venerdì 15 febbraio 2013

Augusto Benemeglio - Joyce e Svevo - racconto



JOYCE  E SVEVO  S’INCONTRANO A TRIESTE

" Tra storia , realtà e... fantasia" 
di Augusto Benemeglio

14/02/2013
etichetta: la stanza di Augusto - narrativa


1.     Il prof. Joyce
Una   giovanissima  ragioniera commercialista   che  va  in gita  a Dublino  , sosta  a lungo sul monumento di Joyce  , e m’invia la relativa cartolina  con una bella calligrafia  gotica-barocca , secondo me deve   aver  qualcosa   “dentro”  che va  oltre i numeri ,  la  partita doppia ,  la denuncia dei redditi e le buste paga. Tutto ciò merita almeno una riflessione    sul poeta  irlandese   e sul suo rapporto  con l’Italia,    in specie Trieste,  dove visse in un certo periodo  ( 1905-1915) della sua vita  nomade o di esiliato volontario .  Joyce era   uno davvero speciale ,  un   gran Poeta  e  un  uomo  straordinario  (da ragazzo  aveva pensato di farsi prete e poi voleva fare il  medico) , ma irlandese com’era


fin nelle più riposte midolla ,  non  scriveva  neppure un rigo  senza un  goccio di whisky , e quando venne a Trieste ,  negli anni precedenti la  prima guerra mondiale ,   più  girovago  che  esule,   con le pezze là dove non batte il sole, senza una lira in tasca, di whiskey  ce n’era poco o niente  , allora lui disse  che avrebbe impegnato  tutte le future pagine del suo capolavoro,   Ulysses,    in cambio di una bottiglia di bourbon.  Ma gli osti triestini lo mandarono a “ramengo”  e gli dissero, Che cosa ce ne facciamo di quelle pagine scritte fitte fitte in inglese... mica le possiamo appendere sulle mura di casa o  dell'osteria,   come un quadro...Piuttosto  ci potresti far da interprete con gli americani e gli inglesi , quello sì...
E  così  il prof. James , prima di trovare un posto stabile alla Berlitz,  accettò di lavorare come interprete in  cambio di  un bicchierino a sera...  E dopo aver bevuto scriveva, con quella sua calligrafia minuta, precisa, appuntita, fitta , fitta come una foresta indiana, intricata come può essere il pensiero di un personaggio che abita nel suo inconscio...Già allora cominciava a manipolare le idee freudiane e i principi di psicologia di William James.

2.     Italo Svevo
Di tanto in tanto, per mangiare tutti i giorni, Joyce dava qualche lezione di inglese, o se ne andava a trovare   Ettore Schmitz ,  in arte Italo Svevo,  un commerciante ebreo,  che per vent'anni aveva fatto il travet in banca  accumulando  frustrazioni , tic e complessi di ogni sorta ,  (chi lo ha conosciuto sostiene che  aveva  una “capa”  che  era   una vera e propria orchestra  freudiana),   uno dei quali era dovuto al fatto che non era riuscito ad ottenere il diploma di ragioniere . La morte del padre lo aveva costretto a lavorare quando era lì per lì per diplomarsi e ci avrebbe assai tenuto a mettere sulla targhetta della porta di casa la scritta bella in grande, dorata:  "RAG. SCHIMTZ", ma non poté farlo.  Così il complessato Ettore –  che intanto però si era sistemato bene sposando la figlia del titolare della Ditta Commerciale   
 

presso la quale lavorava  e  che ,  per ragioni di  Azienda , era stato  costretto a recarsi spesso a Londra  , dove  aveva imparato discretamente l'inglese  -  confidò a James  che , sì , anche lui aveva scritto qualcosina…ma si vergognava di fargliela leggere,  Sono tali, boiate, James ,  che non mette proprio conto che te le faccia  vedere,  a te che sei un professore ,  un laureato , un letterato che... Insomma, a leggere certe cose così semplici, banali , ti scapperebbe da  ridere.
Ma Joyce insisté e così scoprì in anteprima assoluta    "La Coscienza di Zeno".   Cominciò a sfogliare il manoscritto, s’inoltrò in qualche pagina, Non male, Ettore, non male … Noto che hai una qualche dimestichezza con Schopenahuer . Hai pensato di farlo vedere ad un editore?
 Schmitz  diventò rosso come un peperone,  Ma che dici, James?, si schermì.  Ma poi si confidò con quel giovanottone lungagnone che aveva vent’anni meno di lui, ma era tanto tanto più colto e preparato.   A dirtela tutta, James , ho già pubblicato un paio di libri,  usando uno  pseudonimo... E’ stato un fiasco, ci ho rimesso un bel po’ di soldi, li ho dovuti  regalare… Tanto non li comprava nessuno…E gli mostrò le  centinaia  di  copie  di  “ Senilità” e di 
“ Una vita”  accatastate  nello scantinato…E poi , dopo il fiasco di Senilità,  per venticinque anni non ho scritto neppure un rigo.  Mi sono occupato solo di scritture…contabili… Questo qui –   disse , alquanto sconsolato  , indicando il manoscritto  della “Coscienza” -  era un tentativo estremo. L’ho mandato a più di una una casa editrice.  Silenzio assoluto.  Non si sono degnati neppure di darmi  una  risposta....”


 Sai   qual è il   “conquibus” , Ettore ?…, disse James, che  nel frattempo  si era preso una copia di “Senilità” e la sfogliava  con curiosità….Ettore si sentiva come un condannato   in attesa  dell’esecuzione, Quale?, disse ingoiando saliva. Il  fatto è che tu...   Joyce esitava...   Dimmi la verità, Jimmy, disse Svevo. Ho superato l’età delle illusioni…Ho quarantaquattro anni. 
 Ma perchè ,  benedetto   ragioniere  Schmitz ,   hai  voluto scrivere in italiano? Mah!... disse  Italo Svevo.   A pensarci bene, lo sai  che non lo  so proprio?... Effettivamente l'italiano non è  neppure la mia lingua madre,  io sono di lingua tedesca  e conosco bene il triestino, anche l’ yiddish ,   ma l’italiano....boh! ,  rise un po’ amaro.
3.      Valery Larbaud
Era una serata triestina senza bora , di  un grigio nebbioso  ottobre  del 1905   e Svevo  prima di addormentarsi pensò che avrebbe riscritto  la “Coscienza”  in tedesco...ma  già il giorno dopo gli era  passato  il sacro furore  e lasciò   lì quel  manoscritto insieme ad altri ,  che  giacquero per quasi vent’anni  tra le fatture , i registri di partita doppia e altre scartoffie  , quando  - ormai vecchio e prossimo alla morte -   li ritirò fuori  e li fece vedere ad uno scrittore e  critico  letterario francese amico   di  Joyce  ,  Valery - Larbaud,  che era venuto apposta   a Trieste  per conoscere Svevo, dopo averne  parlato a lungo a Parigi con Jimmy il dublinese , che nel frattempo era diventato un  mostro sacro della letteratura con il suo Ulysses  (1922), che Ettore aveva letto, ma non aveva capito, gli sembrava una parodia di Omero, ma senza né capo, né coda . Mi sa che Jimmy ha preso tutti per i fondelli con questo romanzo, aveva pensato.   



Era il 13 giugno 1923 , diciotto anni dopo  il famoso incontro tra Ettore e Joyce , quando  Larbaud , in un albergo triestino ,  finì di leggere il manoscritto  “La coscienza di Zeno” ,  tornò da Svevo e gli disse,   Qui  in Italia   non   hanno  capito  niente, non ti meritano .Tu  sei un grande scrittore,  Ettore  Schimtz....sei avanti di una ventina d'anni rispetto a tutti.... Qui ancora si titillano  con il neoclassicismo e  il  verso martelliano... e nella narrativa sono imbalsamati, cristallizzati, mummificati nelle sacrestie manzoniane …  Dallo a me, che te le faccio pubblicare io. 
E così, grazie ai buoni uffici di Valery Larbaud ,  venne  alla luce    “La coscienza di Zeno” , il capolavoro di  Svevo , il timido  commerciante ebreo- triestino  di padre tedesco,  uno dei pochi scrittori italiani  di statura internazionale ,  uno dei pochi degno di tal nome.   
4.     Montale
E’ nato un grande scrittore, si chiama Italo Svevo, -  sbandierò  Montale - ,   scrive   in  un italiano  da far schifo,   ma quello  che scrive è straordinario, geniale, folle e sublime. E si vantò di averlo scoperto  lui , quel geniale  scrittore triestino  ,  così come si vantavano  Larbaud , che fece pubblicare , tradotto in francese,  “ Senilità”,  e Cremieux,  altro francese amico di Larbaud, che pubblicò sulla sua rivista alcuni capitoli della  “Coscienza” ,  mentre Svevo  , pur ringraziando tutti e tre  i sopracciò,  continuò sempre a parlare   del  grandissimo animo e dell’infinita generosità    del suo amico James Joyce,  il suo vero scopritore , uno – disse - che  “ seppe rinnovare il miracolo di Lazzaro. I miei libri erano già morti e lui li ha fatti risuscitare ” . Fattostà che Ettore-Italo   fu riconosciuto grande scrittore  solo   pochi anni prima di morire in un incidente automobilistico ( 1928) .  La sua gloria durò meno di tre anni, e   alla fin fine non è che la cosa gli fece  quell'effettone  che si potrebbe  credere  o pensare , anzi... 
5.Il pentimento di Svevo
In fondo  – riflettè Italo -  essere commercianti o scrittori  è la stessa cosa, anzi...... A dirla proprio tutta, Svevo  si pentì di  essersi messo a nudo, di aver spogliato sè stesso dei pensieri più nascosti ed essersi mostrato al pubblico, si sentiva violato.  E allora in un giorno di fine estate  in  cui la bora soffiava a più non posso, a oltre cento chilometri all’ora  e  tutto spazzava  , Ettore  si disse,  Quanto sarebbe stato  meglio   se  questa  bora  avesse spazzato anche i miei  manoscritti  prima che li pubblicassi ,  o  se  avessi avuto allora il coraggio una sola volta di fare ciò che ho più volte pensato di fare,  bruciare tutto!  Quelle cose che aveva messo nel libro erano cose sue, cose private, cose interiori, cose che appartenevano alla sua intimità e forse avrebbe fatto meglio a tenersele per sè.  Qualche anno dopo si cominciò a parlare di inconscio, Freud, analisi e psicanalisi, percorsi tragicamente insensati dell'esistere per illuminare la propria solitudine, per dare un senso alla sconfitta dell'uomo.  Eusebio Montale disse,  a chi gli contestava il ritardo della scoperta del fenomeno-Svevo, Ma che cosa volete?, prima del 1925  era impossibile  inserire uno scrittore come lui nel panorama culturale italiano e vederne il rilievo, cominciò a diventare comprensibile solo negli anni 1935-38. La colpa non è di nessuno, occorre che si formi un’idonea cassa di risonanza per la fortuna di uno scrittore 


6.Un onesto commerciante
Poi vennero fuori gli accostamenti ai soliti  nomi, ai grandi della letteratura europea:  Proust  Joyce  Kafka  Musil  Pirandello... E così Svevo divenne un monumento della nostra letteratura...Ma a lui tutte quelle cose importanti, quei riferimenti e paragoni eclatanti , ( addirittura scomodare Freud e la psicanalisi!) non gli sarebbero piaciuti per nulla.   Avrebbe detto, Signori , non scherziamo per favore. Io sono un onesto commerciante ebreo che ha messo per scritto in un italiano approssimativo ( una lingua che non parlo quasi mai), certi pensieri che mi passavano per la  “capa”  e basta. Non la facciamo troppo lunga, per favore. Siamo seri, in fondo sono un mancato ragioniere!.
Ai suoi funerali,  nel 1928 ,   c'era il grande  James Augustin Joyce, con la moglie Nora e i due figli triestini , Giorgio e Lucia,  a cui  Ettore aveva  fatto da padrino . Ormai il quarantaseienne Joyce ,  grazie a “ Ulyssess”  ,  era  riconosciuto  come il vero padre della letteratura moderna ,   lo spartiacque  tra il prima e il dopo .

7. I tuoi libri erano una vera pena
Una volta rimasto solo, davanti alla tomba dell’amico triestino, gonfio di  whiskey  ( i  soldi ora   non gli  mancavano  di certo  ), Jimmy  disse, Amico mio, io so bene che la vita  è un dramma , una farsa , una parodia sentimentale ,   e tu sei stato tutto questo;   tu ,  ebreo stranamente sentimentale,   commovente , diversificato ;  nel tuo magma e nel tuo caos , sei stato  un rigoroso  geometra dell’io, l’illuminatore della solitudine e della sconfitta dell’uomo. Inoltre sei stato un buon commerciante e un ottimo bevitore di birra, questo  lo posso giurare al cospetto di Dio.  Ma i tuoi libri, caro Ettore, erano una vera pena e un’angoscia,   cose tremendamente serie  senza un’ombra di ironia , cosa da tubo del gas ;  erano , senza offesa,   dei  malinconiosi grigi tronchi autunnali , dei  macigni   pesantissimi ,  di una tale noia  che facevano sbadigliare a  quattro  “ganasse” .   Non capisco come ti abbiano potuto accostare a me, che quando scrivevo invece mi divertivo come un matto a mettere in farsa il dramma, in parodia la tragedia, mentre per te era tutto il contrario. Per te era proprio una sofferenza, lo scrivere, povero Italo-Ettore.  Comunque, prosit, amico, e che la terra che ti ricopre, ti sia leggera!
E tu, ignota ragioniera commercialista con pruriti letterari, che te ne vai a  Dublino a sostare sulla tomba di Joyce,  e voli nell’aria come una “mula” di Trieste per ritessere quel  filo rosso magico e misterioso che legò Jimmy a Ettore , medita, medita,   “por favor”, sui guasti che  può  fare la letteratura , quando diventa monomania.



10 commenti:

  1. Caro Augusto questa volta ti sei divertito ad immaginare una storia davvero affascinante,
    hai inventato, dimostrando una bella fantasia, perfino i dialoghi e i pensieri, interpretando
    a modo tuo fatti di dominio pubblico. Insomma hai preso in prestito la storia per costruirci sopra dei quadretti spiritosi e interessanti. Niente male davvero, se non avessi letto il sottotitolo,- Tra storia, realtà e fantasia - avrei potuto prendere tutto per oro colato. Questo per dire che pur nella finzione, sei stato molto credibile.
    Ciao

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  2. Davvero davvero davvero bello! E poi, quel filo conduttore di Trieste, ha evocato momenti della mia infanzia trascorsi d'estate in quella affascinante città.
    Grazie! :-) E scusa se sono rimasta indietro con gli altri articoli che hai postato, ma prima o poi arrivo;-)E chi se li perde!!! ;-)

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  3. AncheNo dice: ah sì di molto bello post! Io ama molto Mr. Joyce e sinior Schmitz anco. Vero vero che lui ha pensato di no scrivere più dopo flop Senilità. Perdita Mundi fuisset... Tu scritto esto di molto bene, io pensa che merita Super.
    Io dà.

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    1. Tu anonimo piace molto a me! Tu parlare come tarzan ma no con cervello da cita. Tu molto bravo. E su tu comportare bene, essere benvenuto :-)

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  4. Serenella Tozzi15 febbraio 2013 15:43

    Ti addentri talmente nei personaggi soggetti del tuo studio che puoi addirittura divertirti a reinterpretarli, e in maniera convincente: così convincente da farli apparire reali.

    Era un periodo quello di Svevo e Joyce dove si respirava "aria di famiglia", o per meglio dirlo in maniera dotta e alla tedesca: "lo Zeitgeist", lo spirito, l'essenza di un'epoca.
    Il mondo stava cambiando e come si poteva non costruire un romanzo che non fosse lo specchio di questa indeterminatezza?

    Ho letto con molto piacere e divertimento.

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  5. augusto benemeglio16 febbraio 2013 01:30

    Grazie a voi tutti, cari amici. Ma io credo che - come talvolta avviene - la realtà superi di gran lunga la fantasia. Magari le cose sono andate proprio come l'ho descritte e in maniera anche ...diciamo più umoristica, o grottesca, fate voi.
    In effetti , Joyce era uno capace sempre di sorprenderti, di sconcertarti , e lo vedrete nell'incontro con Eliot, che era stato uno dei suoi primi entusiastici " sponsor" in America, definendolo il più grande scrittore dopo...Omero , salvo poi...pentirsene amaramente. Siate vigili su questa "stanza" che tra non molto ( semprechè Franco sia d'accordo) arriverà anche quest'altro " mitico" incontro , sempre su quel filo sospeso tra la realtà e la finzione (l'immaginazione è la più "scientifica" delle facoltà , disse il grande Baudelaire e non era un paradosso), tra Joyce e Eliot, stavolta a Parigi.
    A risentirci a presto.

    Augusto

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  6. Arrivo anch'io, spero non ultima, perché l'argomento è interessante. Apre delle porte che farebbero bene ai giovani che poco o meglio male conoscono certi personaggi che hanno cavalcato il mondo europeo in anni particolarmente cupi. Purtroppo, alla figlia dei miei vicini, proprio in questi giorni, è stata imposta la lettura di Senilità. Come l'ho capita! Ben descritto l'incontro fra i due, d'altra parte quella era la storia, che come fanno altri grandi con le loro biografie, danno anche del loro.
    Io lessi anni fa lo scambio di lettere fra i due, non in italiano, manco che mai in inglese, ma in triestino! Mi sono divertita. Perché, mi si chiederà, le lessi. Solo un motivo, correva l'anno sessanta o giù di lì, mi regalarono il capolavoro (è una mia opinione, molti dissentono in proposito) di Joyce Hulisses. Non serve altro.
    Vero?
    Negli anni novanta andai a Dublino e cercai di fare una parte delle tappe del signor Blum. Viaggio dell'anima fallito per mancanza di compagni e di tempo ahahah
    ps. anch'io ebbi la sfortuna di incocciare in un libro di Svevo proprio nei banchi di scuola.
    Quindi prevenuta.
    Grazie

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  7. mi dispiace, stavo rileggendo quello che scrissi di getto, appunto: lo stavo rileggendo per correggerlo...non so cosa sia successo.
    O lo pubblicavo o saltava, e, sinceramente dopo il pappocchio che avevo scritto...capitemi
    e mi scuso per eventuali errori
    Buonanotte

    Elisa

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  8. Cariszsimo Augusto, lascio la zeta, fa più mitteleuropeo il commento, Carissimo Augusto, sei un simpatico, disse Gaber, ed io, sorridendo,ti ho sempre dato ragione, leggendoti, stamattina.
    Ma che ci dobbiamo fare?
    I libri hanno un destino come le persone e alcuni sono fortunati e hanno lettori, altri sono sfortunati e lettori non ne hanno.
    Indipendentemente dall'autore.
    Ci sono poi incontri che cambiano
    Perchè Todo Cambia
    se incontri l'incontro giusto
    Anche Gangemi, ora pubblicato Einaudi e premiato, mandò il suo romanzo alle case editrici di qua e di là e fu rifiutato.
    Lo mise in cassetto sette anni
    poi, per caso incontrò sulla spiaggia di Gioia Tauro un famoso e scrivente giudice,e per caso gli parlò di quel libro e di altri che scriveva come passione, lui per lavoro è ingegnere.
    Il giudice si prese il manoscritto e lo fece vedere all'editing di Einaudi
    e il,libro divenne un successo letterario-
    Ahahahah
    Lui racconta ancora oggi questa storia, con estrema semplicità.
    Anche ora che scrive su tanti giornali e vcince tanti premi.
    E poi aggiunge sottovoce:- In tutti questi anni io ho sempre saputo che non avevo scritto cavolate, mi ero solo dato una ragione...e avevo solo pregato i miei figli di non buttarli nella carta straccia!

    Ciao Augusto! e Grazie della possibilità di leggermi i tuoi...

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  9. augusto benemeglio20 febbraio 2013 01:41

    Interessanti gli "incontri" di Elisa ( El e Ischa , Dio è salute) e Ippolita,( mitica regina delle amazzoni ) , e per certi versi fanno risonanza a ciò che è stato narrato. Io ho visto a teatro "La coscienza di Zeno" con Giulio Bosetti ( ottimo attore) e sinceramente mi sono appisolato , mentre il romanzo ti dà la possibilità della riflessione filosofica, e ritrovi Schopenahuer , della frequentazione di Svevo del pensiero allora innovativo di Freud. E tutto ciò segnò nella letteratura italiana il trapasso dal verismo 'a una nuova realtà in cui si analizzano i processi dell'inconscio , le sue canalizzazione, le sue mascherature, rivelando talora ironicamente o comicamente , le stratificazioni della psiche, con tutte le sue instabilità, le umiliazioni, le solitudini, la condanna dell'eroe negativo , il risvolto irremedibile di noi stessi , frustrati e sconfitti nei nostri desideri , nelle nostre illusioni e anche nei rapporti interpersonali e con la società che ci sovrasta con le sue regole dell'apparenza. Tutte cose assolutamente nuove nella letteratura italiana, se escludiamo Pirandello che era avanti di una cinquantina d'anni col suo "Sei personaggi in cerca d'autore".
    Non sapevo dello scambio epistolare in triestino, grazie Elisa.
    E grazie anche a te, Ippolita che mi hai raccontato la vicenda di Gangemi; quando si dice che le casualità nella vita imprimono una svolta spesso decisiva al tuo destino, non è una balla.
    a risentirci a presto.
    Augusto

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