venerdì 8 marzo 2013

Elisa Sala Borin - Le masanete - racconto



LE MASANETE
di
Elisa Sala Borin

08/03/2013
etichetta: racconti AA.VV. - narrativa - biografia - racconto




…La memoria è un mostro: tu dimentichi-
Essa no. Archivia le cose; ecco tutto: le
conserva per te, o te le nasconde - e le richiama,
per fartele ricordare, a sua volontà. Credi di
avere una memoria. Ma è la memoria che ha te…

JOHN IRVING
( Preghiera per un amico)




Era forse un giorno di settembre del lontano '47. Un bellissimo e assolato mattino.
Non so perché ricordo con struggimento i giorni estivi della mia infanzia; so per certo che li sentivo più limpidi e caldi. Adoravo il sole che mi scaldava e amavo sentire il suo tepore sulla mia pelle. No, non era un sole matrigno, era semplicemente il grande amato padre che mi accompagnava nei giochi delle mie estati.
Ricordo il grembiulino azzurro che quel giorno portavo: era senza maniche ed era adornato da due alette che partivano dalla vita; quando facevo la trottola si gonfiava come una grande corolla rovesciata e subito mi sedevo per terra per vederlo adagiato: mi sentivo un fiore. Volevo imitare le ballerine del Valzer dei fiori, un film a cartoni animati che poco tempo fa avevo visto al cinema Canova.
Il grembiulino era consumato dal grande uso; aveva svolto bene il suo dovere nella lunga estate passata, e la mamma quando lo stirava usava l'appretto per dargli una parvenza di nuovo. In quel tempo non si aveva molto; l'armadio di casa era sconsolatamente mezzo vuoto, solo poche cose e grucce scompagnate. Erano tempi difficili.
Nei giorni di magro mia madre soleva recarsi al mercato del pesce, io l'accompagnavo perché mi piaceva quella passeggiata tutta nostra. Mi vedo ancora appesa al suo braccio e lei ogni tanto mi strattonava perché piccola com'ero la trascinavo verso terra. Non ho ricordi di averle mai dato la mano, non so perché; forse nel mio inconscio la volevo sentire vicina. In quel tempo vivevo nel terrore di essere lasciata sola; avevo già perso buona parte del mio piccolo mondo e indubbiamente non volevo perdere anche lei.
Il mercato si trova ancora lì, in qualche modo tutto è rimasto immutato. Qualche cambiamento è avvenuto, ma non è riuscito a scalfire la mia prima immagine.
Si imboccava la viuzza stretta, umida e senza sole che scende dalla piazza alla Pescheria, allora era tutto un brulicare di gente, suoni e odori. Ti venivano incontro profumi di dolci, di frittura, di frutta e di pesce, anche il canale emanava il suo tipico odore, infine si usciva nel mercato inondato di sole.
I padroni dei banchi della frutta e della verdura invitavano gli eventuali acquirenti, decantando i loro prodotti, con voci alte e cantilenanti che si sovrapponevano. Ora non si usa più e il mercato ha forse perso la sua caratteristica festaiola. Non si vede più il grosso ambulante dal naso rosso, bitorzoluto e gocciolante che col mutare delle stagioni portava al collo o un tavolino pieno di caramelli, o un'enorme padella di rame con le pere cotte, o appese alle braccia ceste piene di limoni.
Mi manca anche la venditrice di "bogoi", usava dei coni di carta oleata di varie misure; quando le passavo accanto l'odore dell'aglio mi solleticava le narici e guardavo affascinata il grande catino di terracotta pieno di chioccioline cotte, perché avevano tutte i cornini fuori.
Io odio l'odore del pesce vecchio, è un odore che ristagna sempre nei luoghi ove esso viene venduto od elaborato; l'odiavo anche allora, ma la pescheria della mia città è unica, profuma di buono.
Uscimmo dai banchi intrufolandoci tra il via vai dei passanti e varcammo un ponticello che unisce il mercato delle verdure al mercato del pesce e ci trovammo in un'isola; sì è proprio un isolotto posto in mezzo al Cagnan e da quel che ho sentito dire si è formato da depositi fluviale e da immondizie; enormi ippocastani gli fanno da corona e l'erba degrada nell'acqua. In quel tempo il canale non aveva abitanti, ma ora è diventato dimora abituale di cigni, folaghe e germani reali con relative famiglie. E' un posto veramente delizioso e gli odori sgradevoli si disperdono tra le foglie da dove occhieggiano tremule lame di sole; le chiome degli alberi servivano anche da parasole ai banchi ripieni di ogni ben di Dio. Nel centro dell'isola c'è un'enorme fontana adagiata nel pavé, sembra una barca semi affondata.
Ci avvicinammo al solito banco e con sorpresa ritrovai gli enormi contenitori pieni di granchi vivi che muovendosi tutti storti cercavano ansiosamente una via d'uscita; si sentiva anche il rumore del loro andare e venire, sembrava lo scricchiolio del cellophane quando viene accartocciato. Erano tornate le "masanete". Allora si notava lo scandire delle stagioni, ci veniva dato anche dai prodotti della terra e del mare esposti in vendita, ora non più. Troviamo sempre di tutto e il gusto della primizia si è perso nel veloce passar del tempo.
Io aspettavo la stagione delle "masanete", amavo e amo tuttora il loro gusto pieno, il loro corallo e il masticare rumoroso di quelle "caramelle" brune e arancio irrorate di olio e spruzzate di macchioline verdi e bianche del battuto di prezzemolo e aglio.
Uscimmo dal mercato con la sporta di paglia piena e tra il prezioso carico c'erano anche loro che, ancora vive, si facevano sentire.
Non andammo subito a casa.
Il nostro girovagare fra botteghe ci portò nel piccolo emporio che da poco tempo Redenta e Aurelio, cugini della mamma, avevano aperto. Ovviamente erano anche miei cugini, ma in quel tempo si costumava chiamare zii i parenti adulti, era una forma di rispetto, ma anche di incomunicabilità.
La vera zia, sorella di mia nonna era zia Isa, mamma di Redenta. In quel tempo avevo paura di tutti, ma in particolar modo avevo soggezione della cugina Redenta, anche col passar del tempo non ho mai avuto con lei un dialogo franco: parlava forse poco? O erano i suoi occhi grigio azzurri, o i suoi giovanili capelli bianchi? Non so. So solo che la mia timidezza e di conseguenza i miei comportamenti erano tali da sconcertare chiunque. Il cugino Aurelio era alto biondo e simpatico. Non ho ricordi di averli visti almeno una volta separati.
Io amavo questa famiglia, la invidiavo, invidiavo il loro "focolare". Le loro figlie avevano tutto: i nonni, i genitori, la casa e…la cucina. Sentivo la mancanza di un mondo di affetti ormai lontano e che un tempo era anche il mio; facevo fatica ad abituarmi a vivere in una trattoria, non esisteva intimità e se i grandi tentavano di farmi parlare sentivo salire all'improvviso una stretta al cuore e tutta la sofferenza scoppiava trasformandosi in un gran pianto.
I cugini mi invitarono a pranzo, mia madre assentì senza chiedermi, come faceva sovente, nessun parere. Io pensavo alle "masanete" con rimpianto, ma in quell'attimo ne fui felice perché la loro casa mi attirava, come un'ape quando sente il miele.
La mamma tornando a casa mi depositò dalla zia Isa.
L'abitazione dei cugini si trovava all'interno di un palazzo, un tempo nobile, di via Cornarotta. Era strana come casa, le stanze erano ubicate in piani sovrapposti senza un ordine logico, devo ricordare che in quel tempo a Treviso si camminava tra le rovine di case distrutte dal bombardamento. Chi tornava per riprendere una vita normale, doveva accontentarsi dei pochi alloggi disponibili. A me comunque la loro casa piaceva; nel seminterrato c'era la cucina, io la ricordo molto grande, e adornata da una enorme finestra che guardava un giardino assolato e silenzioso.
Le cuginette non c'erano.
Non so quanto felice fosse la zia Isa nel vedermi! Ma fece buon viso… anche lei aveva gli occhi azzurri…forse meno penetranti. Era comunque una brontolona.
Trovai il mio libro preferito, lo ricordo ancora perché era il primo libro illustrato a colori che vedevo, ricordo ancora il titolo "La scala d'Oro". Era una raccolta di fiabe.
Sotto la grande finestra c'era una scaletta di legno, e in attesa del ritorno dei cugini mi ci arrampicai e strusciai in giardino e mi nascosi sotto un cespuglio di ortensie con la mia preda preferita.
Poco dopo la zia mi chiamò, rientrai e vidi con orrore che sopra il tavolo apparecchiato c'erano delle bistecche battute e crude condite con olio e limone. Mi sentii la creatura più infelice che ci fosse sulla faccia della terra, odiavo la carne cruda e mai e poi mai avrei avuto il coraggio di dirlo. Pensavo angosciata alle mie "masanete" che sarebbero state mangiate da altri e di conseguenza agii.
Aspettai che zia Elisa (questo era il suo vero nome, ed è anche il mio) si assentasse e al momento opportuno e senza pensare alle conseguenze, fuggii con il cuore in gola da quella casa che adoravo, ma che all'improvviso sentivo nemica e corsi verso la felicità di poter assaporare le mie adorate "masanete".

BOGOI- chioccioline che vivono sulle piante di rose e arbusti
MASANETE- granchi

20 commenti:

  1. serenella Tozzi8 marzo 2013 19:51

    Così pieno di particolari, Elisa, che quasi sembra un quadro ben dettagliato.
    Le immagini sono vive e le figure rappresentate con precisione, in particolare la piccola e spaurita te stessa.
    Molto interessante questo scorcio di una Treviso che probabilmente sarà cambiata negli anni come tante città, ma che risulterà quanto mai piacevole da ritrovare attraverso il tuo scritto da chi ha avuto la fortuna di viverla con tutti i suoi luoghi, colori, odori e abitudini.
    Una pagina scritta col cuore, si sente, e io l'ho molto apprezzata.

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  2. La Pescheria è un'isola formata nei secoli da residui fluviali. E' ancora lì, ci sono tre ponti che la collegano alla terra ferma. E' lievemente cambiata per restauri recenti. E' la zona dei mercatini.
    Non pensavo di vederlo pubblicato. E' stata una sorpresa.
    Pensa che anch'io festeggio l'otto marzo non per la donna, io credo che questa festa dovrebbe essere festeggiata ogni giorno dell'anno, ma per la mia nipotina Anna che oggi compie il primo anno.
    Grazie

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    1. Serenella Tozzi8 marzo 2013 21:34

      Tanti auguri alla piccola Anna allora!

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  3. salvo scollo9 marzo 2013 07:04

    Un ottimo brano, denso e coinvolgente, un'accoppiata vincente fra la precisione descrittiva delle immagini di un tempo lontano e la partecipazione emotiva dell'autrice.
    Struggente la malinconia che ne promana, commuovente e condivisibile tentativo di non buttare niente dell'esistenza trascorsa.

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    1. Tu parli di accoppiata vincente. Confermo l'accoppiata perché ricordo ancora quando incominciai a scrivere le piccole storie di me bambina, e mentre i ricordi si affollavano alla mente con una precisione incredibile, sai che facevo? Scrivevo, ridevo e piangevo...Mi facevo pena da sola.
      E questo è stato il primo di una lunga serie.
      Grazie di averlo letto e commentato, ci tenevo davvero.

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  4. La vera zia. Dalle vostre parti la sorella della nonna, cioè la prozia, evidentemente si chiama così. Si impara sempre qualcosa di nuovo leggendo le tue storie. Come le masanete, non sapevo nemmeno cosa fossero. Da bambino sono cresciuto con il disgusto per l'odore dell'olio di fegato di merluzzo e siccome dalle nostre parti l'acqua ristagna e dentro ci sguazzano tinche e rane, ero convinto che quello fosse l'odore di tutto il pesce di mare.
    Quando racconti dei temp indrè esprimi il meglio di te stessa e ci regali pagine scritte con sentimento. Un pizzico di nostalgia traspare tra le righe, senza peraltro indulgere in facili sentimentalismi, solo con la grazia di chi accarezza i ricordi come fossero doni preziosi da custodire e tramandare. Bel racconto, uno dei migliori di questo genere.
    Ciao neh

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  5. Pensa un po' per risponderti ho dovuto andare a rileggerlo, erano anni. Io sono fatta male, quando raggiungo un risultato soddisfacente lascio il vecchio e vado avanti con il nuovo. Mi rendo conto che senza volerlo mi danneggio.
    Questi racconti sono stati scritti per lasciare alle figlie un testamento spirituale, credo di aver accennato nel pezzo "residente in terra" ai miei bisogni esistenziali, Scrissi le mie memorie a mano su dei quaderni favolosi, regalati dalle figlie, sai, quei quaderni con la copertina rigida a macchioline bianche e nere o rosse, e con la costa telata nera, tipici degli stati dell'ovest americano. Io li avevo visti nei telefilm tipo bonamza o la casa nella prateria.
    Io non avevo zie, ma solo cugini della mamma, e le favolose nove prozie sorelle di mia nonna. In dialetto veneto "la mia zia"- si traduce: A me àmia. E più di una erano quasi coetanee della mia mamma. Le favolose "masanete" come non ricordarle! Il bello che se le trovo, me le compero e me le mangio da sola, sotto gli occhi inorriditi delle figlie. Ma loro si sbafano le granceole! e quelle cosa sono?
    L'odore sgradito che viene dai fiumi nei giorni di scirocco lo chiamiamo "Freschin"
    Lo zio? El me barba... Credo che siamo simili in questo, ma in lombardo credo che zia sia amita, cambia poco, no?

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  6. mi piace leggere i racconti che mescolano il dialetto...sono veneta, ma i miei genitori non me l'hanno insegnato! Quando passo per Vicenza le invito a mangiare un piatto di Masanete!!

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    1. Arrivo tardi, ma arrivo sempre. Grazie, solo pochi vocaboli, solo quelli essenziali.
      Per le masanete a Vicenza? Dai! Aspetto la chiamata.
      D'accordo?
      Grazie

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  7. Cara Elisa !
    Leggere questo racconto bellissimo mi sono emozionata , come se fosse io nel tuo posto, da bambina.
    Per un attimo sono entrata nel tuo passato, è stato stupendo !
    Quello che mi colpisce di più è che, descrivi e curi le cose nei minimi particolari e con una memoria molto fresca.
    Ti ammiro !

    " Ricordo il grembiulino azzurro che quel giorno portavo: era senza maniche ed era adornato da due alette che partivano dalla vita; quando facevo la trottola si gonfiava come una grande corolla rovesciata e subito mi sedevo per terra per vederlo adagiato: mi sentivo un fiore
    " MI SENTIVO UN FIORE " mi e rimasto impresso questa frase stupenda !

    Descrivere la tua infanzia e i tuoi ricordi nella forma di " Racconti " è veramente un grande dono !

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    1. Credo d avere ancora una memoria, tu dici fresca, io dico da elefante.
      Mi meraviglio ancora di ricordare il ieri e, per fortuna, anche l'oggi.
      E' tipico delle bambine fare la ruota con i vestitini. e ,poi, allora i vestiti erano così pochi, si andava al consumarli, come non ricordarli! Risento ancora in mano la morbidezza di quella cotonina.
      Ho una nipotina che fa la ruota con i vestitini, peccato che i genitori, per comodità, non usano certe sottili accortezze.
      Grazie

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  8. davvero bellissimo, intenso e struggente, con quel tocco di nostalgia che hai fatto ripensare con piacere ai cambiamenti del tempo. In effetti è vero, prima tutto si gustava di più ( come le primizie) tutto aveva uno svolgimento diverso.Grazie Elisa per questo racconto emozionante.

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    1. Era un altro mondo, davvero!
      Io chiamo come evento epocale l'uso della lavatrice. Ha dato davvero alle donne il modo di risolvere le loro fatiche, ma da quello è iniziato un progresso tecnologico che ora come ora ci sta trovando impreparati.
      Io? scrissi queste piccole storie di un'infanzia patita, più per le incomprensioni che non per la mancanza del vestito della festa. Sì, le scrissi come fanno i vecchi delle tribù africane, in quel caso raccontano la storia del passato a voce perché non sanno scrivere. Io, per lasciare una testimonianza scritta di un'epoca che non c'è più.
      Felice che tu mi abbia letta.
      Grazie

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    2. dimenticavo. Il disegno è mio. Siamo le testimoni del tempo: La pescheria, la mamma e IO.

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    3. Serenella Tozzi19 marzo 2013 16:10

      Anche il disegno ha un tratto ed una freschezza tutta particolare. Brava Elisa.

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    4. Oltre alla bravura con la penna, ti scopro anche una illustratrice capace, hai altre belle sorprese? Molto brava Elisa!

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  9. ciao Serenella.
    Se vieni a trovarmi ti porto a spasso per Treviso, ci proverò. Promesso
    Grazie

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  10. Serenella Tozzi19 marzo 2013 21:48

    Un invito invitante, davvero.
    Chissà? Lo spero proprio, sarebbe bello.

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  11. Grazie per questo bellissimo racconto! Anche se sono milanese adoro il Veneto e di conseguenza i suoi colori ed i suoi profumi che tanto bene descrivi. Mi é venuta quindi una grossa nostalgia di questi luoghi. Contrariamente ad altri lettori so benissimo cosa sono le "masanete" e mi sembra di sentire il profumo di aglio e prezzemolo. Conosci anche le "moeche"? Grazie di nuovo per la bellissima suggestione.

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  12. Sorpresa e felice. Benvenuta!
    Il veneto! Ultimamente non se la passa proprio bene. Treviso non ha più quegli odori, l'aria sapeva di buono! Ricordare il tempo perduto fa bene.
    Le moeche! Infarinate o impanate e fritte. Come no! Ora a Venezia, ovviamente quando ci sono, le vendono anche nei coni di carta paglia.
    Devo dare un minimo di spiegazione: sono i granchi che perdono la corazza per crescere, e per pochi giorni sono ignudi e molli: le moeche!
    Grazie a te

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