venerdì 22 marzo 2013

...in soffitta... racconti in soffitta... racconti


Per questa volta no
di
Fredric Brown

22/03/2013
etichetta: racconti in soffitta - narrativa - autori famosi





Fredric Brown (Cincinnati, 29 ottobre 1906 - Tucson, 11 marzo 1972) è stato uno scrittore statunitense di fantascienza e di gialli, noto soprattutto per la sua capacità di scrivere racconti brevi con una vena umoristica ed evocativa.
Il suo primo racconto di fantascienza, Not Yet the End (Non è ancora finita - Per questa volta no) venne pubblicata in Capitan Future del 1941. Molti dei racconti che seguirono erano brevi, praticamente scherzi estesi piuttosto che racconti veri e propri, ma scritti con uno stile che affascinava e con una rara capacità di sintesi. Spesso il tono leggero era un pretesto per mettere in ridicolo i pregiudizi su temi drammatici come la guerra e la corsa agli armamenti. Uno dei suoi racconti più famosi in assoluto è probabilmente Sentinella.
Portò questo umorismo anche nei suoi romanzi. Il suo romanzo di fantascienza Assurdo universo (1949) gioca con gli stereotipi convenzionali del genere, gettando l'editore di una rivista pulp in un mondo parallelo basato non sulle storie che pubblica, ma piuttosto su quello che il redattore pensa che immagini il tipico appassionato di queste storie. Similmente Marziani andate a casa! (1955) osserva un'invasione marziana attraverso gli occhi di un autore di fantascienza.
Uno dei suoi racconti più famosi, Arena, venne usato come base per l'episodio omonimo di Star Trek.



Per questa volta no

All’interno del cubo metallico, la luce aveva una sinistra sfumatura che conferiva un colorito vagamente verdastro al biancore malsano della pelle della creatura seduta sui comandi.
Nel bel mezzo della testa, c’era un unico occhio sfaccettato che osservava senza ammiccare i sette quadranti. Da quando erano partiti da Xandor, mai una volta quell’occhio si era distratto dall’osservazione dei quadranti. Il sonno era sconosciuto alla razza a cui Kar-388Y apparteneva, e così pure la pietà. Sarebbe bastato un solo sguardo ai lineamenti affilati e crudeli che facevano cornice all’occhio sfaccettato per dissipare qualsiasi dubbio in proposito.
Gli indicatori del quarto e settimo quadrante si immobilizzarono: questo significava che il cubo si era fermato nello spazio immediatamente circostante il proprio obiettivo. Kar allungò il braccio superiore destro e premette il pulsante dello stabilizzatore, poi si alzò per sgranchirsi i muscoli indolenziti.
Kar si volse verso il proprio compagno di viaggio, un essere uguale a lui – Ci siamo – disse, - La nostra prima tappa, la stella Z-5689. Ha nove pianeti, ma solo il terzo è abitabile. Speriamo di trovare su di esso delle creature adatte a diventare dei buoni schiavi per Xandor.
Lal-16B che durante il viaggio era rimasto seduto, rigidamente immobile, si alzò e a sua volta cominciò a sgranchirsi. – Speriamo di sì, così potremmo tornare a Xandor a goderci gloria e onori mentre la flotta viene a rastrellarli. Non contiamoci troppo, comunque: aver fortuna alla prima tappa sarebbe un miracolo. Probabilmente dovremo cercare in mille altri posti.
Kar si strinse nelle spalle. – E allora vorrà dire che cercheremo in mille altri posti. Con i Lounac in via d’estinzione, dobbiamo trovare al più presto degli schiavi, se non vogliamo chiudere le miniere e assistere alla fine della nostra razza.
Tornò a sedersi ai controlli, e premendo un pulsante attivò una videopiastra che avrebbe mostrato loro il panorama sottostante.
- Siamo sulla parte in ombra del terzo pianeta – disse – Sotto di noi c’è uno strato nuvoloso. Passerò ai comandi manuali.
Cominciò a premere dei pulsanti, e alcuni minuti dopo disse: - Lal, guarda la videopiastra. Ci sono delle luci poste a intervalli regolari… è una città! Questo pianeta è abitato!
Lal aveva preso posto davanti al secondo pannello, quello del controllo delle armi, e stava esaminandone a propria volta i quadranti. – Non abbiamo niente da temere, la città non è difesa nemmeno dal più rozzo campo di forza. Le cognizioni scientifiche di questa razza devono essere elementari. In caso d’attacco potremmo spazzar via l’intera città con una sola scarica
Bene disse – disse Kar – ma lascia che ti ricordi che la distruzione non rientra nei nostri compiti… non ancora, almeno. Ci servono degli esemplari. Se si dimostreranno. Se si dimostreranno adatti e se la flotta verrà a catturare le migliaia di schiavi di cui abbiamo bisogno, avremo tutto il tempo di distruggere non solo la città, ma l’intero pianeta. In questo modo la loro civiltà non potrà mai più evolversi al punto di essere in grado di organizzare una spedizione di rappresaglia contro di noi.
Lal regolò una manopola. – Bene. Non appena avrò acceso il megacampo, saremo invisibili ai loro occhi, a meno che non siano in grado di vedere anche nella fascia dell’ultravioletto. Ma a giudicare dallo spettro del loro sole, dubito che ne siano capaci.
A mano a mano che il cubo scendeva, la luce all’interno di esso passò dal verde al viola per poi spostarsi fino ai limiti dello spettro. Il cubo si posò dolcemente. Kar azionò il meccanismo di apertura dei portelli stagni.
Uscì subito seguito da Lal. – Guarda – disse Kar – due bipedi! Due braccia, due occhi… un po’ più piccoli dei Lounac, ma non molto diversi. Ecco i nostri esemplari! Alzò il braccio inferiore sinistro, nelle tre dita della mano stringeva un sottile cilindro ricoperto da un avvolgimento. Lo puntò sulla prima creatura, poi sulla seconda. Nulla di visibile emanò dall’estremità del cilindro, ma entrambe le creature s’immobilizzarono all’istante, come statue.
Non sono pesanti, Kar – disse Lal. – Tu prendine uno, io porterò a bordo il secondo. Potremo esaminarli più comodamente nel cubo, dopo saremo tornati nello spazio.
Kar si guardò intorno nella fioca luce del crepuscolo. – Va bene, credo che due bastino, e poi sono un maschio e una femmina. Andiamo.
Un minuto dopo, il cubo decollò. Non appena si furono allontanati dall’atmosfera, Kar premette il pulsante dello stabilizzatore e raggiunse Lal, che già durante le brevi fasi del decollo aveva iniziato a esaminare gli esemplari.
Vivipari – disse Lal. – Pentadattili, con mani adatte a lavori abbastanza complessi. Ma adesso passiamo al test più importante, quello dell’intelligenza.
Kar prese le cuffie gemelle e ne diede un paio a Lal, che si mise in testa la prima cuffia e pose poi la seconda sul capo di uno degli esemplari. Karl fece lo stesso con il secondo esemplare.
Dopo alcuni minuti, Kar e Lal si guardarono sconfortati.
Di sette punti inferiori al minimo – disse Kar. – Non si potrebbe far imparare loro neppure il più semplice dei lavori delle miniere. Sono incapaci di afferrare anche le più semplici istruzioni. Be’, li doneremo al museo di Xandor.
Devo distruggere il pianeta?
No - disse Kar. – Forse tra un milione di anni si saranno evoluti quanto basta a servire alle nostre esigenze… ammesso che tra un milione di anni la nostra razza esisterà ancora. Puntiamo su un altro sistema solare.
Il vicedirettore del “Milwaukee Star” stava decidendo la chiusura della pagine locale in sala composizione. Jenkins, il compositore capo, stava finendo di allineare i caratteri della penultima colonna.
In ottava colonna c’è posto per un altro pezzo, Pete – disse.
Ci possiamo infilare trentasei righe in corpo dodici, più o meno. Ci sono avanzati due pezzi che possono andar bene. Quale vuoi che usi?
Il vicedirettore degnò di uno sguardo le bozze posate accanto al telaio. Forte della propria esperienza, gli bastò un’occhiata per decifrare i due titoli capovolti. – Il pezzo sul convegno e il pezzo sullo zoo, eh? Ma sì, passa il pezzo sul convegno. A chi vuoi che importi se l’altra sera due scimmie sono scappate dallo zoo?

7 commenti:

  1. Sono tutti belli i racconti di Brown, soprattutto brevi.
    E poi, spesso con una fine ironica.
    E normale capire subito lo scambio di elemento, te lo chiedi leggendolo.

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    1. In effetti questo l'ho pescato dal libro consigliato da Rubrus, cosmolinea B1, ma c'è una raccolta di racconti brevissimi che non mai letto.
      Il racconto si trova anche in rete, e pertanto non mi sono fatto scrupolo di pubblicarlo,(me ne sono accorto troppo tardi, dopo averlo copiato, sich sich... prima o poi mi metteranno in gattabuia per frode contro il copyright :-) Dopo settata e passa anni ancora coperto dai diritti? Ma che palle...

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  2. Serenella Tozzi22 marzo 2013 11:24

    Un bellissimo scampolo di bravura.
    Mi piace la sua ironia.

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    1. Sono contento ti sia piaciuto, all'ultimo momento ho cambiato idea. Buzzati lo metteremo un'altra volta. :-)

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  3. Direi che non si deve trascurare il fatto che questo racconto è degli anni '40 sicchè se, da un lato, non è lecito parlare di ingenuità, dall'altro lato è notabile che Brown ha scritto questi racconti prima di altri.
    In gran parte della sua produzione è centrale la separazione tra realtà e apparenza/materia (molti alieni sono intelligenti, ma hanno un aspetto del tutto inusitato; per esempio sono microbi, hanno l'aspetto di animali etc) , tra intelligenza e tecnologia (questi alieni sono tecnologici, ma un po' stupidi),tra intelligenza e coscienza (in non pochi racconti di Brown tratti di coscienza umana si trovano in esseri che di umano non hanno nulla).
    Come a scardinare, che poi è l'altro aspetto tipico di tanta fantascienza, il rapporto tra uomo e mondo, rovesciando l'antropocentrismo.

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    1. Una precisazione sulla datazione del racconto che andava fatta, altrimenti non si apprezza come merita. Oggi sembra perfino ingenuo, ma è stata questa freschezza che perdura nel tempo a farmelo apprezzare ancora di più.

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  4. Perché non ricordare che lo scrittore famoso per i suoi racconti di fantascienza era anche un ottimo giallista?
    Due titoli che credo di avere ancora:
    Il visitatore che non c'era
    Grido mortale.
    Da leggere, ovviamente a chi piace il genere, e con l'occasione invito gli altri ad affrontare una lettura facile facile.

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