martedì 19 marzo 2013

Augusto Benemeglio - John Fante - narrativa


JOHN FANTE E L’USCIERE 
DI HOLLYWOOD

di Augusto Benemeglio

20/03/2013
etichetta: la stanza di Augusto Benemeglio - narrativa

  
1.     L’usciere di Kakania
Qualche anno fa (una quindicina, più o meno) c’era  un guardiano del tutto particolare al Circolo Tennis degli Ulivi di Tuglie: un omone un metro e novanta con un peso che sfiorava il quintale e mezzo, che parlava con un accento fortemente spagnolo e raccontava storie che sembravano vere. Si chiamava Ramon Diego Ramirez e veniva dall’Honduras. Un giorno prendemmo un gin tonic insieme, al bancone del bar, presente il maestro Pino e Dom Antonaci, grande volleadore al cospetto di Dio. 
Lui tirò fuori il sigaro e se lo tenne tra le mani senza mai portarlo alla bocca, gli piaceva rimirarselo, evidentemente, e ogni tanto annusarlo. Poi sorrise, ammiccante, e cominciò a raccontarmi una storia. Mi disse che aveva conosciuto John Fante, scrittore italo-americano, nell’autunno del 1964. Allora John era pieno di problemi, - alcool e droga con cui tentava di allontanare la terribile angoscia che lo divorava.
In effetti John – conferma Vinicio Capossela nelle sue fantastiche ballate – era una specie di Dante Alighieri che “nel mezzo del cammino si trova buttato in America, come un pesce d’acqua dolce a cui tutt’a un tratto tocca imparare la parte dello squalo. Già americano, eppure con la coda rimasta impigliata ancora in Italia. Come un salmone mezzo mostro d’amore”.     
A quel tempo era appena uscito il suo ultimo romanzo,“Full of life”, ed era andato malissimo. John faceva lo sceneggiatore per Hollywood e stava proprio a terra, ai piedi di Cristo, non si teneva in piedi, barcollava nei lucidi corridoi della mecca del cinema. Allora Ramirez lo ospitò nella propria guardiola (faceva l’usciere, ma anche il sostituto portiere) e lo consolò, lo rigenerò, in certo qual modo, perché riuscì a dargli fiducia in sé stesso in un momento topico della sua esistenza. Insomma, possiamo ben dire che anche John incontrò il famoso usciere di Kakania, di cui parla Hag Rejk ne “Il Malvagio di Berlino!”  
Ramon gli disse, nello slang italo-americano: “Paisà, nun te preoccupa’ . Vedrai che tutto si sistemerà e tu, dopo morto, avrai molta fama e molti onori, parola di Ramirez”.  Era quello che John voleva sentirsi dire, e tuttavia lo guardò sottecchi e rispose: “E tu, chi cazzo sei? Mi sbaglio, o sei un merdoso usciere sudamericano?”
“Sì, - disse l’omone,-  io fo’ l’usciere qui a Hollywood, vivo in uno scantinato, con mia moglie Tulita e i nostri sette figli, sei femmine e un maschio, ma in realtà sono uno scrittore e anche un profeta”. 
“Cazzo, un usciere profeta!”, disse Fante e si mise a ridere come un pazzo.
2.     L’allodola greca
Ramirez parlava sette lingue, compreso l’italo-americano, ed aveva scritto un solo romanzo, " Ti faceva paura il sangue?", mutuando il titolo da una reminiscenza di una poesiola infantile ( "Tua madre ha ucciso il maiale ? Ti ha fatto paura il sangue? ) Ma tutto questo non lo disse a John… glielo disse solo dopo che divennero amici.
“Sì, caro amigo”- continuò  Ramirez  ciancicando il sigaro  – “ da allora diventammo un tutt’uno io e John, due fratelli di sangue… Lui era uno  scrittore vero, di quelli che hanno bisogno di tempo per essere riconosciuti… era un minimalista, ma vedi, è propria questa la sua grandezza. I veri grandi sono i minori. Non è un paradosso, è una verità. Lui era come l'allodola greca, nata prima di tutte le altre creature, anzi prima della stessa terra, nata da un padre che morì di malattia quando la terra ancora

non esisteva . Dopo cinque giorni di insepoltura, l’allodola seppellì il padre nella propria testa e amen. Es claro che la terra che non esisteva era l'America, mentre il padre, - che gli era morto addosso con la canottiera impregnata di vino e di sudore da scalpellino molisano sempre incazzato -   era l'Italia.

    Quel Vate del Cazzo.
 “Molti scrittori americani – annota Capossela - hanno reso grande il mito dell’America asfaltandone le strade, cantando i posti di ristoro, gli occhi di marmellata delle cameriere, il fresco, la penombra dei bar prima dell’assalto della sera. Fante ha fatto tutto questo, ma, a differenza di Bukowskj, il Cristo che l’ha resuscitato in vita, ha conservato anche gli occhi italiani, occhi malinconici, occhi di sua madre, ostia sacra, sacrificio della carne della Famiglia”.
Ma quando John capì tutto ciò era troppo tardi ed ebbe un rammarico. Disse: non diventerò mai grande come Lawrence Durrell, che pure ha un anno meno di me, né come Joyce, in grado di bere cinque pinte di birra e dodici bourbon senza batter ciglio... Mi supererà perfino il mio usciere di Hollywood e sua cognata Gioconda Belli , una che ha lavorato come copy-writer in un'agenzia pubblicitaria di Managua e ha dimostrato di essere un gran figa , ma anche una donna con le palle. Mi sono messo a fare il romanziere in un paese che ne annovera già tremilaseicento... Che disdetta!  Avrei dovuto fare il poeta... Cristo! A proposito di poeti, almeno potessi dimenticare quel dannato bastardo di Rapagnetta , che è della mia terra d'origine e mi ha rovinato l’esistenza. Macchè!... Ahimè, non ci riesco, è troppo grande letterato quel Rapagnetta là, il Vate del Cazzo! … Ed io rimarrò per sempre un mezzo analfabeta, né carne, né pesce, appunto un... Fante. 
4.     Chiedi alla polvere
Ma quando smaltiva la sbornia – dice Ramirez - era dolce come il miele, e scriveva da dio, ma da dio minore, claro? … Prendi, ad esempio, “Chiedi alla polvere”. A me la sua scrittura mi fa lo stesso effetto che faceva a lui leggere Dostoevskij. Maccheroni riscaldati e bestemmie, il velo di caglio ossidato e la tazza iridescente del tè senza limone. La sua scrittura scioglie il nodo del risentimento, ti permette di abbracciare i tuoi vecchi nella loro disgrazia, nella loro miseria, nel loro decadimento …Io me lo ricordo, il vecchio John, poco prima di morire, cieco e malato di diabete che detta alla terza moglie il suo ultimo romanzo , “Sogni di Bunker Hill” . Lì c’è tutto il dramma e il destino degli immigrati italiani in America…Sai che ti dico, amigo? A John voi italiani dovreste fare un monumento! Invece non sapete neppure chi è…Vergogna! ... Beh, ora ti saluto. Devo andare a fare i campi “.
E così si allontanò dal bar e sparì tra gli ulivi, con quel suo passo pesante che sembrava scavasse buche in terra. Poi lo rividi sul campo numero tre, con la rete e il rastrello che passava e ripassava il terreno fino a farlo diventare liscio. Ma ci metteva troppo tempo a farlo e molti tennisti preferivano farselo da soli. Allora lui si metteva seduto sui gradini e tirava fuori il suo sigaro, senza accenderlo. Se lo passava tra le dita e ogni tanto lo annusava e sospirava: “Ah, John, che grande scrittore sei stato!”






4 commenti:

  1. Il bello è che parli di John Fante ma attraverso questo personaggio, il sudamericano con il sigaro ciancicato, che sembra uscire dalle pagine di Hemingway e alla fine non so quale delle due storie sia più interessante. Di Fante, del minimalismo americano, delle sue origini e della fine che ha fatto che dire... io ho letto quasi tutto di lui e sono di parte. Anche su queste pagine ne abbiamo scritto.
    In ogni caso Augusto io ormai non me lo chiedo più dove finisce la storia e comincia la fantasia dell'autore. Ho fatto un po di conti e dopotutto Fante è morto a metà degli anni ottanta quindi l'incontro tra i due personaggi è avvenuto vent'anni prima della sua scomparsa, quindi molto plausibile ciò che racconta. E se anche il simpatico Ramon avesse favoleggiato sull'incontro, questo è secondario e anche comprensibile. Io ti leggo e trovo sempre storie affascinanti e raccontate con il tuo solito stile accattivante e sempre ricche di aneddoti interessanti e originali.
    Ciao e complimenti

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  2. Serenella Tozzi20 marzo 2013 16:24

    Ho letto ultimamente di te il ritratto di Saba e ora questo di John Fante e mi pare risaltino in tutti e due ironia e leggerezza, in una commistione simpatica e accattivante.
    Come sempre mi sono gustata il ritratto che ci hai presentato.

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  3. Veramente un bel racconto, e le confido che mi sta dando l'opportunità di rileggere almeno "Chiedi alla polvere", così darò soddisfazione al padrone di casa che in fondo si sente in simbiosi con l'autore. Io ebbi la sfortuna di avere fra le mani, parlo dei primi anni sessanta, molti libri di autori americani e fra" il grande Gatsby"," il giovane holden" e "il cammino nella polvere"(questo era il titolo) il più delle volte pescati in biblioteca (allora i libri avevano dei costi) le mie preferenze ,indubbiamente data la giovane età, non furono per Fante. Non era forse il momento del minimalismo, ma delle grandi storie
    Lei lo ha chiamato racconto, potrebbe esserlo, perché no. Come potrebbe essere stato un incontro e che incontro.
    Grazie

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  4. augusto benemeglio24 marzo 2013 00:26

    In realtà, credo che Franco abbia colto nel segno, del resto come Serenella quando coniuga due tra le cose più ricercate e ambite nel fare letteratura, ironia e leggerezza. C'è un confine invisibile tra storia, critica letteraria e immaginazione. Ecco, poniamo come esempio il professore del film l'attimo fuggente. Prende un gruppo di allievi del college americano e fa vivere loro esperienze dirette di ciò che è poesia, di ciò che significa letteratura, libertà, immaginazione , un misto di realtà e sogno, un sentiero che corre a perdifiato nell'utopia, che può essere leggero, intringante, divertente, ma anche estremamente rischioso e doloroso, tant'è che uno di loro ci lascia la pelle. Bisogna far capire agli allievi che ogni cosa è una conquista della volontà e dello spirito, far capire che si può essere serissimi giocando con la storia, ma bisogna fare attenzione ai tranelli, ai labirinti, agli inevitabili ostacoli che dentro una trama semi-inventata e semi-vera, potrai sempre trovare. Se fondiamo il narratore, diciamo il ciurmatore, che non è mai privo di ironia, con il saggista e il curioso della storia , quello che va a cercare le note a piè di pagina, i dettagli trascurabili, le cose apparantemente insignificanti, otteniamo un "quid".... Ma non chiedetemi come tutto ciò avvenga, quali siano i processi psichici, o gli accorgimenti tecnici , i segreti , le architetture invisibili di questa trama. Non saprei rispondervi. Ma sono ovviamente felicissimo che questo mio modo di raccontare vi interessi.

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