domenica 13 gennaio 2013

Scerbanenco - Si salverà la volpe? - racconto



Si salverà la volpe? 

di Giorgio Scerbanenco

14/01/2013
etichetta: racconti in soffitta


 «Ti ricordi. Momi, Momi caro», gli avrebbe detto, «di quando andavamo a Stresa, quella notte sulla terrazza, quello che mi dicevi? Non sono cose che si possono dimenticare, non le hai dimenticate neppure tu, anche tu lo sapevi che avrei finito di parlare con te…».
Per un momento lei smise di pensare a Momi per gridare all’autista di andare più in fretta, e l’autista indicò con la mano il semaforo rosso, come a dire che doveva fermarsi addirittura, altro che andare più in fretta.
Del resto aveva una fretta relativa e a questo pensiero si calmò un poco. L’importante era convincere Momi ad aiutarla. Non sarebbe stato facile, quella volta, lo capiva, ma vi sarebbe riuscita lo stesso. Ricordò il suo bel appartamentini, e il grande divano; si sarebbe seduta sul divano e sarebbe stata lì, zitta, la pelliccia tirata un po’ su, per mostrare le ginocchia. Quel silenzio e quelle belle gambe, avrebbero finito di sgelarlo. Prima lo avrebbe lasciato gridare e imprecare e urlare che la buttava fuori, che non voleva più vederla – ne aveva tutte le ragioni, lei pensò con un sorriso -  ma alla fine egli si sarebbe seduto sul divano accanto a lei, magari per darle uno schiaffo, e magari gliel’avrebbe dato, ma lei gli si sarebbe buttata sul petto.
«Sono la tua Delia, la tua Delia, la tua unica donna, puoi anche ammazzarmi ma è così, anzi, se mi ammazzi hai ragione, fai bene, sono stufa di essere così sciagurata…».
Sì è vero, queste parole gliele aveva dette l’ultima volta, due anni prima, ma sarebbero state buone anche un’altra volta, non perché lui fosse un cretino, ma perché era la voce con la quale lei avrebbe detto quelle parole che contava, non tanto le parole stesse.
Il tassì si fermò nella nebbia, ma lei riconobbe ugualmente il portoncino illuminato della bella palazzina rossa e scese rapida. «Mi aspetti un momento», disse. Teneva il tassì. Nel caso che Momi non ci fosse non voleva girare in tram, era pericoloso, con la sua fotografia sui giornali.
«Il signor Gerolamo Faresi», disse alla portinaia, tirandosi su il bavero della pelliccia, come se avesse freddo, ma solo per nascondere meglio il volto.
«Faresi è un pezzo che non c’è più», disse la portinaia.
«Saranno quasi due anni».
Lei sentì davvero freddo, questa volta. «Forse avrà il suo nuovo indirizzo», chiese. Se non trovava Momi era finita, ma finita sul serio, non aveva più nessuno, erano tutti dentro, tutti sospetti. Solo lui, Momi, la polizia non sarebbe mai andata a cercarlo.
«Credo di sì», rispose la portinaia. «Vado a vedere». La nebbia entrava anche lì, nell’androne, fuori il tassì che l’aspettava, si distingueva appena. Poi la portiera torno starnutendo, con un cartoncino in mano e il fazzoletto dall’altra. «Adesso sta in via Pietraia, al 12», disse.
«Via Pietraia 12», disse lei all’autista risalendo sul tassì. Respirò di sollievo, lo aveva ritrovato. Ma dopo un attimo si sentì ancora agitata e nervosa. Erano passati due anni, ne succedono tante di cose. L’unico vero pericolo era che lui si fosse messo con un’altra donna. Ma conosceva Momi e sperava di no. Non dimenticava facilmente, Momi, e poi lei era una difficile da dimenticarsi. Sì, doveva avere certo qualche relazione qua e là, ma una cosa seria no. Dopo di lei, Momi gliel’aveva detto, non avrebbe potuto più credere ad una donna. Ma sono cose che si dicono. Momi avrebbe finito per tenerla, le avrebbe perdonato, l’avrebbe aiutata a stare nascosta. Non l’aveva già fatto una volta? Sarebbe rimasta tranquilla da lui per qualche mese. Però sapeva che alla fine non avrebbe resistito e se ne sarebbe andata via un’altra volta, o forse no, questa volta no, dopotutto aveva trentadue anni, non era più una giovinetta col fiocco rosa sui capelli, e avere una casa, una vita onesta e la gente che la chiama «Signora Faresi», non era un programma da buttar via, piuttosto che vivere sempre col cuore in gola e la polizia appresso.
«Siamo arrivati?», domandò all’autista quando il tassì si fermò.
L’autista volse un poco il viso coperto da un grosso sciarpone scuro e fece cenno di sì. Lei discese, nella nebbia distinse appena sul grande portone il numero dodici. Questa non era una palazzina signorile come prima, era un casermone popolare, da poveretti. Momi non era mai stato molto ricco, ma acquistava e rivendeva automobili usate sempre con un bel guadagno, e soldi ne aveva.
«Gerolamo Faresi», disse alla portinaia. Capiva che in una casa simile il «signore» non si usava.
«E chiuda la porta!», gridò la vecchia donna che era a tavola con un uomo anziano magro da far paura, il naso da alcolizzato.
«Faresi è quello dell’autorimessa», disse l’alcolizzato quando lei, entrata nello sgabuzzino dove si soffocava dal caldo e dal cattivo odore, ebbe richiuso la porta. «In cortile».
«Bella scoperta», gridò la vecchia, e non si capiva perché gridasse tanto, forse contro la propria miseria, contro il marito, contro tutto. «In cortile c’è l’autorimessa, ma Faresi è un pezzo che l’ha venduta… Lei cerca l’autorimessa o Faresi?», le domando con il solito malgarbo.
«Faresi», disse. E si sentì morire dentro la speranza. Era finita. Come un nodo alla gola la soffocò pensando che invece di girare come una bestia inseguita, sola, abbruttita dalla paura di essere presa, avrebbe potuto essere la moglie di Momi, avere una casa sua, un uomo per lei, la sicurezza, la pace, anche se con un po’ di noia. Per paura della noia, brutta stupida che non era altro, solo per paura di un poco di noia, solo per non passare le serate accanto a una radio ad ascoltare le commedie, come piaceva a Momi, aveva sempre buttato via tutto questo.
«Hai il Ballo di San Vito nel sangue, come tua madre che faceva la sciantosa!», le aveva gridato Momi, una sera, pigliandola a schiaffi. «Tu con la gente onesta e per bene, in un posto onesto, non ci puoi stare».
Inghiottì di paura, di tristezza, e anche di rabbia. Questo scemo che proprio quando uno aveva bisogno non si faceva mai trovare. Sempre così succede.
«Se cerca Faresi, non lo so dov’è», rispose la vecchia. «Ha venduto l’autorimessa e se n’è andato».
«Potrebbe domandare al Paoletto», intervenne allora l’alcolizzato. «Erano amici e forse lui lo sa dov’è».
«Il Paoletto, già», disse la vecchia al marito. «Quando si tratta di osterie tu sei un professore», e poi a lei: «Paoletto è il padrone dell’osteria qui accanto al portone… E chiuda la porta!».
Fuori, sulla strada, attraverso la nebbia, vide a pochi passi le luci dell’osteria. Chi sa se quel tale che chiamavano Paoletto sapeva dove era Momi. «Oh Momi, Momi», pensava, «se ti ritrovo non ti lascio più, questa volta è l’ultima, l’ultima per davvero, resterò sempre insieme a te…».
Ma sulla porta dell’osteria s’arrestò rigida e fu come se tutto il sangue le si gelasse. C’era un carabiniere che era fermo vicino all’entrata e che la fissava. La tentazione di fuggire, di mettersi a correre, fu spasmodica, ma poté vincerla e con uno sforzo che la stremò riuscì a camminare, a passargli davanti, e a entrare nel locale, mentre il carabiniere si faceva gentilmente da parte.
«Oh, povero Momi», le disse il Paoletto, grasso e piccolo, dietro il banco di alluminio tutto macchiato di vino violaceo, «povero Momi, gli sono andati molto male gli affari e ha dovuto vendere l’autorimessa…».
«Ma non sa dove abita?» lei insisté, e intanto guardava con ansia crescente verso la porta, dove sostava sempre il carabiniere.
«Proprio con precisione no,» disse paoletto, «perché ormai è un pezzo che non lo vedo, ma so dove andava a prendere i pasti, da una che gli ho raccomandato io».
«E dove dovrei andare?».
«E’ un po’ lontanuccio», disse Paoletto, « in via Sormazzini al 4, chieda della signora Griella».
«In via Sormazzini, al 4», lei disse risalita in tassì, ed era ancora scossa dal brivido lungo che l’aveva presa uscenda dall’osteria e passando ancora una volta davanti al carabiniere.
Non l’avrebbe mai più trovato. Ormai lo sentiva. Lo cercava solo forse perché non aveva altro da fare, né luogo dove andare. Tutti i rifugi della banca erano bloccati, negli alberghi era ancora più pericoloso, gli albergatori leggono molto bene i giornali  e poi la sua carta d’identità l’avrebbe tradita e non aveva avuto certo il tempo di farsene fare una falsa.
Non aveva neppure una cuccia, come ce l’hanno anche i cani, né nessuno che le tendesse una mano amica.
Per paura di annoiarsi era finita così. Le veniva da piangere e da ridere di se stessa. Ora le parole tenere che le aveva detto Momi quella notte a Stresa non le trovava ridicole, tutti quei discorsi sui bambini, sul vivere sempre insieme non l’annoiavano più solo a pensarci… «La noia, la noia, ecco. Volevi divertirti? Eccotelo, signorina, il divertimento, appena metti fuori il muso dalla nebbia, appena viene giorno, appena vai in un locale illuminato, trovi il carabiniere che ti mette dentro, e lì ti divertirai ancora di più».
Ma era inutile arrabbiarsi con se stessi. Era quello l’ultimo posto dove cercava Momi. Se non l’avesse trovato lì, basta. Sarebbe andata alla stazione e avrebbe preso un treno. Era pericoloso, la stazione formicola di poliziotti, aveva indosso anche la pelliccia che portava nella foto pubblicata dai giornali eppure…
Quando il tassì si fermò in via Sormazzini al 4, lei scendendo sperò ancora una volta. Era l’ora di cena, forse era proprio lì: ricco o povero che fosse, lui avrebbe potuto salvarla, e lei non l’avrebbe lasciato più, mai, adesso ne era sicura perché adesso capiva che quello che può contare nella vita è qualcuno che ci voglia bene, che ci protegga, che sia una cosa sola con noi.
«Faresi è una settimana che non lo vedo», le disse una povera donna scarmigliata che era la signora Griella.
«Del resto non ha mai avuto un orario, una regola. Un po’ veniva, un po’ no»
«Ma non sa dove abita?». Ormai lo chiedeva senza speranza. La volpe inseguita sentiva che era la fine, la muta dei cani l’aveva chiusa da tre parti, e della quarta parte c’era c’era il cacciatore.
«Mia figlia lo sa dove abita, è lei che gli porta la biancheria».
«E sua figlia dov’è?».
«Si figuri quella», disse la povera donna. «Non sta mai a casa neppure a legarla, è andata a ballare, ha voglia di divertirsi, ma se lei torna domani, glielo faccio sapere l’indirizzo del signor Faresi».
«Grazie tornerò», lei disse. Domani! Avrebbero fatto in tempo ad arrestarla mille volte, ora di domani. Non le restava che tentare la fuga fuori città. Era quasi impossibile riuscire, ma doveva tentare. «Alla stazione Centrale», disse all’autista risalendo in tassì.

Egli rimise in moto il tassì e questa volta lo sforzo per non dirle: «Delia, sono qui, sono Momi», fu terribile. «Non andare alla stazione, Delia, ti prendono appena ti avvicini alla biglietteria, vieni a casa con me, sono Momi…».
No, era inutile. Meglio continuare a tacere, a voltarle le spalle, il viso mezzo nascosto dallo sciarpone di lana, come aveva fatto fino ad allora. Era inutile tentare di salvarla, lo aveva tentato tante volte, si era perfino ridotto così, a fare l’autista di piazza, lui che commerciava in automobili una volta, ma non era servito a nulla. Lei finiva sempre per ritornare sulla strada, dove l’aveva trovata alla fine della guerra.
Lei l’aveva cercato tutta la sera, aveva girato la città d’indirizzo in indirizzo, e non sapeva che lui era lì, al volante del tassì, e taceva, e le voltava le spalle e la lasciava andare alla sua disperazione, perché tanto era inutile dirle: «Deòlia, sono qui, sono Momi, vieni con me, ti nasconderò io, starai con me, questa volta per sempre». Inutile perché lei sarebbe sempre tornata sulla strada, lì l’aveva trovata e lì sarebbe finita. Gli ci erano voluti cinque anni per capirlo, ma alla fine lo aveva capito.
«Quanto?».
Erano alla Stazione Centrale. Lei era saltata giù e gli tendeva un biglietto da mille.
«Delia, Delia, sono Momi, risali in macchina, vieni con me».
Ma non lo disse. Le dette cento lire di resto e mormorò: «Grazie». Sperò che lei lo riconoscesse dalla voce, lo sperò e ne ebbe paura. Ma era troppo inquieta, troppo ansiosa ed esasperata per riconoscere qualunque voce. Non lo guardò neppure, prese le cento lire e corse via.
«Non andare, non andare, Delia, guarda, quei due sono poliziotti, sta’ attenta…».
Ma era troppo tardi, anche se gliel’avesse voluto gridare. La volpe era chiusa da tre lati e sul quarto c’erano i cacciatori.
Prima di rimettere in moto il tassì fece in tempo a vedere i due che si paravano davanti a Delia, e uno che la prendeva per un braccio. Volse il viso: era come vedere sperare una volpe chiusa contro un muro, senza scampo.
Signore, Signore, non aveva potuto fare diversamente.




10 commenti:

  1. “Semplici ed eleganti. Mi verrebbe da definirveli così, questi cinque racconti di Scerbanenco, perché così sono, e Scerbanenco, mi viene da pensare, è autore che devo scoprire meglio, e forse non solo io.” E in Si salverà la volpe? stavolta la poco di buono è una lei, in fuga dalla polizia, in cerca del suo vecchio amore, da cui è stata mandata a quel paese un paio d'anni prima. In taxi, è la sua ultima speranza di trovare un nascondiglio e cavarsela, poter tornare sulla via giusta, redimersi forse, da quel fuoco che gliela aveva fatto lasciare proprio perché mal tollerava la noia di un matrimonio... lo troverà? Chissà...
    Nero + rosa, as usual, sfumati di giallo.
    Non sono letture che vi stupiranno, no. Non vi cambieranno la giornata.
    Ma sono racconti che fanno bene, letteratura che dà del benessere. Non parlo tanto di benessere narrativo, quanto morale. http://ilblogdigelo.blogspot.it/

    Trovo quasi perfetta la recensione di gelostellato, aggiungerei soltanto che questo è un classico esempio di racconto del genere noir. Un noir di classe naturalmente, che non fa ricorso alla violenza, alle immagine cruente, alle parolacce, al sangue eccetera eccetera.
    Buona lettura

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  2. Ah... quanto mi piace questo racconto, Oh mamma mia quant'è bello! Sai Frame è stupendo. Ma dove l'hai trovato? Non mi dire che te lo sei dovuto copiare tutto per intero... Ma non lo sai che hai commesso un reato grave? E poi, ne valeva davvero la pena? Insomma... Non mi pare abbia avuto tanto successo.
    Salutami Giovanni

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  3. In effetti è un Rosa-Noir alla Scerbanenco, c'è il mistero ma senza violenza, un giallo che si svolge in maniera pacata ma coinvolgente.
    Delia, la protagonista, per indole mi ha fatto ricordare una certa Laura di un certo racconto pubblicato qui sul blog.

    Dai romanzi di Scerbanenco, però, hanno anche tratto negli anni settanta tantissimi film sulla Milano violenta .

    
Milano è una città di frontiera, cantava Ivano Fossati, una città talmente aperta che i suoi uomini illustri spesso non sono nemmeno di Milano, come Giorgio Scerbanenco, il milanese di Kiev (vi era nato nel 1911), al quale in vita non vennero attribuiti i meritati riconoscimenti.


    Era un uomo alto e allampanato, pieno di dolcezza e di collere tremende, come ho sentito dire in una intervista a lui dedicata, da persone bene informate sui fatti.


    E' stato anche direttore di una famosa rivista femminile: "Annabella", dove teneva una rubrica molto seguita.


    Il detective da lui creato, Duca Lamberti, e i suoi romanzi segnarono un’epoca, inventando un nuovo genere letterario.
    Nel 1968 "Traditori di tutti" venne riconosciuto quale miglior romanzo straniero dal prestigioso concorso francese "Grand prix de littérature policière".
    Ma anche il cinema deve molto a Scerbanenco. I suoi racconti e romanzi, o soltanto i loro titoli, diventarono film di genere. Il più celebre è "Milano calibro 9", tratto da tre racconti diversi ma curiosamente non dal racconto omonimo, il quale, invece, ispirò "La mala ordina".

    
Ironia della vita, Scerbanenco morì il 27 ottobre del 1969, non appena ottenuto il successo. Si era ammalato lavorando in fabbrica, perché nella vita per sbarcare il lunario aveva dovuto fare di tutto, anche l’operaio presso la Borletti di via Costanza a Milano.

    Oggi, per la narrativa gialla italiana, a lui è dedicato l'importante concorso denominato, appunto, "Premio Scerbanenco".

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  4. Cara Serenella, lascia che prima di congratularmi con te e alla tua fonte, faccia uno sberleffo a quell'antipatico di Mario che già gufava, quel beccamorto.

    E ora veniamo a noi. Questo non è un semplice commento al racconto ma una recensione al suo autore, il Scerbanenco. Non a caso ho messo l'articolo davanti al nome, come si conviene tra Milanesi, che siano essi d'adozione o di origine.
    Quel termine rosa-noir mi pare d'averlo già sentito e non so da quale parrocchia arrivi questo commento, ma non importa un ringraziamento alle tue fonti e uno alla mia dolce trequarti ;-)
    Resta implicito che io copio e pubblico i racconti in soffitta che mi piacciono in assoluto, non pretendo certo che siano di gradimento a tutti e voglio dire... lo farei anche senza commento. Giusto per il piacere di farlo e di arricchire il nostro archivio.
    Ciao

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    1. Begli amici che hai! Guarda un po' quel Mario.
      In quanto al commento: tutto farina del mio sacco. Ho fatto una ricerca e poi ho fatto un'altra ricerca mentale...
      E, si, di giallo-rosa-noir ne ho parlato con qualcuno, ma era un'opinione condivisa, almeno per quello che ne ho letto io e che ne ricordo.

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    2. Non è mio amico quel Mario, è un carognone che non ti dico. Però dice sempre la verità.
      In quanto alla farina era di buona qualità, il sacco però era sulle tue spalle, ma il campo di grano appartiene a "gola profonda".

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  5. avrei dovuto commentarlo giorni fa, ma ho dei problemi difficilmente risolvibili almeno per il momento e mi sembra di essere gufata da tutti. Punto e basta.
    Scerbanenco è stato uno dei pochi scrittori noir all'italiana dando un senso vero al giallo di casa nostra. Il racconto che ho letto ne è la conferma.
    Ho pensato e forse sarò smentita, che Franco abbia scritto il suo racconto dopo aver letto questo. Quel Momi mi ha richiamato il portiere, anche lui preso per i fondelli e ridotto malaccio a causa di una donna; nel caso in questione dalla Delia impellicciata. Trovo simili i due finali. Entrambi si sono liberati di un peso.
    .

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    1. Bella intuizione.
      Non ti sei sbagliata, in un certo senso e per certi versi è proprio così.
      Grazie.

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  6. Dicono che perché ci sia un noir ci deve essere un morto ammazzato. Mica vero. Il delitto è essenziale, il delitto è il meccanismo di accensione del racconto – e il più delle volte è un omicidio, difficile trovare noir in cui il crimine è un rapimento o un furto, ma non è il dato qualificante del noir.
    Come scrive Lucarelli commentando Lansdale, non è solo una questione di morti ammazzati, è una questione di atmosfera.
    Anche, ma non solo.
    Ciò che caratterizza il noir è una certa visione del mondo cinica, cupa, disillusa e che non si fa troppe illusioni sugli esseri umani. Vale per il racconto noir la massima secondo la quale l'ottimista crede di vivere nel migliore dei mondi possibili, il pessimista ne è convinto. Ed è questo a creare l'atmosfera.
    Prova ne sia che ci sono noir notturni e diurni, al freddo e al caldo, al mare e ai monti, in città e in campagna.
    Prendiamo questo racconto di Scerbanenco; non si nota un cadavere, un morto ammazzato, un corpo abbandonato in un vicolo di periferia durante una notte di pioggia.
    Senza dubbio, dietro ci sono esigenze editoriali di un autore che scriveva per riviste femminili che non avrebbero gradito, specie in quell'epoca, scene troppo truculente (come accade per esempio in “traditori di tutti”, che è un romanzo e dove c'è addirittura una scena di tortura).
    Ma, ciò non di meno, è un noir.
    La trama, anzi, è l'archetipo del noir: lui cerca lei/ lei cerca lui, come Marlowe cerca tutta la serie di persone scomparse che popolano i suoi romanzi.
    Metafisicamente, si può dire. Perchè diventa una sorta di discesa agli inferi
    E, lui che cerca lei, è anche la trama di una storia d'amore – a dimostrare come rosa e nero siano vicini e come uno scrittore di noir possa pubblicare su riviste femminili.
    Una storia d'amore che non finisce, un viaggio che non termina con l'incontro degli amanti – e, anzi, possiamo immaginare come andrà a finire.
    E allora, forse, la vittima c'è.

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  7. Sono d'accordo Rubrus.
    Volutamente ho scelto questo racconto, perchè in questo genere di solito ci scappa sempre il morto.
    Sono le atmosfere cupe, le tonalità grige e la suspance creata ad arte da Scerbanenco, a far collocare questo racconto tra i noir d'eccellenza.
    Grazie per il commento gradito e competente, e un arrivederci... su queste pagine o sull'altro sito.

    Ciao franco

    ps Un ringraziamento anche a Elisa Sala, noi sappiamo perchè :-)

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