lunedì 18 febbraio 2013

Rubrus - La cosa dietro la porta - racconto



LA COSA DIETRO LA PORTA
di
Rubrus
16/02/2013
etichetta: la stanza di Rubrus - narrativa



Per ognuno di noi la paura ha un simbolo. Non la paura quotidiana, s’intende, la somma delle piccole ansie domestiche di ogni giorno, ma la Paura, quella vera, quella che tutti noi provavamo quando la luce della cameretta si spegneva e si sentivano i passi di mamma allontanarsi nel corridoio già buio. Questo simbolo per Larry Wax era

LA COSA DIETRO LA PORTA

Il cancelletto non era caduto. Venti anni di abbandono non erano riusciti a smuoverlo dal suo posto ed esso, anche se più scolorito e cigolante che mai, separava ancora il vialetto in terra battuta dall’ampio giardino.
Larry Wax entrò e lo chiuse dietro di sé.
Nugoli di verdi cavallette sciamarono nell’alta erba giallastra, davanti alle sue gambe. Qui era al sicuro. Gli sbirri avrebbero potuto cercarlo in eterno senza trovarlo mai. Nessuno poteva sapere.
Sorrise.
L’idea di tutti i poliziotti sguinzagliati sulle sue tracce per ogni dove, mentre lui, tranquillo, se ne stava nella villetta dov’era nato, lo divertiva.
Percorse placido il vialetto, ormai cancellato dalle erbacce, che conduceva, salendo un poco, alla casa.
Non era cambiata per nulla.
Dominava, dall’alto della collinetta dov’era costruita, il paese e la strada provinciale, più a valle.
Guardò ammirato la vecchia costruzione: non una pietra era fuori posto, non una persiana era caduta, nessuna breccia aveva incrinato i muri. Si sarebbe detto che, lì, il tempo fosse trascorso più lentamente, o non fosse trascorso affatto, che le cavallette fossero le stesse che lui, bambino, rincorreva, che il camino potesse riprendere a fumare, che, da un momento all’altro, sua madre stesse per aprirgli la porta…
E, invece, ne era passato, di tempo, un mare…
Pose mano alla chiave ed entrò.
La porta aveva cigolato, come allora, come sempre, ma non c’era quel deprimente odore di chiuso che stagnava in altre case abbandonate. C’era invece ovunque, sui mobili come sul pavimento, sulle tende come sui quadri od i lampadari, uno spesso strato di polvere, intatto come un prato dopo la prima neve.
Camminò con religiosa cautela su quel fragile tappeto, sollevando sbuffi grigiastri. Anche qui nulla era cambiato, anzi, se possibile, tutto era ancor meno mutato che fuori, come pronto per la venuta di qualcuno.
Chiuse la porta dietro di sé ed entrò in sala. Le poltrone erano rivolte verso le finestre, come sempre, d’estate, sul tavolo giaceva un mazzo di carte, pronto per l’uso, le stampe alle pareti raffiguravano gli stessi, immutabili paesaggi lontani, neppure un poco sbiaditi, il camino spento lo guardava come un grande occhio assonnato.

Mamma è seduta sulla poltrona che dà le spalle alla finestra. Sta leggendo un giallo; sono la sua passione. Lui è fermo sulla porta. Come adesso, il sole sta tramontando. La luce è ancora forte, ma i campi ne sono carichi, impregnati, come se volessero raccoglierne il più possibile in previsione del buio che verrà. Papà è seduto sull’altra poltrona. Immobile. Sembra guardare nel vuoto e forse è vero. La fissità di suo padre lo ha sempre sconcertato. È come la stasi di un arco, la rigidità vigile di una sentinella. Si accorge che sua madre ha alzato gli occhi verso di lui. Non ha fatto alcun rumore, ma sua madre sembra avere la capacità di percepire quello che Larry pensa di fare prima ancora che suo figlio lo faccia. Alza appena gli occhi dal giallo. “Larry, in camera tua, a letto”. Larry annuisce appena. Non c’è molto da dire, non con suo padre fermo sulla poltrona mentre la luce gli scivola via dalle ginocchia.

Entrò in cucina. Le pentole erano ancora appese ai loro ganci, i fiori finti ancora rigogliosi sul tavolo, i coltelli erano in ordine sull’acquaio come il giorno in cui sua madre… fu preso da un senso di disgusto. Quando aveva ucciso per la prima volta gli era capitato lo stesso; ricordava di essere stato sul punto di costituirsi, ma, poi, tutto era passato. Tutto era stato dimenticato, come le pietre della vecchia casa parevano aver dimenticato ciò che avevano visto.
Uscì dalla cucina e vide le scale che portavano ai piani superiori. Un vago senso di terrore s’impadronì di lui (“Larry in camera tua, a letto”).
Salì lentamente, saltando il sesto gradino della seconda rampa, che scricchiolava sempre, ed entrò nella sua vecchia camera.
Non osservò neppure che tutto era come l’aveva lasciato e, quando l’ebbe notato, non se ne stupì. Prima ancora di accorgersene aveva attraversato a grandi passi la stanza e controllava se la porta che da camera sua portava nel solaio era ben chiusa.
Sì, era serrata.
Andò verso la finestra. I lampioni della strada erano già accesi. Forse il vecchio Tom, l’ubriacone, sarebbe di nuovo venuto a cantare e ballare in un cerchio di luce. No. Era ancora presto. Certe cose succedono solo quando è buio pesto.
Guardò la porta.
Sì, era chiusa, ma questo non lo rassicurava; era chiusa a chiave anche la notte in cui….
Un mobile scricchiolò.
Prima di riaprire gli occhi era già disceso ansante. Mosse spasmodicamente lo sguardo intorno, poi fissò la porta della cucina…

… deve avere lanciato un urlo terribile, ma, solo ora si accorge che, per la prima volta, mamma non è corsa da lui.
Avrebbe avuto bisogno del suo abbraccio. Ne ha bisogno anche ora, mentre l’incubo lo lascia con riluttanza, carezzandogli la schiena con dita di sudore gelido che sono una promessa di ritorno.
Poi qualcosa lo attrae verso la cucina. È come un odore vagamente metallico od una qualità della luce che appare offuscata da un velo rossastro. O forse è il silenzio.
Entra.
Suo padre è immobile, nella fissità indecifrabile degli idoli. Anche sua madre è immobile. Per sempre. È questo che lo spaventa di più. Più del sangue che è schizzato ovunque, anche sulla lampadina accesa, dove sta impercettibilmente friggendo, e che ha un colore più scuro di quanto pensasse.
Suo padre ha ancora il coltello in mano…      

No. Non avrebbe passato la notte in quella casa. Uscì e s’incamminò lungo il vialetto. Era già buio. Arrivò al cancelletto. Un’auto della polizia sfrecciò sulla provinciale, a valle, la sirena che lanciava intermittenti bagliori blu.
“Ma che cosa sto facendo?” disse ad alta voce all’aria che andava rinfrescandosi (e, solo in quel momento, si accorse che rivoli di sudore gelido gli colavano lungo la schiena). Si voltò e tornò indietro, inquieto. Era vero: aveva paura di una porta chiusa. Anzi, aveva Paura.

“Di che cosa, Larry?” La luce del sole entra dalla finestra e lì, nel tepore dorato del mattino che profuma i capelli castani di mamma, seduta davanti a lui sulla sedia di paglia della cucina nel ronzio quieto delle mattine estive, è impossibile parlare di quanto lui odi la sua stanza, ricavata nel solaio, della porta che si trova proprio davanti al suo letto, di come lui si sveglia di colpo, nel cuore della notte, nell’allucinata consapevolezza del panico. Di come la porta di apre da sola. Di tutto quel buio. Di quello che c’è dietro…
No, non se ne può parlare. E Larry tace.
“Disegnalo, Larry” gli dice sua madre carezzandogli i capelli. “Disegnalo. Se qualcosa può stare su un foglio, su un pezzo di carta che puoi strappare, bruciare, non ti può fare male”.

       
Non doveva dormire in camera sua.
Tutto qui.        
Nessuno poteva impedirgli di trascorrere la notte in sala, di attendere l’alba, di lasciare la casa al mattino presto e, di lì, di raggiungere la costa dove un motoscafo stava aspettandolo per fuggire oltre confine.
Si sedette su una poltrona della sala.
Avrebbe aspettato lì.
Chiuse gli occhi
Si assopì.
E, nel silenzio assoluto della casa, udì la voce di sua madre.
“Larry, in camera tua, a letto”.
Non era un incubo, o un’allucinazione o uno scherzo della sua mente quasi addormentata.
La udì con la perentoria violenza degl’incubi, con la sgradevole evidenza dei comandi che si vorrebbero, ma non si possono ignorare.
Si alzò e rimase qualche attimo immobile nell’aria buia e polverosa della stanza, poi si diresse verso le scale.
Appoggiò per un secondo la mano sul corrimano rugoso, poi si diresse verso camera sua.
Salire nuovamente le scale fu la cosa più difficile che avesse fatto in vita sua. Ecco qui ed ecco tutto.
Salì perché non poteva abbandonare la casa e trascorrere la notte all’aperto, dove la polizia lo avrebbe senz’altro catturato.
Salì perché un killer professionista non deve avere paura.
Salì perché un uomo adulto non fugge davanti ad un incubo infantile.
Salì perché glie lo aveva ordinato sua madre.
Entrò nella stanza.
Il letto era là, di fronte alla porta del solaio e non serviva a niente metterci una sedia contro, non serviva a niente…

…La fionda che suo padre gli sta regalando (senza dire una parola, come al solito) è l’unico dono che può aspettarsi da lui. L’unico dono giusto. Ed è il principio. In qualche modo, tutte le armi che userà negli anni a venire non sono altro che una versione più perfezionata e letale di questa.
“Usala bene” gli dice, mentre gliela consegna. Larry annuisce. La userà con cura, con attenzione, la metterà…         

…nel cassetto del comodino perché sapeva che poteva fare male e che le armi, anche quelle all’apparenza più innocue, non vanno lasciate in giro.
E la sua fionda era rimasta là, ad aspettarlo, come allora, come sempre, come la notte in cui… ma non riusciva a ricordare. Forse non doveva.
Si sedette sul letto. Nel buio.
Larry Wax il killer non esisteva più. C’erano solo un bambino di nove anni, una fionda ed una porta chiusa. 
Forse non c’era mai stato nient’altro che questo.
Tom stava cantando e ballando nella luce di un lampione.
Poi il suo canto cessò, e venne il silenzio.
Larry aspettava.
Il suo respiro sibilava tra i denti come la tramontana di gennaio.
Si sentirono dei passi, rapidi e felpati, muoversi nel solaio, fermarsi, riprendere.
Tese la fionda nel buio.
I passi cessarono.
Il cuore furioso gli galoppava nel petto come una mandria di bisonti.
La porta scricchiolò. Due volte.
Il sasso che aveva raccolto in giardino sembrava un macigno, ma doveva, doveva farcela.
Si aprì uno spiraglio.
Due piccoli occhi cattivi lo fissarono da terra.
Sgusciò fuori un topo.
Larry rimase immobile, per minuti, poi si alzò.
La porta era là, aperta, ma la cosa non c’era.
Rise felice, a lungo, fino a doversi piegare in due e poi a sdraiarsi sul pavimento polveroso, incapace di reggersi in piedi, interrompendosi per quel tanto che bastava per riprendere fiato e ricominciare. Andò avanti per minuti, poi si alzò e chiuse la porta a chiave, quindi guardò la fionda sorridendo, si diresse verso il cassetto e lo aprì rimettendola dentro.
Ma c’era qualcos’altro nel cassetto.
Un foglio piegato.
Mostrava la porta, aperta, e dietro…
Si udì uno scricchiolio.
Il foglio gli cadde di mano col rumore di un torrente di montagna.
Larry si voltò.
La maniglia della porta si abbassò, con lentezza infinita, inesorabile; i cardini cigolarono, strazianti… e la porta di aprì…

“Trattatelo bene – disse l’ispettore ai due agenti che stavano portando via Tom – se non fosse stato per lui, non l’avremmo mai trovato”.
Gli agenti presero sottobraccio il vecchio Tom, che andava cianciando di una ricompensa, e lo portarono via, lasciando l’ispettore nella stanza da solo.
L’uomo si guardò in giro, poi si grattò il mento perplesso.
“Certo che è strano” mormorò.  
“È strano trovare un killer professionista morto con un foglio bruciato in mano ed una fionda rotta accanto”.
E guardò sospettoso la porta.
Chiusa. 

14 commenti:

  1. Serenella Tozzi18 febbraio 2013 15:42

    Un bel racconto: senti la paura alitarti sul collo.
    Vedo che anche a te piacciono i finali aperti, lasciati in sospeso: cosa ci sarà dietro quella porta? se non fosse per il foglio bruciato avrei potuto pensare "la paura".
    La paura che si portava dietro dall'infanzia e che lo ha stroncato nel vedere aprirsi la porta, magari per uno spiffero che la sua immaginazione ha ingigantito, o forse per un gatto che sapeva dei topi in soffitta.

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  2. eh, qui la porta è chiusa tanto quanto il finale è aperto.
    In realtà cerco di smussare la mia predilezione per questo tipo di finale (che può essere troppo "comodo"), magari optando per un finale "ambiguo" (spesso il lettore può optare per più soluzioni, soprannaturali e non, il che paradossalmente può rendere più leggero il peso della incredulità) o sfumato.
    Qui però credo che ci volesse il finale aperto.

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    1. Serenella Tozzi18 febbraio 2013 17:08

      Hai ragione, anch'io penso che il finale sia appropriato... lasciando ancora spazio alla paura.

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    2. diciamo così: è un racconto del mistero all'interno del quale potrebbe celarsi un racconto dell'orrore.

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  3. Questo non lo conoscevo!
    Mi sembra un'opera giovanile, confrontandolo con gli ultimi racconti che ho avuto il piacere di leggere.
    E' comunque sempre nelle tue corde riuscire a dare al lettore il senso della paura che come la nebbia lentamente sale.
    Qui si parla di paura. La paura è una cosa seria, e qui si muore solo di paura. Il protagonista rotto a tutto, diventato un Killer professionista, e forse prima di entrare in quella casa aveva rimosso la tragedia infantile. Qui la paura lo fa tornare bimbo e proprio nel suo tornare all'infanzia muore di paura.
    Io non riesco a vedere un'altra fine.

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  4. ah beh... la prima versione l'ho scritta a quindici o sedici anni (non ricordo), poi l'ho rivista, ma la trama, la struttura, il finale, sono rimasti quelli. Modificarli mi pareva persino ingiusto.

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  5. Intanto sono contenta che il dibattito scaturito dal tema "porte" del mio magazine, sia servito per scovare questo racconto che è perfettamente in tema con l'argomento trattato;-)
    Devo farti i miei complimenti perché se a quindici o sedici anni scrivevi così, beh, eri baby-talent:-))
    La paura è scritta e descritta in modo davvero efficace e mi ha fatto venire in mente le mie di paure quando andavo a dormire e avevo di fronte al letto la porta di quelle col vetro e nel buio avevo sempre paura di vedere qualcuno passare... Ora dormo con la porta aperta e non ho paura del buio;-)
    Il finale che hai scelto non è dei miei preferiti perché amo i romanzi o racconti che non lascino niente in sospeso, mi piace che alla fine ci sia una spiegazione a tutto, anche una spiegazione paranormale che cmq, per me, è un'ottima spiegazione. Invece qui, o forse sono io che non capisco, mi pare un finale "di comodo", come hai detto tu su questo genere di finali, nel senso che non lascia in nessun modo intuire la causa della morte del killer.
    A parte questo dettaglio devo dirti "bravo"!

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  6. Beh, l'ho rivisto, ovviamente (per essere esatti l'ho rivisto periodicamente ogni tanto, nel corso degli anni) - ma certe frasi sono esattamente come erano quando le ho scritte - il che, a ben guardare, potrebbe non deporre a mio favore.
    La mia interpretazione è che dietro la porta ci sia (ma in fondo lo dico nella premessa) la paura, anzi la Paura, come dicono Elisa e Serenella, ma ad un finale siffatto, oggi, non so se farei ricorso (peraltro Shirley Jackson ne "la maledizione della casa sulla collina", che però è un romanzo ben più articolato, vi ricorre)

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  7. Ottimo racconto. La tensione si avverte e resta alta fino alla fine.
    Ciao

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  8. Ciao a te. In effetti temo che la tensione sia l'unico e non sempre efficace sistema che uso per far leggere un racconto.

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  9. Mi piace il ritratto psicologico del killer che tratteggi attraverso i racconti flash della sua infanzia: la madre, il padre e quella stanza che lui non ha mai accettato.
    Un trauma: il padre che ha ucciso la madre, mi sembra di capire.
    E poi il tema Paura che assale anche i più spietati.
    Bravo, molto.

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  10. Ti ringrazio. Sì è il padre che uccide la madre. Nella versione originaria - il racconto è assai anzianotto - era spiegato, qui è raccontato, anche se in modo sfumato.
    L'idea era la superiorità dei miti - anche dei miti infantili - rispetto alle certezze dell'età adulta. Ecco perchè il formidabile ed inafferrabile killer soccombe al suo spauracchio infantile.

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  11. Penso che il killer oltre che braccato sia anche ferito e decida di morire nella sua vecchia abitazione tra paure e ricordi: questo è il mio finale . Però che bravo!

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  12. Mmmm, no, ferito no. Non l'ho scritto. Si nasconde e basta. Che "decida" di morire tra paure e ricordi non lo so. Certo gli succede.

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