lunedì 11 marzo 2013

Javier Cercas - racconti d'autore



La teoria della mancia
di
Javier Cercas

11/03/2013
etichetta: Racconti AA.VV.

Javier Cercas
Narratore, saggista, giornalista, Javier Cercas è uno degli autori più originali ed apprezzati nel panorama della letteratura spagnola contemporanea.
La prima fase della sua produzione è di impronta postmoderna, contrassegnata com’è dal gioco metaletterario e dal gusto del grottesco e del paradosso.
Il romanzo “Soldati di Salamina” inaugura una nuova fase, in cui è centrale l’indagine sul rapporto storia/invenzione nei processi di costruzione della memoria collettiva. “Soldati di Salamina” affronta, al di fuori di ogni schema ideologico, il grande nodo irrisolto di una generazione: la guerra civile. Un’ignota vicenda del momento finale di essa diviene occasione per riflettere sull’impatto esercitato sugli
individui dalla storia collettiva e, insieme, sulla possibilità di far salva la dignità umana malgrado la violenza dei tempi.
Anche nelle opere successive Cercas indaga nel passato, mirando a far emergere quanto di oscuro si nasconde in un evento storico o nell’esperienza di chi lo ha vissuto. La riflessione sulla storia, cui è sottesa quella sulla responsabilità etica della letteratura, si accompagna a modalità narrative inedite e ad uno stile accattivante: un mix che è valso a Cercas il consenso sia del vasto pubblico sia della più autorevole critica nazionale ed estera.
http://dedicafestival.it/Programma2013




Come ogni mattina, mi alzo esultante e, dopo che mio figlio ha finito di guardare alla tele l’episodio di Doraemon («Siamo i bambini della terra,/tutti insieme costruiamo una città di meraviglie e felicità»), lo infilo in macchina per accompagnarlo a scuola.
Per la quinta volta nelle ultime due settimane, la macchina non parte, però, dato che sono un ottimista incurabile, invece di mettermi a piangere sullo sterzo, chiamo un taxi. Nel taxi suona una canzone di Simon e Garfunkel che non ascoltavo da vent’anni e che parla della solitudine di un pugile mezzo suonato che si trascina il suo fallimento nell’inverno di una città estranea. Lascio mio figlio a scuola e vado a lavorare.
Entrando in aula, ho già deciso che, siccome è quasi Natale, parlerò di un articolo di M.J.de Larra che sarcasticamente -  perché vi si racconta una notte atroce – s’intitola La vigilia di Natale del 1836, un articolo tristissimo che le père à nous tous scrisse appena due mesi prima di farsi saltare le cervella con un colpo di pistola, e in cui si diagnostica la malattia che lo rende ebbro di desiderio e d’impotenza: l’ottimismo; vale a dire; l’assurda e incurabile speranza che non ci troviamo su questa terra per essere sfortunati.
Mentre continuo a parlare dell’articolo, noto che nell’aula si è prodotto un casino favoloso (un gruppo di ragazzi ha montato una bisca; un’anziana signora ha tirato fuori da un nècessaire un set di uncinetti; un gruppo di ragazze discute a squarciagola degli incanti di Brad Pitt), ma decido di continuare con Larra, più che altro perché ho appena scoperto in prima fila la mia unica ascoltatrice, una ragazza bellissima che ascolta le mie spiegazioni con lo sguardo meravigliato. Finalmente finisce la lezione. «È incredibile», sento sospirare in corridoio. «È stata la lezione più noiosa della mia vita». Allora mi giro e riconosco la ragazza meravigliata e bellissima della prima fila.
Vado a pranzo. Al ristorante incontro il filosofo J. M. R. Simòn, che ha appena pubblicato un libro su Ramon Llull. Dato che è una persona educata, mento, ma a metà pranzo crollo e, invece di mettermi a piangere sui maccheroni, gli parlo della mia macchina e di Larra e di Brad Pitt e dell’incurabile malattia dell’ottimismo. Allora, per darmi ragione, o per consolarmi, R. Simòn mi chiede se conosco la teoria della mancia. Meravigliato che all’epoca di Llull esistessero già le mance, gli dico di no.
«La teoria non è di Llull, che era ottimista, mi corregge, bensì di Joseph Pla». Secondo la teoria, in questa vita tutto ciò che non è una catastrofe è una mancia. Giriamo la chiave e la macchina parte: mancia. L’ottimista crede che ci troviamo qui per essere felici: il pessimista, che ci troviamo qui per evitare tutte le catastrofi possibili e per guadagnarci tutte le possibili mance. Perciò il pessimista vive contento e tranquillo, l’ottimista, inquieto e dannato.
Dice Chesterton che esistono due tipi di persone: quelle che dividono le persone in due tipi e le altre. Mentre vado a prendere mio figlio a scuola, mi intrattengo dividendo la gente in ottimisti e pessimisti.
Ambrose Bierce, per esempio, era più ottimista di Larra e di Llull, ma non più di Doraemon e per questo ha dato la seguente definizione della parola «anno»: «Periodo di trecentosessantacinque delusioni». Invece Ricardo reis, che sospetto fosse più pessimista di Ruiz Simòn, ma non di Pla, scrisse: «Se non ti aspetti nulla, quanto ti riserva la giornata, per poco che sia, sarà molto».
Prendo mio figlio a scuola e quando arriviamo a casa gli annuncio che non vedrà mai più nella vita nemmeno un episodio di Doraemon, quel malato di ottimismo. Per risarcirmi delle ingiurie della giornata, la sera, dato che siamo quasi a Natale, sono sul punto di mettere nel videoregistratore La vita è meravigliosa, che è il film più ottimista del più ottimista dei registi hollywoodiani, ma mi correggo in tempo e metto un film di Huston ch sarcasticamente – perché vi si parla di una città atroce – s’intitola Fat City, che si potrebbe tradurre con «Ma che città!» o ancora meglio con «Una città di meraviglie e di felicità», e mentre guardo quel tristissimo film di pugili mi ricordo di Simon e Garfunkel e anche di Larra, che visse in fretta e morì giovane e lasciò un bel cadavere, e mi dico che Huston ha ragione, che tutti noi, che viviamo con esasperante lentezza e sicuramente moriremo vecchi e lasceremo un cadavere puzzolente, finiremo come la coppia di pugili del suo film, falliti e soli e mezzo suonati in una città atroce, orinando sangue prima di salire sul ring, ebbri di desiderio e di impotenza, combattendo a morte con la nostra stessa ombra in uno stadio vuoto.
E tutto il resto è mancia.

18 commenti:

  1. Gianni! L’ottimismo è il profumo della vita.
    Tonino Guerra, giuro che ho pensato a lui quando ho letto questo racconto.
    Numerose sarebbero le considerazioni da fare sul tema proposto da questo autore spagnolo, me ne rendo conto, ma mi vengono in mente solo cose banali, frasi fatte, modi di dire, proverbi del tipo chi si accontenta gode, tanto per fare un esempio e senza scomodare gli apostoli e il vangelo. In ogni caso il racconto mi è piaciuto per il taglio fresco, spigliato e moderno.
    Colgo l’occasione per ricordare che Javier Cercas è il protagonista di “Dedica” in svolgimento a Pordenone dal 9/23 marzo
    “La scrittura come ricerca di verità”: sarà questo il filo conduttore di questa edizione dedicata a un autore che il successo internazionale ha consacrato come uno dei più importanti romanzieri europei di oggi

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  2. Serenella Tozzi11 marzo 2013 19:13

    Che non si possa sfuggire al proprio destino è stato detto e ripetuto e ne è stata fatta disquisizione filosofica da troppi.
    Comunque l'idea leibniziana di vivere nel migliore dei mondi possibili è da preferire al pessimismo: meglio essere un Candido che un Padron 'Ntoni.
    Un racconto ben condotto e divertente con i suoi paradossi.
    Trovo giusto definirlo di taglio spigliato e moderno.

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  3. Troppi nomi che non conosco. Troppo triste per me che sono già alla frutta.
    Nulla di nuovo. Una giornata fra i banchi di scuola tipica dei nostri giorni e nulla di più. Non è il solo a essere disilluso. Anche per me il resto è mancia.

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    1. Leggi le avventure di Rin-tin-tin, è meglio. Troppo difficile vero?
      Max

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    2. Hai ragione, non sapevo che c'era il libro di Rin -tin-tin, ricordavo solo dei telefilm in bianco e nero, grazie per la dritta.

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  4. no no...questo raccontino no...

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    1. Spiegati per cortesia...

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    2. Beh?
      Non è un capolavoro, siamo d'accordo tutti, ma non lo trovo così scarso da scandalizzarsi. Per me era interessante il concetto della mancia, il discorso sull'ottimismo. E che sarà mai..
      Sapete piuttosto una cosa? Ho la spiacevole sensazione che tutti si diventi ipercritici quando da esaminare sono opere di autori affermati. C'è un gusto particolare a criticare i cosiddetti scrittori celebrati. Eh sì è vero c'è più gusto.;-)
      Va be'...

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    3. Oh Patti, nn c'hai capito na sega, vero? Leggi Capuccetto rosso, l'è meglio pettè.
      Max

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    4. Bello, è arrivato Max il segaiolo...

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  5. il gusto ê il medesimo. solo che nn corri il rischio che poi ti vengano a rompere le palle per ore come usano certuni

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    1. ahh ahh sì è vero. Sotto questo aspetto hai perfettamente ragione Almeno questi non verranno mai a chiedere spiegazioni, sono come i fantasmi, si può dire finalmente ciò che anche senza usare metafore o giri di parole, mentre quelli a cui tu fai riferimento si attaccano come le piattole. ahhahaha

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  6. Quando leggo racconti scritti così bene, che sottotraccia emanano un lieve profumo d'ironia, sorge la convinzione che sia meglio la smetta di consumare inutilmente la penna (o la tastiera del pc, se preferite).
    Poi, per la gioia mia (ma non degli altri, lo so), m'intestardisco nel continuare, augurandomi che nemmeno i posteri emettano la fatidica sentenza.

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  7. La madre dei troll è sempre incinta a quanto vedo...

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  8. L'ottimista crede di vivere nel migliore dei mondi possibili, il pessimista ne è certo (Robert Oppenheimer)

    Il pessimista è un ottimista bene informato.

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  9. quello della bomba atomica ?

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  10. Non lo escludo, anche se attribuire la paternità delle citazioni non è sempre semplice.

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  11. Si, Ruburs quella sulla paternità delle citazioni è un capitolo a parte, decisamente...:-)

    Certo è che Oppenheimer fu il più finto ottimista di tutto il secolo. Non avrebbe mai pensato che avrebbero usato il bomba H per fini omicidi... Credo comunque che fu un finto ottimista. In realtà non gliele fregava niente.

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