domenica 24 marzo 2013

frame - Il mestiere di... - narrativa



Il mestiere di sopravvivere
di
Franco Melzi


25/03/2013
etichetta: la stanza di frame - racconto



Tutte le mattine alla solita ora, anche adesso che non devo più andare in ufficio e potrei rimanere a letto finché mi pare, mia moglie spalanca la porta della stanza da letto e mi chiama:
«Fredo…Fredo… È ora!» dice, e non si allontana prima d’avermi sentito rigirare nel letto.
«È ora di fare che?» mi domando invariabilmente, anche se non trovo mai il coraggio di ribellarmi o di attardarmi per soli pochi minuti sotto le coperte, perché temo di compromettere il perfetto meccanismo che regola l’intero ciclo delle faccende domestiche. Mi alzo pertanto senza protestare, vado in bagno e davanti alla finestra alzo gli occhi al cielo e prendo cognizione del tempo che fa. È una vecchia abitudine alla quale non intendo sottrarmi, anche se non ha più molta importanza che piova o splenda il sole, lo faccio solo per decidere quali scarpe mettere, al resto del mio abbigliamento pensa ancora lei, compresa la camicia e la cravatta.
In meno di un’ora mi ritrovo fuori di casa, e nell’attimo in cui varco il portone del condominio, devo necessariamente affrontare il primo grande dilemma della giornata: andare a destra oppure a sinistra. La terza opzione, diritto, ritarderebbe di soli pochi metri la decisione pertanto, onde evitare di restare impalato tutto il giorno sul marciapiede, ho scelto la soluzione più ovvia: i giorni pari vado a destra e m’infilo dentro il bar all’angolo, diversamente mi reco nella direzione opposta, raggiungo l’edicola più vicina e mi siedo sulla panchina sotto i platani, sfogliando il giornale e guardando la gente passare.

L’altro giorno ho incontrato casualmente il mio amico Mario. Era più di un anno che non lo vedevo e mi domanda cosa faccio di bello:
«Niente!» gli rispondo. «Che vuoi che faccia, niente.»
«Allora sei in pensione?»
«Sì… sì… certo!» balbetto, incerto se spiegare la mia situazione. «No, non ancora...» aggiungo, pentito di non aver detto la verità.
«E come mai sei a spasso?»
«Vorrei saperlo anch’io!»
Cerco di fargli capire che non è colpa mia se mi trovo in quelle condizioni, e che mi avevano promesso che… che…
Non so più se valga la pena di confidarmi e un po' mi vergogno, ma alla fine mi faccio coraggio e anche se a malincuore, tento di spiegargli che sono un esod… esodat…
Nonostante la buona volontà non riesco a pronunciare quella parola, ma a quel punto il mio amico Mario mi interrompe, mi molla una gran pacca sulla spalla e fa:
«Ah… ho capito... Sì, ho capito.»
Sono quasi sicuro di no, infatti, mi fissa con uno sguardo d’invidia misto a compassione e dice ancora:
«Che culo!»
E se ne va, lasciandomi solo a riflettere sulla diversa concezione che ciascuno di noi ha della buona sorte.
Il pomeriggio invece, quando il tempo lo consente, mi concedo lunghe passeggiate per sgranchirmi le gambe, ma devo stare attento a non allontanarmi troppo e percorrere itinerari prestabiliti, perché l’ultima volta che sono uscito senza una meta precisa, mi sono trovato casualmente a camminare lungo il viale della circonvallazione esterna e di buon passo, incapace di decidere quando e se ritornare, in senso orario ho fatto il giro della città. Solo a tarda sera per la grande stanchezza, ripassando esausto davanti casa, mi sono lasciato andare con un ultimo sforzo dentro il portone.
Talvolta sono costretto dagli eventi a occuparmi di altre cose meno banali che leggere il giornale, sentire la musica e cambiare la sabbia ai canarini. Una di queste, senza dubbio la più terribile, quella che scambierei volentieri con una decina di punti di colesterolo, un raffreddore da fieno, o un leggero soffio al cuore, è fare la spesa della settimana con mia moglie Tina che, poverina, se sapesse guidare l’automobile mi eviterebbe volentieri anche questa angoscia, ma l’impossibilità di raggiungere a piedi un posto qualunque, dove fare una spesa normale, senza essere costretti ad accendere un mutuo, si vede costretta a farmi tirare fuori dal garage la “dormiente” Fiat Bravo.
«Caro Fredo, devi reagire a quest’apatia!» mi suggerisce spesso. «Cerca di fare qualcosa.»
«Per esempio?» le domando infastidito. Perché alla fine riesce sempre a insinuare nella mia testa confusa il pensiero che forse abbia ragione.
«Leggi!» mi dice, con il sorrisetto sulle labbra, quello che mi fa sempre imbestialire.
«Sempre meglio che giocare a tre sette.» sostiene convinta, «Meglio che stare seduti tutto il santo giorno sulla panchina dei giardinetti.» afferma ancora, «Leggi, leggi… vedrai che ti si aprirà la mente.»

Vorrei seguire il suo consiglio, ma mi capita di sostare a lungo davanti alla nostra libreria in salotto, incapace di allungare una mano su uno qualunque dei tanti libri che ancora non ho letto. Scorro il dorso dei libri torcendo il collo, con la speranza di trovarne uno che mi faccia venire il desiderio di prenderlo in mano e intanto non posso astenermi dal posare gli occhi su alcuni titoli che da soli mi mettono angoscia. Chi ha paura di Virginia Woolf? Per esempio. Ricordo solo vagamente di aver visto la commedia tanti anni or sono, ma non mi pare che l’argomento sia particolarmente indicato per una persona del mio stato mentale. 
Oppure: Per chi suona la campana? Duecento pagine per scoprirlo. Forse l’ho letto da giovane, non ricordo la fine, ma non si tratta certamente di una campana che suona a festa. 
E che dire di, Avere o essere? di Erich Fromm. Forse troppo impegnativo per le mie povere meningi.
Uno su tutti attira sempre la mia attenzione, ha la copertina rossa, è lì da tanto tempo e non oso chiedere chi nella nostra famiglia l’abbia letto.
L’autore? Lo ammetto, non lo conosco, ma il titolo è interessante, L’uomo: chi è?
Forse lui conosce la risposta ma è quel punto interrogativo che mi spaventa. Meglio il libro accanto, sembra più rassicurante; il titolo pare fatto apposta per me: Il mestiere di vivere.
D’accordo! Mi dico, Perché no. Potrebbe essermi d’aiuto.
Lo prendo e lo apro incautamente circa a metà, e improvvisamente mi sovviene il nome dell’autore, ma ormai è troppo tardi, i miei occhi si sono posati su una frase datata il diciannove ottobre:
Quando si soffre, si crede che di là del cerchio esista la felicità; quando non si soffre, si sa che questa non esiste, e si soffre allora di soffrire perché non si soffre nulla.

Mi sarei sparato! Lo giuro, e l’avrei fatto, se non mi fossi ricordato che anche l’autore di quel libro, aveva avuto la mia stessa infelice idea.










30 commenti:

  1. interessante l'idea di NON rivelare il titolo del libro e dell'autore, che evidenzia gli stessi per omissione, anzichè per enunciazione.
    Io però avrei preso un libro di Jerome K Jerome, per esempio...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Eh sì tanto si tanto si capiva benissimo lo stesso. Non c'era assolutamente bisogno di nominarlo. Ma chi, l'autore di Tre uomini in barca? Noooo, il tale di cui parlo, poverino, si sarebbe sparato per davvero. :-)

      Elimina
    2. descrizione (a memoria) del lavoro di uno dei tre: "George lavorava in banca, o meglio, si svegliava, andava in banca alle nove e là dormiva fino alle cinque, quando lo svegliavano e lo buttavano fuori".
      L'avesse letto si sarebbe fatto quattro risate e non si sarebbe depresso

      Elimina
    3. Ma lo sai che in passato ho tentato tante volte di leggerlo quel romanz? Devo averlo in casa da qualche parte, lo so è considerato un capolavoro nel suo genere, però non sono mai riuscito ad andare oltre le prime pagine? Forse ho visto qualcosa in cinema. Se è così come dici hai perfettamente ragione:-?

      Elimina
  2. Un personaggio "negativo", ritratto con arguzia e, direi, con una certa partecipazione emotiva (per una forma di pietas).
    Certo, difficile convivere con lui ma, da come lo rappresenti, penso non si renda conto che la vita non va sprecata.
    Quel vagare a lungo senza meta, che di per sé dovrebbe significare attenzione alla propria salute fisica, in questo caso mi pare sia solo un mezzo per non pensare, per non porsi domande.
    Una persona che probabilmente solo nel lavoro ha trovato motivo per sopravvivere.
    Cosicché i titoli dei libri, anziché suscitare curiosità, gli trasmettono solo angoscia.
    Un racconto misurato, che lascia il giudizio al lettore; un'ottima prova di scrittura.
    Per non darti però piena soddisfazione, ti sottopongo il probabile "pelo che ho trovato nell'uovo": credo che tressette sia unica parola :-))

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Essì, è vero, si scrive tressette ma a Milano si pronuncia Ciapanò! ;-))
      Il mio personaggio si è rassegnato presto alla sua condizione di pensionato, seppur incasinato. Adesso gioca a bocce da mattina a sera nei giorni pari, in quelli dispari va a pesca e nel fine settimana si concede ancora scoponi scientifici, salutari per la mente e non solo.;-)

      Elimina
    2. Piacevole come sempre leggere i tuoi racconti, si entra nella storia e sembra di conoscere personalmente i personaggi che rappresenti.
      Neppure mi sembra tanto poveretto il sciur Mario neh! in pratica fa quello che molti di noi ambirebbero fare.
      ciao e buona serata

      Elimina
    3. scusa, volevo dire Fredo potrebbe essere invidiabile da qualcuno.
      la solita pasticciona!

      Elimina
    4. Non ti preoccupare, si era capito benissimo.
      Quando ho letto che a leggere la mia "robba", si entra nella storia, mi sono detto, Ollamadonnaaaa non merito così tanta considerazione. Poi ho capito, tardi, ma ci sono arrivato. Per un momento mi ero illuso di... "passare alla storia"
      Che la sumiglia, ma l'è tuta un'altra roba... grassie!

      Elimina
  3. Negativo?
    Per nulla, la sua situazione è nella media nazionale, ora i giovani si danno da fare per non andare con la testa nel sacco a fare i pensionati.
    Fredo è vissuto per il lavoro, magari fosse stato il grande George di Jerome K Jerome, si trova all'improvviso inutile e solo buono a dar fastidio a quella donna, che continua a essere la regina indiscussa della casa e per non essere detronizzata fa la voce forte, e credo sia difficile convincere un uomo alla lettura, se quest'ultimo nella sua lunga vita ha dato un'occhiata solo ai titoli dei giornali.
    Un esodato di mia conoscenza, l'hanno messo a fare i lavori utili...non scherzo.
    Un buon racconto, e giusto per i tempi che corrono, io non consiglierei un libro di Pavese, un uomo depresso e deluso.
    Ha ragione Rubrus "Tre uomini in barca" e in edizione decente, non la bur con i caratterini da binocolo, e si farebbe delle grasse risate, non scherzo.
    Una bella lettura

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Quando non l'ho concepito non volevo essere troppo critico nei confronti del protagonista, e nello stesso tempo, nemmeno volevo farne un martire. Come al solito sono più bravo a porre il problema che a trovare soluzioni. Grazie Elisa per l'analisi oculata.
      Ciao

      Elimina
  4. ahaha...sei fantastico! Ma lo hai cambiato? Boh, me lo ricordavo diverso, forse nel finale....comunque, la verità, mi hai fatto ricordare mio padre; fino all'ultimo, io e lui abbiamo sempre scherzato sulla morte e ha lasciato un testamento esilarante, degno del grande Tognazzi. L'ironia salverà il mondo o perlomeno, noi stessi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Massììì... in mancanza di idee nuove riciclo vecchi racconti modificandoli e adattandoli alle nuove tendenze. Questo passa il convento per il momento.
      Quando comprai, tanti anni fa, una libreria, improvvisamente smisi di leggere. Non sapevo dove sbattere la testa.
      E' così che ho preso la brutta abitudine di leggere solo la prefazione e i primi capitoli. Adesso che ho un blog, non trovo più il tempo di scrivere, ma ti rendi conto che sfiga?

      Elimina
    2. questa tua asserzione mi ha fatto venire in mente il bibliotecario nell'"Uomo senza Qualità di Musil. Vedi un po' che dice: "Signor generale, - dice, - lei vuole sapere come faccio a conoscere questi libri uno per uno? Ebbene, glielo posso dire: perché non li ho mai letti!...Il segreto di tutti i bravi bibliotecari è di non leggere mai, dei libri a loro affidati, se non il titolo e l'indice. - Chi si impaccia del resto, è perduto come bibliotecario! - m'istruisce. - Non potrà mai vedere tutto l'insieme! Gli chiedo senza fiato: Dunque lei non legge mai nessuno di questi libri? - Mai, tranne i cataloghi...Mi propone di condurmi nella stanza del catalogo e di lasciarmi solo, quantunque veramente sia proibito perché dev'essere usata solo dai bibliotecari. Dunque eccomi proprio nel sancta sanctorum della biblioteca. Posso dirti che mi pareva di essere entrato nell'interno di un cervello; tutt'intorno nient'altro che scaffali con le loro celle di libri, e dappertutto scalette per arrampicarsi, e sui leggii e sulle tavole mucchi di cataloghi e di bibliografie, insomma tutto il succo della scienza e nemmeno un vero libro da leggere, ma soltanto libri su libri.

      Elimina
    3. Bella citazione e ottimo esempio. Se fai il bibliotecario, e in ogni caso hai a che fare con i libri è inevitabile che tu li riconosca anche solo per la copertina. Se mentalmente sfoglio i cataloghi delle collane più importanti (Garzanti- Oscar Mondadori - Einaudi Adelphi) rivedo libri che non ho mai letto, ma che ancora oggi ritroverei sullo scaffale senza nessuna difficoltà. Era diventato automatico per me leggere la quarta di copertina, la prefazione,e quante volte sbirciare soltanto la fine, le ultime pagine dei libri nuovi. E' proprio così che avviene. Comunque, cambiando discorso, non importa il numero dei libri che leggi, ma cosa leggi.
      Oggi è considerato un forte lettore colui che legge un libro a settimana, e poi magari scopri che legge solo Armony ;-)

      Elimina
    4. Con tutto il rispetto per Armony, e per il genere rosa, per carità!

      Elimina
  5. non è certo di quei racconti "buonisti", anzi è tutto quanto permeato di una sottile ferocia che ha il suo naturale epilogo - dico naturale solo ora, in realtà non me l'aspettavo in quella direzione - nell'irridente finale.
    Molto bene Franco, roba buona da leggere, questa.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Per carità, i racconti che prendono spunto da situazioni sociali critiche, in genere sono pallosi e dopo esami sommari, portano quasi sempre a facili e comode sentenze. Molto meglio la satira che la morale. I falsi pietismi sono la peggior cosa... brr. meglio una sana incazzatura, ancor meglio l'ironia. Grazie

      Elimina
  6. Serenella Tozzi25 marzo 2013 21:45

    Pure io avevo già letto nella tua raccolta questo racconto, che ora rivivo di nuova lettura.
    E' un po' malinconico, anche se possiede una sottile vena umoristica o, meglio, una vena sarcastica.
    Un gran bel racconto, proprio per questa sua peculiarità di fondo. In certe situazioni, meglio usare il sarcasmo verso la vita e le sue difficoltà, visto che lei usa lo stesso metro con noi.
    Peccato che a Fredo invece che "Il mestiere di vivere" non gli fosse capitato in mano di Pavese "Ciau Masino, un testo di inaspettata freschezza e allegria. Ma forse gli avrebbe messo ancora più tristezza visto che "Il mestiere di vivere" Pavese lo ha iniziato dopo, terminandolo a pochi giorni dal suo suicidio.
    "Tre uomini in barca" l'ho letto che avevo 19 anni e mi ero molto divertita e avevo apprezzato moltissimo quella sottile ironia tutta inglese, però una persona fa un cammino nella vita e cambia: infatti, pochi anni fa, anche avendolo iniziato non ero andata avanti nella lettura.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciau Masino? E pensare che credevo di aver letto quasi tutto di Pavese. Oddio, Pavese ridanciano e per giunto quando già meditava il suicidio non me lo immagino, ma quando uno è bravo può scrivere qualunque cosa. Mi interessa.
      Sono d'accordo con te, malinconia venata da ironia, giusto per fare i soliti piagnoni.
      Ciao

      Elimina
    2. Mi correggo, per NON piangersi addosso.

      Elimina
    3. Serenella Tozzi25 marzo 2013 22:59

      Ah, volevo ben dire. :-)
      "Ciau Masino" sono racconti che ha scritto fra il 1931 e il 1932 ed è stato "un tentativo", come lo ha definito Pavese, accolto non molto bene.

      Elimina
  7. Ciao Franco,
    bel racconto! Calzante con la situazione attuale, come calzanti sono i titoli dei libri citati (e certo non a caso).

    RispondiElimina
    Risposte
    1. I titoli da me scelti avevano tutti il punto interrogativo in comune. A testimonianza dello stato di confusione mentale di Fredo. Danke.

      Elimina
  8. Mi piace la tua scrittura e lo sai, questo racconto,poco poco, assomiglia a una persona che conosco, da poco in pensione.
    Il tuo personaggio ha qualcosa di negativo che sicuramente andrà a migliorare, basta che tu gli dica di stare più vicino al suo amico, Mario.
    E' un peccato che tu in questo periodo scrivi poco, perchè leggerti è un vero piacere.
    Ciao
    Lucia

    RispondiElimina
  9. Ma chi? A quello sciagurato di Mario ti riferisci? E chi lo vede più quello... chi sà cosa gli passa per la capa :-)
    Comunque io sono geloso, perchè tu sei passata di qua nella speranza di incontrare Mario... eh lo so! E invece ti è andata male, perchè hai trovato che piagnone di frame... Ben ti sta!.
    Grazie lo stesso, se lo vedo te lo saluto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E pensare che quando ho sentito per la prima volta la parola < esodato > dai media son dovuto ricorrere all'etimologia, perchè il sostantivo/participio non voleva proprio uscire dal vocabolario.
      < Eso > poi mi tornava nel doppio significato di < dentro > e di < fuori >, con conseguente personale crisi isterico-intellettuale.
      Col tempo le cose si sono aggiustate ed ora posso brindare al neologismo.
      Il nostro esodato qui descritto è un tipico esempio di schizofrenia bilaterale: scendendo dal letto, è meglio appoggiare prima il piede sinistro o quello destro?
      Comunque una volta il collocato a riposo moriva in poco tempo, con grande soddisfazione dell'Inps e dei congiunti affamati di eredità.
      Oggi invece insiste a respirare, si cura, fa finta di disperarsi ma resiste oltre misura.
      Narrativa, questa in lettura, garbata, leggera quel tanto che basta, scorrevole.
      E in verità alla fine la sensazione sgradevole che tutto quanto detto sia la fotografia dei nostri tempi...
      Pavese e l'esodato: un'accoppiata vincente!
      Siddharta

      Elimina
    2. Grazie Sidd del passaggio: Condivido l'interpretazione che hai dato al racconto. Lusinghiero il giudizio.

      Elimina
  10. Io appartengo alla disgraziata categoria degli illusi, quelli che una volta venivano definiti - ottimisti -
    Insomma vedo il bicchiere sempre mezzo pieno. Trovo il protagonista non simpatico. Di più! Magari gli uomini che restano a casa dal lavoro da pensionati, esodati o altro fossero così!
    Bravo, bravo, bravo. Niente mi piace di più al mondo di qualcosa che mi diverta, e tu, credimi, oltre a cavartela benissimo per capacità descrittive e narrative, sei
    s i m p a t i c i s s i m o.
    Mi sembra scontato dirti - a presto - ma per scaramanzia meglio dirlo

    RispondiElimina
  11. L'ottimista non è altro che un pessimista paludato...
    In attesa di leggerti ( curiosità: eri o sei del CdP?: il tuo nome non mi torna nuovo ).
    Felice/mente, Siddharta

    RispondiElimina