoria, mi domandavo se avessi storto il naso di fronte alla rivincita del maschietto.
      Ma povero cicinino, mi sembrava già abbastanza sfigato così che non ho voluto infierire. Certo è che con lei non sono stato così tenero, ma se dovessi scrivere un'altro capitolo la rivaluterei nell'ottica della parcondition :-)
      Grazie neh

      Elimina
  3. Un racconto spigliato e godibile sciùr Franco!
    Ho apprezzato molto la mancanza di 'caporali' et similia per il discorso diretto, mica facile.
    insomma piacccciuto.
    ma forse io lo dico solo perchè sei il padrone di casa.
    :) cià.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Spudorato opportunista :-)))

      Elimina
    2. Ha ragione Serenella è solo opportunismo il tuo, tuttavia non te la cavi così a buon mercato, alla prossima riunione di condominio,infatti, farò presente che è da un po' che non paghi l'affitto. Pertanto datti da fare e sgancia un raccontino dei tuoi ;-) Non fare lo spilorcio.
      Per quanto riguarda i caporali e compagnia bella, quando si tratta di monologhi, riflessioni, insomma quando il soggetto parla da solo, in questi casi è molto più semplice omettere tutti quei segni.
      certo io sono facilitato, non possiedo un eloquio elaborato e colto, e per scrivere come mangio, terra terra, è un esercizio che mi viene spontaneo. :-)
      Ciao

      Elimina
    3. Mister Eloquio, non fare sempre il modesto neh;-)

      Elimina


  4. Ci sono due cose curiose in questo racconto. la prima è l'argomento: il notturno con tutte le variazioni su tema che ho ritrovato spesso nelle simpatie dello scrittore e che a me ricordano i quadri di Hopper, i film neorealistici del dopoguerra e buona parte della letteratura francese. Qui il tema verte sulla figura di un portiere di notte, che come tutti i portieri di notte sono degli sfigati, mezzi alcolizzati o meglio dei falliti. Abbiamo un mondo di letture in proposito.
    E, poveri cristi, con strascichi di storie alle spalle poco edificanti.
    Non è un albergo a ore, no, o meglio non sempre: no puttane please! -Lo scrittore conosce quel mondo per averlo vissuto e ci viaggia alla grande-
    Come, per rompere l'aria fatta pesante, l'ingresso del gruppo belga, ospite in città per lavoro, e, per fornire al lettore prova di albergo rispettabile.
    E qui continua l'approccio fra lui e i clienti di un'ora: figure ben delineate. Fai assomigliare a un attore del passato il cliente, forse ,cambierei il nome, i giovani non si ricordano più di quel bruttone greco e pelato. E il donnino? lo scricciolo con basco rosso, rivedo in lei Amelie. Qui è Maria, la sua vecchia morosa, prima col basco e dopo col cappello!
    Il portiere, forse scarso di diottrie, non riconosce di primo acchito la donna, lei sì. La parte finale ha un incredibile risvolto ma, per non levare il gusto al lettore, la lascio.

    La seconda cosa curiosa che trovo è un suo nuovo modo di scrivere, che a me è piaciuto molto nel passato in altri scrittori
    Non parlo dell'ambientazione, ma del modo di scrivere senza punteggiatura e pulito !
    Lo scrittore, qui non è a scuola, è libero di cambiare qualcosa nell'interesse del lettore, e se non dovesse mettere una virgola prima del ma non viene bacchettato !

    Tutti non fanno che parlare di Saramago, abile scrittore in questo campo. Io no: Ho ritrovato in Franco il mio vecchio Joyce di Ulysses, che dalle prime battute salta tutti quei segni convenzionali. e rende la lettura scarna, a me va più che bene, perché quando leggo non faccio caso alla punteggiatura e guardo alla sostanza ; dicono che non va bene, ma quando mi trovo davanti a una pagina di dialoghi con tutte quelle caporali che fanno festa mi disturba. E così mi bastono da sola.
    Io lessi l'Ulysses per la prima volta a vent'anni, ma vi assicuro che è stato ripreso più volte e col tempo c'è scappato anche il viaggetto a Dublino.
    Frame non è Joyce o Saramago, ma sa usare la penna con disinvoltura.
    che dire...uomo meraviglia -;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Uè Elisa, se lo sapevo che eri così ferrata sull'argomento lo facevo scrivere a te questo raccontino:-)
      Hai perfettamente ragione sui portieri di notte. Sono soggetti molto interessanti sotto tutti i punti di vista. In questo caso sono stato influenzato da un racconto di Gay Telese, dove racconta New York attraverso le storie dei portieri di notte, i più informati su quello che succede nella city by night. Poi avevo iniziato pensando di scrivere un noir, ma per imbastire una storia credibile avevo bisogno di più spazio.
      E così mi sono inventato quel finale bislacco. Sarà meglio precisare che nella vita sono stato albergatore e non lenone:-) sai qualcuno potrebbe equivocare;-)))))
      Per quanto riguarda i dialoghi hai già detto tutto in modo esauriente. Mi diverte scrivere così, lo trovo anche più facile, ma come dicevo a Uriah, se i dialoghi sono fitti e intensi è meglio adottare il vecchio sistema, ma solo per una questione di chiarezza.

      Contento ti sia piaciuto.

      Elimina
  5. Quei piedi a papera mi hanno camminato davanti , quella rinuncia della donna ad un possibile guadagno
    Per poter incontrare il suo amore del passato,
    Quel triste epilogo straziante nel vano di una stanza di albergo
    ecco
    Tutto questo malinconico e
    Traspare dal racconto...oppure sono io sola a leggerlo così?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Ippi,
      personalmente a me non è arrivato tutto 'sto pathos... La tipa lo aveva mollato, a quanto pare... E non credo fosse una "signorina buonasera", ma una donna che voleva farsi un'avventura con l'omone rozzo con il quale va in albergo... Forse si nascondeva al momento della registrazione proprio perché aveva riconosciuto il suo vecchio amore... Ma ammettiamo abbia avuto un tuffo al cuore con conseguente ripensamento, l'idea che mi ha dato è che abbia liquidato il grezzo per sedurre di nuovo il vecchio amore, non mi pare che ci fosse un'atmosfera romantica e struggente da re-incontro quando lui le porta la camomilla...
      Insomma, per una volta sono dalla parte degli uomini e quindi del portiere di notte;-)

      Elimina
    2. Oddio! proprio straziante non direi. Storie di sfigati, ma non era mia intenzione scendere nel profondo. Poi in una storia uno ci legge quello che vuole. Dipende anche dallo stato d'animo con il quale si legge. E il tuo barometro mi pare tenda al triste. :-)))

      Elimina
    3. Cara zabetta, hai centrato il bersaglio in pieno. Le cose sono andate esattamente così.;-)))

      Elimina
    4. Buonasera, interessante. Io l'ho trovata una vittoria su se stesso del protagonista.

      Elimina
  6. partiamo dai dialoghi: che è? un ibrido tra discorso diretto e indiretto? (almeno leva la maiuscola dopo la virgola, dài)...però se è una nuova moda, per me va bene, l'editing non mi interessa poi più di tanto se si capisce. Poi, perché il portiere impreca con espressioni tipiche milanesi? Non ne vedo il senso, magari mi spieghi, ma così, io avrei preferito un linguaggio più neutro e universale (nell'ambito italiano, chiaro)
    Passiamo alle cose positive, cioè, tutto il resto.
    Innanzitutto, la lezione delle lezioni americane di Calvino (scusa il gioco di parole), qui c'è tutta. Si capisce da come scrivi e la conferma mi è arrivata vedendo i brani postati da te qui, chi sono i tuoi grandi "maestri". Io trovo che questa scrittura, anche se non sperimentale o di avanguardia regga però benissimo nel tempo perché limpida e precisa. Certo, lo scrivere in prima persona semplifica molto il narratore perché permette il "raccontare" che è la forma più naturale. Veniamo alla storia che ho trovato nella sua brevità interessantissima. Questo racconto parla del desiderio, del desiderio maschile. In realtà i tre personaggi: l'avventore, il portiere, l'amico di vecchia data (anche se questi ultimi sono lo stesso nel racconto) sono rappresentativi di tre differenti modi del mondo del desiderio che appartengo tutte e tre agli uomini . Il primo desiderio: quello mercenario, quello più semplice: scelgo, pago, posso pensare esclusivamente a me stesso, non vengo giudicato. Infatti l'avventore una volta capito l'equivoco (finto equivoco, ovvio) non riesce ad appagare il suo desiderio. (Mi fermo perché se si cancella tutto mi ammazzo...:-)

    RispondiElimina
  7. Il secondo rappresenta il desiderio romantico, il seduttore intellettuale come direbbe Kierkegaard, quello che più che amare l'oggetto del desiderio ama il suo desiderio stesso (da qui il suo ricordare, l'osservare/spiare la coppia, la donna diviene oggetto di esplorazione emotiva. Il terzo personaggio è collegato al secondo (ma anche al primo, confesserà poi quando si guarda nello specchio). Ed è ancora più interessante perché è conscio del superiore valore dell'amore spirituale a quello sensuale ma si rende anche conto che l'amore spirituale (platonico) deve comunque fare i conti con la carnalità e introduce anche un nuovo aspetto della sessualità maschile cioè, l'impotenza. Quando il desiderio smette di essere desiderio, decade e qui non è vissuto, intelligentemente, come un fallimento della serie "me le devo fare tutte", un po' tipico di certi uomini che non sanno mai dire di no, ma è una nuova consapevolezza, molto moderna. Finito, ciao!

    RispondiElimina
  8. Sulle virgole e sulle maiuscole, hai ragione, non vale la pena parlarne. Roba da tipografi, tanto per usare una tua espressione.
    Quindi a ciumbia preferisci perbacco, e invece di pistola trovi sia meglio usare sciocco? Oh cielo... ma te lo vedi un mio personaggio che esclama: "Caspiterina?"
    Le espressioni gergali e le parolacce, hai ragione anche su questo, andrebbero eliminate e basta. Ma che noia, e perchè questa omologazione anche nelle parolacce?
    Per il resto ti dirò, era uno scritto di pancia, più che di testa e tutti quei ragionamenti sull'amore e sul sesso, li avrò fatti certamente, ma il tutto è avvenuto inconsciamente. Però è molto plausibile quello che dici, anzi, ci rifletterò sopra e ti farò sapere.
    Uè, come posso ringraziarti per una disamina con i controfiocchi come la tua? E va bene ci mettermo d'accordo sull'affitto.
    Ciaio e grazie

    RispondiElimina
    Risposte
    1. mai detto che non bisogna usare parolacce, dove l'hai capito? In un racconto si utilizza tutto anche le volgarità più estreme se è il caso...

      Elimina
    2. Tu non l'hai mai detto, ma sono io che quando ci ripenso, alle parolacce intendo, entro in conflitto con me stesso. :-)

      Elimina
  9. Sicuramente straziante era troppo, aggettivo sbagliato e Stefania ha fatto una disanima precisa dei sentimenti che ruotavano sull'inevaso
    Ed infatti io dico vano, nel senso di vuoto baluginare di situazioni leggermente e sconfortatamente inutili.
    Traspare quindi sto senso di piatta adesione a una vita senza salti, con i piedi a papera...
    Possibile che solo io lo leggo così?
    E lei rompe un oggetto contro uno specchio... sette anni di sciagura ahahah
    una vinta
    vinti entrambi dalla situazione

    RispondiElimina
  10. Caspita! E dire che sentendo l’espressione “portiere di notte” penso a Buffon in un posticipo serale! Che dire, caro, Frame? La tua penna è sempre fluida e l’inchiostro, scorrevole come pochi, s’inclina spesso dal lato, più o meno esplicito, del godereccio. Questa volta lo fa con un colpo di scena che non mi sarei aspettato: un rigurgito di orgogliosa ritrosia maschile!
    È sempre un piacere leggerti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Che piacere e quale onore France'.
      Ma quale Buffon, io penso sempre a Charlotte Rampling in Portiere di notte, con Dirk Bogarde. Drammatico, oppure a Herbert Pagani in, Albergo a ore. Triste.
      Ritrosia? definizione troppo prudente e diplomatica... ma ti capisco, meglio non sollevare polveroni inutili ;-)
      Grazie per la visita, ciao

      Elimina
  11. Eh sì! Davvero una bella rivincita.
    Penso che, grazie a questa opportunità, il nostro portiere di notte si è finalmente liberato dei fantasmi e quel po' di odio che ancora provava nei confronti dello "scricciolo", se n'è andato proprio nel momento in cui lui decide di lasciare quella stanza.
    Le vecchie fiamme recano un'insita pericolosità: possono bruciare anche a distanza di diversi anni.
    Racconto letto piacevolmente e scorrevole com'è di tuo uso e costume...

    RispondiElimina
  12. E' qui che si paga l'affitto? Hmm... arrivo un pochino in ritardo, mi tocca la mora??
    Eccoci qua, alla fine ci sei cascato anche tu nella ragnatela della non-punteggiatura, ma vedo che sei riuscito a muoverti con destrezza, gestendo perfettamente i tempi e i personaggi. Hai ragione, forse quando il narratore è in prima persona e i dialoghi sono pochi, il tutto diventa molto più facile.
    Comunque, che dire... lo svantaggio di arrivare dopo 26 commenti è che ormai è già stato detto tutto (o è un vantaggio??), anzi, di più: ho visto che PattyS ti ha fatto persino una bella analisi psico-filosofica.
    Ho trovato inaspettato il finale, e ti faccio i miei complimenti perché in sole due righe sei riuscito a far fare un grande salto di qualità (morale e non solo) al protagonista, rendendolo ancora più autentico e sfaccettato. Certo resta un po' di amaro in bocca, ma meglio così. La scena dell'incontro con la ex, e più in generale tutta l'atmosfera del racconto, mi hanno ricordato Regalo di Natale di Pupi Avati (uno dei miei film preferiti). La vita dell'albergo poi è resa in modo vivido, forse grazie al tuo personale trascorso da albergatore, o più probabilmente alla tua sterminata fantasia che non finisce mai di stupirmi.
    Potrei andare avanti, ma non aggiungerei niente di nuovo! ;-)
    Dai, prometto che dopo gli esami mi farò vivo più spesso. Ma una visita al padrone di casa era indispensabile... se no qui rischio di finire in mezzo alla strada! ;-)))
    Complimenti ancora nè, ciao!!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ah ecco, giusto te mancavi all'appello. Ti avevo già segnato sul cartellino giallo. Grazie per i complimenti anche se mi sono reso conto che questo racconto avrà bisogno di qualche ritocco.
      Ciao

      Elimina
  13. Si sa, quando si legge un racconto immancabilmente la presa istantanea si ferma su quell'uno/due particolari che subito richiamano il proprio vissuto.
    Ai miei tempi la maggior età era fissata in 21 anni, la morale corrente vietava di frequentare alberghetti compiacenti, si rischiava di impattare in volti sconosciuti sbalorditi per le familiari accompagnatrici...
    E allora la prima volta in < pubblico > a Roma, in camera d'affitto.
    Ricordo solo che il mattino il letto malandato ebbe a sfasciarsi...
    Per secondo quel < fessacchiotto >.
    Le nostre due famiglie giocavano a poker, quando la moglie dell'alto Ufficiale dei carabinieri per tre o quattro volte riprese il marito con l'epiteto di < fessacchiotto >.
    Forse perchè ingeneroso forse perche il cattivo esempio non contagiasse anche mia moglie, espressi forti reprimende sull'appellativo.
    Non scorderò mai lo sguardo sorpreso del Comandante... ormai abituato a farsi redarguire in malo modo in privato.
    Comunque contrariamente alla conclusione in narrativa, penso che una passione grande e travolgente resista sempre all'usura dell'abbandono e del tempo.
    Ancor oggi non saprei oppormi alla forza magnetica di quei due occhi verdi senza fondo ed a quel corpo felino di tanti, tantissimi anni fa.
    Se mi si ripresentassero identici anche per caso.
    Il soggetto narrante ha fatto altrimenti, sentendosi < finalmente un altro >.
    Ma solo perchè, dico io, non aveva veramente amato pur se mai ricambiato...
    Concludo con le solite scontate laudazioni: ottimo testo, dalla trama ben condotta, fantasiosamente ben costruito.
    Con qua e là disseminati brevi flash di contorno ad arricchimento.
    Ma si sappia, apprezzamenti sinceri.

    Siddharta
    P.S.: sugli eventuali ritocchi.
    Forse avrei virgolettato et similia le domande e risposte indirette.
    Ma certo a scapito della scorrevolezza.



    RispondiElimina