domenica 24 febbraio 2013

rubrus - letteratura fantastica - Horror


Quattro chiacchiere sulla
LETTERATURA FANTASTICA
con
RUBRUS


25/02/2013
Etichetta: la stanza di Rubrus




SECONDA PARTE :  HORROR


Se qualcuno vorrà ancora seguire la nostra chiacchierata, stavo parlando (da utente della narrativa, per carità, solo da utente della narrativa) dei tre generi in cui per comodità divido la letteratura fantastica. Tre aree che si sovrappongono e s’intersecano, tre indicazioni di massima, più che cartelli a senso unico. Se volete, tracce di sentieri nella foresta della fantasia.
Dato che da qualche parte si deve cominciare, inizierei dall’horror che, (se devo fare il gioco della torre) è il mio preferito.
Definisco racconto dell’orrore o del terrore quello che mira a spaventare il lettore usando elementi narrativi fantastici.
La Radcliffe distingueva i racconti horror in due categorie: quelli che annichiliscono il lettore (e li chiamava racconti dell’orrore) e quelli nei quali fa capolino il meraviglioso (che chiamava racconti del terrore); spaventoso sì, ma pur sempre mix di wonder and terror (come diceva Leiber) o cosmic horror (come si esprimeva Lovecraft).
Anche se io userò i termini indifferentemente, questa distinzione, secondo me, è valida – anche se con tutti i se e i ma che si devono usare quando si maneggiano queste categorie.
Un racconto come “Il gatto nero” fa venire i brividi al lettore (a quasi duecento anni di distanza, ci riesce benissimo) e lì si ferma (anzi, in teoria l’opzione soprannaturale neppure sarebbe necessaria; l’io narrante ci dà una spiegazione razionale, per quanto bizzarra… ma nessuno gli crede, no?)


la maschera di Innsmouth
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Un racconto come “La maschera di Innsmouth”, di Lovecraft, con le sue agghiaccianti descrizioni di mostruosità e mutazioni, si chiude con una frase che, in sé, racchiude l’essenza stessa del desiderio dell’Oltre, succeda quel che succeda.
Già, ma perché uno scrive e legge di questa roba?. Anzi, visto che stiamo facendo quattro chiacchiere, perché voiscrivete e leggete di questa roba?.
Vi dirò come la penso: parafrasando John Keating, il prof. de “L’attimo fuggente” (lui parlava di poesia, a dire il vero) noi non scriviamo e leggiamo racconti (anche racconti dell’orrore, sì) perché è carino. Noi scriviamo e leggiamo racconti horror perché siamo cibo per i vermi.
Sì discute da sempre se la rappresentazione di una realtà (e non solo narrativa) abbia funzione catartica o mimetica. In parole povere: uno che esce da un cinema dopo aver visto l’ultima prodezza di Rambo VI (uscirà, uscirà…) prova disgusto per la guerra oppure segretamente spera di poter prendere a mazzate il primo disgraziato che gli graffia il paraurti?.
La domanda non avrà mai risposta, per fortuna, né, meno che mai, una risposta univoca per tutti e valevole in tutte circostanze.
La spiegazione che mi sono dato io e che, secondo me, ha una passabile percentuale di veridicità, è che ogni buon racconto horror (e forse non solo) è una forma di esorcismo.
Il buon racconto horror ci mette di fronte ai nostri demoni e ci dice “e adesso cosa fai?”
Il demone ultimo – beh, che sarà l’ultimo ad essere sconfitto lo dice anche qualcun altro – è la Signora con la Falce e, in definitiva, si tratta di uno dei due, soli, veri, grandi temi della narrativa (l’altro è l’amore, per capirci).

Restringendo la visuale e/o abbassandola a un livello commerciale è facile notare come esistano decine di racconti dell’orrore per ogni forma di fobia. Abbiamo racconti, film e romanzi che parlano d’insetti, cani, ascensori, automobili, vicini di casa, specchi, uccelli, insegnanti, ecc. (si potrebbe continuare per ore).
Non solo.
In tantissimi racconti horror, soprattutto in quelli più risalenti, è presente il tema della Punizione.
Tanto per limitarmi a due esempi: quanti coniugi traditi tornano dalla tomba per vendicarsi del fedifrago, quante maledizioni colpiscono gl’incauti ladri?. E andate pure dai vostri vecchi (spero possiate farlo) e fatevi raccontare le favole che venivano narrate ancora solo agl’inizi del secolo scorso. Lo schema, magari sotterraneo, è spesso rappresentato dal binomio: trasgressione (anche minima) e punizione. Beh, se oggi sentiste qualcuno raccontare simili storie probabilmente chiamereste non solo il Telefono Azzurro, ma anche lo psicologo e i carabinieri.
Oggi simili racconti sono più rari, segno del mutare – senza dubbio alcuno – delle tecniche educative. A mio parere, però, ciò è anche il sintomo di una diversa percezione del Male (o del male) o, se volete leggerla in un’accezione religiosa, del Peccato, da parte della nostra società. Come si sa, infatti, la più grande astuzia del diavolo ecc.
Lo schema però spesso rimane, magari adattato ai tempi, mascherato, raffinato, ma rimane.
Oltre ad una funzione “educativa” (nel senso spiegato sopra) lo schema colpa – punizione è anche assolutorio.
Ad essere punito in modi raccapriccianti è il cattivo e, detto tra noi, non se la meritava, forse, una simile fine con tanti saluti ai diritti umani? Insomma, lui è il Cattivo e noi, automaticamente e necessariamente, i buoni. Nelle arene delle antichità venivano sbranati e sgozzati i condannati, noi oggi lo facciamo in effige, ma penso che il meccanismo psicologico sia ancora lo stesso.



Il racconto dell’orrore o del terrore però è un esorcismo, secondo me, in un senso più profondo e più ampio, che va ben oltre la funzione morale o assolutoria di cui ho detto sopra.
A un livello appena più profondo si scorge che, ad infliggere sofferenze è un mostro… noi… oh, noi non lo faremo mai, non è vero? Anzi, noi non saremo neppure capaci di pensarlo, meno che mai di scriverlo. Qualcun altro lo ha fatto al posto nostro, noi magari ci limitiamo a leggerlo, però è un peccato veniale. Del resto, per pensare e scrivere queste cose si deve essere un po’ matti e (ma diciamolo sottovoce) un po’ perversi. La diffidenza sociale verso chi legge horror, del resto, è superata solo dalla diffidenza verso chi scrive horror.      
A un livello ancora più profondo, però, si può notare come simili angosce e nefandezze stiano lì, sulla carta (o sullo schermo del computer). Ci basta chiudere il libro per dominarle. Meglio ancora, ci basta andare all’ultima pagina per sapere come andrà a finire e rovinare così la suspence ed il climax che tanta importanza hanno nel racconto del terrore. Insomma: possiamo dominare i mostri. Possiamo imprigionarli non dietro sigilli, incantesimi e grotte tenebrose nelle profondità della terra, ma dietro lettere e parole e, una volta rinchiusi lì dentro, possiamo sconfiggerli con un semplice gesto della mano.
A questo punto vorrei chiedervi una cosa. Sì, proprio a voi che state leggendo. Avete visto come siano pochi i romanzi horror nelle librerie?
Ciò, a mio giudizio, dipende da due fattori intrinseci e da due fattori estrinseci che, come al solito, interagiscono.
Comincio da quelli intrinseci.
Il racconto horror non tollera, secondo me, due cose: la serialità e l’eccesso di fantastico.
Non tollera l’eccesso di fantastico perché scopo dell’horror è spaventare e, francamente, ci vuole del bello e del buono e, soprattutto, una bella dose d’immaginazione per aver timore di cose lontanissime dalla vita di tutti i giorni. 
il Grande Cthulhu
Il Grande Cthulhu terrorizza le menti più sensibili (scrittori, poeti, musicisti, pittori), ma, per buona parte del racconto di Lovecraft, se ne sta rintanato nella morta R’lyeh, città da incubo dalle prospettive distorte sepolta al crocevia di più dimensioni. Se avesse passeggiato per New York avrebbe probabilmente incontrato King Kong o Godzilla ed avremmo avuto un racconto comico, o fantasy, o di fantascienza, non un racconto del terrore.
Il racconto horror, inoltre, non tollera la serialità perché ci si abitua a tutto. Questo è, per gli scrittori horror, un problema drammatico, ma non c’è tempo di analizzarlo.

Mi limito a notare che il Conte Dracula appare all’inizio del romanzo, dove domina la scena, ma poi praticamente scompare, tranne in un’occasione o forse due (anche se abbiamo i brividi intuendo che cosa stia facendo nell’ombra che gli è madre)… mica se ne sta tutto il tempo sulla scena a palpeggiare fanciulle indecise se dargliela o no. Insomma: mettete un mostro in un libro e avrete forse un romanzo horror. Mettetene una dozzina e avrete la Casa delle Streghe al Luna Park. Non è la stessa cosa.
A questo punto vedrete come molti dei romanzi cosiddetti horror (a cominciare da quelli della sig.ra Meyer, ma, seppure migliori, potrei citare quelli della Hamilton) sovrabbondano in tutt’e due queste caratteristiche e quindi con l’horror vero e proprio hanno poco a che spartire.
Ci sono poi, secondo me, due cause estrinseche del declino del genere. Più precisamente, ragioni di marketing.
La prima è che la paura è spesso politicamente scorretta ed è come se gli editori fossero preoccupati di turbare la delicata psiche dei loro lettori con spauracchi immaginari (però legioni di serial killer se ne stanno acquattati nelle librerie… mah) oppure se temessero di essere accomunati a quella gentaglia poco raccomandabile che legge e scrive horror.
La seconda è che la narrativa moderna appare malata di gigantismo. Tomi e tomi di pagine e pagine che spesso ricordano i temini delle elementari (avete presente quando dovevate scrivere almeno quattro facciate protocollo e dopo due avevate finito il carburante?). La ragione è semplice: se un libro è “tanto” è anche giusto che costi tanto, no?
Salvo eccezioni, però, di solito lo scrittore horror non è un maratoneta, ma uno sprinter; al contrario di quello fantasy o di avventura, per esempio.
Dopo il boom degli anni ’80, insomma, secondo me il genere è in declino o in stasi.     
Non mi preoccupo più di tanto, comunque.
I mostri, si sa, non muoiono mai.



6 commenti:

  1. Serenella Tozzi25 febbraio 2013 17:54

    Ho letto con interesse, Rubrus, quanto hai esposto, e mi dispiace di non essere all'altezza di risponderti sugli stessi livelli data la mia scarsa conoscenza del settore horror e/o terrore.
    Mi viene un pensiero, pero: i bambini sono attirati dai mostri oggi più che mai. Basta vedere la maggior parte dei pupazzi che circolano, alcuni veramente orrendi; mi viene anche in mente il DVD "La sposa cadavere" (mia nipote a 4 anni ne era entusiasta).
    Ti dirò che questa predilezione per i mostriciattoli io, almeno, non riesco a capirla.
    I bambini, certo, da sempre sono affascinati da ciò che li terrorizza, (il farsi rincorrere li eccita e li spaventa, ad esempio) basta riandare con la mente alla nostra infanzia. Tu, giustamente, parlavi delle favole antiche; erano tutte cattivissime: Hans e Gretel, Cenerentola, Pollicino, ecc. ma erano educative in un certo senso, finivano sempre bene e il cattivo soccombeva.
    Forse è per questo che i grandi si sentono attirati da questo settore, ritornano bambini; solo che ora i mostri risultano spesso vincitori... che sia il senso di frustrazione di fronte alla vita che ci induce a soddisfarci delle stragi e delle distruzioni? Una rivalsa?
    Certo il codice Hays non è più seguito come una volta.


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  2. oddio... è una domanda complessa e non so quanto possa essere qualificato, tuttavia penso di poter individuare alcuni fattori che spiegano la tendenza dei grandi ad apprezzare queste favole nere
    - da un lato la scissione tra arte / spettacolo e morale. L'arte e lo spettacolo non devono più necessariamente educare (è la scoperta del Novecento). Del resto non c'è più una "morale" ampiamente (e direi a volte anche ipocritamente) condivisa.
    - dall'altro lato si vede rappresentata in effige la realtà, dove non è che i buoni vincano sempre. E' la funzione "esorcismo" di cui dicevo.

    Quanto ai bambini, le forme del fenomeno sono nuove, ma il fenomeno è vecchio quanto il mondo.

    Anche per gli (anzi "le")adolescenti è più o meno lo stesso. Oggi il principe azzurro ha indossato il mantello nero del vampiro di "twilight", ma il bello e dannato ha sempre avuto un suo seguito, oggi non più censurato (almeno in apparenza) dalla morale comune.

    Lì però, ripeto, siamo nel campo del romanzo rosa, non in quello dell'horror.

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  3. I mostri non muoiono mai, perché siamo noi a crearli, nulla mi può far cambiare l'idea.
    Non è da tutti avvicinarsi alla lettura horror, credo si debba crescere con qualche libro del genere, come iniziare a leggere i fumetti. Un adulto non lo farà mai. Ma il ragazzino di un tempo, aspettava con ansia l'uscita di Gim Toro o dell'uomo mascherato, e, poi, un panino imbottito di mortadella e vai...ovviamente con la fantasia. La stessa cosa succedeva, se per caso, trovava sulla sua strada Poe con i suoi racconti fantastici. La paura o meglio il terrore che provocavano era l'adrenalina della sua crescita.
    Incontrai Poe a 12 anni e ancora oggi, se mi capitano per mano, il delitto della via Mourgue e Casa Usher, li rileggo!
    Per non parlare di Dracula di Bram Stocher, e non dimentichiamo la diciottenne Mary Shelley col suo Frankestein.
    Questa è stata la mia iniziazione.
    Poi negli anni a venire, fra libri rosa e blu Salani, libri di avventure di tutti i generi - forse il più amato Julio Verne - Non mi sono fatta mancare nulla, ma ora un libro Horror, in alternativa ad altre letture, non me lo faccio mancare. Mi dispiace solo di non provare più quella paura...
    Gli autori preferiti , oltre ai già citati: King, Matheson, Lansdale, Lavecroft e Koontz.
    Non dimentico un italiano: Il Paese Stregato di Sergio Bissoli.
    che ci riporta alle paure dell'infanzia e dei racconti truculenti narrati da i contadini nelle lunghe sere dei filò.
    Libro costoso, ma vale ogni cent. speso.
    Una buona esposizione la tua. Ma con me piove sul bagnato.
    Grazie



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  4. non conosco quel libro, ma mi permetto di suggerirti alcuni vecchi (ma non troppo) volumi mammut della Newton Compton: "storie di fantasmi", "storie di vampiri", "storie di lupi mannari", "storie di diavoli"
    Tra gli autori maestri della classica "ghost story" all'inglese citerei MR James, Henry James, Algernon Blackwood, EF Benson, Joseph Sheridan Le Fanu (mi limito a menzionare "Carmilla"), Mary Wilkins Freeman.
    Essendo "classici" li puoi trovare a poco prezzo in diverse edizioni.

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  5. Sembrerà strano ma il primo racconto che ho pubblicato su questo blog LA PALUDE DELLA LUNA ( racconto di H.P. Lovecraft). Anch'io sono a digiuno, ricordo di aver letto il romanzo Dracula quando ero a militare, alcuni racconti Poe e poi...non ricordo altro. Certo con la televisione e il cinema le occasioni non sono mancate. Comunque è stato davvero interessante leggerti.
    Allora aspetto le altre due parti.
    Ciao

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  6. La terza parte sarebbe sulla fantascienza. Intanto ti faccio i complimenti per le immagini. Poi, definire un romanzo come romanzo "di genere" tout court, alle volte è corretto, altre volte un po' semplicistico. "Lo Strano caso del Dottor Jeckyll e di Mr. Hyde" è solo un romanzo dell'orrore? Per me la domanda è retorica, nel senso che la risposta è no.
    King avrebbe detto "chi se ne importa?" e forse ha ragione lui.

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