mercoledì 20 febbraio 2013

Giovanni Pascoli - Poeti del 900 - raccolta poesie


GIOVANNI PASCOLI
DALLE MYRICAE AI POEMETTI AI CANTI DI CASTELVECCHIO


X Agosto
All’Ida assente
I due orfani
Scalpitìo
La tessitrice
Carrettiere
Nebbia
La mia sera
Novembre
Sera d’ottobre
Novembre
Sera d’ottobre
Arano
Galline
Il gelsomino notturno
L’imbrunire
La cavalla storna



20/02/2013
etichetta: Poeti italiani del 900



X AGOSTO (dalle Myricae)




San Lorenzo , io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto :
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono ;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!


ALL’IDA ASSENTE (dalle Poesie varie)




                                                   
O mia raminga, o rondinella mia,
ma dove l'hai murato il tuo nidino,
che al dolce suono dell'Avemaria
non ti sento zillar nel mio giardino?
Son fiorite le rose, o rondinella,
nevica a terra il fior dell'ulivella:
tanto amore sbocciò nei miei pensieri!
tanti baci sfiorirono! non c'eri.







I DUE ORFANI (dai Primi Poemetti)




«Fratello, ti do noia ora, se parlo? »
«Parla: non posso prender sonno». «Io sento
rodere, appena... » «Sarà forse un tarlo... »
«Fratello, l'hai sentito ora un lamento
lungo, nel buio? » «Sarà forse un cane... »
«C'è gente all'uscio... » «Sarà forse il vento... »
«Odo due voci piane piane piane... »
«Forse è la pioggia che vien giù bel bello».
«Senti quei tocchi? » «Sono le campane».
«Suonano a morto? suonano a martello? »
«Forse... » «Ho paura... » «Anch'io».
«Credo che tuoni:
come faremo? » «Non lo so, fratello:
stammi vicino: stiamo in pace: buoni».

«Io parlo ancora, se tu sei contento.
Ricordi, quando per la serratura
veniva lume? » «Ed ora il lume è spento».
«Anche a que' tempi noi s'aveva paura:
sì, ma non tanta». «Or nulla ci conforta,
e siamo soli nella notte oscura».
«Essa era là, di là di quella porta;
e se n'udiva un mormorìo fugace,
di quando in quando».
«Ed or la mamma è morta».
«Ricordi? Allora non si stava in pace
tanto, tra noi... » «Noi siamo ora più buoni... »
«ora che non c'è più chi si compiace
di noi... » «che non c'è più chi ci perdoni».



SCALPITIO (dalle Myricae)





Si ode un galoppo lontano
(è là…?),
che sopraggiunge, che corre nel piano
con tremante sveltezza.
Un piano deserto,illimitato;
ampio, secco ed  uguale per tutta la sua estensione:
si vede solo qualche ombra di un uccello che si è
perso, il quale sfugge come una freccia.
Nient’altro. Essi fuggono via
Da qualche lontana rovina
Ma quale e il posto in cui essa si trovi
Non è conosciuto né dalla terra né dal cielo.
Si ode un galoppo lontano
Il rumore del quale diviene man mano più intenso
Un galoppo che sopraggiunge, che corre nel piano:
La morte!La Morte! La Morte!



LA TESSITRICE (dai Canti di Castelvecchio)


Mi son seduto su la panchetta
come una volta... quanti anni fa?
Ella, come una volta, s'è stretta
su la panchetta.
E non il suono d'una parola;
solo un sorriso tutto pietà.
La bianca mano lascia la spola.
Piango, e le dico: Come ho potuto,
dolce mio bene, partir da te?
Piange, e mi dice d'un cenno muto:
Come hai potuto?
Con un sospiro quindi la cassa
tira del muto pettine a sé.
Muta la spola passa e ripassa.
Piango, e le chiedo: Perché non suona
dunque l'arguto pettine più?
Ella mi fissa timida e buona:
Perché non suona?
E piange, e piange - Mio dolce amore,
non t'hanno detto? non lo sai tu?
Io non son viva che nel tuo cuore.
Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso
per te soltanto; come, non so;
in questa tela, sotto il cipresso,
accanto alfine ti dormirò. –




CARRETTIERE (dalle Myricae)




O carrettiere che dai neri monti
vieni tranquillo, e fosti nella notte
sotto ardue rupi, sopra aerei ponti;

che mai diceva il querulo aquilone
che muggia nelle forre e fra le grotte?
Ma tu dormivi sopra il tuo carbone.

A mano a mano lungo lo stradale
venìa fischiando un soffio di procella:
ma tu sognavi ch'era di natale;
udivi i suoni d'una cennamella.



NEBBIA (dai Canti di Castelvecchio)




Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l'alba,
da' lampi notturni e da' crolli
d'aeree frane!
Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch'è morto!
Ch'io veda soltanto la siepe
dell'orto,
la mura ch'ha piene le crepe
di valeriane.
Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che dànno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.
Nascondi le cose lontane
che vogliono ch'ami e che vada!
Ch'io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...
Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch'io veda il cipresso
là, solo,
qui, solo quest'orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.



LA MIA SERA (dai Canti di Castelvecchio)


Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c'è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell'umida sera.
E', quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d'oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell'aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
Nè io ... che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra ...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era ...
sentivo mia madre ... poi nulla ...
sul far della sera.



NOVEMBRE (dalle Myricae)


Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l'estate,
fredda, dei morti.





SERA D'OTTOBRE (dalle Myricae)



Lungo la strada vedi su la siepe
ridere a mazzi le vermiglie bacche:
nei campi arati tornano al presepe
tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento
passo tra foglie stridule trascina:
nei campi intuona una fanciulla al vento:
Fiore di spina! . . .




ARANO (dalle Myricae)



Al campo, dove roggio nel filare
qualche pampano brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattinal fumare,


arano: a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra paziente;


ché il passero saputo in cor già gode,
e il tutto spia dai rami irti del moro;
e il pettirosso: nelle siepi s'ode
il suo sottil tintinno come d'oro.







GALLINE (dalle Myricae)


Al cader delle foglie, alla massaia
non piange il vecchio cor, come a noi grami:
che d'arguti galletti ha piena l'aia;

e spessi nella pace del mattino
delle utili galline ode i richiami:
zeppo, il granaio; il vin canta nel tino.

Cantano a sera intorno a lei stornelli
le fiorenti ragazze occhi pensosi,
mentre il granturco sfogliano, e i monelli
ruzzano nei cartocci strepitosi.



Il GELSOMINO (dai Canti Castelvecchio)




E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento...
E` l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.



L' IMBRUNIRE (dai Canti di Castelvecchio)




Cielo e Terra dicono qualcosa
l'uno all'altro nella dolce sera.
Una stella nell'aria di rosa,
un lumino nell'oscurità.
I Terreni parlano ai Celesti,
quando, o Terra, ridiventi nera;
quando sembra che l'ora s'arresti,
nell'attesa di ciò che sarà.
Tre pianeti su l'azzurro gorgo,
tre finestre lungo il fiume oscuro;
sette case nel tacito borgo,
sette Pleiadi un poco più su.
Case nere: bianche gallinelle!
Case sparse: Sirio, Algol, Arturo!
Una stella od un gruppo di stelle
per ogni uomo o per ogni tribù.
Quelle case sono ognuna un mondo
con la fiamma dentro, che traspare;
e c'è dentro un tumulto giocondo
che non s'ode a due passi di là.
E tra i mondi, come un grigio velo,
erra il fumo d'ogni focolare.
La Via Lattea s'esala nel cielo,
per la tremola serenità.



LA CAVALLA STORNA




Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
"O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d'otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l'uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.
Tu ch'hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla".
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
"O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l'amavi forte!
Con lui c'eri tu sola e la sua morte.
O nata in selve tra l'ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l'agonia..."
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
"O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l'eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole".
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l'abbracciò su la criniera
"O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:
esso t'è qui nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t'insegni, come".
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l'unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito.


18 commenti:

  1. Pascoli... mi ricorda la scuola, le poesie imparate a memoria.
    Particolarmente legata a Nebbia, La mia sera e Novembre.

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  2. Ricorda la scuola anche a me - e adesso ci sarebbe da aprire una parentesi sulla opportunità di imparare a memoria le poesie, ma lascio fare al padrone di casa.
    X agosto lo recitava a memoria mia nonna. Ascoltato in Romagna, mentre la piada cuoce sulla stufa economica degli anni '30 (quella a legna, col fornello composto di anelli di ferro concentrici), ha un'altro sapore.

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  3. E' sempre un bel leggere, neh;-)
    Per quanto riguarda l'imparare le poesie a memoria, se posso dire la mia, mi sembra una cosa ottima, perché entrano a far parte del proprio Dna e difficilmente le dimenticheremo;-) Magari ci ricordiamo anche di poesie imparate a memoria nelle vite precedenti :-D
    Eventualmente prenderei in considerazione l'idea di abolire il rituale del povero bimbo che in piedi sulla sedia deve recitare a memoria la poesia imparata per Natale :-\

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  4. aaaaarggggghhhh m'è scappato un altro con l'apostrofo. Per punizione a Natale reciterò a memoria la poesia sulla sedia. Poi mi abolirete.

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    1. No, ti "nominiamo", ti mandiamo al televoto ed eventualmente lasci la Casa di Frame;-)
      :-((((

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    2. Stefi, io posso nominare Pascoli, Carducci et similia, così li eliminiamo?
      Lassù lassù
      e questa è una mattina che non c'è scuola

      Lasciamo Roberto e mandiamo a casa Pascoli

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    3. Allora, in nomination ci sono: Rubrus (ma si chiama Roberto?), Pascoli e Carducci. Chi volete che esca dalla Casa di Frame?? Votate! Votate! Votate! ;-)
      P.S. Ippi, sei forte;-)

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    4. Il suo nome è Roberto.
      Non dirò più nulla, però.
      Ma Roberto rimane nella Casa, vero?
      Via Pascoli e il suo gelsomino notturno.
      Povere sorelle di Pascoli!
      Ho sempre tifato per loro.
      Contro di lui,
      ora verrebbe internato.


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  5. Serenella Tozzi20 febbraio 2013 19:32

    Questo inserimento si confà al mio animo.
    Sono sempre stata attratta dalle poesie del Pascoli, così semplici pur nella loro complessità simbolica.

    "Arano" ad esempio, riporta a un momento di vita campestre in modo davvero incisivo (bella l'immagine del passero che aspetta sul ramo di poter beccare il seme), mentre "Nebbia" e "Sera" sono intrise di malinconia ma con la voglia di superarla.
    E' La natura partecipe dei moti del cuore e della vita dell'uomo.
    E' infatti una riconciliazione con la natura che il poeta fa in queste due poesie.
    "Nebbia" dai Canti di Castelvecchio non è così bella come "Nella nebbia" dei "Primi Poemetti", ma vi è espressa la voglia di dimenticare il trascorso della sua vita, i suoi affanni, ed è l'invocazione di circoscrivere il suo orizzonte all'immediato, al piccolo orto davanti a lui (tutto il contrario dell'Infinito di Leopardi); in "La mia sera" è un voler ritornare alla fanciullezza e al ricordo della madre, in quanto erano stati questi i tempi della sua maggiore spensieratezza.

    Un'altra poesia che fa parte di questa raccolta e che mi ha sempre conquistata è "L'ora di Barga" (ricordo ancora la prima volta che la lessi e come ne rimasi colpita, tanto che me la trascrissi e la misi nel mio diario).
    Come diceva lo stesso Pascoli: -quando «fa battere il cuore» è la prova che l’opera è riuscita-.


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    1. Avevo chiesto al padrone di casa di mettere "Nella Nebbia" io, non la so a memoria, ma la amo...E guardai nella valle...
      E poi per leggerle bisognerebbe avere anche la traduzione, perché vocabolario del Pascoli abbonda di dialettismi.

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  6. Indubbiamente per sapere certe cose, qualcuno ha una età venerabile. Buona questa.
    Se dovessimo parlare più della vita intima di poeti e scrittori, vi si rizzerebbero i capelli.
    Abbiate il buon senso di essere più discreti.
    Guardiamo Un bel quadro, per esempio un Gauguin, dovremmo subito pensare che era un pedofilo! Lo fate voi?
    Vorrei suggerire ai maldicenti di tenere un tono più discreto, non sono solo loro i frequentatori di questo sito, ci sono anche ospiti silenziosi che si divertono alle sviolinate di qualcuno.
    Buttiamo via il passato, le torture scolastiche.
    Torture che ci hanno fatto odiare la letteratura in generale attraverso studi approfonditi e cazzate varie, buttiamo via la storia. Accogliamo alle grande le poesie straniere a volte mal tradotte e i poeti contemporanei che parlano di cazzi e affini.
    Mi scusino i poeti quelli veri.

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  7. Son poeti anche quelli che parlano di cazzi e affini. Io amo Pascoli per la sua tecnica smisurata. Studi lui e scopri TUTTO sulla poesia. Fu anche il primo che volgeva lo sguardo verso la poesia francese, al simbolismo, e molto sperimentale, ricuperò metri latini, adorabile. Inoltre, mi chiedevo stupidamente, come facessero lui e D'Annunzio a stimarsi. Semplice, la perversione li univa. Ma Pascoli, molto più sottile, cerebrale. Nessuno come lui.

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    1. Serenella Tozzi21 febbraio 2013 12:48

      Mah... Patty, forse più semplicemente si stimavano perché erano tutti e due dei raffinati amanti della parola.

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  8. mmm...troppo semplicistico, per me. i poeti sono complicati e non basta certo che siano raffinati amanti della parola (lo sono tutti, del resto, sono poeti mica per niente).

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    1. Serenella Tozzi21 febbraio 2013 18:05

      Forse è più esatto dire della loro supremazia sulla parola. La loro raffinatezza, unita all'estensione, alla ricerca del vocabolo, e questo probabilmente li univa.
      Non dimentichiamo, poi, che sono due rappresentanti del decadentismo anche se attraverso una diversa maniera di sentire.

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  9. Si trattava comunque di amore-odio, nello stile classico dei poeti (brutte bestie...)

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    1. Serenella Tozzi21 febbraio 2013 18:11

      Amore-odio: non mi pare che ci siano riscontri sull'odio, anzi, mi pare che ci siano stati dei riconoscimenti di stima reciproca; fra l'altro erano così diversi che ne mancavano i presupposti.
      Pascoli, poi, era assolutamente privo di ironia e incapace di riserve mentali.

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  10. che bella raccolta Myricae... opportuno omaggio...

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