giovedì 7 marzo 2013

OhBook n°01 - LAURA - romanzo breve - Serenella Tozzi - 1° edizione



Laura

di

Serenella Tozzi

07/03/2013
Etichetta : OhBook - romanzo breve - narrativa - Serenella Tozzi - 1° edizione






LAURA



Era una notte buia e tempestosa...



Era una notte buia e tempestosa, eham!... Il lampadario dondolava e la casa tremava.
- Oddio! Il terremoto! -
Laura si svegliò: - Un incubo, per fortuna - si disse mentre saltava giù dal divano sul quale si era appisolata.
Si preparò la solita minestrina col dado.
-No, così non può continuare, bisogna che mi inventi qualcosa. Amsterdam! Sì, Amsterdam andrebbe bene - si disse decisa.
Partì con l'autostop.
Arrivò fino a Grosseto. Pioveva.
Si rifugiò sotto un ponte. Fu raggiunta da un cane inzuppato fino al midollo.
- Non ti scrollare, se no ti uccido - gli proferì fredda.
Il cane non la degnò di un'occhiata, però, quando lei si allontanò, la seguì.
- See, dove credi di andare? Figuriamoci se si ferma qualcuno con te vicino, vattene! - lo apostrofò.
Fu allora che il furgone bianco frenò.
- Salite, non vedete che piove - fece l'uomo alla guida.
Laura salì cercando di richiudere la porta.
- Che fai, lo lasci lì? Io mi sono fermato per lui, mi faceva pena - la redarguì Leone. Così si chiamava. Lo disse dopo, quando si presentarono.
- Lui si chiama Fido - disse Laura inventandoselo lì per lì. - Andiamo ad Amsterdam - concluse.
- Siete fortunati, io arrivo al confine con la Francia - ribatté Leone.
- Amsterdam, arrrivo! - esultò fra sé la ragazza.
Leone, un lungagnone con la barba incolta e un vistoso tatuaggio sul collo, guidava con il volante sullo stomaco e non staccava gli occhi dalla strada. Le spazzole del tergicristallo, impazzite e al massimo della velocità, disegnavano sul vetro semicerchi perfetti che la pioggia battente subito cancellava.
‒ Perché mai mi sono fermato? ‒ si domandò, dopo qualche chilometro in cui nessuno dei due aveva aperto bocca, e annusando l’aria pesante dentro la cabina del suo furgone.
‒ Sì, è vero ‒ disse Laura, come se gli avesse letto nel pensiero, ‒ I cani puzzano terribilmente quando piove. Questo poi…
‒ Non è tuo questo cane, vero?
‒ Come l’hai capito? ‒ fece Laura lanciando un’occhiata sul sedile posteriore, dove il cane si era arrotolato.
‒ Non l’hai degnato di uno sguardo da quando sei salita. E poi, Fido… Ma dai, non c’è più nessuno che chiama così il proprio cane.
‒ È vero, non è mio ‒ ammise candidamente Laura. ‒ Nemmeno tu ti sei fermato soltanto per il cane, vero? ‒ aggiunse, senza riflettere. Col fiato sospeso attese la risposta.
‒ Non mi piace viaggiare solo. ‒ fece Leone, alzando le spalle e lasciando cadere gli occhi sulla sua maglietta bagnata.
‒ Se non la togli, prenderai un raffreddore. Non ne hai un’altra in quello zaino? Dai, non ti guardo mentre la togli.
Laura aprì con un gesto rapido la borsa da viaggio che teneva stretta tra le gambe e altrettanto velocemente estrasse un pullover di cotone e un asciugamano. Si strofinò i capelli fradici di pioggia a lungo. Rabbrividì al pensiero di spogliarsi davanti a uomo che non conosceva. Doveva decidersi e in fretta, non poteva restare a lungo con la maglietta bagnata che le aderiva al seno come una seconda pelle. Laura aspettò che il furgone imboccasse una galleria e con ostentata calma si tolse la maglietta bagnata. S’infilò il pullover verde e subito si sentì meglio. Forse Leone non l’aveva vista nuda in piena luce, ma l’incertezza le procurava una strana eccitazione. Intanto fuori aveva quasi smesso di piovere, il cane di tremare e il furgone filava veloce verso la frontiera.
‒ Ti da fastidio se fumo? ‒ domandò, estraendo dallo zaino un pacchetto di Marlboro.
Lui scosse la testa senza distogliere lo sguardo dalla strada e lei ebbe tutto il tempo di guardare la testa del serpente che faceva capolino dal colletto della sua camicia. Era quella di un cobra e la lingua biforcuta, finiva proprio dietro l’orecchio.
Leone invece, nonostante l’aspetto poco rassicurante, non l’aveva degnata neanche di uno sguardo. Neppure una sbirciatina... grrrrr… Ripensandoci bene, forse si sentiva un poco offesa per l‘indifferenza di quello strano tipo.
Solo dopo aver sistemato la borsa sul sedile posteriore, si sentì domandare:
- Ma cosa ci vai a fare in Olanda, me lo puoi dire? -
Laura, ebbe un attimo di esitazione:
- Non so più come fare, non posso più andare avanti qui, non ho un soldo -
Leone trattenne una risata.
- E pensi che in Olanda diventerai ricca? Conosci almeno l'olandese? -
- No, però conosco bene l'inglese -
- Pensi che basti? - continuo lui.
- Bè, ho pensato che se dovesse andarmi male potrei sempre tornare con un po' di droga da rivendere in Italia, qui la pagano molto bene - rispose piccata Laura.
Leone ebbe un sobbalzo. La guardò scuotendo il capo e con un sogghigno aggiunse:
- Benedetta ragazza! Ma pensi che il mondo della droga sia una cosetta così... un semplice affare commerciale come vendere matite? -
La ragazza non rispose, si chiuse nei suoi pensieri: l'espressione sempre più risoluta.
Leone la osservava attraverso il riflesso del parabrezza, e anche la sua espressione si fece seria. Molto seria. Chissà quali immagini gli stavano tornando alla memoria.
Memorie che da innumerevole tempo erano state scacciate...
Le fessure degli occhi gli si fecero sottili: la perquisizione delle forze dell'ordine all'improvviso nella notte; la casa, la sua splendida casa, messa sottosopra senza riguardo; e sì, che riguardo potevano avere verso un individuo sospettato di spaccio e truffa.
Tutta colpa di quell'inane invidioso, di quel piccolo lurido verme che... Leone si fermò di colpo al limite del pensiero.
No, non poteva ricadere nell'ira, nella rabbia. In quella rabbia che troppe volte, prima, non aveva saputo frenare.
Ne era scappato, era stato abbastanza furbo da non lasciare tracce.
E ora...
- Senti - esordì dopo un silenzio lungo alcuni chilometri - fra poco dovremmo arrivare ad un bivio per Siena, lì conosco delle suore che potrebbero ospitarti. E' un bel luogo…-
- Suore?- disse Laura incredula – Ma non mi dire che tu… che lei…
- Sì, hai indovinato! – fece Leone divertito, - Ma tu, continua pure a darmi del tu, anche se sono un frate…
Laura, che ancora non si era ripresa dalla sorpresa, ascoltò il frate con gli occhi fissi sulla linea bianca della strada senza fiatare. Si sentiva anche a disagio per la natura dei pensieri che aveva avuto soltanto qualche minuto prima. Non osava ancora alzare lo sguardo verso l’uomo al volante, ma la sua voce la teneva sprofondata sul sedile e si sentiva allo stesso tempo protetta e sicura, come non le capitava da molto tempo.
- Sono sicuro che potresti anche trovare una sistemazione lì, sul posto. – disse Frate Leone, pigiando sull’acceleratore per superare un Tir in salita, - Con la tua conoscenza dell'inglese dovrebbe essere facile, è una zona turistica e ci sono tanti alberghi. -
Prese una pausa, poi, approfittando del silenzio della ragazza continuò:
- Avresti tutto il tempo per pensare a quello che vuoi fare. Vedrai luoghi incantevoli e al convento potrai mangiare bene…-
- Minestrina? - accennò Laura.
Il frate sbottò in una fragorosa risata: - Macché minestrina! Si sentono certi odorini d’arrosto la dentro! -
Fido, che sembrava dormisse, si mise ad abbaiare festosamente.
Anche Laura si unì alla risata.






II°
È così che andò



Era partito per affari.
Il treno delle 10,30 era in perfetto orario.
Aveva avuto tutto il tempo di preparare la valigia: un paio di pantaloni grigi, che con la giacca blu, appena comprata in una boutique del centro di Firenze, sarebbero stati benissimo; tre camicie, anche se due sarebbero state sufficienti (non si sa mai - aveva pensato - se malauguratamente mi dovessi sporcare ne avrò una di ricambio), e tutto il necessario per la toilette del mattino. Era un pignolo, lui.
In fondo doveva stare via solo un giorno.
Mr Jackson salì sul treno col piede sinistro: aveva sempre avuto questa superstizione e non ci avrebbe mai rinunciato, pena malessere indefinito lungo tutto il viaggio finché non fosse giunto a destinazione. Purtroppo soffriva anche di stomaco, ma per fortuna non si era dimenticato di portarsi del maalox.
Quando arrivò a Siena era pronto per l'incontro con l'agenzia immobiliare. Aveva studiato a fondo il prospetto che gli avevano presentato.
Un ottimo prospetto, molto dettagliato: disegni nitidi anche se fatti a mano con una penna rapido graph. Una penna molto valida che negli anni '60 sostituì nel breve volgere di qualche anno il precedente graphos.
Il graphos era più preciso, ma meno comodo per come era congegnato a due lamine sovrapposte; se lo ricordava dentro la sua scatolina della Pelikan.

Tre mesi dopo tutto era perfettamente concluso: l'albergo era stato acquistato.

David Cavedish, alto e ben strutturato, nato nel Devonshire, aveva quarantatré anni.
Era bello, non sembrava neanche inglese, mentre nei modi sì: era decisamente educato e molto democratico, sottilmente ironico e capace di mantenersi imperturbabile in ogni circostanza.
L'eredità del nonno, fra l'altro anche facoltoso fabbricante di gin, gli aveva permesso quel viaggio in Italia a lungo desiderato e a lungo protrattosi in conseguenza del suo innamoramento per le colline toscane.
Proprio questo lo aveva portato ad investire in una attività alberghiera.
Si era avvalso per condurre le trattative del segretario del nonno, Mr Jackson, un valido e affidabile americano con una spiccata inclinazione al business ed in possesso di un grande spirito imprenditoriale.
Costui aveva subito capito la sottile magia che attirava e legava quella fantastica terra agli animi romantici e sensibili degli aristocratici inglesi, ed a quella dei facoltosi turisti americani, sempre attenti ad imitare quei loro nobili cugini.
David si era occupato del resto: dalla scelta degli interior designer  per cambiare l'arredamento (una fine sensibilità estetica lo aveva portato a scegliere  la Donghia Inc., molto quotata a livello internazionale per l'eleganza essenziale e discreta del suo stile), finanche alla scelta degli impiegati e, tutti, persino i camerieri, dovevano conoscere bene l'inglese.

Nella fortuità del destino, fortuità di essere qui e non altrove, successe che anche Laura venisse assunta al lussuoso hotel Continent.

Laura, che avevamo lasciata indecisa sul da farsi finché Fido non l'aveva convinta con i suoi latrati entusiastici ad accettare la proposta di frate Leone, era stata ospitata dalle suore del convento del Sacro Cuore di Gesù a Sinalunga.

La madre superiora l'aveva ben accolta: si può dire che, così come fa la chioccia con il pulcino, l'avesse messa sotto le sue ali.
Quanto avessero influito le parole di Frate Leone non è dato sapere, visto che il colloquio era avvenuto a quattrocchi nel piccolo ufficio della superiora.
Suor Assunta, così si chiamava, sembrava avesse studiato da suora fin da piccola: aveva  frequentato esclusivamente istituti religiosi vivendo in luoghi profumati di cera e fiori. Ambienti puliti e sereni che l'avevano indirizzata alla vocazione.
Ma non era sprovveduta, conosceva i mali del mondo attraverso la lettura della quale era appassionata, e questo l'aveva smaliziata al cospetto del male.
Frate Leone era poi ripartito per la sua destinazione con la promessa di tornare e Laura, a malincuore, lo aveva salutato.
I giorni erano trascorsi lenti e piacevoli, raccordati dal suono delle campanelle che stabilivano rigidi protocolli di adempimenti. Ma la ragazza non se ne lamentava e, anzi, dopo quei tristi periodi di confusione e ristrettezze che aveva dovuto vivere quando era sola in quella specie di appartamento nel bailamme periferico di Roma, si può dire che le piacessero quelle regole puntuali che scandivano il procedere delle ore.
Era sola al mondo dopo la morte dei genitori e l'interessamento che le suore le praticavano la riempiva di appagamento.
Anche l'amore di Fido le riempiva il cuore, mentre l'affetto di lei verso il cane era diventato acceso e palese più di quanto non si sarebbe mai aspettata.
Del resto il cane si era assicurato la stima del custode dando la caccia alle faine che di notte si recavano a razziare il pollaio del convento, così era stato facilmente accettato dalla comunità conventuale.

Grazie alla madre superiora Laura aveva ottenuto quell'impiego presso il prestigioso Hotel Continent, mettendo a frutto la conoscenza dell'inglese.
Il colloquio con quello strano individuo del proprietario l'aveva divertita anziché intimorirla. Sembrava più impacciato lui di lei.
- Si vede che non è abituato ad assumere personale proveniente dai conventi - si disse Laura - avrà pensato che fossi una suora novizia. -
Lei suora! Il pensiero la fece ridere.
Tutti le dicevano di quanto fosse sbarazzina quella sua faccia da monella e quanto non dimostrasse i quasi trent'anni che, invece, aveva.

Il lavoro all'area accoglienza da quando aveva iniziato procedeva tranquillo, anche se vivere a contatto con quella gente danarosa, un po' snob e spesso arrogante a volte la disturbasse non poco.
Un paio di volte era dovuto intervenire il direttore dell'albergo a mitigare certe risposte taglienti che la ragazza si lasciava tranquillamente sfuggire.
Il direttore... Laura non avrebbe saputo classificarlo: sembrava un maggiordomo d'altri tempi nei modi con cui trattava la clientela, ma i suoi toni distaccati lo rendevano distante dalla piaggeria, anzi, mettevano soggezione agli stessi avventori, anche a quelli più sostenuti.
Le ricordava Anthony Hopkins nel film "Quel che resta giorno", anche se lui, al contrario del protagonista del film, nel carattere era ben diverso: un uomo deciso che sapeva bene quello che voleva.
Proveniva da una nota famiglia toscana: i Bambi, ma ora certi blasoni contavano ben poco. La discendenza dimenticata gli aveva lasciato però, un'impronta signorile che non poteva passare inosservata.

A Laura piaceva, trovava in lui lo stesso atteggiamento paterno che aveva trovato in Frate Leone, e questo la rassicurava e la metteva a suo agio.
Queste due figure le ricordavano suo padre...
I suoi genitori erano morti improvvisamente in un incidente d'auto un anno prima lasciandola sola, ma non indifesa: erano riusciti ad insegnarle che nella vita bisogna sapersi difendere e non sottostare ad angherie e soprusi di sorta.
Aveva carattere, anche grazie alla loro educazione aperta e libertaria, e non si perdeva d'animo di fronte alle difficoltà.

A lungo andare quella vita tranquilla ma monotona cominciò a pesare su Laura; un senso di inquietudine le serpeggiava nell'animo: - Accidenti! Non ne posso più - sbottò un giorno a voce alta.
Ad ascoltarla c'erano solo le pareti dell'ufficio del direttore e la cassaforte incastrata nel muro.
Laura ne conosceva la combinazione: l'aveva vista di sottecchi quando il direttore l'aveva aperta per riporre i gioielli di una facoltosa cliente americana.

Fu un attimo, e tutto riuscì senza inconvenienti.
Con la borsa a tracolla si avviò canticchiando una canzoncina allegra verso la fermata degli autobus. Mentre si affrettava Laura pensò per un attimo ai suoi genitori morti in quell'incidente dopo la rapina: - No, lei ce l'avrebbe fatta a fuggire - pensò.

Pioveva, il cielo si era fatto buio, rischiarato solo da lampi e saette che stavano mettendo in fuga i passanti.
Laura temeva per la bella e capace borsa rubata insieme ai gioielli: un modello MM Brea Louis Vuitton, una reinterpretazione femminile e moderna della borsa da medico, ideale per tutti i giorni. Era semplice, elegante e, soprattutto, capiente, con due opzioni per il trasporto grazie ad una tracolla regolabile e rimovibile. Aveva anche uno zip sicuro; una doppia tasca con cerniera e tasca nascosta; piedini di protezione sotto il fondo; shiny in ottone argentato e rivestimenti in pelle liscia.
- Sì, una bella borsa, e la pioggia non la rovinerà di certo - si rassicurò.

Dopo dieci anni, dieci tutti interi, Laura sostò pensosa davanti al santuario.
Aveva dovuto fare una deviazione, ma non aveva resistito alla tentazione di rivederlo.
Le ritornarono alla mente le lunghe ore di preghiera trascorse con le suore nella cappella di fianco alla Chiesa: cappella edificata fra il 1854 e il 1858 per ospitare la venerata immagine della Madonna del Rifugio.
Ricordò come il complesso conventuale con la Chiesa, il cui interno ad una navata è denotato dalle decorazioni in stucco settecentesche, fosse stato costruito alla metà del 1400 e restaurato nel 1700, mentre la facciata, a bozze regolari di pietra, era stata modificata ad inizio Novecento.
Un porticato a colonne ottagonali in mattoni terminanti in capitelli ionici di pietra serena precede la Chiesa - Un vero luogo di pace e raccoglimento - mormorò fra sé e sé.

Si sarebbe soffermata più a lungo, ma era attesa a Milano al Bulgari Hotel.
Sospirò, rimise in moto la sua bella Mercedes classe A ultimo modello, accese la radio e si avviò verso l'autostrada A1 Milano-Napoli, anche chiamata autostrada del Sole: la più lunga autostrada  italiana in esercizio con la sua lunghezza complessiva di 761,3 km.
Fece manovra e la macchina silenziosamente si inoltrò nella notte buia e tempestosa assumendo sempre più velocità.

Fu dietro l'ennesima curva che le si parò improvvisamente davanti il furgoncino bianco; sterzò bruscamente per evitarlo e finì contro il basso muretto di delimitazione, sfondandolo.  Fu un attimo, e la macchina precipitò terminando la sua corsa alla base del grosso masso al limite della strada sottostante.
I minuti parvero eterni, poi, Laura vide il volto ansioso di frate Leone chino su di lei e la sua mano che si stava alzando lentamente ad impartirle la benedizione.





III°
La quota degli angeli


"No! - gridò Suor Assunta - Non è possibile!"
La sua reazione fu subito seguita dal movimento col quale, in maniera repentina, si volse a prendere il mantello dirigendosi verso la porta.
"Andiamo" - impose a frate Leone che la guardava stupito.
"Povera ragazza" - continuò suor Assunta una volta salita sul furgoncino bianco, mentre il frate guidava verso l'ospedale.
Frate Leone non rispose, si meravigliava più che altro della reazione della suora: non c'era rancore, ma sincero dolore e preoccupazione per lo stato di salute di Laura. La stessa reazione avuta da lui, d'altronde, quando si era accorto chi fosse la vittima dell'incidente.
Quella ragazza, si disse, aveva davvero conquistato il cuore di tutti se ancora era l'affetto a prevalere su di loro.
Quando giunsero al Policlinico le infermiere di turno li indirizzarono verso la sala d'attesa della sala operatoria.
Tutto era silenzio e le luci ovattate riuscivano a creare un'atmosfera quasi irreale.
Suor Assunta si mise a sedere mormorando piano le sue preghiere, mentre il frate passeggiando nervosamente davanti alla grande finestra dell'anticamera prese in mano il rosario.

David Cavedish fu stupito della chiamata dal convento, ma la voce della madre superiora aveva un tono così grave che non ebbe indugi ed accorse immediatamente.
"Avrà saputo del grave incidente capitato sulla provinciale due giorni fa" - iniziò senza preamboli la suora, una volta che lui si fu accomodato nel piccolo ufficio.
"Le devo comunicare che si tratta di Laura, la ragazza del furto di anni addietro al suo albergo".
L'uomo non nascose un sobbalzo, tanto che la suora ne rimase stupita.
"Ma si tratta di un incidente gravissimo!" - La voce di David uscì stentorea. "L'ho appreso dal giornale. E' morta?"
"No, per fortuna, ma è ancora in prognosi riservata; ha subito molte fratture e un'emorragia interna. Speriamo che ce la faccia" - rispose la suora.
"Posso vederla? Dov'è ricoverata?" - chiese l'uomo.
A stento suor Assunta trattenne la sua meraviglia.

Anche Laura guardò meravigliata quella figura che accanto al letto stava sorvegliando il suo risveglio; ma, oltre alla meraviglia, nei suoi occhi passò un lampo di paura.
Lo riconobbe, e attese la sua sentenza.
David Cavedish, però, le stava sorridendo.
"Buon giorno Laura, non abbia timore. Come si sente? Lo sa che i medici pensano che lei potrà rimettersi completamente? Certo ci vorrà del tempo e molta fisioterapia ma, vedrà, andrà tutto bene".
Laura lo guardava senza parlare, mille domande le passarono per la mente: "Possibile non sapesse che era stata lei a rubare i gioielli?" - si chiese.
Ritornò col pensiero a quel giorno di dieci anni prima.
Dopo il furto aveva preso il treno per Roma, dove aveva venduto i gioielli.
Era andata sul sicuro: si era affidata all'intercettatore al quale si rivolgevano abitualmente i suoi genitori, e ne aveva ricavato un bel gruzzolo.
In quei giorni, con suo stupore, leggendo i giornali non aveva trovato nessuna notizia del furto, però aveva letto della morte della proprietaria dei gioielli. "Forse non vogliono pubblicizzare il fatto" - si era detta.

In seguito si era procurata dei documenti falsi e, con parrucca ed occhiali, si era affrettata a prendere il primo aereo per Londra.
La sua scelta era stata dettata non solo dalla sua ottima conoscenza dell'inglese, ma anche perché riteneva Londra una città cosmopolita, una grande capitale dove avrebbe potuto passare inosservata e vivere tranquillamente.
Trovò in affitto una casa a Notting Hill, nella zona ovest della città.
A Laura piacque in particolare per le sue atmosfere: con il suo verde dovuto ai numerosi parchi e prati, e non era difficile scorgere simpatici scoiattoli nei giardinetti delle abitazioni; l'alternanza dei colori pastello delle case e il loro perfetto stile con i loro bei portoni (in alcune vie le abitazioni sono dipinte di un bellissimo bianco perlato); i negozi un po' retrò che fiancheggiano le vie  lo rendevano ai suoi occhi fra i luoghi più magici e romantici di tutta Londra.
Oltre ad essere un quartiere signorile, ottimamente servito dai mezzi pubblici, era una zona a misura d'uomo con i suoi ristoranti, pub, mercatini (fra i quali il famoso Mercato di Portobello): era anche conosciuto come il quartiere delle piccole librerie indipendenti, ognuna con una propria specializzazione, e Laura ne era particolarmente attratta.
Un quartiere vivace nei giorni di mercato.
Specie il sabato mattina la Portobello Road diventa davvero molto affollata, mentre per il resto della settimana rimane intima e tranquilla.
Ne fu affascinata, lo trovò paragonabile ad un confusionario sgabuzzino di casa: un'esplosione di colori e di profumi antichi che riportavano al passato.

Dopo qualche giorno speso per ambientarsi, aveva cercato un impiego.
Avrebbe pensato con calma a come investire i suoi soldi, si era detta. Aveva intenzione di accedere alla scalata della fortuna senza intoppi, pianificando con precisione ogni sua azione.
Si adattò a diversi mestieri, per ultimo passando da commessa presso i grandi magazzini Harrods a bibliotecaria.
Quest'ultimo impiego lo ottenne grazie alle sue cognizioni del settore, dovute alla laurea breve che aveva conseguito presso l'Università la Sapienza di Roma in "Beni culturali archivistici e librari".
L'esperienza in quel campo, in una città come Londra, era molto richiesta e l'assunzione era avvenuta senza formalità, sulla base della sua dimostrata capacità.
Fu proprio grazie all'ambiente della biblioteca che aveva conosciuto un simpatico anziano signore appassionato di distillazione.
Laura cominciò a seguirlo nelle sue letture, interessandosi alle varie tecniche di distillazione e conversandone con lui.
"La distillazione non è un procedimento semplice, bisogna tener conto che un mosto è composto da diverse sostanze, tra cui alcoli, esteri ed altre sostanze volatili, tutte con punti di ebollizione diversi tra loro e che non tutte sono adatte per ottenere un buon distillato"- le disse un giorno - "e solo un maestro distillatore esperto, e coadiuvato da strumenti adeguati, può capire quando il distillato che esce dall'alambicco ha le caratteristiche per essere considerato adatto alla commercializzazione.
Importante è anche la degustazione, per verificare la giusta miscela ottenuta.
Prima di andare in pensione, io sono stato un addetto alla degustazione, un lavoro che oltre a piacermi mi ha dato la possibilità di guadagnare molto.
Degustavo fra l'altro un tipo di gin fra i più prestigiosi: Il Plymouth gin. Si tratta di un gin incolore, secco, dal profumo molto intenso e con caratteristici sentori di radici; deve essere prodotto qui in Inghilterra, nella zona di Plymouth, da cui prende il nome".
"Dove si trova?" - chiese Laura molto interessata.
"Nella Contea del Devon" - fu la risposta.
Il fiuto di Laura per le occasioni redditizie si risvegliò e la ragazza sfruttò l'esperienza del vecchio amico per apprendere tutte le tecniche che lui, col suo bagaglio d'esperienza era in grado di insegnarle.
Cominciò con l'invitarlo a cena e piano piano le loro frequentazioni si fecero frequenti: in quelle occasioni ebbe maniera di carpire tutti i segreti del mestiere e le regole esatte per divenire un'ottima degustatrice.
D'altra parte Mr Smith si dimostrò come un vecchio nonno: un vecchio bonario e piacevole conversatore, ben contento di trasmettere le sue conoscenze a quella giovane così intelligente e piena di interessi.

Laura apprese con avidità che oltre al ginepro, al gin spesso vengono aggiunti altri aromatizzanti come: l'anice, il coriandolo, il lime, il cardamomo, la scorza d' arancia, i semi di cumino, la corteccia di cassia, la liquirizia, radici di Angelica e che, in particolare, il Plymouth gin deve possedere un profumo molto intenso ed un sapore che risalti il gusto del coriandolo, della scorza d'arancia e di limone.  Si tratta in realtà di una combinazione dell'Old Tom gin con il London gin.
Inutile dire che in seguito, grazie alla presentazione del vecchio amico, Laura venne assunta dalla Plymouth Ltd, nella contea del Devon.
 Apprese che la parte di distillato che "evapora" viene denominata in maniera molto poetica "angel's share" - quota degli angeli -.
Laura fantasticò su questa quota di spirito che dissolvendosi nell'aria si perdeva in un mondo evanescente, lontano dal contatto reale: il mondo degli angeli.
La lavorazione intimamente, invece, la classificava come la distillazione del peccato: era un incontro fra angeli e demoni, pensava: un'alchimia di condivisione, più per il profumo che per il sapore.
Anche lei, a volte, si trovava a pensare a quella parte di angelo che, tuttavia, sentiva appartenere alla sua anima; alla battaglia che talvolta sentiva scatenarsi dentro di sé, ma dove, alla fine, trionfava il demone.

"Come far uscire il profumo?" si chiedeva spesso quando l'incontro con persone che non meritavano certo l'inganno e il raggiro la poneva a confrontarsi con sé stessa.
Erano così passati gli anni: aveva guadagnato bene e investito in maniera proficua, ed ora poteva permettersi una vita lussuosa...ma non era appagata spiritualmente.
Non era riuscita ad intessere un rapporto amoroso che riuscisse a coinvolgerla; il senso di insoddisfazione verso sé stessa la frenava di fatto verso qualsiasi rapporto serio.
Lentamente qualcosa tornò a serpeggiarle nell'animo, un'inquietudine non ben definita di cui conosceva i sintomi.
Sotto quella spinta accettò di partecipare ad un incontro di lavoro a Milano; un' offerta pericolosa per lei, che avrebbe potuto benissimo rifiutare, e si stupì lei stessa quando prese la decisione di partire.
Si stupì anche quando, invece che per Milano, prenotò il biglietto aereo per Roma:  solo più tardi, confusamente, si accorse che aveva preso quella decisione per ritornare in quei luoghi dove, dieci anni prima, in maniera fraudolenta, tradendo amici e persone generose, aveva iniziato il suo cammino verso il benessere.

Questo era stato il suo percorso prima dell'incidente, ed ora era lì, inerme, in attesa che il suo destino si compisse.
Dal giorno del suo risveglio all'Ospedale Santa Maria delle Scotte di Siena erano trascorsi quasi tre mesi e Laura lentamente si stava riprendendo. Presto avrebbe potuto essere dimessa.
"Che cosa farai David, mi denuncerai alla polizia?" - gli chiese finalmente un giorno rompendo tutti gli indugi che fino ad allora le avevano impedito di parlare della questione.
Il loro rapporto era rimasto formale, nonostante si dessero del tu e lui non avesse mancato di farle visita molto frequentemente.
In tutto quel tempo nessuno dei due, e nemmeno Suor Assunta e frate Leone, avevano mai affrontato l'argomento furto: pareva che ci fosse una tacita intesa fra tutti loro.
D'altronde Laura si rendeva ben conto come la sua colpevolezza non potesse essere ignorata e capiva anche come fosse la delicatezza ad impedire loro di parlarne.
"Non occorre Laura" - rispose lui - tranquillizzati, il furto non è mai stato denunciato".
La donna rimase di stucco, l'espressione meravigliata la rese così buffa che David non poté trattenere una risata.
Riuscendo a frenarsi le raccontò della delusione subita quel giorno alla scoperta del furto dei gioielli, della rabbia e dell'amarezza provata. Le disse di come, sia lui che il direttore, avessero cercato di ritardare la denuncia in attesa di chiarirsi le idee.
"E abbiamo fatto bene" - concluse - "perché sai cosa è successo?"
Laura, ancora incredula, pendeva dalle sue labbra.
"Una cosa improvvisa, stupefacente e, anche se dolorosa, risolutrice".
"Ti prego, dimmi" - supplicò Laura -.
 "Ricorderai senz'altro la sig.ra Branson? la miliardaria americana proprietaria dei gioielli? - cominciò a spiegare David, e all'accenno affermativo della donna proseguì -
"La mattina del furto era partita molto presto per Roma e sarebbe dovuta rientrare il giorno dopo. Ebbene, a Roma ha avuto un infarto mentre si trovava al ristorante e a nulla sono valse le cure, è morta poco dopo il ricovero al Gemelli.
Siamo venuti a conoscenza del fatto nel pomeriggio, dopo circa un'ora dalla tua fuga e ci è sembrata una ben strana coincidenza... quasi che la mano del destino si fosse intromessa a proteggerti.
Sai che la sig.ra Branson era una donna eccentrica e sola, infatti nel testamento aveva lasciato tutto al gatto.
Ritenemmo così di attendere che qualcuno si facesse vivo a reclamare le cose lasciate all'albergo, ma nessuno lo fece.
L'ultima residenza registrata era stata fatta all'albergo di Roma, e così nessuno pensò ai gioielli rimasti qui".
"E io che sono vissuta nel terrore di essere ricercata, di essere riconosciuta benché sotto falso nome!" - esclamò Laura.

"Vedi, Laura - continuò David - in realtà io sapevo bene dov'eri. Due anni fa ti avevo riconosciuta in una foto di gruppo fatta presso la Plymouth, l'azienda del nonno che io ho ereditato, e sono stato ben felice di sapere delle tue capacità nel lavoro e dell' irreprensibilità della tua vita in questi ultimi anni.
Ho capito che la piccola Laura, la cui vita era stata improntata dall'esempio dei genitori, era cambiata, ecco perché, infine, mi sono adoperato per farti avere l'invito per l'incontro di Milano. Speravo che anche tu sentissi il tacito richiamo...".
Qui David si interruppe; Laura fra i singhiozzi si era aggrappata al suo braccio:
"Dieci anni, dieci anni della nostra vita sono riuscita a sprecare!"

Partirono per Londra per il viaggio di nozze. Naturalmente quando giunsero pioveva.
Ma si trattava di una pioggerellina fine fine, tipicamente inglese.

"Peccato -disse David - le previsioni davano bel tempo".
Laura rise felice:
"David, è inutile che io ti ricordi che le condizioni atmosferiche qui rimangono un mistero, nemmeno il weather man della BBC è mai in grado di illuminarci al riguardo”.







IV°
Chemin de fer



"Sai Laura che cosa mi ha attratto di te fin dal primo incontro?" - le disse David un giorno mentre passeggiavano nel grande parco della loro residenza nel Devonshire.
Allo sguardo interrogativo di Laura proseguì: "La tua somiglianza con una mia antenata del '700. Era una donna elegante, di grande fascino e carisma, fu anche attiva in politica. Pare avesse un carattere libero e indipendente, e questo in un'epoca in cui le femministe erano lontane a venire.
Penso che vi assomigliate in questo, e credo che sia stato il riconoscere lei in te che mi abbia fatto innamorare".
Laura accettò volentieri quei complimenti e volle farsi raccontare di più su quella figura lontana alla quale tanto doveva.
Ne vide il ritratto, ne lesse la storia attraverso lettere conservate e ne rimase affascinata.
Quella donna si era sposata a 17 anni, con un matrimonio brillante ma infelice, e Laura scoprì che fu nota non solo per l'assetto del suo matrimonio, la sua bellezza e il suo stile, le sue campagne politiche, ma anche per il suo amore per il gioco. Quando morì era piena di debiti, benché la sua famiglia natale e la famiglia del marito, i Cavedish, fossero molto facoltose.
"Una donna straordinaria" si convinse.

Quando ritornarono in Italia a Siena la vita trascorse tranquilla; nonostante la ricchezza vivevano in maniera appartata, paghi della loro reciproca presenza;
David preso dai suoi molteplici impegni di lavoro, Laura dalle passeggiate e dalle letture.
Le piaceva andare per le biblioteche senesi consultando manoscritti e libri antichi e rari, specie presso la Biblioteca comunale degli Intronati, ricca di materiali meritevoli, in particolare il patrimonio antico a stampa del '400 - '500.
Di tanto in tanto facevano qualche viaggio, ma non per lunghe distanze.
Un giorno Laura, memore del suo antico anelito di fuga, espresse il desiderio di visitare Amsterdam.
David, che ben conosceva l'antefatto, fu felice di accontentarla.
Visitarono la città: Piazza Dam e il vicino Palazzo reale, la casa di Anna Frank, diversi musei fra i quali il Rijksmuseunm e il museo Van Gogh, e anche il quartiere a luci rosse.
Fu divertente andare a consumare birra nei "bruine café", letteralmente i "Caffè Marroni", locali accoglienti dove la vita notturna di Amsterdam ferve, chiamati così perché nel corso del tempo il fumo ha macchiato le pareti di nicotina.
Fecero giri in battello lungo gli splendidi canali che riflettono i capolavori di cinque secoli di architettura, godendo degli scorci fra gli alberi che tanti pittori hanno ispirato.
Comprarono oggetti di antiquariato e stoffe; non i diamanti, Laura non volle: risero entrambi sui motivi del diniego.
Con sommo divertimento di Laura fecero anche una puntatina al casinò situato nella Max Euweplein 62, dove si può perdere la camicia.
Ma Laura quella sera fu fortunata e vinse.
Al ritorno tutto ritornò alla tranquillità e al solito modo di vivere, e fu per caso, durante un cocktail party, che qualcuno le accennò del gioco dello chemin de fer che veniva praticato in particolari ritrovi alla moda.
Per Laura fu una novità sapere del gioco clandestino nella città, e fu per curiosità che volle andare a conoscere l'ambiente e vedere cosa effettivamente offrisse.
Si trovò a suo agio, in fondo era un locale elegante dove si poteva bere tranquillamente e discorrere in salette senza dover partecipare effettivamente al gioco.
Alla lunga, però, si dimostrò difficile resistere alla tentazione, e cominciò a giocare piccole somme.

Lentamente l’emozione del rischio, l’eccitazione e l’adrenalina di sentirsi competente e vincente s'impossessarono di lei: il demone del gioco ebbe la meglio e, senza che si rendesse conto del coinvolgimento, la sua divenne una vera e propria malattia, una forma compulsiva.
Iniziò ad aumentare costantemente le puntate e, nonostante alle volte tentasse di diminuire o interrompere le giocate, non le riuscì.
Ormai la china si era fatta pericolosa, stava raggiungendo un punto di non ritorno.
Cominciò a manifestare sintomi di irrequietezza e irritabilità sempre più difficili da gestire.
Cominciò a vivere in un vero groviglio di emozioni, fatte di vergogna e di paura che la sua debolezza venisse a conoscenza al di fuori del giro del gioco.
Faceva ogni sforzo per apparire tranquilla, il che le costava tantissima sofferenza ma, evidentemente, non abbastanza da riuscire a cambiare veramente.
David la osservava preoccupato, non convinto delle assicurazioni che Laura professava sul suo buono stato di salute.

"Il direttore della banca ha chiesto di vedermi" - le disse un giorno - "potresti raggiungermi e dopo potremmo pranzare insieme".

Laura impallidì alla notizia e girandosi per non far vedere l'agitazione mormorò: "Va bene, ti raggiungerò all'albergo".

Fuggì, invece, presa dal panico al pensiero della reazione di David quando avesse scoperto i suoi prelievi dal conto corrente bancario che avevano in comune.

Si rifugiò presso il convento e chiese di parlare con suor Assunta.
La suora, man mano che Laura convulsamente la metteva al corrente della situazione, si dimostrò sempre più angosciata e il suo volto più severo.
Poi, il suo pragmatismo prevalse, fece prendere un calmante a Laura e quindi si apprestò ad avvertire David Cavedish.
"Non posso perdonarla questa volta" - mormorò amaramente David - "Laura sta dimostrando di non possedere un'etica... nessun rispetto per nulla, neanche per l'amore che le ho sempre dimostrato. Purtroppo è inaffidabile" - concluse.
Suor Assunta cercò di convincerlo di sentire uno psicologo, che forse avrebbe potuto aiutarli entrambi: lui a capire il comportamento della moglie e lei ad uscire da quel gioco perverso.
Con difficoltà David accondiscese.
Il medico spiegò a David come il gioco d’azzardo compulsivo sia definito dal Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali come un comportamento persistente, ricorrente, che compromette le attività personali, familiari o lavorative del soggetto.
Queste persone possono finire col mentire ai familiari, al terapeuta e ad altri per occultare l'entità del proprio coinvolgimento nel gioco, arrivando anche a commettere azioni illegali  per finanziare le giocate.
"Per lo più sono persone impulsive, che cedono facilmente di fronte all’ “oggetto del desiderio”, sono competitivi, energici, irrequieti e facili alla noia, trovano eccitante e gratificante il rischio connesso al gioco" - concluse.
Gli spiegò, poi, il ruolo centrale che lui stesso avrebbe dovuto sostenere per aiutarla.
David non volle neppure rivedere Laura, vendette l'hotel e partì per l'Inghilterra.







Epilogo



Dopo l'abbandono del marito, Laura era rimasta al convento in preda ad una tristezza che andava man mano trasformandosi in una forte depressione.
Suor Assunta era vivamente preoccupata per la giovane donna e aveva incaricato le suore di tenerla d'occhio: temeva potesse compiere un gesto inconsulto.
Fu con grande sollievo, perciò, che seppe della prossima venuta di Frate Leone.
Il frate, infatti, messo al corrente della situazione, si era premurato di arrivare quanto prima all'antico Convento dei Frati Minori che si trovava annesso alla congregazione delle suore.

"Non so nemmeno io come possa essere successo" - ebbe a dire Laura che, dimagrita e dall'aspetto smunto e dimesso, sembrava irriconoscibile.
"Non importa più ormai il come e il perché" - le rispose il frate, con tono fra il paterno ed il severo - "ora quello che devi fare è superare questo momento. Non puoi distruggerti così, devi pensare a come recuperare la fiducia di David... se gli vuoi bene" - soggiunse -.

Laura lo guardò con un'espressione tale che il frate ne rimase intenerito.

"Dovrai anche capire a fondo te stessa però, dovrai sondare quanto potrai contare sulla parte buona... che c'è, c'è Laura" - aggiunse al gesto di diniego di lei - "lasciatelo dire da un un uomo che prima di essere frate è vissuto in ambienti malavitosi, arrivando quasi al limite dell'omicidio".

Laura lo guardò esterrefatta, poi, commossa dallo sguardo del frate, gli prese la mano e la baciò.

"Ti racconterò la mia storia, forse potrà esserti di aiuto" -iniziò frate Leone-.

Laura lo interruppe: "No, non voglio ridestare dei ricordi dolorosi per te. Quell'uomo lontano non esiste, quello che vedo è un frate buono e generoso, e non solo con me. L'uomo può commettere errori, ma se si riscatta e vive dando spazio alla bontà, allora tocca i cuori... come sai fare tu, caro frate Leone".
Laura era talmente commossa che frate Leone l'abbracciò e sorridendo le disse: "Vedo che hai capito, Laura. Da sola ti sei data la risposta: tu ora hai una speciale ragione d'amore per vivere, vero?"

A Laura fu offerta l'opportunità di lavorare presso un asilo gestito da suore nel centro di Siena.
Il contatto con i bambini, con la loro fresca ingenuità e la loro spontaneità, la coinvolse completamente.
Si rese conto dell'importanza che il processo educativo può produrre su quei piccoli esseri e dell'influenza che può esercitare sul loro percorso individuale nella vita.
Iniziò allora in lei una riflessione profonda che la portò a perseguire una propria evoluzione interiore.
Andò man mano acquistando fiducia in sé stessa e nelle sue capacità di poter tendere ad obiettivi non puramente egoistici, facendosi consapevole di quanto l'ambiente familiare avesse contribuito alle sue debolezze.

David, nel frattempo, ripercorrendo i giorni del loro felice soggiorno nel Devonshire, si era messo a ricercare gli appigli che lo riportavano a quei giorni. Si ritrovò a studiare le lettere ed i diari della sua antica antenata, che tanto aveva soggiogato Laura.
Capì attraverso i tormenti e le angosce riportati sui diari l'affannoso percorso psicologico della donna; pensò a Laura, e paragonò i caratteri dell'una e dell'altra e le caratteristiche che li univano.
Gli tornarono in mente i motivi del suo innamoramento e la sua capacità di trovare delle scusanti al tempo della sua prima delusione dopo il furto.
Pensò tutto questo e, soprattutto, pensò a quanto ancora l'amasse.
In coincidenza con questo suo momento gli giunse una lettera di suor Assunta che lo metteva al corrente della grande trasformazione di Laura, del suo coinvolgimento nell'assistenza ai bambini dell'asilo e della raggiunta serenità da parte della donna, sebbene il dolore per la sua lontananza fosse sempre presente e vivo.
La lettera, aggiungeva la suora, era stata voluta da Laura stessa, anche se aveva preferito non scrivere personalmente per non farlo sentire obbligato nei suoi confronti: però, se ancora provava dell'affetto per lei, voleva che sapesse quanto lui le mancasse.
Furono due fratellini che i coniugi Cavedish adottarono dopo la loro riconciliazione: un maschio di quattro anni di nome Marco e una femminuccia di 6 anni di nome Lorenza.
Due bellissimi bambini che, a ben guardarli, assomigliavano ai genitori adottivi.

FINE

10 commenti:

  1. OhBook
    I post destinati ai racconti lunghi.
    Per il momento non conosco il sistema per poterli scaricare in fpd, ma me ne sto interessando. Per il momento ci si dovrà accontentare del copia incolla. Poi della copia uno ci fa quello che vuole, magari se la stampa o la legge sul suo pc, regolando il carattere e la dimensione.

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  2. Sono soltanto 6000 parole circa e avevo ragione, letto così il racconto è molto più bello. Non avevo dubbi. Complimenti

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  3. Serenella Tozzi8 marzo 2013 13:04

    Grazie Franco. L'ho riletto anch'io e, francamente piace anche a me. :-)

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  4. A dire il vero l'ho letto molto frettolosamente, soffermandomi su qualche punto che mi era piaciuto.
    Non è male. Risulta meno staccato.
    Dovresti essere soddisfatta.
    Quest'uomo le studia di notte! Per farci di giorno le sorprese.

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  5. Senti nu poco, ma com'è che ricevi così pochi commenti? Uno e mezzo in tutto.
    Per questo mi stai diventando simpatica
    e guarda che col mio carattere ce ne vuole.

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    1. Carissima Maya, da brava ape operosa, perchè non dai il buon esempio e non lo fai tu un bel commentino, invece di lamentarti? Ma chi sei, la fatina buona?
      Di scrivi un bel commento, facci vedere come lavori di penna, che di lingua ormai ti conosciamo. ;-))))

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    2. Pausa pranzo ed eccomi qua Siur padron di casa, potrei scrivere pagine e pagine di commento se volessi.
      Trovo che il racconto meriti perché è scritto in un italiano molto corretto, i personaggi sono vivi e palpabili, le azioni verosimili e descritte in una maniera tagliente.
      Ci sono spunti poetici e filosofici, ci sono riferimenti esatti guardando alle descrizioni e poi c'è lei, Laura, un personaggio riuscito, forte e fragile allo stesso tempo che spruzza simpatia da tutti i pori.
      Dispiace lasciarlo questo racconto, vorresti che continuasse.
      Ok?

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  6. Credevo di aver già comentato al riguardo.
    Ma si vede che il tutto m'è rimasto inerte nei recessi del pensiero.
    Perchè a dire il vero la trama è alquanto complessa e le sensazioni al riguardo sono contradditorie.
    Tanto da rimanere confuso nel giudizio.
    Una storia nuova, non c'è che dire.
    Creare questi personaggi così moderni eppur con una spruzzatina d'antico necessita di una fantasia... ben meditata.
    Parrebbe che nulla sia rimesso al caso, eppur dal caso così ben giostrato, giusta la concatenazione degli eventi dai quali emerge un non so che di spiazzante.
    I casi della vita possono svolgersi in modo così complicato?
    Non poniamo limiti, potrebb'essere anche così.
    Ecco, a lettura finita, m'è restato un senso di disorientamento, di malessere, di disagio, forse di preoccupazione.
    Al raffronto con la mia vita così lineare e scontata da essere senz'altro monotona.
    Una disperazione questi personaggi dall'agire tanto estemporaneo e fuori dalla norma.
    Eppure alla ricerca di un appagamento all'inquietitudine di un vivere giorno per giorno a cui non v'è altro rimedio.
    Vite che sono un romanzo, a cui solo la morte potrà porre la parola fine.
    Una penna, questa in lettura, al passo coi tempi.
    Complimenti.
    Siddharta.
    P.S.: Però che bello questo blog che conserva nel tempo le tracce dei < soci > e dei lettori.
    Come un forziere, da aprire e compulsare ad libitum.

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    1. Errata corrige: < commentato >.
      Sid

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    2. Scopro solo adesso questo racconto e per uno che ormai non ha più voglia di leggere per via degli occhi, è stata una sensazione ritrovata nella bella scrittura, senza tanti fronzoli ma lineare nello svolgimento dei fatti, semplici e possibilistici con un finale a lieto fine. Brava Serenella.

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