sabato 19 gennaio 2013

Massimo Carlotto - Alla fine di... - articolo

Massimo Carlotto 
da 
Arrivederci amore ciao
Alla fine di un giorno noioso


18/01/2013
Supplemento Salotto
etichetta: libri - recensioni - articoli



Massimo Carlotto con Alla fine di un giorno noioso torna dopo dieci anni sul tema che aveva già affrontato in Arrivederci amore ciao (2001). Un romanzo che racconta il cuore nero del Nordest e, più in generale, dell'Italia patinata ed "emergente". Mettendo a frutto le pessime conoscenze fatte in carcere, nel mondo criminale e anche tra i personaggi delle istituzioni, ci dà uno sconvolgente ritratto dell'Italia nera dei nostri anni. Il giovane e bel protagonista del romanzo ha un solo scopo: lasciarsi alle spalle una storia politica in cui non ha mai creduto veramente e che gli ha procurato solo guai ed entrare nel mondo dei vincenti. Per farlo, si darà una sola regola: prevaricare a ogni costo, con ogni mezzo.




Il film di Michele Soavi (2005)
Giorgio è un terrorista di sinistra condannato all'ergastolo e rifugiato in un avamposto guerrigliero nel Centro America. Nel 1989, col crollo del muro di Berlino e successive smobilitazioni, Giorgio decide di rientrare in Italia ma soltanto per tornare ad essere un uomo normale. Consegnatosi alla polizia italiana, come da copione e su suggerimento del vice questore della Digos, Anedda, l'ex-terrorista "canta", rivelando i tanti nomi dei suoi vecchi compagni. Scontata una pena minima in carcere, il Codice Penale prevede cinque anni di buona condotta per ottenere la riabilitazione e Giorgio la vuole ad ogni costo e con ogni 



Alla fine di un giorno noioso (2011)


Alla fine di un giorno noioso” ultimo romanzo di Massimo Carlotto che si presenta con le solite atmosfere cupe e le situazioni macabre a cui ci ha abituato lo scrittore. Giorgio Pellegrini, protagonista di “Alla fine di un giorno noioso” gestisce un locale che va molto alla moda ed è il luogo perfetto per mettere in atto accordi loschi con i politici corrotti e traffici illegali, oltre a giri di prostituzione. Per degli investimenti mal gestiti ha due milioni di euro in meno. Giorgio si rende conto che questo ammanco non è sfortuna, ma qualcosa che assomiglia molto al tradimento, che lo spingerà a vivere tra ricatti, pestaggi e omicidi. Dovrà cercare di uscirne vivo e non è facile. “Alla fine di un giorno noioso” è un libro con ritmi serrati, adrenalinici, con scene violente, un romanzo simile agli altri a cui ci ha abituati Massimo Carlotto. (www.recensioneLibro.it)


Non c'è un personaggio positivo in tutto il libro ed è impossibile stabilire un'empatia con nessuno di loro. Come dice la quarta, il protagonista è un autentico pezzo di… un grandissimo… un figlio di… eccetera eccetera. Corruzione come stile di vita. Potere che nasce dalle stesse matrici: Politica e Malavita. Alla fine della lettura (veloce; letto in poco più di un giorno) ti chiedi se la realtà è così diversa e accendendo la Tv ti accorgi che...non è poi così diversa. Il libro mi è piaciuto ma mi ha lasciato l’amaro in bocca. Forse perchè non condivido una certa nota di compiacimento da parte di Carlotto nel descrivere le "gesta" del suo "eroe". Le donne poi fanno tutte una pessima figura, baldracche più o meno sfruttate, usate, sottomesse, prive di cervello e carattere. Avvincente nella prima parte, il libro lascia una sensazione di frettolosità e schematicità nella seconda. Mancano gli approfondimenti psicologici presenti del primo romanzo della serie ("Arrivederci amore, ciao") e alcune situazioni appaiono piuttosto forzate. Buono il ritratto sociale della corruzione politica e del famigerato Nord est. Le donne poi fanno tutte una pessima figura, baldracche più o meno sfruttate, usate, sottomesse, prive di cervello e carattere. Decisamente non consigliata la lettura alle femministe.
Conoscevo Carlotto solo di fama ma non avevo mai letto niente di suo, così prima di trarre dei giudizi affrettati sono andato in cerca di recensioni più autorevoli e su www.ibs.it ho trovato nel commento di Vittorio Coletti la conferma ai miei dubbi. I pareri dei lettori, tuttavia, non sono del tutto negativi, anzi, molti tra gli appassionati di questo genere, il noir duro e puro, si sono dichiarati al termine della lettura completamente soddisfatti.

Il commento di Vittorio Coletti
La sensazione che in questo universo solo malvagio, uno dei malvagi possa apparire migliore degli altri non perché meno, ma perché più malvagio di loro; il sospetto che questo romanzo giochi più sull'attrazione del male che sulla sua ripugnanza; il dubbio che l'eroe negativo diventi più eroe che negativo, ebbene, danno un po' di imbarazzo. Si capisce che l'operazione è commercialmente vincente, come l'orrore in un film horror. Il delitto paga. Ma se letterariamente, data la professionalità dell'autore, l'opera tiene, non dirò moralmente, ma almeno politicamente traballa. Se l'unico oppositore del regime depravato e colluso con la criminalità è un bandito "creativo", che persegue rigorosamente solo e soltanto i suoi interessi, non meno sporchi e bassi, e si rivale delle momentanee sconfitte sui più deboli di lui (le donne), un disagio è lecito; ditelo pure puritano e moralistico. 

Massimo Carlotto (Padova, 22 luglio 1956)
Non meno interessante è stata la vita di questo autore, che ha iniziato la carriera di scrittore soltanto nel 1995 (La verità dell’alligatore ) e dopo essere stato protagonista, suo malgrado, di una vicenda giudiziaria che ha segnato in modo indelebile la sua vita.



Il caso Carlotto

E’ il 20 gennaio 1976, intorno alle 17.30. Un ragazzo di diciannove anni di nome Massimo Carlotto sta passando vicino alla casa della sorella, nel pieno centro di Padova. Nello stesso palazzo abita anche una ragazza di nome Margherita Magello, di 25 anni, sua amica. Il ragazzo sente delle grida, si ferma. Capisce che provengono dalla casa di Margherita, allora un po’ titubante sale sino al primo piano e la chiama per nome. Quando entra nell’appartamento si trova davanti uno spettacolo raccapricciante. Margherita è stesa per terra, mezza nuda, il corpo martoriato da più di cinquanta coltellate. La cosa più atroce è che è ancora viva. Carlotto si getta su di lei, ne coglie gli ultimi rantoli. Poche frasi slegate, e poi il suo nome, ripetuto forse in un ultimo sprazzo di lucidità. La morte arriva in quel momento.
Lui si alza, sconvolto. Si accorge che nel tentativo di soccorrere Margherita si è sporcato di sangue. E’ preso dal panico. Corre a casa, parla del fatto con persone a lui vicine. Decidono che deve immediatamente andare dai Carabinieri a raccontare quello che ha visto, perché un assassino è in libertà, e dev’essere catturato. Il ragazzo va, depone, gli uomini in divisa lo guardano senza alcuna indulgenza. Lentamente si rende conto che il suo racconto può essere facilmente letto in un’altra chiave: il tentativo dell’assassino di crearsi un alibi postumo. Lui era lì, ha gli abiti sporchi di sangue, lui la conosceva. E poi il ragazzo è di Lotta Continua, e quelli sono gli anni 70.
Ben presto le indagini si indirizzano su un’unica pista, e il ragazzo diviene il solo sospettato per l’omicidio della povera Margherita. Inizia così una delle più intricate e paradossali vicende giudiziarie d’Italia, e soprattutto la lunga odissea personale di Massimo Carlotto. Il suo caso è stato definito, non senza un pizzico di amara ironia, un vero e proprio esempio di “sfiga processuale”. Vediamo perchè: viene prima assolto, poi condannato in Appello e in Cassazione. Tre anni di latitanza, poi un lungo ed estenuante periodo in carcere. Nel 1989 si decide per la revisione del processo, avviato l’anno dopo ma subito interrotto. Nel 1989 infatti era entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale. Dunque il dubbio: Massimo Carlotto deve essere giudicato con il codice nuovo o con il vecchio? Un anno per decidere. Nel corso del quale cambiano i giudici della Corte d’Appello. Un assoluzione annunciata si trasforma nell’incubo di una nuova condanna, confermata ancora in Cassazione. L’epilogo tragicomico di tutto questo arriva nel 1993. Scalfaro concede la grazia, ponendo fine ad un imbarazzante balletto che ha trasformato per sempre la vita di un uomo. (wikipedia)


4 commenti:

  1. Arrivederci, amore, ciao
    Agosto 2010

    Avete visto il film “Arrivederci – amore – ciao-?” Nooo – Dovete assolutamente vederlo - Il protagonista – Alessio Boni – faccia d’angelo e anima cattiva viene inserito in un programma di riabilitazione dopo aver commesso una serie di misfatti. Alla fine sarà riabilitato, perché riuscirà a compiere il misfatto più grave restando impunito per sempre. Una ragazza timida, carina, semplice e retta s’innamora di lui, si fida e si sposa. Poi durante la vita matrimoniale lei si accorge di aver sposato un killer e lo lascia. Non lo avrebbe però mai tradito, mai denunciato. Ma lui non può e non vuole lasciarla viva. – Ognun del proprio cuore altrui misura – . La convince, dopo qualche tempo a salire in macchina, la convince a salire a casa e da lì lei scenderà solo morta. Le ammanirà un pranzetto, con fare suadente, lei rifiuta, poi accetta, ma il cibo è drogato, e lei drogata, sedata, annullata, sarà mostrata alle amiche e queste convinte che sia ammalata. – E’ ammalata povera cara, di depressione, di ansia, non vuole più vivere - Lei si accorge di tutto, ma viene privata dall’energia per salvarsi. Muore. Lui va al funerale – Addolorato – Bastardo – Avrà anche i complimenti per come l’ha assistita durante la malattia! La riabilitazione è completa. Tradire la fiducia di chi ti ama è la prima regola da imparare nel nostro vivere quotidiano. Il film dovrebbe essere trasmesso nelle scuole, nei locali pubblici, perché gente come il protagonista abbiano poco spazio, siano riconoscibili e neutralizzabili.


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    1. Interessante quello che racconti, Non l'ho visto questo film e mi sono limitato a scrivere ciò che dice la critica ufficiale. Preziose le tue impressioni di prima mano. Grazie per il contributo, ciao

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  2. Ricordo il fatto e anche tutte le traversie, se ben ricordo firmai una petizione, credendo nella sua innocenza.
    Non lo amo come scrittore, pur amando i gialli in generale, lo trovo troppo duro.

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    1. Anch'io lo trovo troppo brutale, ma per curiosità mi sono rassegnato e per fortuna ha una scrittura molto fluida e scorrevole, inoltre sa mantenere un buon ritmo. Insomma è un po' come vedere un buon film, ma con troppa violenza, alla fine disturba. Però gli appassionati del genere sono tanti, e nel noir italiano non mi pare l'ultimo arrivato. A che livello sia questo genere nel nostro paese non te lo saprei dire. Sento molto parlare di di Danesi, Norvegesi eccetera, tutta gente che arriva dal nord. Comunque, un bel Chandler anche se d'annata, è sempre il meglio.

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