mercoledì 9 gennaio 2013

Supplemento Salotto . articolo


www.literary.it

Veniero Scarselli

E tu, sei poetico o prosastico?

09/01/2013
etichetta: articoli  recensioni varie


 Confesso – e forse sono in buona compagnia – che le mie notti sono tormentate da questo dubbio: che differenza c’è fra poeticità e discorsività, ovvero prosasticità? Da quando infatti ho abiurato la fede giovanile di poeta ermetico (sì, confesso, a quei tempi lo ero anch’io: ah, i giovani, che birichini!) per dedicarmi a una scrittura chiara e trasparente, più matura, qualche sapientone mi ha tacciato d’esser poco poetico e molto prosastico; in altri termini, discorsivo, recitativo, pedestre, terra-terra, insomma da buttare; e insieme a me naturalmente tutti i confratelli nella colpa, clandestini della poesia chiara e trasparente (ma non per questo insulsa) costretti da grandi editori, grandi premi letterari, grandi poeti di moda e grandi critici dei giornali quotidiani, a vivere e morire in oscure catacombe, pagando per giunta di tasca propria anche il proprio oscuro funerale. 
Secondo quei sapienti una scrittura piana, trasparente e senza trabocchetti, una scrittura che quando dice “pane” è davvero pane, e quando dice “vino” è davvero vino, sarebbe da classificare come prosa, e quelli che la praticano sarebbero solo scrittori prosastici senza un briciolo di fantasia; in tal modo viene contrabbandata l’idea che la fantasia sia esclusiva peculiarità del linguaggio oscuro, cioè della poesia ermetica. A nulla vale chiedere agli stessi sapienti dove collocherebbero la cosiddetta “prosa poetica”: risponderebbero che non è la versificazione a distinguere la poesia dalla prosa e che anche la prosa poetica è... poetica quando costringe lo sfortunato lettore a penetrare col sesto senso nell’oscurità delle parole e a indovinare il “non-detto” (cioè quando non ci capisce nulla, n.d.r.), mentre, quando si capisce tutto alla perfezione, è piatta prosa... prosastica. Quei signori non si rendono neanche conto che la prosa poetica si chiama appunto “poetica” solo perché è fatta da una sequenza di versi veri, con ritmi musicali veri, messi in fila in una sequenza continua dove i versi non si vedono ma si “sentono”.

Il bello è che, se si guarda bene, la maggior parte dei poeti di oggi sono senza saperlo cultori di prosa poetica, anche se fanno finta di scrivere in versi; infatti per ideologia, o incapacità, o mancanza d’orecchio, la maggior parte ha in grande disdegno la metrica, oltre che la grammatica, e spezza i versi andando a capo quando gli pare e piace senza alcuna ricerca di ritmo musicale, così che i cosiddetti “versi” si potrebbero mettere in fila appunto come nella prosa poetica senza che cambi niente: cambiando l’ordine degli addendi infatti il risultato non cambia. Qualcuno se ne vanta, qualcun altro fa solo la pecora nel gran gregge dei senza-metrica. Tuttavia tutti, sentendo confusamente nel fondo della loro coscienza che una versificazione senza metrica non sarebbe altro che ignobile prosa poetica, pensano di poter venire ancora classificati nel più nobile genere della poesia “salvando” i loro versacci con un po’ di oscurità.

Non si può dunque ignorare che ancora oggi i sapienti del momento continuano a stabilire una ferrea corrispondenza fra “oscurità” e poeticità, e per converso fra “chiarezza” e prosasticità. Non tutti hanno il coraggio di ammetterlo, e allora si nascondono malamente dietro metafore o eufemismi affermando che la poesia è il regno del “non-detto”, e la prosa il regno del “detto”; al massimo concedono che un po' di oscurità fa bene alla poesia, e fanno così passare la panzana che in tal modo si stimola la fantasia del lettore. Hanno addiritura l’impudenza di invocare a sostegno una frase ambigua di Leopardi nello Zibaldone interpretandola a modo loro. Ebbene, davanti alla sapienza fideistica di così autorevoli critici e grandi poeti, cosa può fare una minoranza, se non sentirsi vergognosamente sprovveduta, e infine inchinarsi? Io stesso devo confessare che la mia auto-liberazione è avvenuta attraverso molti dubbi tormentosi; ancora oggi, per ogni verso che scrivo, mi capita inconsciamente mio malgrado di chiedermi se esso contenga almeno una briciola di oscurità, in modo da potere far vibrare un po’ anche i cuori sofisticati degli ermetici. 
Meno male che subito prevale l’eroica consapevolezza di non vendersi al nemico, confortata anche dalla rassicurante protezione di un Dante e dello stesso Leopardi – tanto per prendere una bella bracciata di storia letteraria – ai quali non si è certo mai rinfacciata la chiarezza e la trasparenza; anzi, mi risulta che quando a quei poverini era scappata qualche oscurità, eserciti di professori di liceo spiegavano agli alunni che in quel punto la poesia aveva avuto un momento di debolezza, una specie di mancamento, e quindi si poteva tranquillamente saltare quel brano a pie’ pari. Insomma, nessuno ha mai rinfacciato a quei Grandi che la loro poesia fosse discorsiva o prosastica perché diceva le cose chiare e tonde e usava correttamente la lingua, dimenticando fra l’altro che la lingua italiana l’hanno fatta proprio loro. Perché dunque proprio oggi si dovrebbe invertire la tradizione e dire “oscurità uguale poesia”? Forse perché anche la poesia dovrebbe seguire il progresso tecnologico?

Ma se ai nostri Grandi l’oscurità di linguaggio nemmeno passava per l’anticamera del cervello, allora quando è nata questa benedetta-maledetta idea che la poesia sia... “poesia” solo quando prevale il “non-detto”? Io ho una teoria molto maligna, che dice che la ricerca sfrenata dell’indicibile, o del “non-detto”, sia nata non a caso in questo nostro secolo di neo-medioevo, in cui, vuoi per il frastornamento causato dal relativismo e permissivismo imperanti, vuoi perché si crede che anche la poesia debba a tutti i costi partecipare a quest’orgia di progresso consumistico-tecnologico, vuoi perché si pensa che gli antichi avrebbero già detto tutto ciò che si poteva dire, accade che oggi non si sappia più che cosa inventare di “nuovo”. 

Crisi di contenuti, dunque, e non di stile poiché lo stile e la metrica son sempre quelle; la verità è che chi, poveretto, di contenuti non ne ha si nasconde nello scrivere il “non detto”, credendo che stando nel gregge di chi si autodefinisce “avanguardia” egli possa mantenersi l’ambita patente di poeta; perfino i pochi che scriverebbero più volentieri chiaro e tondo si arrabattano a inventarsi le più improprie associazioni di parole o, bontà loro, analisi egocentriche dei propri intimi sentimenti come se questi fossero la cosa più interessante del mondo; oppure si dedicano a parlare di ovvietà quali prati in fiore, mamme o farfalle, pensando di fare almeno un’onesta poesia cristiana, edificante e rasserenante, mentre invece è solo insulsa e banale. Ben pochi sono quelli che perseguono un’articolata riflessione esistenziale o metafisica che tocchi i temi terribili dell’umanità e della spiritualità o quelli vietatissimi che riguardano i misteri della corporeità; pochi sono quelli che credono che la poesia debba recuperare la sua antica funzione di insegnare qualcosa attraverso una rilettura del mondo per arricchire la nostra consapevolezza.
Ma per chiudere con un filo di speranza, diciamo pure che se ciò non avviene oggi, perché disperare che avvenga nel millennio appena cominciato, che forse ci farà risorgere dal medioevo? Quindi, poeti chiari e trasparenti di tutto il mondo unitevi! e facciamogliela vedere!



VENIERO SCARSELLI
È nato a Firenze nel 1931. Laureato in Biologia, ha dedicato la vita alla ricerca scientifica e alla poesia poematica. Vive appartato in un vecchio casolare fra i boschi, i lupi, i cervi e i cinghiali delle Foreste Casentinesi.

COMMENTO CRITICO:
Scarselli ha lavorato molto intorno alla definizione della figura del poeta come coscienza libera dell’uomo definito creatura consapevole e autoreferente del mondo. Per Scarselli è poeta colui che meglio e con più lungimiranza ha riflettuto sul tema di acquisire consapevolezza e autoreferenzialità del proprio ragionamento.
La solitudine del poeta, in Scarselli, è accettazione profonda, fino a bere l’intero velenoso bicchiere, della solitudine dell’uomo nell’universo, che coincide con il mito e la dannazione di Narciso: l’uomo non può vedere che l’immagine di sé stesso riflessa nelle acque e non può fare a meno di innamorarsene o perire, più sovente accadono entrambe le cose insieme. Ciò non esclude, si badi bene, la possibilità di avere una fede religiosa. La fede è la fuga dal mondo, perché è il superamento del mondo; la fede è la concezione dell’extra-mondo, del tutto conciliabile con le teorie che riguardano il mondo sensibile.

19 commenti:

  1. Avrei voluto proporvi un sunto del discorso di Scarselli (poeta che fino a ieri non sapevo neppure dell'esistenza) ma ogni parte del saggio mi sembrava essenziale.
    Discutibile quanto si vuole il suo punto di vista, ma se ne può parlare, discutere. Io condivido molto di quanto dice, non tutto, ma abbastanza per dire che sono d'accordo.

    RispondiElimina
  2. Letto tutto: WOW!!! ;-)
    Sono d'accordo con lui al 100%.
    Ciao neh:-)

    RispondiElimina
  3. Anch'io sono d'accordo con lui.
    Vi possono essere poesie eteree, ma che possiedono una sottile bellezza capace di attrarre l'animo ed altre più pregne di contenuto, capaci di lasciarti un messaggio da meditare, e magari condividere e far tuo e questo, naturalmente, non può aver nulla di ermetico, deve essere chiaro e intelliggibile.

    RispondiElimina
  4. Interessante.Vorrei saperne di più, perché pur scrivendo quasi poesie sono di una ignoranza crassa. Ci sono dei testi prosastici che sono totalmente poetici e, inoltre ci sono delle poesie che pur essendo ermetiche (vedi Ungaretti nella sua brevità) che ti esaltano. Io avrei veramente bisogno di lezioni in proposito.

    In primo luogo si avrebbe bisogno di avere in parole scarne il significato di ermetico...dicono vai a leggere Ungaretti...e va bene, ma io in lui nulla trovo di oscuro, anzi nella sua brevità apre la mente.
    Qui mi fermo, perché sto divagando e forse sarò presa a pedatone ahahah
    Buona giornata!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non fare la gnorri che lo sai benissimo il significato di "ermetico" in poesia. Tu stessa ti avvali di questa tecnica e quando scrivi le poesie indossi i guanti bianchi, non lo fai certamente con il linguaggio consueto. Poco tempo fa ti ho sentito affermare su queste pagine che una poesia era troppo prosastica per essere apprezzata.
      ciao neh ;-)))))

      Elimina
  5. Che cosa non si farebbe per legittimare i propri pensierini domenicali lavorati a maglia!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Proprio non riesci ad accettare che ci sia un modo di fare poesia che non richieda un interprete;-) Perché svalutare chi scrive in modo non ermetico (e non parlo di poesie dai toni scontati, non è di questo che si parla, ma di modo di scrivere) declassandolo a chi fa "pensierini domenicali lavorati a maglia?" Personalmente trovo questa posizione un po' altezzosa;-) scusa neh:-)E' così difficile accettare ambedue i modi e apprezzare gli esempi di semplicità poetica che la letteratura ci presenta attraverso nomi illustri? Mah... Mistero della Fede.

      Elimina
  6. Risposte
    1. Wow che bello! Mi piacciono le discussioni, sempre che finiscano a tarallucci e vino e non a duelli all'ultimo sangue. ;-)))))

      Quando ho deciso di postare questo articolo ero cosciente che anche all'interno del blog esistono posizioni contrapposte sull'argomento. L'ho fatto di proposito, lo ammetto, per stimolare la discussione. Non sprecare l'occasione per esprimere il tuo punto di vista. Denigrare e liquidare con questo genere di battute una tesi opposta e sostenuta da competenti e non da sprovveduti come me, serve solo ad incaponire i più cocciuti e non certo ad aprire le menti. Dai, Patty che gli argomenti non ti mancano. Aspetto il tuo parere.
      Ti dirò di più, sapessi quante critiche che ha dovuto sopportare l'autore di questo articolo, perchè si sa, basta guardare sui siti letterari che cosa succede, il popolo poeta si divide a metà.

      Elimina
    2. Tarallucci e vino??? Ho già da perdere 4 kg, non posso aggiungerne altri!! ;-) Al limite la facciamo finire a tisane e sedano crudo;-)

      Elimina
    3. and then, in questa fase della mia vita sto cercando di diventare più democratica, ahahahah - mission impossible - :-D, cercando quindi di capire l'altro punto di vista, accettarlo, rispettarlo ed eventualmente condividerlo, se non completamente, almeno in parte... Sarà per questo che il mio umore si mette a ballare la zumba dance quando leggo affermazioni a mo' di presa per i fondelli... Possiamo confrontarci con rispetto, no? La mia preparazione è senz'altro limitata, ma non è che io sia proprio l'ultima ignorante neh;-) perché fortunatamente ho avuto la possibilità di studiare.

      Elimina
    4. Secondo me non si tratta neanche di studi o no, si tratta semplicemente di sensibilità d'animo.
      E, poi, non è forse vero che là, dove nasce la spontanea semplicità, questa è avvertita universalmente (salvo ammetterlo eh! C'è anche chi si picca di negarlo nonostante).

      Elimina
    5. E' vero, Serenella, alla fine si tratta di sensibilità d'animo.
      Personalmente preferisco leggere autori che mi "tocchino" a livello emotivo.
      Ho parlato di studi perché ho notato che chi è a favore della poesia cervellotica, quello dove non si capisce un kezzo :-D, dove spesso l'emozione sta a zero, difende queste opere con tanti paroloni portando avanti dunque una propria cultura... (che cmq conta neh;-)...)

      Elimina
    6. Cara Stefania, io sono allergica ormai ai versi, allergica ai titoli, e se mi chiamano poetessa mi urto, ovviamente.
      Non lo sono.
      Però riconosco che alcuni versi di alcuni autori sono lampi, sono bellezza e consolazione.
      Prosa e poesia spesso si incontrano in una musicalità intonata.
      Mi piace pensare che schemi non ne esistono se non quelli rigidi e seri della censura sul vanesio. Insomma oggi
      Baci a te e a tutti

      Elimina
  7. L ha detto ungaretti, mica io che scrivo poesiole da depressione post partum: la poesi facile non esiste.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bisognerebbe capire cosa s'intende per "poesia facile": la discussione qui corre sul filo di lama dei termini;-)

      Elimina
  8. Mi dispiace aver sollevato un polverone. Io non ho risposte. Quando mi esce una forma poetica, se esce, non me ne rendo conto e non vado a cercarmi giustificazioni: poesia e prosa possono darsi la mano nella musicalità. E io non sono in grado di dare un giudizio...forse cibo dell'anima?
    La poesia contemporanea? Non la amo perché non la conosco, potrei paragonarla alla musica contemporanea: dissonanze monodie mi danno solo la sensazione di urli senza fine...ma qui mi fermo perché non ho mai fatto nulla per conoscerla e interpretarla e a detta fra noi, in fondo siamo in un salotto, è relativo il mio interesse, a volte preferisco leggere un frammento di Saffo o una poesia del giovanissimo d'Annunzio del Canto Paradisiaco, o meglio ancora un giovane Leonard Cohen piuttosto di una delle ultime evoluzioni di Zanzotto, ma questo rimane un mio problema.
    E ora posso avere una tazze di the?

    RispondiElimina
  9. Penso che nei momenti tragici l'uomo ritrovi sé stesso e la parola il suo esplicito significato.
    Nei momenti drammatici della seconda guerra mondiale, sia da Ungaretti che da Quasimodo sono nate liriche dense di dolore che, secondo me, non hanno nulla di ermetico, salvo qualche riferimento colto, e manifestano tutta l'angoscia per le sofferenze evidenti.
    Sono di facile interpretazione e così sentite da diventare limpide e comunicative.

    ALLE FRONDE DEI SALICI

    
E come potevano noi cantare
.
    Con il piede straniero sopra il cuore,

    fra i morti abbandonati nelle piazze

    sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

    d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

    della madre che andava incontro al figlio
    
crocifisso sul palo del telegrafo?

    Alle fronde dei salici, per voto,

    anche le nostre cetre erano appese,

    oscillavano lievi al triste vento.

    (Salvatore Quasimodo)



    MIO FIUME ANCHE TU
    da IL DOLORE - da ROMA OCCUPATA 1.



    Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
    ora che notte già turbata scorre;
    ora che persistente
    e come a stento erotto dalla pietra
    un gemito d'agnelli si propaga
    smarrito per le strade esterrefatte;
    che di male l'attesa senza requie,
    il peggiore dei mali,
    che l'attesa di male imprevedibile
    intralcia animo e passi;
    che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
    agghiacciano le case tane incerte;
    ora che scorre notte già straziata,
    che ogni attimo spariscono di schianto
    o temono l'offesa tanti segni
    giunti, quasi divine forme, a splendere
    per ascensione di millenni umani;
    ora che già sconvolta scorre notte,
    e quanto un uomo può patire imparo;
    ora ora, mentre schiavo
    il mondo d'abissale pena soffoca;
    ora che insopportabile il tormento
    si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
    ora che osano dire
    le mie blasfeme labbra:
    "Cristo, pensoso palpito,
    perchè la Tua bontà
    s'è tanto allontanata?"

    Ora che pecorelle cogli agnelli
    si sbandano stupite e, per le strade
    che già furono urbane, si desolano;
    ora che prova un popolo
    dopo gli strappi dell'emigrazione,
    la stolta iniquità
    delle deportazioni;
    ora che nelle fosse
    con fantasia ritorta
    e mani spudorate
    dalle fattezze umane l'uomo lacera
    l'immagine divina
    e pietà in grido si contrae di pietra;
    ora che l'innocenza
    reclama almeno un eco,
    e geme anche nel cuore più indurito;
    ora che sono vani gli altri gridi;
    vedo ora chiaro nella notte triste.

    Vedo ora nella notte triste, imparo,
    so che l'inferno s'apre sulla terra
    su misura di quanto
    l'uomo si sottrae, folle,
    alla purezza della Tua passione.

    Fa piaga nel Tuo cuore
    la somma del dolore
    che va spargendo sulla terra l'uomo;
    il Tuo cuore è la sede appassionata
    dell'amore non vano.

    Cristo, pensoso palpito,
    Astro incarnato nell'umane tenebre,
    Fratello che t'immoli
    perennemente per riedificare
    umanamente l'uomo,
    Santo, Santo che soffri,
    Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
    Santo, Santo che soffri
    per liberare dalla morte i morti
    e sorreggere noi infelici vivi,
    d'un pianto solo mio non piango più,
    ecco, Ti chiamo, Santo,
    Santo, Santo che soffri.

    (Giuseppe Ungaretti)

    RispondiElimina
  10. Scusate ma... siamo sicuri che i prosatori siano chiari? - ovviamente sto pensando a quelli che sono oscuri apposta e non a quelli che sono oscuri per loro incapacità a scriver chiaro.

    RispondiElimina