martedì 26 marzo 2013

Rubrus - Sassi - fantascienza




SASSI

di
Rubrus

26/03/2013
Etichetta: la stanza di Rubrus - racconto - fantascienza



Diario personale del dott. Kenneth F. Gantz, esoarcheologo della spedizione Armstrong XII sul pianeta  Kepler 11 –A  altrimenti detto Pianeta Horus – Sistema di Ra.

Data terrestre 10.10.2131 Dopo Cristo. Data horusita 2.5.5. Dopo lo Sbarco.
Sono passati cinque anni da quando siamo sbarcati, ma sembrano di meno. Non ci dovremmo sorprendere perché gli psicologi hanno dimostrato come la percezione del tempo, quello vero, non quello misurato dagli orologi, dipenda essenzialmente dal rapporto luce / buio.
Qui, su Horus, un giorno dura 45 ore terrestri e un anno 502 giorni horusiti. È un pianeta mezzo miliardo di anni più vecchio della Terra, e arranca nello spazio girando lentamente su se stesso come un novantenne con l’Alzheimer.
Ra, una nana gialla che, da qui, sembra tre volte più grande del Sole, illumina un monotono paesaggio di deserti sabbiosi, pianure rocciose e basse colline. Senza una luna nel cielo, il mare salato e poco profondo che copre un terzo della superficie bisbiglia incessante, asfittico e sommesso.
Horus è inclinato di soli due gradi sul piano dell’ellittica, così non ci sono neppure stagioni.
Il solo passatempo è osservare le aurore boreali che, con questo campo magnetico indebolito, si spingono fino ai tropici.
E, ovviamente, contare i lampi di luce emessi dai silicoidi.
Sono passati cinque anni da quando siamo sbarcati, ma sembrano di meno.
E sembra ieri che Ursula sia morta.

12.5.5 D.S.
Isaac pare depresso e in fondo lo capisco.
Non so che cosa si aspettasse dal comando del primo insediamento permanente su Horus, ma certo non era questa routine.
Le premesse, senza dubbio, erano diverse. Un pianeta simile alla Terra raggiungibile in appena due anni, condizioni favorevoli alla vita (sì, se si superano i 1.000 metri di quota non c’è più ossigeno, ma, su Horus, solo tre alture superano i 1000 metri) e, udite udite, tracce di civiltà in un sistema di un canyon nel quadrante nord ovest del pianeta.
Diamine, anche io ero su di giri, quando sbarcammo. Lo eravamo tutti.
Horus era il 78° pianeta di tipo terrestre scoperto e, tenuto conto dell’equazione di Drake, quella che calcola la possibilità di vita intelligente dell’Universo, beccare una civiltà aliena era una bella fortuna. Certo, si erano estinti da qualcosa come un paio di migliaia di anni, ma era come vincere il secondo premio alla lotteria.
Passammo il primo anno a setacciare questo pallone pieno di sabbia e, alla fine, buona parte dell’entusiasmo iniziale era andato a farsi benedire. Straordinario come ci si abitua alle cose, vero?
La più delusa di tutti era Ursula e, come esobiologa, la potevo capire.
Il ciclo della vita, soprattutto di quella visibile ad occhio nudo, su Horus, è semplice in modo desolante.
L’oceano è popolato quasi esclusivamente da alghe e cianobatteri, gli stessi che forniscono ossigeno all’atmosfera. Ci sono una trentina di specie simili a pesci, tra cui una mezza dozzina di razze predatrici. Le creature più grandi hanno le dimensioni di una trota.
La superficie è ancora più squallida. Le uniche specie vegetali assomigliano a muschi e licheni che crescono nelle zone più umide, accanto all’oceano o sul fondo dei canyon. Ci sono creature simili ad insetti che se ne cibano (abbiamo contato una dozzina di specie in tutto) e due specie di predatori. L’essere vivente più evoluto di Horus è una creatura che sembra un incrocio tra uno scorpione e una salamandra, grande quanto un grosso topo. Niente creature volanti ma, con una gravità più che doppia di quella terrestre, librarsi in aria non è uno scherzo.
Per farla breve, non c’è molta compagnia su questo pietrone semiarido.
È un posto secco, torrido e morente e, se per caso aveste qualche dubbio, vi basterebbe scendere con me al Canyon 51 per convincervi una volta per tutte.

2.6.5 D.S.
Il mio ultimo rapporto per Isaac è stato simile agli altri che lo hanno preceduto.
Ho avuto qualche incertezza solo all’inizio, quando ho pronunciato il nome che abbiamo dato alla razza intelligente che ha popolato il pianeta.
Krell.
È stata Ursula a battezzarli così. Quando mi ha fatto vedere quel vecchio film di circa centoottanta anni fa mi è sembrato azzeccato.
Una razza intelligente, estinta poco prima (praticamente niente, in termini biologici) dell’arrivo dell’uomo.
Non ci hanno lasciato molte tracce della loro presenza: niente caverne in cui si trovano macchinari grandi quanto cattedrali o miracolosi ritrovati tecnologici. Solo alcuni manufatti che lasciano supporre l’esistenza di esseri grandi quanto un cagnolino, con quattro arti destinati alla deambulazione, due alla manipolazione (probabile che avessero sei dita, di cui due prensili) e una specie di proboscide. Poca roba, in realtà. Pietre per manipolare altre pietre, per scavare rifugi nelle pareti dei canyon, per raccogliere l’acqua, per immagazzinare provviste. Per certi versi è come se fossimo sbarcati in Europa subito dopo la scomparsa del Neanderthal, ma senza nessun Krell sapiens all’orizzonte.
Per altri versi, invece, la faccenda è tremendamente diversa.
Questi poveri Krell sono comparsi sulla superficie del pianeta quando la vita era ormai entrata in una parabola discendente.
Dato che c’è un notevole salto evolutivo tra gli pseudoscorpioni e i Krell, è lecito presumere che, poco prima dell’apparizione di questi ultimi, sia successo qualcosa che ha sterminato le specie più evolute e che i Krell, dopo essere sopravvissuti alla bell’e meglio, siano a loro volta scomparsi.
Nel corso della mia ultima spedizione al Canyon 51 ho trovato una quantità di manufatti superiore al normale, quindi posso supporre che sia l’insediamento Krell più numeroso.
Devo parlarne con Isaac.

12.6.5.D.S.
Robert afferma che, prima della scomparsa dei Krell, Horus è stato colpito da un’era glaciale.
È un bravo geologo e mi fido di quanto asserisce, soprattutto perché mette al loro posto tutti i pezzi del puzzle: il cambiamento climatico ha provocato un’estinzione di massa, i Krell sono riusciti a sopravvivere per un po’ ed alla fine hanno mollato il colpo.
Quando Robert mi ha detto che la percentuale di materiale radioattivo presente negli stati superiori del terreno è molto maggiore di quella presente negli strati inferiori ho fatto fatica a non dire quelle due parole che mi suonavano in testa come un segnale d’allarme: inverno nucleare.
Ci siamo scambiati uno sguardo d’intesa e ci siamo scolati un paio di birre a testa.
Quando sono tornato nel mio alloggio ho rivisto per l’ennesima volta quel vecchio film “Il pianeta proibito”, ma non sono riuscito ad arrivare fino in fondo. A metà della pellicola il pensiero di Ursula è diventato insopportabile, mi sono messo a piangere come un vitello e me ne sono andato a letto.
Ho dormito molto male.

13.6.5 D.S.
Il colloquio con Isaac non è stato molto confortante.
Ha girato la scrivania di sbieco verso la finestra e, per metà del tempo, ha guardato i lampi di luce emessi dai silicoidi.
Sono massi composti da cristalli di silicio, dalla superficie lucida, sfaccettata e di colore biancastro, pesanti in media cinque tonnellate e dalla forma rozzamente poligonale.
A quanto pare, sono in grado di assorbire la luce solare e di rilasciarla, al tramonto, sotto forma di lampi luminosi di colore e d’intensità variabile.
Mentre cercavo di spiegargli che era possibile che i Krell si fossero sterminati da soli in una guerra nucleare e i superstiti fossero regrediti all’età della pietra prima di estinguersi del tutto, Isaac mi ha detto con fare sognante: «Pare che lampeggino seguendo uno schema. Robert S. ti ha informato?». Ho risposto di no, anche se non ne ero affatto sicuro, poi ho cercato di riprendere il discorso, ma inutilmente.
Di colpo, mi sono sentito più solo di quando sto al Canyon 51 dove, in effetti, trascorro quasi tutto il mio tempo, con solo il ricordo di Ursula a farmi compagnia.
«Sono molto belli, non è vero?» ha concluso Isaac.

14.6.5 D.S.
«Crescono» mi ha detto Robert. «Sono delle strutture affascinanti. Usano l’energia per riparare i danni causati dagli agenti atmosferici nelle zone più esposte alle intemperie. Se il danno è troppo grave la crescita si arresta e riprende in un altro punto».
«Insomma, è come se si guarissero».
«Certo, ma non solo. C’è un metodo, nei lampi, Ken. Una frequenza. Non so ancora quale, ma… ah, se potessi studiarli sulla Terra!».
A quel punto Robert si è scusato. Sa che quei sassi non sono in cima alla lista delle mie simpatie. Se Usrula non li avesse trovati così interessanti non ci saremmo avvicinati così tanto, il modulo non si sarebbe guastato, non ci sarebbe stato nessuno schianto, io non avrei un impianto bionico nel cervelletto e mia moglie sarebbe ancora viva.
Ho detto che non faceva nulla e capivo il suo interesse. Dopotutto era un geologo ed era naturale che trovasse affascinanti dei pezzi di roccia.
Per quanto mi riguardava, invece, continuavo a preferire le cose vive, o almeno quelle che lo erano state. Come i Krell.
«Cristalli sognanti» ho detto andandomene.
Robert ha alzato gli occhi dal frammento di silicoide al quale era tornato a dedicarsi.
«Cosa?» mi ha chiesto.
«Un vecchio romanzo» ho risposto. «Ursula andava matta per la fantascienza».

15.6.5 D.S.
Ray mi ha detto che l’impianto bionico va benone ed ha aggiunto che, sulla base, sono uno dei più sani.
«È come se a nessuno gli fregasse niente di niente» ha detto. «Insomma… una trentina di persone, scelte tra miliardi, dopo un viaggio di due anni arriva su un pianeta sconosciuto. Un pianeta vero, non una pietruzza defunta come Marte. Come se non bastasse, si tratta di un pianeta dove si è sviluppata la vita e, praticamente fino ieri, c’era una razza intelligente… e che ti fanno? Se ne stanno tutto il giorno a ciondolare e a far niente, a parte contare i giochi di luce di quattro sassi».
«Tu mi sembri sano».
Mi ha guardato con fare complice. «Io bevo» mi ha detto alla fine strizzandomi l’occhio. «Tutti i medici della Frontiera sono ubriaconi, almeno dai tempi del Far West. Non lo sapevi?».
Gli ho detto che non mi sembrava ed è scoppiato a ridere. «So come nascondere certe cose, almeno per un po’» ha risposto e, come per darmene prova, ha estratto una fiaschetta dalla tasca, ha trangugiato un bel sorso e, subito dopo, ha tirato fuori una pastiglia.
«Ho detto agli altri che erano finite» mi ha sussurrato «Isaac ha dato di matto, all’inizio, ha giurato di deferirmi alla Corte Marziale, al nostro ritorno, ma adesso… beh adesso credo che neanche a lui importi poi molto».
Ha alzato la pillola alla luce ed ha sussurrato «Peccato sia l’ultima», poi l’ha inghiottita.
Domani ne parlerò ad Isaac, silicoidi o no.

16.6.5. D.S.
Isaac mi ha detto di aver disposto il rientro anticipato e io, al sentirlo, sono quasi caduto dalla sedia.
È previsto che la missione duri dodici anni, quattro per i viaggi e otto di permanenza e noi scappiamo dopo solo cinque anni.
Tutti quanti sappiamo che nessuno gli toglierà una condanna all’ergastolo e, quel che Isaac teme di più, il disonore perenne.
«So di Ray» mi ha detto «Ma non riesco a dargli torto. Non te ne ho parlato perché tu ne sembri immune, ma tutti hanno dei… problemi psicologici, da quando siamo qui».
A questo punto sono entrati Philip K., il comandante in seconda, e Jules, l’ingegnere capo. La “Neil Armstrong” sarà pronta tra un paio di mesi. A dire il vero mi sono sembrati piuttosto disorientati.
Una volta, da ragazzo, ho avuto un episodio di sonnambulismo. Dormendo, mi sono alzato dal letto e mi sono recato in salotto, dove mi sono svegliato. Non riuscivo a capire dove fossi e mi sono messo a brancolare nel buio, alla cieca. L’unica cosa che sapevo era che quello non era il posto dove avrei dovuto stare e che avrei fatto bene ad andarmene al più presto. Alla fine mi sono messo a gridare e ho chiamato i miei.
Noi però non possiamo chiedere aiuto a nessuno.
Per raggiungere la velocità di fuga ed entrare nell’iperspazio creando il ponte di Einstein – Rosen si deve raggiungere un punto dello spazio abbastanza sgombro e, per arrivarci e, poi, dare inizio all’accelerazione, occorrono due anni, dopodiché si deve uscire dall’iperspazio e rallentare, il che richiede altri due anni.
Le comunicazioni da e per la Terra, però, viaggiano alla velocità della luce e questo vuol dire che un messaggio del tipo “torniamo a casa” arriverebbe duemila anni dopo il nostro arrivo, quindi ci tocca apparire di colpo, dire “cucù, siamo qui” e sperare che ci butti bene.
Isaac mi ha chiesto di usare gli ultimi due mesi di permanenza su Horus per scoprire il più possibile sui Krell.
«Forse renderà un po’ meno clamoroso il nostro fiasco. Il meglio del meglio dell’astronautica terrestre che se ne torna a casa come un bambino spaventato dal babau».
Si è alzato e si è messo davanti alla finestra, con lo sguardo perso nel vuoto.
Stavo per andarmene quando Isaac ha parlato di nuovo. «Non che ci speri molto, comunque. Non potranno capire. Un pianeta abitabile ad appena otto anni da casa» ha sospirato «Ma qualcosa, qui, vuole che ce ne andiamo a gambe levate. E io ho intenzione di dargli retta».

21.6.5. D.S.
Solo oggi, due giorni dopo che sono tornato al Canyon 51, mi sono accorto di non avere chiesto quali fossero quei “problemi psicologici” cui accennava Isaac.
Diamine, fino a prova contraria sono io che ha perso la moglie e non ho mai pensato di andarmene!.
A questo pensiero sono andato su tutte le furie e, come sempre in questi casi, mi sono messo a visionare la collezione di Ursula di vecchi libri.
Me ne è capitato sott’occhio uno che avevo dimenticato, “Solaris”, e mi sono chiesto se, per qualche bizzarro scherzo del destino, non potesse essere pertinente.
Le mie riflessioni, però, sono state interrotte da Robert.
«1, 2, 3, 5, 8, 13!» continuava a gridare.
Ho dovuto minacciarlo di spegnere il visore per costringerlo a spiegarsi.
«È la serie di Fibonacci!» ha urlato alla fine. «La frequenza dei lampi corrisponde alla serie di Fibonacci!».
Poi il visore si è spento.

22.6.5.D.S.
Ieri, per un attimo, ho avuto la tentazione andarmene di corsa, anche senza sapere dove, ma non devo lasciarmi suggestionare.
A pensarci bene non è tanto straordinario. I silicodi emettono lampi secondo uno schema matematico. Bene. Molti esseri viventi, nella loro struttura, riproducono esatti modelli matematici.
Sono esseri viventi, i silicoidi?
Ursula, da buona esobiologa, lo saprebbe.
Ma Ursula non c’è più.

26.6.5. D.S.
Finalmente Fred e Catherine mi hanno portato l’attrezzatura che mi serviva.
Ho scoperto una caverna in fondo al Canyon 51, in una diramazione secondaria cinquecento metri sotto il livello del mare... ed è una caverna speciale, o almeno lo era per i Krell.
Non si spiega, altrimenti, perché l’avrebbero nascosta con una lastra di pietra pesante cinque tonnellate.
Catherine e Fred, oltre a portarmi l’attrezzatura, rimarranno qualche giorno a farmi compagnia e questo non può che farmi piacere anche se non è semplice montare altri tre moduli abitativi sul fondo del Canyon.
Catherine, soprattutto, mi può tornare utile perché si diletta di pittura e, accanto all’ingresso della caverna, ho trovato incisioni che potrebbero essere graffiti.
Come esoarcheologo dovrei essere io l’esperto in materia, ma sono convinto che, se si tratta di capire qualcosa di una mente aliena, non ci sia esperienza che tenga e, forse, l’intuizione ed il talento artistico di Catherine saranno preziosi.    
E poi anche i due ragazzi sono felici di allontanarsi dalla base.
Come prevedibile, i non meglio precisati “disturbi psicologici” di cui soffrono tutti i membri della spedizione (tranne me, a quanto pare), hanno provocato un suicidio.
Si tratta di Stan, un pilota con cui ho scambiato solo qualche parola.
Credo che, ora che sono qui, potrei cercare di interrogare i ragazzi per capire meglio la natura di questi “disturbi psicologici”, ma devo essere delicato.
Catherine e Stan avevano una storia e io so cosa voglia dire trovarsi soli.
Qui, su Horus, è, se possibile, ancora peggio che altrove.

28.6.5.D.S.
Ieri sera siamo riusciti a rimuovere la lastra di pietra e, dietro, c’è una caverna profonda almeno due chilometri. Ormai, non ho più dubbi: mi trovo davanti all’ultima dimora degli ultimi Krell sul loro pianeta.
Entreremo domani, anche se l’istinto sarebbe quello di esplorarla subito, ma l’eccitazione e l’ansia possono giocare brutti scherzi e, se non procediamo con la dovuta cautela, rischiamo di causare seri danni.
Anche i ragazzi sono entusiasti: starsene qui li tiene lontani dal resto della base e il loro umore ne ha tratto giovamento. Curiosamente, non ricordano nulla o quasi dello stato di disagio che li assaliva e non riescono a definirlo se non ricorrendo ad termini come apatia, astenia, depressione e brutti sogni che non riescono a ricordare.
Catherine mi ha detto che starsene rintanati qui, sul fondo di un canyon ad oltre un chilometro dalla superficie del pianeta, la fa sentire nascosta, al sicuro, ma non è stata in grado di spiegarmi perché.
Purtroppo, nessuno dei due membri della mia esigua squadra è molto contento di ricordare che cosa succedeva alla base e non mi va di insistere troppo.

29.6.5. D.S.
Isaac ha richiamato alla base sia Catherine sia Fred
Arthur C., l’esperto di comunicazioni, è entrato in contatto coi silicoidi.
A quanto pare, ha emesso, ricorrendo al faro montato sulla sommità della base, prima un lampo, poi due, tre cinque, otto, tredici… e a questo punto tutti i dannati silicoidi hanno lampeggiato ventiquattro volte.
Arthur C ha ripetuto l’esperimento più volte e, ogni volta, i silicoidi hanno aggiunto il numero immediatamente successivo nella serie di Fibonacci.
Isaac non stava più nella pelle: sembra che abbiamo scoperto una forma di vita aliena intelligente… e viva.
Ho provato a chiedere ad Isaac di lasciarmi almeno Fred per esplorare la caverna, ma non c’è stato verso.
«Dobbiamo escogitare un modo di comunicazione basato sul sistema binario e poi potenziare il faro per le segnalazioni luminose» mi ha detto Isaac «Anche Fred mi serve».
E così se ne sono andati, lasciandomi, qui, da solo, coi miei Krell.
I miei poveri, estinti Krell.

29/30.6.5 D.S.
Ci sono dei graffiti nella caverna, come quelli dei nostri antenati di milioni di anni fa, ma la somiglianza finisce qui. La mente che li ha prodotti non è umana.
Sono… alieni e, se questa parola non rende l’idea, è solo perché il nostro linguaggio, non dovendo mai confrontarsi con questa esperienza (scimpanzé e delfini non disegnano) non ha mai avuto bisogno di elaborare altri termini.
Mi sono fermato poco dopo l’ingresso.
Ra è tramontato da un pezzo, ma il fondo del Canyon è sempre buio, quindi, che la sua luce splenda o no, mi è del tutto indifferente. Del resto, posso contare su fari con un’autonomia di 36 ore terrestri.
Teoricamente, potrei prenderne uno ed addentrarmi nella caverna.
Ma ho paura.
Sono a miliardi di chilometri da casa, su un pianeta che non è fatto per gli esseri umani, dentro una grotta oscura a guardare quel che rimane di menti scomparse da duemila anni… e ho una gran voglia di darmela a gambe.
È come se i Krell si trovassero tutt’intorno a me e non escludo che, là in fondo, si trovino i loro cadaveri, essiccati dall’aria secca di Horus, e che quelle intorno a me siano maledizioni.
È come trovarsi in una casa stregata in mezzo allo spazio.

1.7.5. D.S.
Sono salito sul bordo del canyon, raggiungendo la superficie.
Tutti i silicoidi lampeggiavano come se l’intero pianeta si fosse trasformato in una lanterna magica e ho avuto la tentazione di dare un’occhiata più da vicino.
Alla fine, però, ho deciso di scendere e di addentrarmi nella caverna.
Sono uno scienziato, dopotutto. 

3.7.5 D.S.
Vorrei chiedermi come mai sono stato così stupido, ma conosco la risposta.
Ho visto i graffiti sul fondo della caverna e, mente aliena o no, credo che il significato sia inequivocabile.
Pietre che cadono dal cielo. Linee che escono da quelle pietre. Krell raggruppati intorno a quelle pietre. Linee che escono dai Krell. Krell distesi a terra, probabilmente morti.
È come se, dentro questa caverna, la mia testa funzionasse meglio e senz’altro è così, dato che sono lontano da quelle… cose là fuori.
I silicoidi non si nutrono di energia solare. Non solo. Si nutrono di onde cerebrali.
Questo è successo ai Krell e questo è successo anche ai membri della spedizione. I silicoidi hanno assaggiato le nostre menti e le hanno trovate di loro gradimento e questo spiega il senso di spossatezza, l’apatia, l’indifferenza. Io mi sono in parte salvato perché protetto dall’impianto bionico e dai cinquecento metri di roccia che mi separano dalla superficie (la stessa cosa che è accaduta a Fred e Catherine finché sono stati qui).
Gl’incubi, il senso di ansia, gli attacchi di panico, invece, potrebbero essere effetti collaterali dell’attacco dei silicoidi, oppure un segnale d’allarme lanciato dal nostro subconscio.
Ma temo che ci sia un’altra spiegazione.
I silicoidi manipolano le nostre menti.
Questo spiega perché nessuno, me compreso, ha capito che cosa ci stava succedendo.
E ho paura che spieghi anche un’altra cosa.
Ursula mi ha parlato della teoria della panspermia, secondo la quale la vita si diffonderebbe nello spazio, di pianeta in pianeta, viaggiando su corpi celesti.
“È una teoria che non mi piace” diceva “Sposta il problema dell’origine della vita senza risolverlo” In effetti, la teoria è sbagliata, ma Ursula non è vissuta abbastanza per sapere quanto.
Non è vita quella che si spande nell’Universo, ragazzi, no, proprio per niente.
I Krell hanno cercato di fermarli.
L’ultimo graffito raffigura Krell che toccano oggetti discoidali, curiosamente simili a frisbee e che, una volta toccati, esplodono… beh… vi ho già parlato d’inverno nucleare, no?
Ce n’è ancora una ventina, di quei frisbee, nella caverna, giusto per il caso che un gruppo di gonzi interplanetari decida di atterrare su Horus per portarsi via qualche souvenir…
Perché questo è quello che i silicoidi vogliono, adesso… ecco perché sono tutti euforici e perché Isaac mi ha già mandato una ventina di messaggi ordinandomi di lasciar perdere i miei alieni estinti e di raccogliere più silicoide che posso.
Quelli non vogliono solo che ce ne andiamo via. Vogliono venire sulla Terra con noi.
Beh, adesso me ne sto qui davanti a un gruppo di quelle che sono, probabilmente, piccole bombe nucleari.
Penso che non sia difficile azionarle… e poi i Krell mi hanno lasciato il libretto delle istruzioni: basta girare dei cerchi centri concentrici che si trovano sulla superficie dei dischi e poi premere.
Il graffito che ho di fronte raffigura un Krell un attimo prima di esercitare l’ultima pressione sul disco.
Ha l’aspetto di uno scarafaggio semi – eretto incrociato con un millepiedi. Le due lunghe zampe anteriori terminano in sei lunghe dita affusolate e la proboscide ricorda un punto interrogativo. Particolare che non mi aspettavo, gli occhi si trovano sulla sommità di antenne mobili.
Non è per niente umano.
Ma so esattamente che cosa stava pensando prima di premere il tasto. 

Diario personale del capitano Sterling, comandante della spedizione Armstrong XIII sul pianeta  Kepler 11 –A  altrimenti detto Pianeta Horus – Sistema di Ra.

Data terrestre 15.01.2152 Dopo Cristo
L’unica spiegazione del fallimento della spedizione Armstrong XII, venti anni fa, è un incidente nucleare, anche se, francamente, mi riesce difficile comprendere come sia potuto accadere.
È vero che, allora, i sistemi di sicurezza non erano quelli di oggi, ma… ad ogni modo è impossibile saperne di più. Quella zona del pianeta è ancora piena zeppa di radiazioni e, ora come ora, abbiamo altre priorità.
Horus è un pianeta interessante e pare prestarsi benissimo alla colonizzazione umana.
Solo, devo stare attento alla disciplina. Il personale appare apatico, disorientato.
Ieri sera ho trovato Gibson, il vicecomandante, che guardava fuori dalla finestra con lo sguardo perso nel vuoto. 
Probabilmente osservava un fenomeno luminoso all’orizzonte, credo prodotto da certe rocce.
L’ho strigliato per bene e gli ho intimato di tornare al lavoro.
In ogni caso quei lampi di luce erano molto belli.

11 commenti:

  1. Esistono varie tipologie di fantascienza, ma questa per me è quella classica e anche quella che preferisco. Con questo diario sembra proprio di essere a bordo della famosa Star Trek Voyager. Ho notato anche con piacere, non essendo nè un esperto e nemmeno un patito di questo genere, che hai contenuto la terminologia tecnica entro limiti accettabili, consentendo a tutti una lettura piacevole. Interessante la soluzione finale, ben congegnato. Davvero un ottimo racconto.

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  2. Smisi di leggere libri di fantascienza, dopo il ciclo di Dune, perché tutto quello che mi capitava fra le mani parlava di spiegazioni alla portata di un modello alla Einstein. Ovvio che quando non si capisce si salta il pezzo e, passa anche la voglia di leggerne ancora, e ci si dà alla fant' archeologia,
    Mi hai fatto tornare indietro, al tempo dei viaggi alla ricerca di altri mondi vivibili.
    Forse mi manca la gravità, per farmi entrare appieno nel tuo pianeta.
    Bravo

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  3. Oh sì, questo è assolutamente un omaggio alla SF classica - infatti mi sono divertito ad inserire un sacco di citazioni a cominciare dai nomi dei personaggi fino ai vari "pezzi" di cui si compone la trama.

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  4. Serenella Tozzi27 marzo 2013 15:36

    Ah! Questo è quello che ci si può aspettare da civiltà aliene? buono a sapersi.
    Sto scherzando, ma trovo senz'altro interessanti questi racconti molto verosimili; almeno i futuri cosmonauti saranno avvertiti e potranno stare più attenti.
    Non è detto che non possa succedere.

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  5. Secondo me la prova migliore del fatto che quelli che vengono chiamati UFO non sono alieni è data dal fatto che tali alieni hanno, immancabilmente, forma umana o umanoide.
    Una bella dimostrazione di antropocentrismo.
    Con tutte le forme che la vita può assumere - e pensiamo qui sulla terra alla differenza che passa anche solo tra un polpo e una scimmia, per limitarci alle specie dotati in qualche modo di intelligenza - ci vuole una bella presunzione per pensare che gli alieni siano così simili a noi.
    Ciò non vuol dire che tutti coloro che li han visti siano in malafede. Solo che probabilmente non hanno visto quello che, in buona fede, pensano di aver visto.

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  6. Ill'è un po' lunghetto a dire il vero, ma tu l'ha scritto tanto bene che si legge tutto d'un fiato. Bravo
    Max

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  7. Ti ringrazio. In realtà cerco, specie se scrivo per la rete, di essere sintetico, ma un racconto di SF richiede un certo rigore e non si può essere troppo sintetici senza essere anche pressapochisti. Cerco allora di dargli un certo ritmo.

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  8. Ottime conoscenze e una bella e sana fantasia. Io non saprei da dove e come iniziare a scrivere un racconto come il tuo, quindi davvero resto ammirata per la tua capacità di renderlo così reale.

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    1. Grazie. In realtà è un po' un collage di racconti e film "remixati" in modo spero piacevole.

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  9. non leggo fantascienza da quando i miei mi portarono Asimov all'Ospedale una volta ch'ero ricoverato per tonsille ... o qualcosa del genere. dopo averti letto ... quasi quasi riprendo a leggerla pure io. bravo.

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  10. Beh, si tratta di un omaggio alla SF classica. Oggi un racconto di SF sarebbe un po' diverso.

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